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Elena Bittante - page 2

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Oslo: il parco di Vigeland, il giardino atelier della Norvegia. Un inno alla vita

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Nella capitale meno nota della Scandinavia, si trova un luogo per gli estimatori dell’arte e i cercatori di storie: il parco di Vigeland racchiude tutte quelle del ciclo della vita. Un atelier a cielo aperto da includere nella lista dei luoghi da visitare in una piccola città che riserva inaspettate sorprese. Oslo si racconta nel pathos dell’arte, non solo nell’ “Urlo” muto di Munch

“Sinnataggen”, la  “Piccola testa calda” di Gustav Vigeland 

Oslo non è una città votata al turismo di massa, si rivela al viaggiatore come una realtà moderna e istituzionale ma non priva di angoli preziosi, come piccoli cristalli di quarzo incastonati nella pietra grezza. Il parco di Vigeland ne è l’esempio perfetto. Conosciuto anche come “parco delle sculture”, spicca per il suo rigore bizzarro: un museo a cielo aperto con più di 200 sculture di granito, bronzo e ferro battuto. Opere delineate da forme rigorose ma animate da uno stupefacente pathos che il grande artista norvegese Gustav Vigeland (1869-1943) seppe modellare. Un luogo della suggestione dove l’arte incontra la natura, elemento imprescindibile nella cultura nord europea. Questo spazio verde di 320 ettari è situato nel cuore di Oslo, all’interno del Frognerparken a poca distanza dal Palazzo Reale, una delle mete più visitate della capitale norvegese.

Il parco fu una fucina di creatività per l’artista che nei primi anni del ‘900 non solo lo adornò con le sue opere ma ne progettò l’architettura del paesaggio in ogni singolo dettaglio. Un intarsio d’arte nel verde dove spiccano le linee e i volumi decisi delle sue sculture addolcite dall’armonia della natura circostante, un impatto visivo da apprezzare come una sorta di incantesimo. La stagione più indicata per visitare il parco è la primavera e l’estate, quando tra i vialetti e le siepi fiorite spiccano a contrasto le numerose opere monocromatiche in pietra e in metallo ma si consiglia di non escludere l’autunno per i suoi mille colori e l’inverno per vivere a pieno tutto il freddo fascino avvolgente che solo il nord Europa sa regalare. Allegorie scultoree che raccontano la vita in tutte le sue emozioni, capaci di descrivere i desideri e le speranze dell’uomo nelle forme e nei volumi esaustivi della materia nonostante la freddezza dei materiali utilizzati. Tra le sculture più note del parco ormai simbolo della città, primeggia il “Sinnataggen”, la  “Piccola testa calda”. Una statua in bronzo a grandezza naturale che raffigura un bambino arrabbiato nell’atto di battere i piedi con un’espressività coinvolgente e stupefacente: un capriccio puerile non è mai stato così esaustivo nell’arte scultorea. Quest’opera appartiene alla serie di 58 raffigurazioni lungo il ponte principale del parco, una struttura imponente lunga 100 metri e larga circa 15 metri. Una protomoteca a cielo aperto che ospita statue di uomini e donne, adulti e bambini che raccontano nella loro staticità il dinamismo della vita con le sue infinite emozioni.

Un racconto dell’arte moderna per espressioni e movenze dei protagonisti che rendono una visita al parco un’esperienza sensazionale: un riscontro della vita reale attraverso la plasticità della scultura che ripropone i sentimenti più puri ma anche i desideri più arditi che tutti noi proviamo dall’infanzia sino alla vecchiaia. Vigeland ha saputo elaborare alla perfezione sia la sfera emotiva del singolo che la sinergia della famiglia e della collettività come si evince dalla splendida fontana in bronzo dove sei uomini sorreggono una grande coppa da cui sgorga l’acqua, simbolo della forza e della condivisione tra simili. Attorno a quest’opera una coreografia di 20 sculture umane intrecciate agli alberi, allegoria della vita, e 60 bassorilievi che ripercorrono il corso dell’esistenza umana. Un altro emblema del parco che ne riassume il tema è il “Livshjulet”, la “Ruota della vita”. Un monito alla ciclicità delle generazioni e allo scorrere del tempo composto da 7 figure umane, 4 adulti e 3 bambini.

Punto di riferimento del parco è l’inconfondibile “Monolitten”, l’opera emblematica nota come il “Monolite” in granito, una colonna alta 14 metri e formata da 121 figure umane raffigurate senza vita. L’interpretazione racchiude un duplice significato in apparente antitesi: rielabora il lutto e l’orrore della guerra ma nella morte rievoca anche la speranza legata alla spiritualità e alla vita ultraterrena. Questo unico blocco magistralmente modellato è una scultorea via ascensionale, metafora del desiderio dell’uomo di raggiungere il paradiso. Un omaggio al valore dell’esistenza che spicca sulla sommità di una struttura a gradini a pianta ottagonale. In questa “Terrazza del Monolite” sono inoltre posizionati altri 36 gruppi scultorei che rievocano la vita con tutte le sue emozioni terrene, dall’amore alla gioia, dalla paura alla pietà, temi cari allo scultore norvegese e filo rosso di questo suo atelier sotto il cielo del nord, abbracciati dal verde della natura, dove tutto si riconduce.

Per tutte le informazioni utili, contattate Visit Oslo .

“Monolitten”, l’opera più famosa dell’artista

Immagine copertina: la “Terrazza del Monolite”.

Photo credits: Elena Bittante

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Vigeland Park: humanity into the wild. The world's largest sculpture park with more than 200 sculptures in bronze and granite in all variety of poses and situations exploring the human form and human life. Gustav Vigeland's lifework (built between 1939 and 1949) 🇳🇴 Il parco di Vigeland nel cuore di Oslo ospita opere in bronzo e in granito dell’omonimo artista. Un atelier a cielo aperto con più di 200 sculture che impersonificano i sentimenti umani. Un luogo della natura dove cogliere la magia evocativa dell’arte, capace di infrangere l’immobilismo della materia attraverso le emozioni. . . . #vigeland #vigelandsparken #norway #norge #oslo #visitnorway #ig_norway #visitoslo

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Monte Testaccio: il “colle dei cocci” di Roma, uno scempio spettacolare

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All’apparenza un dolce rilievo poco distante dall’ansa del Tevere, perfettamente conforme al paesaggio di una metropoli che ha fatto “dei sette colli” la sua storia. Eppure il Monte Testaccio non sogna l’appellativo di “ottavo”, sconosciuto ai più, rivela la sua natura osservandolo da vicino: sino alla sua cima è formato da frammenti di anfore. Sono sempre i dettagli a fare la differenza

Roma non smette mai di stupire, con le sue meraviglie e i suoi paradossi. Se parliamo di rifiuti, tralasciamo la triste attualità e addentriamoci nella storia. Il monte Testaccio, conosciuto anche con l’appellativo “monte dei cocci è una vecchia discarica a cielo aperto. Un enorme accumulo di materiale di scarto, uno scempio spettacolare. Si tratta di un’intera collina alta 54 metri con una circonferenza di circa 1 chilometro formata da testae, dalle quali deriva il toponimo “Testaccio”. Il significato è “cocci”, frammenti di 53 milioni di anfore usate per il trasporto dell’olio. Questi manufatti venivano scaricati in quello che era il vicino porto dell’Emporium sul Tevere, adibito per il rifornimento del mercato urbano. Svuotate del loro prezioso contenuto, venivano sistematicamente accumulate in questo luogo formando poco a poco una collina artificiale.

Una testimonianza tangibile del fiorente commercio sviluppato tra l’età augustea e la fine del II secolo d.C. caratterizzato dall’ascesa economica delle province occidentali: la Gallia, l’Africa e soprattutto la Spagna. Questa regione divenne il principale canale di rifornimento dei beni alimentari dei grandi centri di consumo come Roma, in particolare la regione Baetica (Andalusia) per l’esportazione dell’olio. La diffusione di questo prezioso oro liquido era distinguibile dai caratteristici contenitori dalla forma globulare, le anfore. Simbolo inequivocabile del commercio antico, erano contraddistinte da precisi riferimenti come il periodo di realizzazione, le annotazioni relative al contenuto e l’immancabile marchio di fabbrica su una delle anse. I frammenti meglio conservati sono esposti nelle teche dei musei, in particolare quelli che riportano ancora i tituli picti, note scritte a pennello o a calamo con il nome dell’esportatore e le indicazioni sul contenuto. Ma non è raro trovare lungo i sentieri di cocci che conducono alla sommità del monte alcuni di questi pezzi, tasselli importanti per la conoscenza della storia economica dell’antica Roma. Il monte Testaccio è infatti considerato un sito archeologico di fondamentale importanza, una fonte storico-documentaria dei commerci dell’impero romano e sulle relazioni mercantili tra l’urbe e le province.

