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Una lettera al Direttore su un’idea di destra, liberale ma (oggi) impossibile (forse).

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Caro Direttore, 

Gentile Alessandro,

 

ormai diversi  giorni fa ho avuto la malsana idea di scrivere un post su Facebook, che aveva un solo soggetto, tante copule, ma nessun verbo. Era la mia idea, o il mio desiderio, di destra. 

Devo fare una precisazione: come sai non ho mai avuto tessere di partito. Quando le avrei volute, non ho mai fatto in tempo, perché poi il partito prescelto cambiava subito idea su qualche dossier per me importante, e quindi mi sono rassegnato. E questo è uno di quei periodi.  

Altra premessa è che ho molti amici politici. Ma quelli più intimi, quelli con cui sono più in confidenza, sono di sinistra. Anche estrema. Parlo, ovviamente, di uomini che appartengono ad una sinistra colta, disposta all’ascolto, realmente democratica e non necessariamente radical chic. Anzi, queste poche righe le dedico a loro, in questi giorni così difficili per la nostra povera, amata e disperata Repubblica (Vi prego: non lasciate che la vostra filigrana rossa si faccia corrompere dalla nerissima ignoranza di politici che si sono formati su Wikipedia, o si sono laureati solo all’università della vita: il MIUR non riconosce questi percorsi formativi) . 

In questo post, insomma, scrivevo che avrei voluto “Una destra liberale, filoatlantica, filoisraeliana, europeista. 
Una destra compìta, elegante, non volgare, non cinica. 
Una destra che sia generosa con gli italiani, corretta con gli stranieri, che possa garantire “un sogno italiano” per tutti coloro che seguano un percorso virtuoso e civile. 
Una destra laica, che non dimentichi però la nostra profonda e radicata tradizione cristiana, senza bisogno di rinnegarla, né di esaltarla misticamente. 
Una destra inflessibile con qualsiasi criminale, straniero o connazionale. Non crudele, non parziale. 
Una destra che esporti i nostri colori e non il nostro odio.”

Non lo avessi mai fatto! Sia pubblicamente, che in privato, ho ricevuto complimenti, velate minacce, qualche tentativo di confutazione. Qualcuno mi ha dato del sionista, qualcuno dell’imperialista. Qualcuno mi ha detto che non sono di destra. Qualcuno mi ha fatto scoprire che esiste addirittura un mondo di pubblicazioni, di intellettuali e di think tank di destra che non si riconosce nei partiti attualmente in auge, e nemmeno in quelli in auge un po’ di tempo fa. 

Esiste insomma chi pensa che sostenere la NATO, ospitare basi militari straniere o alleate, sia una buona cosa. Non solo per questioni di filoatlantismo ma, molto più semplicemente, perché si ritiene intellettualmente vicino ad una sorta di militarismo, buono e non becero, che ama accostare alcuni principi quali la disciplina, l’ordine, i buoni costumi e l’efficienza – tipiche del mondo militare e dell’idea americana di “military” – alle idee di coerenza, di rettitudine, di pragmatismo. E, inoltre, non nascondiamoci dietro ad un dito: la presenza di militari stranieri in Italia, per il PIL di alcuni territori, costituisce una bella iniezione di moneta (pecunia non olet). Pensate alla miriade di stranieri che vivono a Bruxelles tra NATO, UE, agenzie ed altre organizzazioni intergovernative: riuscite ad immaginare quale sia l’indotto? Affitti, infrastrutture, ristoranti, cibo, consumi di ogni genere, etc.  E, inoltre, far parte della NATO o di altre organizzazioni militari simili non può che giovare all’Italia, che si è guadagnata nel tempo una straordinaria credibilità in campo politico-militare, purtroppo quasi nulla in altri settori.

Lasciamo perdere Gladio, Stay Behind ed altre cose, molto importanti per la nostra storia, su cui in passato ci siamo soffermati. Parliamo di oggi: se non fosse stato per la NATO, le nostre Forze Armate non avrebbero probabilmente accumulato un bagaglio esperienziale di prim’ordine  che molti Stati (non solo) neogiunti nell’Allenza ci invidiano. Oggi l’Italia riesce anche a modificare la dottrina delle operazioni NATO: si pensi, per esempio, al solo stability policing con cui il nostro Paese è riuscito ad introdurre nelle missioni di pace l’impiego di forze di polizia a statuto militare che – sul modello dei nostri Carabinieri – nelle aree di crisi durante o dopo un conflitto riescano ad interporsi tra le autorità militari e quelle civili, sostituiscano o affianchino le polizie dei paesi durante o dopo la crisi, addestrino le polizie civili e militari degli Stati che dopo un conflitto  ne facciano richiesta.

