In una città che cambia pelle ogni giorno, dove le lingue si intrecciano nei mercati rionali e le identità si costruiscono tra memoria e futuro, nasce Cultural Library: non solo un podcast, ma un archivio vivente della Roma interculturale. Un progetto che raccoglie storie di appartenenza plurale, di attraversamenti geografici e simbolici, di cittadinanze vissute oltre le definizioni formali. Dietro questa iniziativa c’è un lavoro paziente di ascolto e curatela, maturato nel tempo attraverso l’esperienza associativa di Ars Mundi e approdato sul palco del Teatro Torpignattara come spazio di restituzione pubblica. Cultural Library mette al centro le nuove generazioni come soggetti narranti della città, non oggetti di racconto: voci diverse per origine, linguaggi artistici e percorsi di vita, unite dal desiderio di affermare un’identità che non chiede di scegliere tra “qui” e “altrove”.
In questa intervista parliamo della genesi del progetto, delle sfide organizzative e narrative, del passaggio dal formato podcast alla dimensione live, e del dialogo che si apre con il pubblico romano. Perché, come emerge dalle parole della sua ideatrice, ascoltare non è un gesto neutro: è un atto politico, capace di trasformare le storie individuali in memoria collettiva.
Cultural Library nasce dopo mesi di lavoro sul territorio. Qual è stato il momento in cui hai capito che questo progetto non era solo un podcast, ma una vera “biblioteca vivente” di storie urbane e interculturali?
C’è stato un momento molto preciso. Durante una delle prime interviste, una delle ospiti ci ha detto: “Non avevo mai raccontato la mia storia così, tutta insieme.” In quel momento ho capito che non stavamo semplicemente registrando un contenuto, ma stavamo creando uno spazio di restituzione e riconoscimento.
Come associazione, Ars Mundi lavora da anni sul territorio, raccogliendo storie e costruendo spazi di dialogo interculturale. Ma con Cultural Library è accaduto qualcosa di più profondo: le storie non erano solo testimonianze individuali, erano riflessioni intense sull’identità e sul senso di appartenenza.
Abbiamo parlato molto di cosa significhi sentirsi “di qui” e “di altrove” allo stesso tempo. Di cosa vuol dire crescere con più lingue, più riferimenti culturali, più memorie familiari. Di cosa significa sentirsi cittadino del mondo, o appartenere a quella che viene spesso definita una “terza cultura”: non completamente identificabile con un solo Paese, ma capace di abitare più mondi contemporaneamente.
E abbiamo parlato anche di questo: di come si costruisce un’identità plurale senza dover scegliere una sola appartenenza. Di come si può chiamare Roma “casa” anche quando il proprio accento racconta un’altra geografia.
Una biblioteca non è solo un luogo dove si conservano libri: è un luogo dove si custodisce memoria collettiva. E queste storie – di migrazione, di ricerca artistica, di impegno civile, di costruzione professionale – erano frammenti di una memoria urbana che spesso resta invisibile o non narrata.
Quando abbiamo iniziato a vedere le connessioni tra un episodio e l’altro – tra la musica e l’attivismo, tra l’impresa e la cultura, tra l’esperienza personale e quella collettiva – è diventato chiaro che non stavamo producendo una serie di interviste. Stavamo costruendo un archivio vivo della Roma contemporanea.
Da quel momento il nome Cultural Library ha smesso di essere un titolo evocativo ed è diventato una responsabilità: custodire e rendere visibili storie che fanno già parte della città, anche quando la città non le riconosce pienamente.
Dal punto di vista organizzativo, quale è stata la sfida più complessa nel portare sul palco del Teatro Torpignattara voci così diverse per origine, linguaggi artistici ed esperienze di vita?
La sfida più complessa non è stata tecnica, ma curatoriale. Cultural Library nasce per raccontare una generazione interculturale che non è un blocco omogeneo, ma un insieme di esperienze molto diverse: una musicista che intreccia jazz e tradizioni mediterranee, un attivista queer rifugiatə che parla di identità e diritti, una professionista dell’arte contemporanea, una leader associativa impegnata nella cittadinanza, un imprenditore che costruisce integrazione attraverso il lavoro.
Nel podcast il rischio era creare una semplice sequenza di storie individuali, senza connessione tra loro. Noi volevamo qualcosa di più: costruire un archivio coerente, un racconto collettivo della città.
La vera sfida è stata trovare un filo conduttore senza semplificare le differenze. Non cercare un’etichetta unica, ma far emergere temi comuni – appartenenza, identità plurale, cittadinanza, costruzione di comunità – lasciando intatta la complessità di ogni percorso.
Il podcast doveva diventare uno spazio sicuro di narrazione, non una vetrina identitaria. E questo ha richiesto un lavoro di ascolto profondo, rispetto dei tempi e attenzione a come ciascuna persona desiderava essere raccontata.
Il progetto mette al centro le nuove generazioni come soggetto narrante della città. Quanto è stato importante, nella costruzione dell’evento, lasciare spazio all’ascolto più che alla mediazione?