Le anfore che trasportavano questo bene non erano riutilizzabili a causa della rapida alterazione dei residui di olio. La soluzione per il loro smaltimento fu rapida, economica e sorprendentemente igienica. La strategia utilizzata per il loro accatastamento prevedeva l’uso della calce, un materiale che contrastava lo sviluppo di batteri dati dalla decomposizione dell’olio e al contempo consentiva la stratificazione stabile e coesa delle anfore.

Il monte Testaccio ebbe la sua rivalsa durante il Medioevo, da discarica si trasformò in un ludico luogo di festa. Consolidata la sua struttura, ormai giunta a quella che è l’attuale conformazione, e nomea come luogo di svago, il “monte dei cocci” era punto d’incontro per la celebrazione di manifestazioni popolari: i ludi maximi del Carnevale romano. La testimonianza più accreditata dagli scritti è il ludus Testacie, una sorta di corrida ante litteram ancora più cruenta di quella attuale: dalla sommità del monte veniva liberato un toro, seguito da due carri con dei maiali all’interno. Nella piana sottostante li attendevano i lusores con lama sguainata, giovani impavidi che incoscienti giocavano anche la loro vita. Sempre durante il periodo medievale, si consolidò la sua funzione religiosa con il “Gioco della Passione”, la rappresentazione sacra della Via Crucis durante la settimana santa che lasciò in eredità il simbolo che tutt’oggi campeggia sulla sommità del colle, la croce in ferro (sostituita più volte, l’attuale è del 1914).

Nel Seicento il colle divenne bersaglio per le esercitazioni dei bombardieri di Castel S. Angelo. Il cannone sparava dalla piramide di Caio Cestio puntando verso il suo pendio orientale. Questo fu l’incipit della scarnificazione dei cocci che continuò per gli scavi dei famosi “grottini” dove conservarono il vino. La particolare conformazione artificiale della collina e il passaggio dell’aria fresca, consentiva di mantenere una temperatura costante al suo interno, ideale per la conservazione dei generi alimentari. Fu questo aspetto vantaggioso ad avviare l’attività di numerose fraschette, le tipiche aree di ristoro romane che dall’Ottocento allietarono gli attimi di svago, soprattutto durante il periodo della vendemmia durante le famose “ottobrate romane”, giorni giulivi narrati da Belli e Stendhal. Con la pianificazione e la crescita urbana del quartiere Testaccio e l’avvio delle attività del Mattatoio che si estendeva alle sue pendici, si sviluppò un caotico abusivismo edilizio che deturpò gran parte della zona. Solo nel 1931 venne avviato un intervento di recupero ad opera dell’architetto De Vico che valorizzò il verde urbano del colle e della zona circostante compresa tra le Mura Aureliane e via Zabaglia.

Una visita al monte Testaccio è un’opportunità per svelare un lato della Roma Segreta. Salire lungo i suoi pendii sotto lo scricchiolio dei cocci che lo ammantano è un’esperienza surreale. Capirne la storia è come scoprire una favola lieta, un luogo che nasce dai rifiuti per diventare fulcro di vita e di tradizione, quella di una Roma verace e appassionata. Un sito archeologico di notevole importanza, stratificato nella sua essenza e variegato nel magnifico panorama che rivela dalla sua cima: 360 gradi che spaziano dalla Roma medievale e barocca in direzione del centro e dell’Aventino, a quella d’avanguardia dell’Ostiense che alterna cimeli dell’antichità come la piramide Cestia, al Gasometro, simbolo dell’archeologia industriale tra una foresta di edifici contemporanei e murales variopinti. L’urbe risplende delle sue epoche, dalla cima del monte fatto di cocci si ammirano tutte le sfaccettature della stessa pietra preziosa.

Il monte Testaccio è visitabile solo in giorni prestabiliti e l’ingresso è consentito solo a gruppi accompagnati di massimo 30 persone a visita. Per informazioni e prenotazioni contattare la Sovraintendenza di Roma.

La croce in ferro del 1914 sulla cima del colle
Panorama sul quartiere Ostiense e sulla piramide Cestia

 

Vista sull’Aventino
Scorcio sul Gasometro del quartiere Ostiense

Immagine copertina: panorama dalla cima del monte Testaccio

Photo credits: Elena Bittante

Shanghai: il Giardino del Mandarino Yu, armonia metropolitana

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Esistono luoghi dove l’esperienza combacia perfettamente con l’immaginazione, una riproduzione del sogno nella realtà. Il Giardino del Mandarino Yu, nel cuore della effervescente Shanghai, accoglie i visitatori nell’affascinante atmosfera di un classico giardino cinese “Suzhou

Un eden di composta bellezza dove le aspettative occidentali vengono soddisfatte alla perfezione: un angolo di pace dove tutto si descrive secondo i canoni estetici e concettuali dello stile Ming in cui la moderata esuberanza degli elementi è uno stratagemma che ripropone una precisa simbologia, solo in apparenza casuale. Il “Genius loci” vive indisturbato in questo giardino metropolitano tra le piante e i minerali, parla agli animali che lo popolano ed anima le leggende che ispirano ai visitatori innumerevoli suggestioni. Il Giardino del Mandarino Yu è un angolo imperdibile di questa città “cubista”, dove convivono diverse realtà solo a prima vista slegate. Shanghai racconta una trama complessa fatta di capitoli contrastanti, quelli di un capitalismo ereditato che si svolge ai piani alti della finanza nel Bund e nei grattacieli futuristici di Pudong, e quelli di umanità autoctona che brulica nei salotti di strada della città vecchia, dove aleggia ancora l’anima del passato tra il miscuglio dei tetti anneriti degli hutong e quelli in stile finto Tudor di un colonialismo perduto. In questo racconto controverso e in continuo divenire, spunta come un cameo il giardino con i tetti arcuati dei suoi padiglioni, la flora rigogliosa e i pesci annoiati nei suoi specchi d’acqua, dirimpettai del credo a poco prezzo di un turismo religioso di massa e dello shopping convulso tra il profumo di incenso e dolci cinesi.

Il giardino occupa una superficie di 2 ettari nel cuore della città e ospita i visitatori in un’oasi racchiusa da alti muraglioni, struttura che ricalca lo stile “Suzhou”. Voluto dai Pan, una ricca famiglia di funzionari della dinastia Ming, questo eden venne creato nel 1599. La sua realizzazione richiese 18 anni per lasciare alla storia uno dei giardini cinesi più famosi al mondo: un angolo di pace che ricrea un paesaggio in miniatura idealizzato nell’intento di esprimere l’armonia fra l’uomo e la natura. Questo luogo ripropone tutti gli elementi caratteristici: angoli ombreggianti, padiglioni, laghetti e una flora che inscena spettacoli diversi a seconda del periodo dell’anno. Una natura lussureggiante e consueta, la stessa che rientra nell’arte della creazione dei giardini cinesi ma anche in quella pittorica da secoli, intenta a riprodurre i protagonisti arborei tanto amati anche nei tempi moderni, come vuole la tradizione stilistica Ming.

Ci si aggira tra vialetti tortuosi, ponticelli e strette gallerie a zig-zag che collegano i padiglioni, ci si tuffa tra il sempreverde dei podocarpi “pini dei luohan” e tra il colore stagionale della camaleontica Magnolia grandiflora, simbolo della città. Una passeggiata rigenerante che continua tra salici, ginkgo biloba, ciliegi, banani, bonsai e metasequoie, una natura che appare disposta casualmente eppure tutti gli elementi che decorano questo luogo sono studiati con la massima cura e dovizia di particolari. Anche le rocce, elemento caratteristico in tutti i giardini cinesi, sono opera dell’uomo poiché vengono scolpite come se fossero erose dagli agenti atmosferici. Tra queste sculture che anticipano l’evoluzione della materia, spicca per importanza e dimensioni la Grande Roccia, un enorme masso alto 14 metri dal peso di 2.000 tonnellate.