Io all’imperialismo americano non credo: anzi, meglio. Ci credo fermamente, ma non credo sia possibile pensare ad un’alternativa, per il nostro Paese, se parliamo di potere militare, politica militare, missioni internazionali ed altro. L’imperialismo c’è e basta. Dagli anni ’40 siamo stati sempre “accompagnati” dalla presenza americana. Di Sigonella ce n’è stata una sola, ed era per un motivo giustissimo. Ma lì il filo- o l’anti- atlantismo non c’entravano nulla: era una questione di sovranità, dal punto di vista prettamente politico, protocollare, giudiziario. 

Israele: confesso di essere molto ignorante sull’eterna lotta tra il presunto bene ed il presunto male. La ragione sarà nel mezzo? Non so, non ho studiato abbastanza. Credo però che l’essere filoisraeliani, in qualche modo, sia una diretta derivazione del precedente corollario filoatlantico. In qualche modo le nostre radici sono giudaico-cristiane, anche per chi si professa ateo: la nostra società è impregnata di questo tipo di cultura e rifiutarla è da stupidi. In secondo luogo, Israele è un paese in continua lotta: sia essa una lotta contro un nemico militare o contro un nemico terrorista, comunque la si intenda le Forze Armate, le Forze di Polizia, i servizi segreti israeliani e la popolazione tutta vivono in perenne allerta, ed hanno sviluppato un sistema di azione e di reazione rapido ed efficace ed un sistema di intelligence tale per cui anche i bambini che passano per strada acquisiscono informazioni utili alle Autorità. Dal basso della mia ignoranza,  io mi sento filoisraeliano molto semplicemente perché il sistema “Israele” mi dà l’idea di qualcosa che funzioni. E, inoltre, credo che la destra radicale – filopalestinese – non dovrebbe lambire nemmeno lontanamente questi argomenti: sono questioni che in mano alle persone sbagliate possono diventare pericolose. 

L’Europa: altro tasto dolente. Come può dirsi pragmatico qualunque movimento politico, di destra o di sinistra, che pensi ad un’uscita dall’Europa o che voglia semplicemente fare ostruzionismo al processo di continua integrazione europea? L’Europa è tutto, è dovunque. Dovremmo amare le istituzioni europee come quelle nazionali. Dovremmo conoscerle meglio, dovremmo cercare di entrarci da veri protagonisti. Hai voglia a dire che siamo i fondatori. Noi in Europa non ci sappiamo più stare: le idee di tolleranza, di integrazione, di unità nella diversità, di cooperazione, di raggiungimento di obiettivi comuni ci hanno del tutto abbandonato. Succede a casa nostra, figurati in Europa. Gli Italiani che hanno fatto carriera nelle Istituzioni comunitarie ci sono arrivati molto spesso con le proprie gambe, senza endorsement della Farnesina, pagandosi gli studi ed i viaggi. Ho già scritto troppo sul perché in Europa, ormai, molti ridono di noi.  Un movimento di destra, che voglia bene al Paese, non può non cercare di migliorare la situazione italiana in Europa, non può non volere una maggiore affermazione della presenza e delle politiche italiane. Non si dovrebbe fare altro che cercare – aldilà di sistemare i conti e chiedere scusa ogni anno a Bruxelles – di entrare a gamba tesa nei dossier più caldi, che non sono solo economia ed immigrazione, ma anche difesa, politiche di vicinato, sicurezza interna. Un movimento di destra non dovrebbe mai girarsi dall’altra parte quando si parla d Europa, ma dovrebbe anzi andarsela proprio a cercare: più Europa vuol dire ricerca, progetti, partnership, soldi, fondi, appalti, stanziamenti. Proporre idee anti-europee è antidemocratico, antigiuridico, anacronistico. Chi afferma il contrario non capisce nulla e farebbe bene a tacere. La penso così, punto e basta. 

