Il giovane autore trapanese debutta con un romanzo che attraversa Sicilia, Milano, Sudafrica e America Latina. Al centro una domanda apparentemente semplice: quanto delle nostre scelte nasce davvero da ciò che desideriamo? Partire per cercare altrove la propria strada e scoprire, dopo aver attraversato luoghi, esperienze e relazioni, che il viaggio più difficile è quello che conduce verso se stessi. È attorno a questa traiettoria che Francesco Spina costruisce “Prima o poi lo farò”, opera prima del giovane scrittore trapanese.
Un romanzo introspettivo che attinge anche a esperienze di vita vissuta e affronta una condizione comune a molti giovani: costruire la propria esistenza seguendo un percorso considerato giusto, salvo poi accorgersi che quella strada potrebbe non coincidere con ciò che si desidera realmente.
Il protagonista è un ragazzo siciliano che decide di lasciare la propria terra. Come accade a molti suoi coetanei, è convinto che per costruirsi un futuro e trovare la felicità sia necessario andare via. Arriva così Milano, insieme all’università, al lavoro e a una quotidianità modellata attorno alle aspettative e a ciò che, almeno apparentemente, rappresenta il successo.
Tutto sembra procedere secondo una direzione precisa. Fino a quando qualcosa si rompe.
Dal Sudafrica comincia un altro viaggio
A incrinare le certezze del protagonista è un’esperienza di volontariato in Sudafrica. Cape Town diventa il punto di partenza di un percorso che progressivamente cambia prospettiva e mette in discussione ciò che fino a quel momento sembrava acquisito.
Il viaggio prosegue verso l’America Latina, attraversando luoghi e soprattutto esperienze. Ci sono il mare e il kitesurf, gli incontri e gli amori, ma anche le perdite e la necessità di ricominciare.
Il movimento geografico diventa così soprattutto movimento interiore.
Francesco Spina utilizza il viaggio per interrogarsi sul rapporto tra aspirazioni individuali e aspettative sociali. Che cosa significa avere successo? Quanto siamo disposti a sacrificare per raggiungerlo? E soprattutto: siamo sicuri che gli obiettivi verso i quali corriamo siano realmente nostri?
Sono domande che accompagnano progressivamente il protagonista e lo costringono a riconsiderare anche la propria idea di felicità.
La felicità nelle cose semplici
Prima o poi lo farò suggerisce infatti una prospettiva lontana dall’idea della felicità come grande traguardo da raggiungere una volta per tutte.
La felicità può nascondersi invece nella quotidianità, nei rapporti che spesso vengono dati per scontati e persino nei gesti apparentemente insignificanti: un caffè al mattino con i genitori, una partita a carte con i nonni, una serata trascorsa con gli amici di sempre.
Dopo aver inseguito il futuro lontano da casa, il protagonista comincia quindi a guardare diversamente anche ciò che aveva lasciato.
Il ritorno assume allora un significato differente. Non rappresenta necessariamente una sconfitta né la rinuncia alle proprie ambizioni. Può essere, al contrario, una scelta consapevole compiuta dopo aver scoperto che andare lontano e andare avanti non sono sempre la stessa cosa.
Il nodo più profondo del romanzo è racchiuso proprio nella domanda che emerge lungo questo percorso: “Ma io cosa voglio davvero?”
Una domanda semplice soltanto in apparenza, perché richiede di separare i propri desideri dalle aspettative degli altri e dalle traiettorie che la società tende a presentare come obbligate.
Dalla Sicilia al mondo, per poi tornare
Nel romanzo c’è inevitabilmente anche qualcosa della biografia del suo autore. Francesco Spina, nato a Erice nel 1992, ha studiato Economia e Gestione d’Impresa all’Università di Siena, per poi conseguire una laurea magistrale in Management dello Sport e delle Attività Motorie e un master in Sport Management presso Il Sole 24 Ore.
Oggi vive a Trapani e lavora come istruttore di kitesurf.
Esperienze, luoghi e passioni che entrano nella materia narrativa di Prima o poi lo farò e contribuiscono a costruire una storia nella quale il viaggio non coincide soltanto con la scoperta di nuovi Paesi.
Perché si può partire per trovare qualcosa che manca, cambiare città e continente, accumulare esperienze e inseguire nuovi obiettivi. Ma arriva un momento in cui occorre fermarsi.
Ed è forse proprio allora che comincia il viaggio più complicato: capire quale parte della vita costruita fino a quel momento appartenga veramente a noi.