Oggi ammiriamo questo luogo identitario nella perfezione delle sue forme ma la sua storia non fu di sola pace e armonia. Un bombardamento lo rase al suolo durante la guerra dell’oppio nel 1842 e fu nuovamente distrutto per mano dei francesi in segno di rappresaglia per gli attacchi ribelli durante la rivolta dei Taiping (1851-1864). Il giardino venne ricostruito alla perfezione secondo lo stile classico e riaperto al pubblico nel 1961, la belligeranza e gli arrivismi occidentali che campeggiarono per secoli in questa città non ebbero la meglio su questo scrigno della tradizione. L’ossessiva ricerca occidentale dell’originalità di un nuovo linguaggio estetico e la compulsiva predisposizione al capitalismo non hanno assorbito il suo “Genio”, testimonianza indelebile della cultura millenaria cinese che rivive nella frenetica perla d’Oriente e continua ad offrire ai suoi ospiti un angolo di contemplazione e uno spunto di riflessione.

 

Immagine copertina: dettaglio Giardino del Mandarino Yu

Photo credits: Elena Bittante

 

Le case da tè a Pechino e a Shanghai, la tradizione incontra il gusto e il benessere

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Il tè non è solo una bevanda ma un rituale millenario che si racconta nell’eleganza di un gesto, nella piacevolezza del suo sapore e nelle benefiche virtù. Sorseggiarlo in una sala da tè cinese è un’esperienza irrinunciabile da includere tra “le cose da fare” nel vostro taccuino di viaggio. Scopriamo qualche curiosità di questo elisir millenario e dove degustare tutte le migliori essenze durante un soggiorno a Pechino e a Shanghai

Il tè cinese, questa meraviglia

Un elisir da assaporare lentamente. Degustare una tazza di tè non dev’essere un automatismo ma un attimo da concedersi perdendosi nella delicatezza del suo aroma, un gusto gentile che non prevede l’aggiunta di dolcificanti o additivi. Il tè in Cina si assapora in tutta la sua naturalezza. La saggezza popolare e i suoi rimedi sono l’archetipo delle cure naturali che oggi invadono il mercato dell’omeopatia. Una tendenza che riscopre gli antichi saperi sempre più richiesta in alternativa o in associazione alla chimica farmaceutica. La tradizione orientale considera il tè una medicina naturale e i suoi benefici vengono tramandati da millenni, una leggenda convalidata dalla scienza: negli ultimi anni la ricerca ha dimostrato le sue proprietà benefiche, un mix vincente di gusto e salute tra i più bevuti al mondo. Le foglie del tè si ricavano da un arbusto originario dell’Asia sud-orientale, la camelia sinensis descritta la prima volta da Linneo nel 1753 con il nome Thea Sinensis, il Tè Cinese. La pianta del tè è una sempreverde ed è possibile distinguerla grazie ai boccioli bianchi simili a piccole rose, una delicatezza che contrasta gli antichi detti cinesi che la descrivono come un grande albero impossibile da cingere tra le braccia di due uomini. Ma le leggende narrano sempre un fondo di verità e a volte la spettacolarizzazione delle credenze popolari rispecchia la realtà: secondo gli studi di botanica infatti, le piante che crescono in natura possono raggiungere anche i 10 metri.

La saggezza e il metodo contadino trovano da sempre il compromesso pratico e produttivo. L’altezza media nelle piantagioni varia dai 60 ai 90 cm, una dimensione contenuta e utile per la potatura e la raccolta; il tempo, soprattutto nei campi, è denaro e la natura si fa ad “altezza d’uomo”. A differenza della credenza comune, la pianta del tè è unica e le differenti varietà dipendono dalle zone di crescita, dal suolo, dalle condizioni climatiche, dal metodo di lavorazione e dal periodo o dal tipo di raccolta. Le foglie vengono trattate diversamente a seconda della qualità: tè verde, tè nero, tè bianco o tè oolong, conosciuto anche come tè azzurro. Ma come distinguerle semplicemente? Un’indicazione apparentemente banale si sofferma sul colore, riconducibile alla lavorazione delle foglie. Quelle del tè verde per esempio non vengono fatte fermentare e mantengono la tonalità verde.

Le proprietà del tè verde, elisir di lunga vita

Rispetto alle altre varietà, il tè verde è più povero in caffeina (circa il 50% in meno rispetto al tè nero) e vanta maggiori benefici antiossidanti, per questa ragione viene considerato il più benefico tra le diverse tipologie. La sua formula segreta è associata ai polifenoli e all’elevato contenuto di catechine, sostanze antiossidanti appartenenti alla categoria dei flavonoidi che rappresentano circa il 20-40% del peso secco, un prezioso aiuto all’organismo per difendersi dai radicali liberi. Non solo alchimia di Venere ma anche un rimedio di Igea: i benefici antiossidanti del tè verde dovuti alle catechine aiutano la bellezza e la salute contrastando i rischi cancerogeni e riducendo i livelli di colesterolo nel sangue. Una prevenzione naturale all’insorgenza di tumori e di malattie cardiovascolari, regolando la pressione sanguigna e migliorando la circolazione. Il tè verde è inoltre dissetante e ideale per purificarsi, un’ottima abitudine giornaliera soprattutto per chi segue delle diete dimagranti. Contiene caffeina, teobromina e teofillina, sostanze capaci di stimolare la lipolisi e aumentare il metabolismo. E’ molto utile per combattere anche la ritenzione idrica assicurando un effetto diuretico e depurativo. Questa bevanda delle meraviglie è il segreto per ritrovare l’armonia, nessun falso mito ma consapevolezza: conoscere le origini e le virtù stimola il benessere della psiche e del fisico. Il gusto delicato e l’affascinante profumo d’oriente ci ricordano che corpo e mente sono in perenne connessione. Quale occasione migliore per rallentare, ascoltarsi e riscoprirsi sorseggiando una tazza di tè.

Le migliori sale da tè a Pechino

Le sale da tè cinesi, conosciute anche come case da tè, giocano un importante ruolo sociale sin dall’antichità. Le prime testimonianze risalgono alla dinastia Tang (618-907 d.C) e da sempre sono luoghi d’incontro e di confronto, d’intimità ma anche d’intrattenimento condiviso. Oggi come allora, non è raro trovare spettacoli di arte folcloristica come canti, balli e racconti di storie, senza dimenticare la rinomata cerimonia del tè, un’opportunità esclusiva per chi la possibilità di partecipare o assistere. Anche una semplice degustazione si trasforma in un’occasione preziosa di provare una o più delle varie tipologie della bevanda nazionale, solitamente accompagnata da un piccolo buffet a base di frutta, verdura, soia e squisiti dolcetti cinesi. Durante un soggiorno a Pechino, una tappa obbligata è la Laoshe Teahouse al 3 Qianmen Xidajie. Questa è la più famosa casa da tè della capitale, dove tutte le sere vengono organizzati spettacoli folcloristici. Il nome deriva dallo scrittore cinese Lao She in onore della sua opera “La casa del tè” del 1958, dove le storie dei personaggi si svolgono proprio nelle sale da tè. Se desiderate fare delle degustazioni ma anche dello shopping convulso, la Beijing International Tea Center al 6 Maliandao Road non delude le aspettative. Vi attendono tre enormi piani dove trovare tutte le migliori tipologie di tè provenienti dall’intera Cina e il corredo utile per ricreare una cerimonia casereccia una volta tornati: qui è possibile acquistare ogni tipo di utensile e persino abiti tradizionali ricamati a mano. Per una degustazione di tè nella capitale non dimenticate di provare il preferito dai pechinesi, il Jasmine tea mòlìhuāchá ovvero tè verde profumato ai fiori di gelsomino.

Le migliori sale da tè a Shanghai

Per sorseggiare una tazza fumante a Shanghai la Mid Lake Pavillon Teahouse al 257 Yuyuan Road, è considerata la più suggestiva nonché la più antica della città, tra le più note di tutta la Cina. Costruita nel 1784 su uno specchio d’acqua e con una passerella a zig zag per allontanare gli spiriti maligni (che odiano gli angoli), rivela un ambiente interno minimale seppur ricercato: l’arredo in legno svela una miriade di dettagli solo osservando attentamente i suoi intarsi. Un luogo affine al suo tesoro, le numerose varietà di tè che rivelano la ricchezza di sapore nella semplicità delle loro essenze. In alternativa la Red&Black Teahouse nelle vicinanze del parco Zhabei al 11 Pu Xong Lu, dove al piacere del tè si aggiunge il popolare gioco della dama, il più amato in Cina, oppure un viaggio nel tempo per rivivere gli anni d’oro di Shanghai al Jingyuan Tea-Art House. Questa sala da tè situata nella Concessione Francese al 1 Wu Lu Mu Qi Middle Road, ripropone l’atmosfera raffinata degli anni Trenta e una piccola galleria d’arte. Tra i quadri, la dama o gli spettacoli tradizionali, una tappa in una sala da tè nelle due megalopoli è un attimo di cultura e piacere da concedersi per rilassarsi e conoscere un’usanza millenaria.