L’atteggiamento dei politici: ma si può vivere di slogan, di magliette colorate, di cubiste, di movimenti sguaiati? Oppure, parlando di quegli altri (non oso nemmeno nominarli), si può essere così invidiosi, antimeritocratici o, più semplicemente, cattivi? Si può essere così terribilmente, ignominiosamente, profondamente ignoranti? Può un politico sbagliare più volte i congiuntivi? Può un politico dire che le leggi devono essere vaghe? Può un politico credere alle sirene o alla terra piatta? O alle scie chimiche? Può un politico astenersi dal limare le sue espressioni dialettali più campaniliste? Può un politico non conoscere il significato di parole di uso comune? Può un politico non conoscere l’inglese nel 2020 (se non addirittura almeno un’altra lingua)?

Io la politica me la immagino “in giacca e cravatta”, e non solo (ma anche) in senso figurato, schifosamente borghese: è doveroso verso i luoghi istituzionali dove la politica si fa e verso i comuni cittadini che non godono degli stessi emolumenti e delle stesse prerogative. Un avversario politico si può contrastare anche con eleganza, con raffinatezza, con l’arte oratoria, con i periodi ipotetici e con un abbondante uso di figure retoriche, di pensiero e di parola. Oggi, un politico, specie se asseritamente di destra, dovrebbe commentare con ironia le accuse mossegli, ed argomentare con proprietà di linguaggio le sue ragioni, senza cedere a espressioni dialettali e gergali. In questo, i politici della sinistra moderata di oggi sono molto molto meglio. Inutile oggi guardare al passato. Basta solo dire che i movimenti liberali e liberal-conservatori, pur senza particolare seguito elettorale, hanno sempre goduto del riconoscimento generale quali persone di grande cultura, di chiaro spessore individuale, prima che politico. In parte, ancora oggi è così. 

Per motivi di brevità salterò un’obbligatoria riflessione sulla questione “immigrazione”, su cui mi concentrerò un’altra volta. Ma non posso non soffermarmi sulla laicità.  La laicità dello Stato è sacra. Lo dice la Costituzione, lo hanno affermato anche il Legislatore e la giurisprudenza, più volte. La religione di Stato non esiste e tutti i culti sono ammessi liberamente, fatti salvi quelli contrari al buon costume, all’ordine pubblico. Ma c’è un ma: oggi non possiamo prescindere da una profonda cultura cristiana che ha pervaso il nostro Paese da sempre. Non si può far finta che il Vaticano non ci sia stato e non ci sia e non si può negare che la nostra società sia cresciuta e progredita di pari passo con il cristianesimo cattolico. Il fatto che alcuni temi bioetici, per esempio, in Italia vengano trattati con particolare ritardo rispetto agli altri Paesi non è solo “colpa” del Vaticano: siamo un Paese a maggioranza cattolica e, pertanto è inevitabile, ovvio, e giustissimo che al dibattito culturale e politico partecipino i cattolici. Ognuno con le proprie idee, che possiamo ritenere più o meno evolute e progressiste, può e deve dire la sua e, in termini molto semplificati, la maggioranza vince. Non credo sia necessario dibattere a lungo sulla questione: in altri Paesi il problema della laicità non è nemmeno sfiorato. Ognuno fa quello che vuole, perché, semplicemente, ognuno vive liberamente la sua idea di famiglia, di fine vita, di fedeltà, di sessualità. Chi viola il rispetto dell’altrui libertà non la fa franca. Parlo di violazioni, non di semplici opinioni dissenzienti.  E parlo di votazioni, che esprimono gli esiti di un dibattito culturale. In Italia ci sono i cattolici, ed è giusto che il dibattito culturale e politico sia tutto italiano, e in considerevole parte, anche ispirato da principi cattolici: sul divorzio, l’aborto, le unioni civili, il fine vita…. il (deprecabilissimo e abominevole) fenomeno della maternità surrogata. 

Dico tutto questo nella ferma convinzione che, comunque, ciascuno deve e può essere libero di professare la fede e l’orientamento sessuale che vuole. Credo, al riguardo, che le cose importanti siano due: la coerenza ed il rispetto. Se si è coerenti con sé stessi e con gli altri, si reca prestigio anche alla propria idea di fede o alla propria (presunta) “diversità”. Se si predica bene e si razzola male, si finisce col generare incomprensioni, attacchi, defaillance o, peggio, nefandezze di ogni tipo. Se si manca di rispetto a chi è diverso da noi, si va contro ogni più sano principio di democrazia, di diritto naturale, di tolleranza e probabilmente, si contravviene alla stessa fede, che dovrebbe insegnare ad amare gli altri così come sono, mentre noi dovremmo fare di tutto per migliorarci secondo i dettami che volontariamente ci siamo autoimposti. Personalmente, io credo e sono cattolico.

