{"id":1807,"date":"2018-09-14T07:24:12","date_gmt":"2018-09-14T05:24:12","guid":{"rendered":"http:\/\/www.europeanaffairs.it\/roma\/?p=1807"},"modified":"2023-11-22T18:26:02","modified_gmt":"2023-11-22T17:26:02","slug":"la-cina-in-europa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europeanaffairs.it\/roma\/2018\/09\/14\/la-cina-in-europa\/","title":{"rendered":"La cina in Europa"},"content":{"rendered":"<p>da: NOTIZIEGEOPOLITICHE.NET<\/p>\n<p>Si potrebbe semplicemente trattare di una scelta: visto che l\u2019Europa politica non esiste, preferiamo essere una colonia americana o cinese?<\/p>\n<p>Fino a poco pi\u00f9 di trent\u2019anni or sono il dilemma non si poneva. Sembrava che tutto il cammino davanti a noi fosse segnato: l\u2019Europa sarebbe stata sempre pi\u00f9 unita e avrebbe riconfermato la sua appartenenza al mondo occidentale, vicina agli USA ma finalmente su un livello di parit\u00e0. Quel sogno che sembrava scritto nel destino \u00e8 praticamente svanito nel nulla e sar\u00e0 gi\u00e0 un miracolo se continuer\u00e0 ad esistere almeno il mercato unico delle merci.<\/p>\n<p>Anche l\u2019euro, nato male perch\u00e9 fatto \u201cprima\u201d dell\u2019omogeneizzazione finanziaria, fiscale e soprattutto politica mostra la corda e ci si domanda se, come e quanto tempo potr\u00e0 sopravvivere.<\/p>\n<p>Nell\u2019insipienza e nell\u2019 immobilismo colpevole delle classi politiche d\u2019Europa altri si sono mossi e hanno, prudentemente e poco per volta, tessuto le loro trame. Pi\u00f9 determinati tra tutti i cinesi, abituati per cultura a guardare sull\u2019arco dei secoli e non come da noi con l\u2019occhio alle elezioni del prossimo anno.<\/p>\n<p>Gli investimenti di capitali provenienti dalla Cina in Europa sono passati dai due miliardi di euro nel 2010 ai 35 miliardi del 2016, superando negli ultimi cinque anni quelli americani. Occorre non sottovalutare il fatto che sono quasi sempre soldi non privati bens\u00ec decisi e controllati dal governo di Pechino.<\/p>\n<p>I principali oggetti di interesse sono state aziende di media dimensione, ad alta tecnologia e con alta redditivit\u00e0, i marchi del lusso, le propriet\u00e0 immobiliari e gli strumenti logistici legati direttamente o indirettamente alla distribuzione delle merci. Contemporaneamente i prodotti cinesi hanno invaso i nostri mercati e le bilance commerciali della maggior parte dei Paesi dell\u2019Unione sono diventate fortemente deficitarie. L\u2019Italia ad esempio ha importato nel 2017 per 28,4 miliardi di euro e ha esportato per 13,5 miliardi (fonte Eurostat). La Spagna ha fatto peggio, con un saldo netto deficitario di piu\u2019 di 15 miliardi di euro. Non c\u2019\u00e8 da stupirsi per questi disavanzi poich\u00e9, se \u00e8 vero che la Cina \u00e8 il piu\u2019 grande importatore e consumatore di beni e di materie prime, \u00e8 anche da molto tempo il maggiore esportatore del mondo.<\/p>\n<p>Comunque sia, l\u2019attenzione cinese verso il nostro continente va ben al di l\u00e0 di una sola questione commerciale.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 l\u2019\u00acinteresse per l\u2019Europa? Per almeno tre motivi. Primo: la presenza di alta tecnologia a prezzi relativamente bassi per chi ha, come i cinesi, grandi disponibilit\u00e0 di valuta estera. Secondo: \u00e8 il mercato pi\u00f9 ricco del mondo per la ricezione di un\u2019infinit\u00e0 di merci. Terzo: a differenza degli Stati Uniti, non esiste (almeno per ora) un ente pubblico che pu\u00f2 bloccare l\u2019acquisto di aziende che potrebbero essere considerate strategiche da parte di soggetti extra europei (solo 15 dei 28 Paesi dell\u2019Ue hanno meccanismi di controllo sugli investimenti stranieri).<\/p>\n<p>L\u2019insieme di questi fattori e la possibilit\u00e0 di negoziare investimenti e logistica con ciascun Paese separatamente consente a Pechino di dettare ogni volta le condizioni per lei pi\u00f9 convenienti.<\/p>\n<p>Per capire dimensione e obiettivi della strategia cinese occorre ricordare che il 75% dell\u2019import europeo arriva via mare attraverso i porti del nord ed \u00e8 una compagnia di quel Paese a detenere il 35% di Euromax, la societ\u00e0 che gestisce il porto di Rotterdam, e il 20% del terminal di Anversa.<\/p>\n<p>Poich\u00e9 il transito via Mediterraneo sarebbe pi\u00f9 breve, meno caro e darebbe comunque accesso al continente, dal 2009 la COSCO (China Ocean Shipping Company) ha cominciato a fare contratti con il porto greco del Pireo, arrivando nell\u2019agosto 2016 ad acquisirne una quota del 51%. Da allora 3\/5 delle merci cinesi che arrivano in Europa passano dal Mediterraneo. La stessa COSCO non si \u00e8 fermata in Grecia: possiede anche il 51% di Noatum, la societ\u00e0 che gestisce i porti di Valenza e di Bilbao sull\u2019Atlantico. Il terminal container di Barcellona, che \u00e8 totalmente automatizzato e in tutto il mare una volta \u201cnostrum\u201d pu\u00f2 ricevere le navi pi\u00f9 grandi di ogni altro porto mediterraneo, appartiene gi\u00e0 alla societ\u00e0 Hutchinson Ports con sede a Hong Kong.