 

 

 

Immagine copertina: degustazione al Mid Lake Pavillon Teahouse.

Photo credits: Elena Bittante

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Il tè non è solo una bevanda ma un rituale millenario che si racconta nell’eleganza di un gesto, nella piacevolezza del suo sapore e nelle benefiche virtù. Sorseggiarlo in una sala da tè cinese è un’esperienza irrinunciabile da includere tra “le cose da fare” nel vostro taccuino di viaggio in #Cina 🍃 Qualche curiosità di questo elisir millenario e dove degustare tutte le migliori essenze durante un soggiorno a Pechino e a Shanghai: http://www.europeanaffairs.it/viaggiare/2019/09/30/le-case-da-te-a-pechino-e-a-shanghai-la-tradizione-incontra-il-gusto-e-il-benessere/ 🍃🇨🇳 . . . #tearoom #tearooms #chinesetradition #beijinglife #shanghailife #chinesetea #tealovers #chinatravel #visitchina #asianwanderlust #culturalheritage #fineartportrait #italiangirl #travelandlife #culturetrip #traveldiaries #traveljournalist #dametravel #lonelyplanet

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Cipro: il Parco Archeologico di Pafos, le radici dell’Occidente ai confini d’Europa

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La storia raccontata dal vento e dalla marea, solo il fragore delle onde e il bisbiglio della brezza animano il passato del Parco Archeologico di Pafos. Nell’isola del limite, ultimo avamposto d’Europa, tornano alla luce le fondamenta della nostra cultura. Il sito archeologico si trova lungo la costa nella parte occidentale di Kato Pafos, il rinomato centro turistico, e ha valso alla città di Pafos la nomina di Capitale europea 2017. Un paradiso per archeologi e viaggiatori curiosi che custodisce tesori del periodo ellenistico, di quello romano e preziose testimonianze dell’epoca bizantina. Tra la sabbia dorata e le generose piante di oleandro sorgono i resti di una città: Nea Paphos, la “Nuova Pafos”, inestimabile eredità dell’antico

 

La città risale al IV secolo a.C., al tempo capitale di Cipro; durante quel periodo l’intera isola apparteneva al regno dei Tolomei, la dinastia greco-macedone che governava l’Egitto. Il suo porto era facilmente raggiungibile da Alessandria favorendone gli scambi e le comunicazioni, grazie alla posizione strategica divenne inoltre un centro nevralgico che collegava le rotte del Mare nostrum. Il suo faro orientò le fortune per secoli, divenne un crocevia di beni e saperi. Artigiani e commercianti giungevano da ogni angolo del Mediterraneo per affacciarsi al vicino Medio Oriente sino al declino nel VII secolo d.C. a seguito delle incursioni arabe che vi imposero la propria egemonia.

Quante storie e quanti miti transitarono a Nea Paphos, lo testimonia la collezione di mosaici nota come I mosaici di Pafos, cimeli ornamentali che decoravano i pavimenti delle grandi ville di epoca romana. Scoperti per caso nel 1962 da un contadino che stava arando i suoi campi, queste inestimabili opere sono considerate il tesoro più prezioso del sito. Miriadi di tasselli policromi narrano ancora le gesta degli dei e degli eroi: l’amore di Priamo a Tisbe, la lotta di Teseo col Minotauro e i piaceri di Dionisio, così terreni da avvicinare il dio greco del vino ai comuni mortali di tutte le epoche. Il Parco Archeologico di Pafos rivela i racconti più suggestivi, quelli della vita privata nelle residenze altolocate, e le testimonianze della vita pubblica nel cuore della città. Tra la fine del II e gli inizi del III sec. d. C Nea Paphos raggiunse la massima floridezza. L’Agorà, l’Asklepeion, il santuario della medicina dedicato ad Asclepio che fungeva anche da ospedale, e l’Odeion, un teatro ellenistico romano, risalgono a questo periodo d’oro. Resti tra le polveri che confermano la ciclicità della vita nelle ere, quella della condivisione, del culto e dei piaceri, oggi come allora.

I mosaici di Pafos

La prosperità di questo periodo non venne eclissata da guerre o conquiste ma dall’imprevedibilità della natura. Agli inizi del IV sec. d. C la città venne rasa al suolo da un terribile terremoto. Recuperò la sua gloria nel periodo bizantino, dopo lo scisma dell’impero romano l’intera isola passò sotto l’influenza di Costantinopoli.  Reduce di quel periodo la Fortezza di Saranta Kolones, che oggi si presenta con pochi resti ma con un significativo arco che lascia immaginare l’armonia delle sue forme, e la Basilica cristiana di Chrysopolitissa del IV secolo, uno degli edifici religiosi più grandi della città, reduce dell’invasione araba del VII secolo che oscurò lo splendore di Nea Paphos.

Arco della Fortezza di Saranta Kolones
Basilica cristiana di Chrysopolitissa del IV secolo

A due chilometri dal sito archeologico di Kato Pafos si trovano le Tombe dei Re risalenti al periodo ellenistico e romano. Questo patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO è immerso nelle polveri di un’area semidesertica a ridosso del mare. In questo luogo suggestivo la luce schietta del giorno si insinua tra i pertugi risvegliando i bisbigli del passato: il sito è puntellato da una serie di camere sotterranee dove vennero sepolti aristocratici e funzionari di Nea Paphos. Alcune si presentano come semplici cavità scavate nel terreno, altre rivelano architetture ben definite ma a dispetto del nome non vennero mai sepolti reali. Una tomba in particolare svela un cortile sotto il livello del suolo circondato da colonne da dove si diramano numerose stanze sotterranee. Solo l’immaginazione accompagnata dal suono della natura rianima gli usi e costumi dei secoli passati, i rituali di un tempo assopiti nell’oscurità. Tutte queste cavità simboleggiano il potere nonostante le terra scarna e la polvere, le radici dell’Occidente si concentrano in una città che ha aperto le porte alla cultura e alla condivisione nonostante i limiti del suo stato. Pafos ricorda gli avi ad un passo dal mare dove soffia il vento dell’Africa e del Medio Oriente.

Le Tombe dei Re, sito archeologico di Kato Pafos

Immagine copertina: Le Tombe dei Re, sito archeologico di Kato Pafos

Photo credits: Elena Bittante

Il Cremlino di Mosca, il cuore della Russia tra bellezza rinascimentale e graffi sovietici

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Epicentro della storia e della contemporaneità, il cuore di Mosca descrive la grandezza della sua “madre” affacciato sull’enorme piazza Rossa, e racchiude tra le sue mura il fulcro geografico del potere della Russia, pilastro della geopolitica moderna

Vista dai Giardini Alexander delle fortificazioni del Cremlino

La prima tappa nella capitale coincide con un luogo simbolo, dove si concentrano gran parte delle principali attrattive in città. Il Cremlino di Mosca è racchiuso da alte mura di mattoni rossi scandite da torri d’ingresso, l’aspetto esterno non tradisce il significato del suo nome: “Kreml” che in russo significa “fortezza, cittadella fortificata”. Questa particolare struttura è ricorrente in Russia ma quella moscovita è la più importante del paese e testimonia 800 anni di storia: cittadella degli zar, quartier generale dell’Unione Sovietica, residenza dei presidenti dell’era moderna, da sempre centro del potere politico e un tempo della Chiesa russo-ortodossa. Il Cremlino è il cuore di Mosca e dell’intero paese, dalla frontiera con gli ex stati satelliti allo stretto di Bering. Un perimetro di mura e alti torrioni racchiudono l’immensità di un territorio, forza e vulnerabilità dello Stato russo al tempo stesso.