Non entro nel merito di altre considerazioni spirituali, che sono solo mie: certo, come altri, spesso anche io faccio fatica a percepire un messaggio evangelico così come alcuni prelati di oggi lo trasmettono; ma la Chiesa di oggi è in continua evoluzione, e con essa la sua dottrina. E questo per me è un bene.  Quando penso alla Chiesa – tralasciando, come detto, concetti del tutto personali, religiosi, intimi – mi sento parte di una comunità, anche di quella veramente italiana e cattolica, e sento che sto contribuendo al perpetuarsi di una tradizione, propria degli italiani, che è davvero meritevole di tutela. Questo, è il mio modo di vedere le cose in questo ambito. Rispetto chi la pensa in maniera diversa, ma questo è il mio sentire. Questo intendo per laicità e la destra italiana e laica di cui parlo, secondo me dovrebbe essere così. Cattolica  – #guaiachicitocca – ma rispettosa delle altre fedi.  

Mi fermo qui, per oggi, ma credo di aver messo un bel po’ di carne al fuoco per un importante dibattito culturale.

Nelle more di un mio prossimo intervento, che chissà quando riuscirò a scrivere, lancio un sfida su  questo giornale, che viene letto da chi non la pensa come me, ma anche da chi la pensa come me, anche se non su tutto. 

Posto che una destra così come l’ho disegnata è verosimilmente impossibile, e posto che – comunque – bisogna tendere sempre a migliorare sé stessi e le proprie idee – non sarebbe realmente l’ora di scrivere un manifesto (non dico politico, ma almeno culturale) per una vera destra moderna e liberal-conservatrice? Una destra che non urli? Una destra in giacca e cravatta? Borghese, europeista, filoatlantica, laica e filoistraeliana? 

Una destra che esporti i nostri colori e non il nostro odio? Pensiamoci. 

 

Domenico Martinelli

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Berlino, città moderna che racconta la storia

in CULTURA by

Libertà in continua metamorfosi. Le persone possono creare mondi incredibili, dimensioni in costante divenire che nascono dagli errori del passato, incentivate da un presente di rinascita. Berlino è una fucina creativa, dove la più grande frontiera moderna è caduta ora si vive in comunione di intenti, tra fermento artistico e brio culturale di chi ha voglia di riscatto.

Berlino non si visita, si vive. Ci si orienta con i suoi luoghi del simbolo e si passeggia captando la sua energia. Una capitale più interessante che bella, distante dagli stereotipi urbani a “bomboniera” delle realtà tedesche; la sua edilizia post moderna a tratti brutalista prevale senza far soccombere la memoria dei monumenti e dei palazzi neoclassici ricostruiti dopo la Seconda Guerra Mondiale. La sua identità contemporanea valorizza le testimonianze della grande storia rendendo la capitale una meta indissolubilmente legata agli eventi che segnarono il ‘900.

Per scoprire Berlino si comincia dal centro, il Mitte, dove spunta un susseguirsi di immagini legate al mito che precedono il viaggio. E’ proprio il “centro” che racchiude un vademecum perfetto per andare alla scoperta della città in un weekend: la Porta di Brandeburgo che dopo la caduta del Muro di Berlino (1989) diventò il simbolo della Nuova Berlino unita, la Torre della Televisione in Alexander Platz, edificata dalla DDR per la diffusione dei programmi di stato è oggi tra i simboli più stilizzati della città, la sua forma “aliena” è un must have per una sequela di souvenir declinabili per ogni esigenza. Il Palazzo del Reichstag, oggi sede del Bundestag (il parlamento federale tedesco), testimonia capitoli indelebili della storia del ’900 rivelandosi ai numerosi visitatori anche uno spettacolo moderno: campeggia sul tetto un’avveniristica cupola in vetro, tra le attrazioni principali della città da dove spaziare sul verde del parco di Tiergarten e osservare l’impeccabile pianificazione del quartiere governativo. I colori della natura smussano la loro intensità con il ciclo delle stagioni nei giardini del Mitte ma anche nel viale più famoso della Germania, l’ “Unter den Linden”, l’immancabile passeggiata sotto i tigli. Percorrerla non è solo rigenerante ma anche un’occasione per entrare in connessione con la città e chi la anima. Lungo la via è impossibile non socializzare e dopo chiacchiere e brindisi si torna a visitare altre mete lungo la via: il Kroprinzepalais, ovvero il Palazzo del Principe Ereditario, il “Zeughaus” l’Armeria dove visitare il Deutsches Historiches Museum (il museo di Storia Tedesca), e l’Università di Humboldt nota per essere stata frequentata da uno dei pensatori più influenti dello scorso secolo, Karl Marx.

