Portare in scena Il flauto magico significa confrontarsi con uno dei capolavori più complessi e affascinanti del repertorio operistico. Al Music Fest Perugia la regia è affidata a Mirco Michelon, che ha scelto una lettura essenziale, capace di valorizzare la forza della musica e il lavoro degli interpreti. Alla sua prima esperienza nel festival, il regista racconta le sfide della produzione e il valore formativo di un progetto che coinvolge giovani artisti provenienti da tutto il mondo.
Quanto è stato complicato affrontare la regia de Il flauto magico?
«Più che complicato, è stato un lavoro estremamente affascinante. Ho avuto la possibilità di confrontarmi con cantanti che hanno affrontato i loro ruoli con grande impegno e disponibilità, e questo rappresenta sempre uno stimolo importante per un regista. Personalmente amo le sfide, soprattutto quelle che all’inizio sembrano quasi impossibili.
L’aspetto più delicato non è stato dirigere i rapporti tra i personaggi, ma aiutare gli interpreti a costruire un dialogo con lo spazio scenico. In questo allestimento lo spazio è necessariamente più contenuto e ogni movimento assume un significato preciso. Il flauto magico è un’opera ricca di scene d’insieme, nelle quali il coro e i solisti devono muoversi come un organismo unico. Abbiamo lavorato molto su questo equilibrio, cercando di trasformare un limite in un’opportunità espressiva.»
In che modo una regia essenziale può valorizzare un’opera così ricca di simboli e immagini?
«Quando si riducono gli elementi scenografici, tutto acquista un peso diverso. I gesti, gli sguardi, le relazioni tra i personaggi diventano ancora più importanti. L’obiettivo non era stupire con effetti scenici, ma lasciare che fossero la musica di Mozart e l’interpretazione dei cantanti a guidare il racconto.
Abbiamo costruito uno spettacolo che conserva la dimensione della fiaba, ma con un linguaggio sobrio, capace di accompagnare il pubblico nel percorso simbolico dell’opera senza sovraccaricarlo di immagini. Credo che questa essenzialità permetta di cogliere ancora meglio la profondità del capolavoro mozartiano.»
Il Music Fest Perugia è anche una grande esperienza formativa. Quanto conta, per un giovane cantante, partecipare a una produzione di questo livello?
«Conta moltissimo. Oggi i giovani artisti hanno bisogno di occasioni concrete per misurarsi con il palcoscenico. È un pensiero che condivido con Tiziana Fabietti, con gli altri docenti e con tutti coloro che lavorano all’interno del festival: la crescita nasce dall’esperienza diretta.
Prendere parte a una produzione operistica significa imparare a lavorare con un regista, con un direttore d’orchestra e con colleghi provenienti da realtà culturali diverse. Si imparano il rispetto dei tempi, la disciplina, il confronto e la collaborazione, aspetti che fanno parte della professione tanto quanto la preparazione musicale.
Questa è la mia prima esperienza al Music Fest Perugia e sono rimasto colpito dall’equilibrio che il festival riesce a creare tra qualità artistica e attenzione alle persone. Qui i giovani non trovano soltanto un luogo dove perfezionarsi, ma un ambiente nel quale crescere come musicisti e come individui. È questo, a mio avviso, il valore più autentico dell’intero progetto.»