<\/p>\n<p>Dall\u2019altra parte del Mediterraneo \u00e8 cinese anche il terzo (per volumi) porto turco di Kumport, vicinissimo a Istanbul, e non va sottovalutato che la Turchia \u00e8 un partner economico privilegiato dell\u2019Unione.<\/p>\n<p>Sempre da cinesi sono costruiti e finanziati i nuovi porti israeliani di Haifa e Ashdod. Per non lasciare le cose a met\u00e0, sono sempre societ\u00e0 \u201cmandarine\u201d ad essere i pi\u00f9 grandi investitori nella Zona Economica Speciale del canale di Suez mentre, sempre in Egitto, la China Electric Power Equipment and Technology sta tirando 1210 km di cavi elettrici e costruisce una centrale elettrica con potenza di 500KW. Sulla terra ferma europea, oltre ad interessarsi di piccoli Paesi come la Moldavia destinati in futuro a diventare possibili membri dell\u2019Unione o almeno a godere di esenzioni doganali, Pechino sta finanziando, tra l\u2019altro, la nuova autostrada Belgrado-Budapest nei Balcani.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda l\u2019Italia, basta ricordare che il nostro \u00e8 uno dei Paesi ove la bassa crescita e la crescente debolezza dell\u2019economia rendono molto economici e facili le acquisizioni. Fino ad ora gli investimenti cinesi hanno privilegiato Germania e Gran Bretagna mentre Italia e Francia sono rimaste al terzo e quarto posto. Negli ultimi sei anni le cose han cominciato a cambiare. Se nel 2013 erano arrivati poco pi\u00f9 di un miliardo di euro e nel 2014 quasi due miliardi e mezzo, nel 2015 sono stati sette miliardi e duecento, per scendere leggermente negli anni successivi. Di fatto la Cina \u00e8 oggi il decimo investitore nelle aziende italiane quotate in Borsa. A differenza di ci\u00f2 che succede in Grecia, il sentimento popolare degli italiani verso i cinesi non \u00e8 particolarmente positivo ma i soldi fanno gola a tutti e la chimera della \u201cNuova Via della Seta\u201d ha spinto il precedente governo a proporre come punto d\u2019arrivo delle merci cinesi verso l\u2019Europa un consorzio tra cinque porti dell\u2019Adriatico: Venezia (ove sembrerebbe che i cinesi stiano pensando a un porto \u201cgalleggiante\u201d), Trieste, Ravenna, Capodistria e Fiume.<\/p>\n<p>Il vero problema di tutte queste azioni cinesi in Europa e nel Mediterraneo \u00e8 che astutamente la loro presenza non si limita a garantirsi le vie d\u2019accesso ad un mercato particolarmente ricco ma puntano ad acquisire il controllo sulle societ\u00e0 di gestione delle infrastrutture cui mirano. Il risultato \u00e8 di diventare i padroni reali delle loro attivit\u00e0 e di poter cos\u00ec decidere man mano, secondo convenienza degli stessi cinesi, quale approdo o via di comunicazione privilegiare anche a scapito delle altre controllate. \u00c8 facile immaginare il potere di condizionamento che ne deriva sui Governi a causa delle ricadute in termini economici e occupazionali.<\/p>\n<p>Il progetto \u201cNuova Via della Seta\u201d, cui non a caso le banche statali cinesi hanno garantito crediti per 400 miliardi di dollari, non \u00e8 un semplice progetto commerciale. \u00c8 il mezzo attraverso cui Pechino punta a espandere la sua influenza e la sua presenza strategica nell\u2019Asia del Sud, in Medio Oriente e in Europa. Gi\u00e0 si sono anche attuate manovre marittime militari tra navigli della flotta della Repubblica Popolare e la Grecia (nel 2015). Manovre della Marina cinese si sono tenute pure nel Mediterraneo dell\u2019est e persino nel Mar Baltico.<\/p>\n<p>\u00c8 proprio vero che il denaro non ha odore e, forse, tutta l\u2019Europa ha gi\u00e0 fatto suo il detto della peggiore Italia, quello che credevamo appartenere solo ad altri tempi: \u201cFranza o Spagna, purch\u00e9 se magna!\u201d.<\/p>\n<p><em>Dario Rivolta , gia&#8217; deputato, \u00e8 analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da: NOTIZIEGEOPOLITICHE.NET Si potrebbe semplicemente trattare di una scelta: visto che l\u2019Europa politica non esiste, preferiamo essere una colonia americana o cinese? Fino a poco pi\u00f9 di trent\u2019anni or sono il dilemma non si poneva. Sembrava che tutto il cammino davanti a noi fosse segnato: l\u2019Europa sarebbe stata sempre pi\u00f9 unita e avrebbe riconfermato la sua appartenenza al mondo occidentale, vicina agli USA ma finalmente su un livello di parit\u00e0. Quel sogno che sembrava scritto nel destino \u00e8 praticamente svanito nel nulla e sar\u00e0 gi\u00e0 un miracolo se continuer\u00e0 ad esistere almeno il mercato unico delle merci. 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