Cattedrale dell’Annunciazione

Con il suo alternarsi di maestosi palazzi, musei e sontuose chiese dalle cupole d’oro è la rivelazione identitaria della “grande Madre”, la Russia. Sorse come un semplice forte di legno per volere del principe Yuri Dolgoruky nel 1147, esattamente nel punto dove richiamò i suoi alleati, la collina Borovichkij, lambita nella parte sud orientale dalle acque del fiume Moscova. La cittadella che oggi possiamo ammirare in tutta la sua maestosità risale in gran parte al XIII e XV secolo, in particolare al periodo che coincide con il regno di Ivan III “Il Grande”. Il sovrano fece convocare dall’Italia architetti e scalpellini nell’intento di edificare una “Terza Roma” pari alla grandezza di Costantinopoli. L’ambizione unita all’ingegno e all’estro italico riuscirono a coniugare lo stile architettonico russo antico con il rinascimentale veneziano rendendolo un connubio unico nel suo genere. Oggi possiamo ammirarlo nella Piazza delle Cattedrali circondata dalla Basilica dell’Assunzione, il luogo più importante di tutta la Russia prerivoluzionaria, la Chiesa della Deposizione della Veste, la Basilica dell’Annunciazione, il Campanile di Ivan il Grande, l’edificio più alto del Cremlino, e la Cattedrale dell’Arcangelo. Quest’ultima viene considerata uno scrigno del misticismo ortodosso e della storia nazionale. Splendida nello stile russo-bizantino con chiari riferimenti al rinascimento italiano soprattutto nella parte esterna, la Cattedrale fu per secoli il luogo di incoronazioni, matrimoni e funerali reali, custodisce inoltre le tombe degli zar, i sovrani della Moscovia dal 1320 al 1690, compreso Ivan il Terribile che giace accanto ai suoi figli, uno ucciso dalla sua stessa mano.

Cattedrale dell’Arcangelo

Tutte le altre costruzioni non religiose vennero edificate tra il XVII e XIX secolo. Tra questi gli edifici governativi: il Palazzo Poteshny, ex residenza di Stalin, l’Arsenale commissionato da Pietro il Grande, oggi sede della Guardia del Cremlino, sino al più recente Palazzo di Stato del Cremlino, conosciuto anche come Palazzo dei Congressi, sfarzo brutalista in vetro e cemento costruito nel 1960-1961 come sede congressuale del Partito comunista, oggi sede del Balletto del Cremlino. Il Senato venne costruito nel 1785 dall’architetto Matvei Kazakov e si distingue per il suo raffinato stile neoclassico, oggi ospita gli uffici del presidente della Russia, mentre il Gran Palazzo del Cremlino, costruito tra il 1838-1849 da Kostantin Thon, è una delle sue residenze ufficiali. Come comprensibile, non tutti i palazzi del Cremlino sono accessibili al pubblico, oltre alle sedi governative anche il Palazzo dei Diamanti, o “Palazzo Sfaccettato” per la sua facciata in bugnato esterno a forma di punte di diamante, e il Palazzo Terem non sono facilmente visitabili salvo rare eccezioni.

Ogni giorno, a seconda degli orari di apertura, è possibile accedere a quelli adibiti a museo. Imperdibili il Palazzo del Patriarca, sede del Museo della Vita e delle Arti Applicate del XVII secolo dove ammirare gioielli religiosi, mobili e vasellame degli zar, e l’Armeria, una delle maggiori attrattive del Cremlino. Custodisce i cimeli della ricchezza imperiale ma anche le vesta dei suoi doveri: dalle inestimabili uova Fabergé, vezzi che gli zar amavano regalarsi durante la Pasqua, agli abiti dell’incoronazione compreso l’abito da sposa di Caterina la Grande, agli elmi e armature dei valorosi regnanti. Da non perdere il Fondo dei Diamanti, una parte separata del palazzo dipendente dal Ministero delle Finanze dove poter ammirare le gemme più splendenti di tutta la Grande Russia. Per gli amanti “degli inestimabili”, non perdete nella parte esterna lo “Zar dei Cannoni” dal peso di 40 tonnellate, e la “Zarina delle Campane”, la campana più grande del mondo di 202 tonnellate e più di 6 metri di altezza che non ha mai suonato un rintocco. Due strumenti come allegorie di una grande Russia, palesemente inutili nella loro reale utilità ma stupefacenti nella chiarezza della loro simbologia.

Lo Zar dei Cannoni e il Senato
Cimelio in legno decorato in oro e gemme del XII secoli, Museo dell’Armeria

Il Cremlino, come un forziere della storia, resistette al piano di Napoleone Bonaparte assistito dalla buona sorte. Nel 1812 il generale assediò Mosca e nell’intento di distruggere il suo centro del potere, installò numerose cariche esplosive per far saltare tutte le costruzioni del Kreml. Ma qualcosa non andò secondo la sua tattica: la maggior parte non esplosero e i danni si limitarono alle mura, alle torri e alla zona del campanile Vliskij. Gli scempi architettonici arrivarono negli anni ’30 del Novecento durante la dittatura di Stalin. Le sue discutibili scelte urbanistiche e architettoniche ricaddero anche sulla cittadella dell’identità snaturandone per una parte la sua fisionomia. Anche questi graffi del ‘900 fanno parte della sua storia e vengono inclusi, tutelati e raccontati in un complesso patrimonio UNESCO dal 1990. Il Cremlino di Mosca racchiude tra le mura e tra le eredità architettoniche la storia della Russia e da qui si continuano a disegnare le geografie, anche quelle che determino gli equilibri del mondo moderno.

Palazzo di Stato del Cremlino

Per tutte le informazioni utili per la visita, visitate il sito Moscow Kremlin Museums 

 

Immagine di copertina: le mura sud orientali del Cremlino 

Photo credits: Elena Bittante

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Luci schiette, ombre lunghe e riflessi sul Cremlino sino al calar del sole 🌗 La suggestione del tramonto tra splendori russo bizantini, rinascimentali e i graffi sovietici 🌓 Il mio articolo dedicato a questa fortezza della storia dove si continuano a disegnare le geografie, anche quelle che determinano gli equilibri del mondo moderno: http://www.europeanaffairs.it/viaggiare/2019/09/16/il-cremlino-di-mosca-il-cuore-della-russia-tra-bellezza-rinascimentale-e-graffi-sovietici/ . . . #kremlin #kremlinpalace #moscow #igmoscow #russia #culturaltravel #urbanphotography #urban_shots #bestcitypics #livetoexplore #travelandlife #traveldiaries #culturetrip #culturalheritage #arthistory #unescoworldheritage #unesco #journalismlife #traveljournaling

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Porto, la città di fiume marittima nel cuore

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Porto, una bellezza decadente affacciata sul fiume Douro, una città dall’atmosfera mediterranea che fiuta l’aria dell’Atlantico. Un susseguirsi di scorci pittoreschi rivelano l’anima popolare e mercantile nascosta dietro la ricercata facciata turistica degli ultimi anni: gli edifici scrostati si alternano a quelli più fotogenici ammantati da azulejos, piastrelle in ceramica nei toni del bianco e dell’azzurro come almanacchi della storia portoghese. E’ un binomio di colori ad introdurci nella seconda città del Portogallo, accompagnato dall’ebbrezza del suo vino

Appollaiata sulle alture che lambiscono il corso del Douro, questa città di fiume è marittima nel cuore: la sua storia e le sue atmosfere rimandano al vicino Atlantico anticipando quelle delle spiagge della vicina FozPorto ha mantenuto nei secoli la grande tradizione del commercio e della costruzione navale. Ricoprì un ruolo importante durante le spedizioni portoghesi del XV secolo, fu una protagonista nel commercio del Porto dal XVIII secolo, il tipico vino dolce e liquoroso della valle del Duoro.

Igreja do Carmo

Porto è una città aperta al turismo ma al contempo gelosa della sua identità, la sintesi di questa ambivalenza è il quartiere della Ribeira affacciato sul corso del Douro, Sito Unesco Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Gli angoli più fotografati del “quartiere sul fiume” sono stati tirati a lucido per i turisti negli ultimi anni ma la Ribeira si rivela ancorata alla sua identità nei vicoli secondari, tra le pareti scrostate delle case e le fronde di biancheria stesa su liane di spago. In quest’area della città si concentrano gran parte delle mete da visitare a Porto. Si può iniziare il tour da un punto di arrivo, la Stazione ferroviaria di São Bento, la prova inconfutabile che un luogo di transito può rivelarsi un’esperienza. Un tramite come stato in luogo dove soffermarsi ed ammirare i grandi pannelli di azulejos degli anni ’30 ad opera di Jorge Colaço: più di 20.000 piastrelle bianche e azzurre tappezzano il grande atrio della stazione illustrando battaglie storiche e scene di vita quotidiana.

Si prosegue alla scoperta del quartiere facendo tappa nel luogo del credo simbolo della città, il . L’imponente cattedrale del XII secolo spicca severa nei toni freddi del granito grigio tra il colore acceso delle case. La facciata si presenta lineare con un grande rosone centrale e due torri gemelle con cupole ai lati ma al suo interno la chiesa è ammantata dall’opulenza barocca del XVIII e lascia solo intravedere la purezza dello stile romanico delle sue origini. Degno di nota il chiostro, un abbraccio stilistico ritmato dalle geometriche arcate gotiche e dalle ricche decorazioni delle azulejos. Un racconto dettagliato in bianco e azzurro che rappresenta il Cantico dei Cantici di Salomone e la Vita della Vergine.

