Ill logo dell'edizione 2026 di Vinòforum (fonte www.vinoforum.it)

Vinòforum 2026: a Piazza di Siena il vino diventa cultura, territorio e identità

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Nel cuore di Villa Borghese, fino al 13 settembre, la ventitreesima edizione della manifestazione trasforma uno dei luoghi più suggestivi della Capitale in un grande salotto dell’enogastronomia italiana e internazionale. Centinaia di cantine, migliaia di etichette, grandi chef, degustazioni e

La splendida cornice di Piazza di Siena
(Foto di www.Turismoroma.it))

percorsi dedicati anche alle eccellenze del Lazio. Ma, al di là dei numeri, Vinòforum racconta soprattutto il legame antico tra il vino, la terra e la civiltà dell’incontro.
Roma ha da sempre un rapporto particolare con il vino.
Non soltanto perché la vite, il convivio e il culto del buon bere appartengono alla sua storia millenaria, o perché nelle antiche domus il banchetto costituiva contemporaneamente un rito sociale, politico e quasi sacrale. E neppure soltanto perché attorno alla Città eterna, dai Castelli Romani alle terre del Cesanese, passando per le vigne che ancora sopravvivono alle trasformazioni della modernità, si è sviluppata nei secoli una cultura enologica profondamente intrecciata alla vita quotidiana.
Il rapporto tra Roma e il vino è qualcosa di più sottile.
È una relazione con la convivialità.
Con quella capacità tutta mediterranea — e forse peculiarmente italiana — di trasformare una tavola, un calice e qualche ora sottratta alla fretta della quotidianità in un’occasione di incontro, di conoscenza e, qualche volta, persino di amicizia.
Ed è probabilmente proprio questa la chiave migliore per leggere la ventitreesima edizione di Vinòforum, che dal 7 al 13 settembre ha riportato a Piazza di Siena, nel cuore di Villa Borghese, quello che ormai da oltre due decenni rappresenta uno dei principali appuntamenti italiani dedicati al mondo del vino e dell’enogastronomia.
La cornice, occorre ammetterlo, aiuta non poco.
Piazza di Siena non è un semplice spazio destinato ad ospitare una manifestazione. È uno dei luoghi più eleganti e iconici di Roma, quasi nascosto — nonostante la sua notorietà — tra le geometrie verdi di Villa Borghese, gli alberi secolari, i viali e quella straordinaria commistione tra natura, architettura e storia che rende il grande parco romano qualcosa di assai diverso da un comune giardino urbano.
Qui, quando il sole di settembre comincia ad abbandonare la Capitale e il caldo concede finalmente una tregua, migliaia di luci, banchi di degustazione, calici e incontri trasformano per sette sere Piazza di Siena in una sorta di grande salotto a cielo aperto del gusto italiano.
E non è soltanto un’impressione.
I numeri dell’edizione 2026 sono considerevoli: circa ottocento cantine, oltre tremila etichette italiane e internazionali e decine di protagonisti della ristorazione, tra chef e maestri pizzaioli, accanto a produttori, sommelier, operatori ed esperti del settore.
Una dimensione imponente, dunque.
Ma sarebbe riduttivo descrivere Vinòforum attraverso una semplice contabilità di bottiglie, espositori e visitatori.
Il vino, fortunatamente, non è una statistica.
È storia, lavoro, cultura materiale. È geografia resa liquida. È una delle forme attraverso cui un territorio riesce a raccontarsi senza bisogno di molte parole.
Dentro un bicchiere possono convivere clima, terreno, tradizioni familiari, tecniche antiche e innovazioni contemporanee; possono incontrarsi l’esperienza dell’agricoltore, quella dell’enologo e quella dell’imprenditore; possono sopravvivere vitigni che appartengono alla memoria di intere comunità e, nello stesso tempo, nascere produzioni capaci di competere sui mercati internazionali.
In questo senso una manifestazione come Vinòforum acquisisce un significato che trascende la dimensione, certamente piacevole, dell’assaggio.
Diventa un luogo di mediazione culturale tra chi produce e chi consuma.
Ed anche, inevitabilmente, tra città e campagna, tra tradizione ed innovazione, tra economia ed esperienza.
La manifestazione conserva infatti una doppia anima. Da una parte parla agli appassionati, ai curiosi e a chi desidera conoscere più approfonditamente il mondo del vino. Dall’altra costituisce un punto di incontro per ristoratori, produttori, distributori e operatori professionali.