È stato fondamentale. Spesso, quando si parla di intercultura o integrazione, le storie vengono filtrate da uno sguardo esterno: c’è sempre qualcuno che interpreta, traduce, semplifica. Noi abbiamo voluto spostare il baricentro. Non “parlare di”, ma lasciare parlare.
Ridurre la mediazione significa assumersi il rischio dell’autenticità. Significa accettare pause, emozioni, contraddizioni, anche fragilità. Significa non forzare una narrazione rassicurante, ma lasciare spazio alla complessità delle identità contemporanee.
Le nuove generazioni non hanno bisogno di essere spiegate: hanno bisogno di essere ascoltate come soggetti politici, culturali e narrativi della città.
La costruzione dell’evento è stata guidata proprio da questo: creare uno spazio in cui le voci potessero emergere senza essere incasellate in una categoria, senza essere ridotte a testimonianze esemplari.
Per noi l’ascolto non è un gesto passivo, ma un atto politico. È il primo passo per riconoscere che la Roma interculturale non è un tema da dibattito, ma una realtà già presente, che chiede solo di essere riconosciuta.
Come professionista che lavora tra audiovisivo, cinema e arti performative, in che modo l’esperienza organizzativa di questa presentazione ha influenzato il tuo modo di pensare la narrazione culturale dal vivo, rispetto al formato podcast?
Il podcast ti permette di controllare il tempo: puoi montare, riascoltare, ristrutturare. Puoi lavorare sulla forma fino a renderla precisa. Il live, invece, è vulnerabile. È fatto di presenza, energia, imprevisto. Non puoi correggere un momento di verità, puoi solo accoglierlo.
Proprio per questo, una delle scelte più significative del progetto è stata non affidarci a un conduttore professionista esterno, ma scegliere di intervistare noi stesse le persone, in prima persona.
Per me è stata anche una scelta profondamente personale. Ho un background migratorio e il mio italiano non è “perfetto” nel senso accademico del termine. Ma proprio questa imperfezione ha creato uno spazio diverso: alcuni ospiti si sono sentiti meno sotto esame, meno giudicati, più compresi.
Non c’era una voce neutrale che normalizzava il discorso; c’era una relazione tra persone che condividono, in modi diversi, esperienze di attraversamento culturale. Questo ha reso il dialogo più orizzontale.
Dal punto di vista creativo, questa esperienza mi ha fatto ripensare la narrazione dal vivo non come una versione amplificata del podcast, ma come una sua evoluzione relazionale. Il passaggio dal digitale al fisico non è una replica, è una trasformazione.
Ho iniziato a pensare il podcast non solo come prodotto da ascoltare, ma come processo capace di generare fiducia, riconoscimento e comunità reale. E forse, oggi, questo è il risultato più importante.
Guardando oltre questa serata, che tipo di dialogo speri si apra con il pubblico romano dopo la presentazione di Cultural Library? Cosa vorresti che le persone portassero a casa con sé?
Spero si apra un dialogo meno ideologico e più umano. Oggi il tema dell’intercultura viene spesso affrontato in modo astratto o polarizzato. Io vorrei che tornasse a essere una questione di relazione, di esperienza concreta, di riconoscimento reciproco.
Vorrei che il pubblico uscisse dal teatro con una consapevolezza semplice ma trasformativa: questa città mi riguarda, anche nelle sue differenze. Che comprendesse che la pluralità non è un problema da gestire, ma una realtà quotidiana già presente nelle nostre strade, nelle scuole, nei quartieri.
La cosa più importante, per me, è trasmettere un’idea chiara: la diversità non è una minaccia, è una ricchezza. Il multiculturalismo non è un muro che divide, ma un ponte che unisce.
Non significa negare le complessità, ma riconoscere che dall’incontro possono nascere linguaggi nuovi, imprese, arte, comunità. Tutte le storie che abbiamo raccolto lo dimostrano: quando le persone si sentono riconosciute, generano valore.
Se anche una sola persona, tornando a casa, iniziasse ad ascoltare con più attenzione la voce accanto a sé – sull’autobus, in ufficio, nel proprio palazzo – allora il progetto avrebbe già aperto uno spazio nuovo.
Mi piacerebbe che le persone portassero con sé l’idea che le storie non dividono, ma connettono. E che Roma è già molto più interculturale, complessa e ricca di quanto spesso siamo pronti ad ammettere.
Cultural Library non è soltanto un progetto narrativo: è un invito. Un invito a fermarsi, ad ascoltare, a riconoscere nella pluralità delle esperienze una parte viva della città che abitiamo ogni giorno. Le storie raccolte non chiedono di essere celebrate, ma comprese; non cercano consenso, ma relazione. Perché una città cambia davvero solo quando impara ad ascoltare se stessa.
L’appuntamento per farlo insieme è partecipando alla presentazione dell’iniziativa venerdì 20 febbraio 2026 alle ore 18:30 presso il Teatro Torpignattara (Via Amedeo Cencelli 68, Roma). L’ingresso è gratuito.
Partecipare significa andare oltre il ruolo di spettatori e diventare parte di una comunità che si riconosce nelle proprie differenze. Significa scegliere di esserci, di ascoltare dal vivo voci che già abitano la città, ma che troppo spesso restano ai margini del racconto pubblico.