Le azulejos del chiostro del Sé

La Cattedrale non è solo un simbolo di Porto, è anche un punto di riferimento e di “vedetta” grazie alla posizione più alta rispetto alle altre zone della città: dal Terreiro da Sé, lo spazio davanti alla chiesa, si ammira una splendida visuale sulla Ribeira, sul Douro e spazia sulla cittadina di Vila Nova de Gaiaappollaiata sull’altra sponda del fiume.

Il barocco è uno stile ricorrente in città, “rimodernò” numerose chiese e palazzi nel XVIII secolo. L’apoteosi dell’eccentrico si trova sempre nel quartiere, la Igreja de São Francisco interamente decorata con la particolare tecnica della talha dourada, intarsi in legno dorato. Sulle pareti della chiesa si anima un paradiso ligneo di cherubini, animali e grappoli d’uva, personaggi e fronzoli che transitarono in purgatorio durante la fine del XVIII secolo: questi decori vennero considerati eccessivi dai membri del clero tanto da sospendere le funzioni religiose per un lungo periodo.

Nel denso tessuto urbano della Ribeira spicca la Torre dos Clérigos dell’omonima chiesa, anch’essa edificio dell’epoca barocca concepito da Nicola Nasoni, architetto di origine italiana. Vale la visita la faticosa salita sino alla sua cima per poi rituffarsi nel labirinto di stradine del quartiere sino a giungere nella sua parte bassa dove parte il ponte in ferro Dom Luis I. Questa mirabile infrastruttura venne progettata nel 1881 da Téophile Seyrig, allievo di Gustave Eiffel. La forma leggiadra dell’arcata centrale ricorda l’iconica torre francese, elemento stilistico e strutturale del ponte che collega Porto alla cittadina gemella Vila Nova de Gaia dove poter visitare numerose cantine e degustare dell’ottimo Porto. Questo centro è rinomato in tutto il mondo per la migliore produzione di tutto il Portogallo di questo particolare vino. Il Dom Luis I è un’opera ingegneristica scenografica, soprattutto se ammirata da sotto o da un barcos rabelos. Si tratta delle tipiche imbarcazioni che transitano lungo il fiume, un tempo adibite al trasporto delle botti di porto, oggi utilizzate per le gite turistiche, un’esperienza da provare per ammirare la città da un’altra prospettiva.

Il ponte in ferro Dom Luis I, 1881

Porto è famosa per il suo vino ma è anche un viaggio nel gusto. Il Mercado do Bolhão è il più famoso e qui è possibile trovare tutte le specialità del posto. Le osterie collocate nella parte centrale del mercato sono la meta ideale per fare uno spuntino, deliziatevi con la triade del gusto di Porto: la trippa, il baccalà, cucinato in 100 modi diversi, e la franchesina, un toast inventato negli anni ’60 e oggi il piatto veloce per eccellenza. Il mercato è un’occasione per degustare le specialità tipiche ma anche per conoscere gli usi e costumi degli abitanti della città, un affaccio sulla quotidianità.

Porto si distingue anche per un altro cibo, alcuni lo definiscono “per la mente”, i libri. Prima delle degustazioni alcoliche fate una tappa alla libreria di Lello e Irmão, da tanti considerata la più bella del mondo. Ideata dall’ingegnere e politico portoghese Francisco Xavier Esteves a fine ‘800, questo luogo è una perfetta fusione di stile gotico e liberty, un’atmosfera da favola. Non è un caso se venne scelta dagli scenografi di Harry Potter come set per alcune riprese. Tra gli scaffali ricolmi di volumi spicca sinuosa una grande scala in legno a forma di otto o di infinito, quasi un richiamo a perdersi in uno dei tanti mondi racchiusi nei libri o nel fascino di questo luogo suggestivo.

Porto, la città cartolina dai colori sbiaditi, un puzzle imperfetto dove nei pezzi mancanti sono incastonati gioielli barocchi. Porto è come il profumo del suo vino, ebrezza rilassata che si affaccia sul placido scorrere del Douro. Un tuffo nella storia e nelle tradizioni ma allo stesso tempo un percorso esperienziale, da scoprire a ritmo lento.

Immagine di copertina: panorama della Ribeira, a sinistra la cattedrale del Sé, a destra la Torre dos Clérigos

Photo credits: Elena Bittante

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Porto, una città di fiume marittima nel cuore. Un puzzle imperfetto dove nei pezzi mancanti sono incastonati gioielli barocchi ammantati di azulejos, le piastrelle in ceramica bianche e azzurre almanacchi della storia portoghese. Porto è come il profumo del suo vino, ebrezza rilassata che si affaccia sul placido scorrere del Douro. Un tuffo nella storia e nelle tradizioni alla scoperta delle opulente chiese, dei raffinati caffè, delle librerie da favola e dei vicoli secondari, tra le pareti scrostate delle case e le fronde di biancheria stesa su liane di spago❣️ Il mio articolo dedicato a questa città dall’atmosfera mediterranea che fiuta l’aria dell’Atlantico: http://www.europeanaffairs.it/roma/2019/08/10/porto-la-citta-di-fiume-marittima-nel-cuore/ 🇵🇹 . . . #porto #oporto #oportolovers #visitporto #portugal #portogallo #travelingportugal #discoverportugal #portoportugal #winetourism #travelandlife #traveldiaries #culture #cultureheritage #culturetrip #naturelandscape #europetravel #livingeurope #livetravelchannel #europe_vacations #traveljournalist

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Ragusa, la città barocca dalle due anime

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Un tuffo nella luce e nella raffinata pazzia del barocco siciliano, il Val di Noto. L’angolo più estremo della Sicilia è il centro della creatività: Ragusa, Noto, Caltagirone, Modica, Scicli, Palazzolo Acreide, Militello Val di Catania, fenici di umanità che hanno reagito al dramma del terremoto del 1693 con gioia creativa e di vivere. Anarchia del bello come risposta alla paura dell’indistinto, città UNESCO, patrimoni di bellezza e umanità da scoprire seguendo il volgere del sole: come specchi della sua vanità incendiano la loro pietra candida sin dalle prime ore dell’alba per giungere al culmine infuocato del tramonto. Il tour inizia dal capoluogo Ragusa, la città dalle due anime

Ragusa Ibla

E’ facile intuire il perché Ragusa Ragusa Ibla siano due realtà distinte in un’unica città, si può capire dando uno sguardo alla mappa prima dell’arrivo: la trama urbana segue la sinuosità dei colli, i monti Iblei, un sali scendi che la caratterizza e delinea la sua doppia identità. Ragusa venne distrutta dal terremoto nel 1693 e durante la ricostruzione si crearono due grandi poli, uno sulle macerie della vecchia città, Ragusa Ibla, e una nuova, Ragusa superiore. Nel 1865 la loro distinzione era tale da costituire due comuni, per poi essere riuniti nei primi del ‘900. Oggi, nonostante il legame amministrativo, le due realtà restano appollaiate quasi a specchiarsi l’un l’altra, collegate da tre ponti, il vecchio, il nuovo e quello di San Vito, e da una lunga scalinata di 340 gradini. Una passeggiata impegnativa se percorsa iniziando da Ragusa Ibla, che si trova ad un’altitudine più bassa rispetto a Ragusa superiore. Non è un caso che questa area, la più antica e caratteristica, venga chiamata “jusu”, che in dialetto significa “sotto”.

Via delle Scale, inizio della scalinata che conduce a Ragusa superiore

La città di Ragusa è stata inserita interamente tra i siti patrimonio mondiale dell’Umanità Unesco nel 2002. Si comprende la ragione di questo meritato riconoscimento addentrandosi a Ragusa Ibla. Venne ricostruita per volontà del ceto nobiliare dopo il terremoto del 1693 in stile tardo barocco, una novità assoluta per quei tempi. Il suo simbolo è il Duomo di San Giorgio, trofeo di pietra che sovrasta l’omonima piazza. Frutto del progetto di Rosario Gagliardi, protagonista della ricostruzione barocca del Val di Noto. La chiesa spicca nell’immediato con la sua facciata costruita “a torre” con il campanile inserito al suo interno. Il ricamo di dettagli e il gioco di concavità e convessità della facciata rende quest’opera monumentale un’architettura leggiadra, una sinfonia di forme adagiata su un piedistallo di scale, in posizione obliqua rispetto alla piazza sottostante. La chiesa risplende baciata dal sole e spicca con la sua enorme cupola, come un faro che illumina la via nel mare di vicoli della città vecchia.