Ne deriva qualcosa di più complesso di una semplice festa serale: un ambiente nel quale cultura gastronomica, mercato, formazione e comunicazione finiscono per intrecciarsi.
Una scelta tutt’altro che secondaria se si considera il peso dell’enogastronomia nell’immagine internazionale dell’Italia.
Parliamo infatti di un patrimonio economico, certamente; ma, ancor prima, di uno dei più potenti strumenti di soft power di cui il nostro Paese disponga.
Il vino italiano viaggia molto più rapidamente delle nostre campagne di comunicazione istituzionale.
Una bottiglia di Barolo, di Brunello, di Amarone o di Franciacorta — ma lo stesso vale per le tante denominazioni meno celebri e forse proprio per questo ancora tutte da raccontare — porta con sé un piccolo frammento dell’Italia. Racconta paesaggi, borghi, famiglie, tecniche produttive, tradizioni; suggerisce persino un’idea della vita e del tempo.
Ecco perché parlare di vino significa, in qualche misura, parlare anche dell’Italia.
Vinòforum lo fa mettendo accanto mondi assai differenti.
Ci sono le degustazioni dedicate alle grandi produzioni, naturalmente, ma anche momenti di approfondimento nei quali territori, vitigni e tecniche vengono confrontati attraverso percorsi guidati.
Nel programma trovano spazio alcune delle espressioni più note dell’enologia italiana e internazionale, insieme a realtà meno consuete per il pubblico generalista: quasi una piccola geografia del vino racchiusa per qualche sera all’interno di Villa Borghese.
Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più interessanti.
La tutela della tradizione non coincide con la chiusura.
Al contrario, un’identità è tanto più forte quanto più è capace di confrontarsi con identità differenti.
Così, accanto alle grandi denominazioni italiane, Vinòforum consente di attraversare territori e culture lontane e di comprendere quanto il vino sia contemporaneamente un prodotto locale e un linguaggio universale.
Poi c’è la cucina.
Le cene d’autore di questa edizione pongono al centro il fattore umano e costruiscono un percorso ideale tra passato, presente e futuro. Il filo conduttore è suggestivo: interrogarsi su ciò che la tecnica, per quanto evoluta, non riesce interamente a sostituire — il gesto, la memoria, l’intuizione, la trasmissione di un sapere.
È una riflessione più attuale di quanto possa apparire.
Viviamo infatti in un’epoca nella quale l’intelligenza artificiale è ormai capace di scrivere, disegnare, progettare, suggerire ricette e organizzare processi produttivi.
Ma un piatto non è semplicemente la somma algoritmica dei suoi ingredienti.
Come un vino non è soltanto la corretta combinazione di zuccheri, acidità, tannini e gradazione alcolica.
Esiste ancora — e verrebbe da dire fortunatamente — uno spazio profondamente umano fatto di esperienza, memoria sensoriale, intuizione e gesto.
Il programma di questi giorni propone così una successione di interpreti della cucina contemporanea, ciascuno chiamato a dare una propria lettura del rapporto tra materia prima, creatività e memoria.
Ma nell’edizione romana assume un significato particolare soprattutto la presenza del Lazio.
Perché Roma, qualche volta, commette l’errore di percepirsi quasi separata dalla propria regione.
La forza universale della Capitale rischia infatti di mettere in ombra un territorio straordinariamente articolato che la circonda e che, dall’Agro Pontino alla Tuscia, dai Castelli Romani alla Ciociaria, dalla Sabina alla costa, conserva tradizioni produttive assai differenti.
La presenza coordinata delle istituzioni regionali e del sistema camerale porta a Vinòforum numerose realtà produttive del territorio, affiancando la promozione delle aziende a momenti di degustazione comparativa.
L’idea è intelligente.
Perché la crescita qualitativa del vino laziale non ha bisogno soltanto di autocelebrazione; ha bisogno soprattutto di confronto.
Mettere un vino del Lazio dentro un bicchiere anonimo e collocarlo accanto a produzioni assai più blasonate significa rinunciare per un momento al conforto dell’etichetta e lasciare parlare esclusivamente il prodotto.
È una sfida.

Ill logo dell’edizione 2026 di Vinòforum (fonte www.vinoforum.it)

Ma forse anche una forma di raggiunta maturità.