Berlino è una capitale ricchissima di musei, per una fuga del weekend laMuseuminsel”, ovvero “Isola dei Musei”, è l’approdo perfetto per non naufragare nell’ampia scelta. Comprende il Museo Antico, un viaggio nel mondo etrusco, greco e romano; il Museo Nuovo dove sono custodite preziose collezioni di reperti di età egizia, tra cui l’incantevole Busto di Nefertiti; il Museo Bode un intreccio d’arte dal Medioevo al XVIII secolo; il Museo di Pergamo che ospita l’intero altare di Pergamo rinvenuto in Turchia nel 1878 dall’ingegnere Carl Wilhelm Humann; e infine la Galleria Nazionale, tra i poli museali più importanti della Germania. Dall’arte antica e classica a quella moderna e contemporanea dalle apparenze futuriste dello strabiliante Sony center a Potsdamer Platz, caratterizzato da un enorme tetto d’acciaio a forma d’ombrello tra le cui particolarità c’è quella di cambiare colore nel corso della giornata.

Berlino è un intreccio di spunti avanguardistici, un susseguirsi di idee innovative e allegorie architettoniche come l’ Holocaust-Mahnmal, il Memoriale per gli Ebrei assassinati d’Europa. Con una fioritura di 2711 steli in calcestruzzo di diversa altezza evoca il ricordo, un’opera ideata dall’architetto statunitense Peter Eisenmann su un’area di oltre 19.000 mq. Ed è proprio in questo luogo che si comprende in che modo scoprire la città, camminando smarrendosi tra il labirinto delle sue geometrie. Berlino si visita ma soprattutto si vive entrando in empatia con il dinamismo moderno nel ricordo del passato. Si passeggia lungo i brandelli del suo muro oltre il quale si legge un capitolo di storia monito per il futuro, si percorrono i suoi viali e si costeggiano i suoi cantieri, si rincorre la Sprea che scorre serena e i fiumi di birra che appartengono alla tradizione e ad un futuro condiviso.

Bratislava, la capitale per una passeggiata nel cuore d’Europa

in CULTURA by

Bratislava, affacciata sul fiume della musica e dei romanzi, legata ad un passato di contese. Oggi è una capitale orgogliosa che guarda dinamica al futuro e accoglie i viaggiatori in un’atmosfera gioiosa a dispetto dello stereotipo post sovietico: gli slovacchi alzano i boccali grondanti di birra dorata e brindano ad una nuova primavera europea.

Una capitale a misura d’uomo, tutta da scoprire, dal maestoso castello che la sorveglia dall’alto, al curioso Cumil, la statua più famosa della città che vigila il passaggio dei turisti dal basso (meglio conosciuta come “il guardone” per lo sguardo malandrino che punta spudorato alle sottane delle signore). Città che pulsa nel cuore d’Europa, meno inflazionata della magica Praga, dell’elegante Budapest e della regale Vienna (quest’ultima dista solo 60 km, vale una trasferta in giornata in macchina, treno, bus oppure in battello durante la bella stagione). Bratislava è ben collegata a diverse città italiane da voli low cost in partenza da numerosi aeroporti, una meta perfetta da visitare durante il weekend. Il suo fascino si concentra nella Stare Mesto, la città vecchia, e nel Bratislavský hrad, il grande castello ma non mancano satelliti d’interesse poco distante, come la surreale chiesa azzurra o il moderno Ufo del Nový Most, il ponte nuovo sul Danubio.