Duomo di San Giorgio, simbolo della città

Le chiese a Ragusa Ibla invocano un pellegrinaggio dell’arte oltre che della fede. Incantevole la chiesa di Santa Maria dell’Itria appartenuta al Sovrano Militare Ordine di Malta, si rivela maestosa secondo una perfetta scenografia barocca in una stradina “di clausura” dell’antico quartiere ebraico Cartellone. La chiesa delle Anime Sante del Purgatorio, chiamata dai cittadini “degli archi” per via dell’acquedotto che un tempo l’attraversava, Santa Maria dei Miracoli o “bammina” della metà del XVII secolo, rimasta incompleta costituisce un esemplare unico nel panorama barocco della città. Tra le tante chiese che sono rinate dopo il terremoto, il portale di San Giorgio resta ancorato al ricordo da quel giorno fatidico: è ciò che rimane di una chiesa in stile gotico-catalano di epoca normanna del 1349, un arco acuto con ricchi intagli e al centro la figura di San Giorgio a cavallo che uccide il drago e libera la principessa di Berito. Poco distante si trovano i Giardini Iblei, chiamati dai ragusani “la Villa”. Realizzati a metà ‘800 sono un luogo di quiete e di contemplazione: si trovano in una posizione suggestiva su uno sperone di roccia, un autentico belvedere sulla vallata dei Monti Iblei.

La chiesa di Santa Maria dell’Itria nel quartiere Cartellone

Ai luoghi del credo si alternano meravigliosi palazzi come il palazzo Cosentini, il primo costruito in stile barocco a Ragusa e il palazzo della Cancelleria, conosciuto anche come palazzo Nicastro del XVIII secolo, abbarbicato in una posizione suggestiva nel quartiere degli Archi lungo la via delle Scale che conduce a Ragusa superiore. Lungo questa via s’incontra un’altra chiesa, un punto di riferimento tra le due anime della città, Santa Maria delle Scale, la più antica di Ragusa. Dal suo terrazzo panoramico possiamo ammirare e comprendere l’identità di Ragusa Ibla: basta volgere lo sguardo alle simmetrie delle abitazioni rese vivaci dal barocco siciliano, vuoti alternati a trofei di pietra con le loro facciate in movimento. Le architetture sembrano quasi evocare una musica, un’armonia perfetta dalle note in crescendo.

Ragusa superiore ha barattato la sua essenza antica con la crescita urbana dalla seconda metà del ‘900, spesso incurante di speculazione. Il lato della città meno pittoresco ma altrettanto interessante. Da non perdere la Cattedrale di San Giovanni Battista. Anch’essa riscostruita dopo il terremoto, spicca imponente e “mutilata”: si caratterizza per un singolo campanile mentre sul lato destro resta il basamento vuoto di un secondo mai realizzato. A poche centinaia di metri il palazzo Vescovile Schininà oggi sede del vescovado e degli uffici della curia, il palazzo Zacco che ospita gli incontri culturali in città e sede del Museo del Tempo Contadino e la Civica raccolta Carmelo Cappello, noto scultore ragusano. Consigliato anche il Museo Archeologico Ibleo, che raccoglie i preziosi reperti raccolti negli scavi compiuti nell’area a partire dal Neolitico.

Ragusa, due anime distinte unite dalla stessa voglia di rivalsa contro la natura matrigna che la ridusse in cenere. Un luogo magico che ha ispirato anche la creatività di Andrea Sironi, regista del Commissario Montalbano, la fortunata serie televisiva Rai tratta dai romanzi del maestro Andrea Camilleri. Un atelier dell’arte tra tufi silenziosi e luminosi, dove si racconta il tardo barocco siciliano, uno stile fantasioso e affollato che fu capace di sprigionare vita dalla pietra nella Sicilia dell’apocalisse: una rivalsa di gioia creativa al vuoto e alla perdita d’identità lasciate dal terremoto del 1693. Anarchia del bello come risposta alla paura dell’indistinto, un patrimonio di bellezza e umanità unico al mondo.

La cupola del duomo di San Giorgio che spicca da tutti gli angoli del quartiere

Immagine di copertina: panorama di Ragusa Ibla 

Photo credits: Elena Bittante

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Ragusa Ibla, città di folle raffinatezza patrimonio @unesco ♥️ Uno sguardo incantato alle simmetrie delle abitazioni rese vivaci dal barocco siciliano, vuoti alternati a trofei di pietra con le loro facciate in movimento… L'architettura sembra quasi evocare una musica, un’armonia perfetta dalle note in crescendo. Il tardo barocco siciliano è uno stile fantasioso e affollato, fu capace di sprigionare vita dalla pietra nella Sicilia dell'apocalisse: una rivalsa di gioia creativa al vuoto e alla perdita d'identità lasciate dal terremoto del 1693 che rase al suolo la città. Anarchia del bello come risposta alla paura dell'indistinto, un patrimonio di bellezza e umanità unico al mondo ✨ . . . #ragusaibla #ragusa #valdinoto #barocco #baroccosiciliano #vivoragusa #igragusa #sicilia #igsicilia #visitsicilia #sicilians_world #sicilytourism #sicilypictures #whatitalyis #cultureheritage #travelandlife #traveldiaries

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Vienna: Hundertwasser House, l’edilizia popolare come opera d’arte

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La città dell’eleganza innata, dei walzer sognanti e della storia imperiale si racconta anche nella trasgressione architettonica del ‘900: la Hundertwasser House spicca tra i delicati toni pastello di Vienna inebriandola con i suoi colori vibranti. Il rigore asburgico cambia linguaggio e si racconta con ironia

Un sognatore razionale Friedensreich Hundertwasser, pioniere dell’architettura sostenibile che sin da tempi non sospetti realizzò numerosi edifici ispirati alla natura e alle sue forme con progetti virtuosi per l’ambiente. La sua tecnica spaziò nelle più sfrenate fantasie creative, in costante bilico tra fisica e metafisica teorizzando concetti a tratti surreali come “I diritti delle finestre”, convinto sostenitore che gli edifici non fossero costruiti da pareti murarie ma proprio dalle finestre, per l’artista, occhi attraverso i quali guardare il mondo nell’intimità della propria casa. Architetto visionario ed esponente dell’architettura organica, descrisse la sua ricerca con linee irregolari e forme ispirate alla natura più che alla ragione. La Hundertwasser House ne è l’esempio perfetto nonché la sua opera architettonica più famosa che stacca dalla trama urbana viennese catalizzando migliaia di visitatori curiosi.

Un edificio d’avanguardia stilistica ma anche un progetto virtuoso e morale. La Hundertwasser House nasce infatti come social housing, un complesso residenziale creato nel 1985 per i meno abbienti. Ospita 50 appartamenti, 16 terrazze private e 3 comuni, alcuni negozi, un ristorante, un parco giochi per bambini e una palestra. Vere e proprie case popolari con vezzo creativo e struttura innovativa. L’architetto desiderava rompere con lo stile dell’edilizia moderna, da lui ritenuta istituzionale, fredda e spesso banale, ideò così un’alternativa unica e originale che potesse rispondere anche ai canoni della sostenibilità ambientale, sensibilità molto meno diffusa a quel tempo. L’edificio venne infatti costruito con materiali ecologici di origine naturale: spesse murature in argilla per la coibentazione, legno per gli infissi, ceramica per i pavimenti, vernici e colle di origine naturale e piante ed alberi come elementi architettonici. La vegetazione è un elemento imprescindibile per Hundertwasser e nella House viennese ammanta il tetto, le terrazze e i loggiati. Le strutture sono state progettate con fogli anti–radice per la protezione dei solai e pannelli isolanti, presentano inoltre strati di pomice e ghiaia per drenare l’acqua e apposite griglie di acciaio inossidabile per contenere le radici. La Hundertwasser House ospita dei veri e propri giardini pensili, microcosmi naturali nella dimensione urbana che si sostentano grazie ad un sistema di irrigazione che veicola l’acqua piovana raccolta da una cisterna.