La comunicazione scelta per accompagnare questa presenza regionale punta, non a caso, su un tono volutamente romano e informale, quasi a voler sottrarre il vino laziale alla rigidità della promozione istituzionale e restituirlo alla dimensione più autentica dell’esperienza.
Dietro quella leggerezza c’è però una precisa strategia: partire dal prodotto per condurre il visitatore verso il territorio, l’impresa e la storia che lo hanno generato.
Ed è, in fondo, ciò che dovrebbe fare ogni seria politica di valorizzazione enogastronomica.
Non vendere soltanto una bottiglia.
Vendere — nel senso più nobile del termine — un territorio.
Lo stesso principio anima gli spazi dedicati alle produzioni regionali, nei quali le materie prime del Lazio vengono reinterpretate attraverso linguaggi gastronomici contemporanei senza spezzare il legame con la loro provenienza.
Tradizione, dunque, ma non nostalgia.
Identità, ma non immobilismo.
Perché uno dei rischi quando si parla di cultura gastronomica italiana è proprio quello di trasformare la tutela del passato in una sorta di cristallizzazione museale.
Le tradizioni, invece, sopravvivono soltanto se continuano ad essere praticate.
E qualche volta anche reinterpretate.
Una ricetta che nessuno prepara più, un vitigno che nessuno coltiva, una tecnica che nessuno trasmette cessano lentamente di essere tradizioni e diventano reperti.
La cucina e il vino sono invece patrimoni vivi proprio perché vengono quotidianamente ripetuti, modificati, discussi e tramandati.
Vinòforum, da questo punto di vista, mostra bene il cortocircuito virtuoso tra il produttore che racconta la propria terra e lo chef che la interpreta; tra l’appassionato che cerca un’etichetta conosciuta e il visitatore che casualmente ne scopre una nuova; tra la ricerca tecnica dell’enologia contemporanea e gesti agricoli che, almeno nella loro essenza, appartengono a molti secoli fa.
Tutto questo accade a Roma.
E non è un dettaglio.
La Capitale ha una straordinaria capacità di assorbire eventi, culture e linguaggi differenti senza smettere mai di essere sé stessa.
Lo fa da oltre duemila anni.
Piazza di Siena, in questi giorni, diviene così una piccola agorà del gusto nella quale l’Italia incontra sé stessa e, contemporaneamente, il resto del mondo.
Sotto i pini di Villa Borghese si assaggiano vini piemontesi e laziali, bollicine e grandi rossi, produzioni straniere e vitigni autoctoni; si incontrano ristoratori, produttori e semplici curiosi; si parla di mercato ma anche di memoria, di sostenibilità, di tecniche produttive e di territori.
Certo, resta una manifestazione enogastronomica.
E tale deve rimanere.
Non occorre attribuire necessariamente ad ogni bicchiere una missione filosofica.
Ma sarebbe altrettanto miope considerare il vino soltanto come una bevanda e la cucina soltanto come nutrimento.
Da sempre mangiare e bere insieme costituiscono uno dei più antichi linguaggi sociali dell’uomo.
Si stipulavano alleanze davanti a un banchetto, si celebravano vittorie, matrimoni e riconciliazioni; ancora oggi una cena può segnare l’inizio di un’amicizia, concludere un accordo, riunire una famiglia.
Cambiano i secoli, le mode, le tecnologie.
Il gesto rimane sorprendentemente simile.
Si versa qualcosa in un bicchiere e lo si offre a qualcun altro.
Forse anche per questo Vinòforum funziona.
Perché dietro le migliaia di etichette, le centinaia di aziende, gli chef, le luci e l’organizzazione di una grande manifestazione permane qualcosa di estremamente semplice e antico: l’incontro.
E a Roma, città che dell’incontro tra popoli, culture, religioni, lingue e tradizioni ha costruito buona parte della propria identità, persino un calice di vino può diventare una piccola lezione di storia.
Vinòforum resterà a Piazza di Siena, a Villa Borghese, fino a domenica 13 settembre.
Poi le strutture saranno smontate, i prati torneranno alla loro consueta eleganza e Piazza di Siena riprenderà il proprio volto abituale.
Resteranno le bottiglie scoperte, qualche nuovo produttore conosciuto, forse un vino da ricordare.
E soprattutto quella vecchia certezza che Roma, quando riesce a coniugare la magnificenza dei suoi luoghi con la qualità delle eccellenze italiane, non ha bisogno di inventarsi nulla.
Deve semplicemente continuare ad essere Roma.

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