Panorama dal castello: la Stare Mesto e la città nuova in lontananza
Cumil, la statua più famosa di Bratislava
Stare Mesto

Il Bratislavský hrad, il castello di Bratislava, è il simbolo della capitale slovacca, dal 1961 monumento storico nazionale. Sin dall’antichità domina la città dall’alto di una collina; durante il IV secolo a.C. venne abitato dai Celti per poi essere conquistato dai Romani ma l’aspetto attuale risale alle ricostruzioni del XV e il XVII secolo, un mix tra stile rinascimentale e barocco, dalla caratteristica forma quadrangolare che lo rende simile a un “tavolo rovesciato”. Deve infatti a questa similitudine l’originale appellativo. La vera rinascita del castello si deve a Maria Teresa d’Asburgo che lo scelse come residenza estiva: è proprio durante il suo regno che ebbe inizio l’epoca d’oro per il maniero e per tutta la città di Bratislava, al tempo nota come Presburgo. Un’eredità asburgica che tutt’oggi testimonia nelle sue forme la trasformazione da cupa fortezza ad elegante dimora. Alla fine dell’700 diventò un seminario per poi cadere in rovina dopo il rovinoso incendio del 1811. Solo nel 1953 ebbero inizio i lavori di ristrutturazione e dal 1993 è sede rappresentativa del Parlamento slovacco, anno che sanciva la separazione dalla Cecoslovacchia. All’ingresso la statua equestre di Svatopluk I, sovrano di Moravia del IX secolo, attende orgogliosa i numerosi turisti che sostano qualche minuto sul belvedere: un’incantevole puzzle di tetti color ocra della città vecchia in antitesi con il ponte nuovo che attraversa le acque rilassate del Danubio. Le sale del castello ospitano il Museo Nazionale Slovacco con interessanti raccolte di manufatti e antiquariato locale, e il Museo della Musica, uno scorcio sulla storia e sulle tradizioni del paese.

Statua equestre di Svatopluk I

Dopo la visita al castello si scende verso il centro storico seguendo i passaggi pedonali che attraversano la superstrada, un’audace infrastruttura che taglia la vecchia trama urbana recidendo il continuum storico tra le due attrattive principali della città. Una pianificazione del territorio opinabile ma che collega strategicamente le due rive della città affacciate sul Danubio: la viabilità è la stessa che attraversa il ponte nuovo, il Nový Most. Affacciata al nastro di asfalto è impossibile non ammirare la “Bella sul Danubio”, l’imponente chiesa di San Martino recentemente rimaneggiata. La cattedrale svetta quasi in bilico sulla superstrada nonostante la struttura maestosa dell’originario impianto gotico. Una tappa cittadina da ammirare all’esterno e all’interno dove è custodita una copia della corona imperiale ungherese ricoperta d’oro dal peso di 300 kg. Dopo il trafficato dardo di catrame è tutta un’altra storia, ci si addentra nella città vecchia percorrendo le viette lastricate che si snodano dalla chiesa e conducono al cuore della Stare Mesto. Le mete principali sono Michalská brána, la Porta di San Michele dove sulla cima vegliano le statue di San Michele e il Drago, e Hlavnè namestie, la piazza principale dal XIII secolo cuore pulsante della città dove spicca l’imponente municipio, Stara Radnica, collage architettonico che riassume cinque secoli. Un piccolo centro ricco di fascino, un susseguirsi di scorci suggestivi nell’area pedonale di Korzo. Un dedalo di stradine e di edifici medievali alternati ai postumi asburgici come il Palazzo del Primate distinguibile dalla raffinata facciata simile ad un ricamo delicato.

La bellezza di Bratislava si concentra nel centro storico ma poco fuori la Stare Mesto si trova il gioiello architettonico di Modry Kostolik nella città nuova, la famosa chiesa azzurra (chiesa di Sant’Elisabetta) che nelle belle giornate di sole si confonde con il cielo. Questo edificio art nouveau del 1907, progettato dall’architetto Ödön Lechner, spicca per la sua tonalità brillante in un quartiere dove ancora prevale un’edilizia post sovietica.

Modry Kostolik, la chiesa azzurra

Prima di lasciare questa piccola e graziosa capitale ricordiamola con una vista panoramica dall’alto: uno scorcio indimenticabile dall’Ufo, la moderna torre del ponte nuovo sul Danubio. Una cartolina dove spuntano il maestoso castello e i pinnacoli ossidati delle chiese dal mare di tetti rossi della Stare Mesto. Questa struttura a navicella, così chiamata dagli abitanti per le sembianze aliene, si rivela una tappa interessante nonché un’occasione per sorseggiare una rinfrescante birra chiara ammirando il belvedere dalla piattaforma panoramica.

Ufo del Nový Most

Immagine copertina:  Bratislavský hrad, il castello di Bratislava

Photo credits: Elena Bittante

Elena Bittante
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