Questo atipico complesso residenziale unico nel suo genere si presenta come un elemento di rottura nell’edilizia di Weissgerber, composto quartiere nel centro della capitale austriaca. Spicca tra gli edifici dalle linee brutaliste e nostalgici condomini in stile ottocentesco, un paese dei balocchi nel rigore viennese. Le sue forme singolari e i suoi colori vividi appaiono come un miraggio urbano, simile ad un set cinematografico più che ad un complesso di case popolari, capace di catturare anche l’attenzione dei passanti più distratti ed attrarre orde di turisti che aspettano il loro turno per scattare una foto ricordo con sfondo multicolor, spesso ignorando l’entità del progetto. Gli appartamenti si distinguono per le diverse tonalità, una caratteristica che i veneziani possono riconoscere facilmente associando la Hundertwasser House alle case variopinte dell’isola di Burano, il concetto è il medesimo ma sviluppato in altezza. Un rincorrersi di finestre irregolari e un menabò di ceramiche di recupero volutamente diverse nelle forme, un puzzle scomposto che si rivela nell’armonia totalizzante di un incastro perfetto. Hundertwasser concepì questo progetto secondo una tecnica conosciuta come “transautomatismo”, la capacità dell’artista di attingere al suo subconscio e trasferire le sue emozioni su tela facendo dei movimenti automatici. Una sfida vinta quella dell’eclettico architetto che ha saputo tradurre in tecnica strutturale lo slancio emozionale, una progettazione che coniuga l’istinto alla razionalità ispirandosi alla natura. La Vienna sognante non vive solo nelle storie dei reali ma anche ai piani bassi della società dove ribolle una creatività capace di trasformare delle case popolari in un’opera d’arte.

 

Nota di viaggio

Dopo il complesso residenziale non perdete una visita al Museo Hundertwasser dove ammirare i dipinti, i disegni e i progetti architettonici di Freidrich Hundertwasser.

Immagine copertina: Hundertwasser House, Weissgerber, Vienna.

Photo credits: Elena Bittante

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La città dell’eleganza innata, dei walzer sognanti e della storia imperiale si racconta anche nella trasgressione architettonica del ‘900: la Hundertwasser House spicca tra i delicati toni pastello di Vienna inebriandola con i suoi colori vibranti. Il rigore asburgico cambia linguaggio e si racconta con ironia. 🌈 Il mio articolo racconta un tassello di questa città sognante che non vive solo di favole imperiali ma anche di tante storie ai piani bassi della società dove ribolle una creatività capace di trasformare delle case popolari in un’opera d’arte: http://www.europeanaffairs.it/roma/2019/03/05/hundertwasser-house-ledilizia-popolare-come-opera-darte/ ✨ . . . #hundertwasserhaus #hundertwasser #vienna_city #vienna_go #wienliebe #visitvienna #österreich #organicarchitecture #ecodesign #ecoarchitecture #designdistrict #surrealart #colorfullife

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Bratislava, la capitale per una passeggiata nel cuore d’Europa

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Bratislava, affacciata sul fiume della musica e dei romanzi, legata ad un passato di contese. Oggi è una capitale orgogliosa che guarda dinamica al futuro e accoglie i viaggiatori in un’atmosfera gioiosa a dispetto dello stereotipo post sovietico: gli slovacchi alzano i boccali grondanti di birra dorata e brindano ad una nuova primavera europea

Panorama dal castello: la Stare Mesto e la città nuova in lontananza

Una capitale a misura d’uomo, tutta da scoprire, dal maestoso castello che la sorveglia dall’alto, al curioso Cumil, la statua più famosa della città che vigila il passaggio dei turisti dal basso (meglio conosciuta come “il guardone” per lo sguardo malandrino che punta spudorato alle sottane delle signore). Città che pulsa nel cuore d’Europa, meno inflazionata della magica Praga, dell’elegante Budapest e della regale Vienna (quest’ultima dista solo 60 km, vale una trasferta in giornata in macchina, treno, bus oppure in battello durante la bella stagione). Bratislava è ben collegata a diverse città italiane da voli low cost in partenza da numerosi aeroporti, una meta perfetta da visitare durante il weekend. Il suo fascino si concentra nella Stare Mesto, la città vecchia, e nel Bratislavský hrad, il grande castello ma non mancano satelliti d’interesse poco distante, come la surreale chiesa azzurra o il moderno Ufo del Nový Most, il ponte nuovo sul Danubio.

Cumil, la statua più famosa di Bratislava
Stare Mesto

Il Bratislavský hrad, il castello di Bratislava, è il simbolo della capitale slovacca, dal 1961 monumento storico nazionale. Sin dall’antichità domina la città dall’alto di una collina; durante il IV secolo a.C. venne abitato dai Celti per poi essere conquistato dai Romani ma l’aspetto attuale risale alle ricostruzioni del XV e il XVII secolo, un mix tra stile rinascimentale e barocco, dalla caratteristica forma quadrangolare che lo rende simile a un “tavolo rovesciato”. Deve infatti a questa similitudine l’originale appellativo. La vera rinascita del castello si deve a Maria Teresa d’Asburgo che lo scelse come residenza estiva: è proprio durante il suo regno che ebbe inizio l’epoca d’oro per il maniero e per tutta la città di Bratislava, al tempo nota come Presburgo. Un’eredità asburgica che tutt’oggi testimonia nelle sue forme la trasformazione da cupa fortezza ad elegante dimora. Alla fine dell’700 diventò un seminario per poi cadere in rovina dopo il rovinoso incendio del 1811. Solo nel 1953 ebbero inizio i lavori di ristrutturazione e dal 1993 è sede rappresentativa del Parlamento slovacco, anno che sanciva la separazione dalla Cecoslovacchia. All’ingresso la statua equestre di Svatopluk I, sovrano di Moravia del IX secolo, attende orgogliosa i numerosi turisti che sostano qualche minuto sul belvedere: un’incantevole puzzle di tetti color ocra della città vecchia in antitesi con il ponte nuovo che attraversa le acque rilassate del Danubio. Le sale del castello ospitano il Museo Nazionale Slovacco con interessanti raccolte di manufatti e antiquariato locale, e il Museo della Musica, uno scorcio sulla storia e sulle tradizioni del paese.

Statua equestre di Svatopluk I, Bratislavský hrad

Dopo la visita al castello si scende verso il centro storico seguendo i passaggi pedonali che attraversano la superstrada, un’audace infrastruttura che taglia la vecchia trama urbana recidendo il continuum storico tra le due attrattive principali della città. Una pianificazione del territorio opinabile ma che collega strategicamente le due rive della città affacciate sul Danubio: la viabilità è la stessa che attraversa il ponte nuovo, il Nový Most. Affacciata al nastro di asfalto è impossibile non ammirare la “Bella sul Danubio”, l’imponente chiesa di San Martino recentemente rimaneggiata. La cattedrale svetta quasi in bilico sulla superstrada nonostante la struttura maestosa dell’originario impianto gotico. Una tappa cittadina da ammirare all’esterno e all’interno dove è custodita una copia della corona imperiale ungherese ricoperta d’oro dal peso di 300 kg. Dopo il trafficato dardo di catrame è tutta un’altra storia, ci si addentra nella città vecchia percorrendo le viette lastricate che si snodano dalla chiesa e conducono al cuore della Stare Mesto. Le mete principali sono Michalská brána, la Porta di San Michele dove sulla cima vegliano le statue di San Michele e il Drago, e Hlavnè namestie, la piazza principale dal XIII secolo cuore pulsante della città dove spicca l’imponente municipio, Stara Radnica, collage architettonico che riassume cinque secoli. Un piccolo centro ricco di fascino, un susseguirsi di scorci suggestivi nell’area pedonale di Korzo. Un dedalo di stradine e di edifici medievali alternati ai postumi asburgici come il Palazzo del Primate distinguibile dalla raffinata facciata simile ad un ricamo delicato.

La bellezza di Bratislava si concentra nel centro storico ma poco fuori la Stare Mesto si trova il gioiello architettonico di Modry Kostolik nella città nuova, la famosa chiesa azzurra (chiesa di Sant’Elisabetta) che nelle belle giornate di sole si confonde con il cielo. Questo edificio art nouveau del 1907, progettato dall’architetto Ödön Lechner, spicca per la sua tonalità brillante in un quartiere dove ancora prevale un’edilizia post sovietica.

Prima di lasciare questa piccola e graziosa capitale ricordiamola con una vista panoramica dall’alto: uno scorcio indimenticabile dall’Ufo, la moderna torre del ponte nuovo sul Danubio. Una cartolina dove spuntano il maestoso castello e i pinnacoli ossidati delle chiese dal mare di tetti rossi della Stare Mesto. Questa struttura a navicella, così chiamata dagli abitanti per le sembianze aliene, si rivela una tappa interessante nonché un’occasione per sorseggiare una rinfrescante birra chiara ammirando il belvedere dalla piattaforma panoramica.

Modry Kostolik, la chiesa azzurra
Ufo del Nový Most

Immagine copertina:  Bratislavský hrad, il castello di Bratislava

Photo credits: Elena Bittante

 

Elena Bittante
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