La polvere l’anima e il folk i Mumford & Sons a Rock in Roma

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C’era un’attesa vibrante, di quelle che si respirano solo nelle grandi serate d’estate romana, dove l’aria calda si mescola alla polvere del fango secco e all’odore di birra fresca. I Mumford & Sons hanno fatto tappa nella Capitale per il Rock in Roma, trasformando l’Ippodromo delle Capannelle in una gigantesca, caldissima festa folk d’oltreoceano.

Il risultato? Un concerto viscerale, dove la potenza del rock ha incontrato la precisione acustica di una band che, nonostante gli anni e i cambi di formazione, non ha perso un briciolo della sua urgenza espressiva.

Quando le luci del palco si spengono e i primi accordi di banjo squarciano l’aria, il boato delle Capannelle è assordante. Marcus Mumford entra in scena con il suo solito carisma da predicatore folk moderno: camicia arrotolata, chitarra a tracolla e quello sguardo di chi sa esattamente come prendersi il cuore di ventimila persone in tre secondi, al suo fianco, pronti a far esplodere il groove della band, ci sono Ben Lovett alle tastiere e Ted Dwane al basso e contrabbasso.

L’inizio è un concentrato di energia pura. La band parte forte, mettendo subito in chiaro che non sarà una serata di sole ballate malinconiche. La sezione ritmica picchia duro, i piedi del pubblico iniziano a saltare all’unisono e la polvere si solleva dal terreno, creando un’atmosfera quasi mistica sotto i riflettori.

Il concerto si muove su un saliscendi emozionale perfetto. Da una parte ci sono i titani del loro repertorio, quegli inni generazionali che tutti aspettavano, si parte con Begin AgainLittle Lion Man e White Blank Page

Ma la vera magia dei Mumford & Sons risiede nella loro capacità di farsi piccolissimi anche davanti a una marea di gente. A metà spettacolo, la band si è radunata attorno a un unico microfono vintage a centro palco. In quel momento, il silenzio richiesto da Marcus è stato rispettato religiosamente da Roma: solo le voci armonizzate, il pizzicato delle corde e la pelle d’oca collettiva. Un momento intimo, quasi teatrale, che ha dimostrato la caratura tecnica e l’anima acustica del gruppo.

“Roma è sempre speciale. Sentire le vostre voci superare il suono delle nostre spie è qualcosa che non ci farà dormire stanotte.” — Marcus Mumford sul palco.

Il finale è una tempesta di energia. Tra bis concessi a gran voce e fiammate di luci stroboscopiche, i Mumford & Sons salutano Roma stremati ma felici, lasciando il pubblico con le gambe stanche e il cuore pieno ed il finale con “I Will Wait” cantata a squarciagola da tutto l’ippodromo, un momento di comunione collettiva che ha fatto tremare le transenne.

Il Rock in Roma porta a casa un’altra data memorabile. I Mumford & Sons hanno confermato che il loro “arena folk” non è una moda passeggera, ma un genere che dal vivo trova la sua massima, spettacolare consacrazione. Chi era presente ieri sera a Capannelle sa di aver assistito non solo a un concerto, ma a un rito collettivo di pura catarsi musicale.

La Scaletta:

  • Begin Again
  • Little Lion Man
  • White Blank Page
  • Rubber Band Man
  • Awake My Soul
  • Lover Of The Light
  • Hopeless Wanderer
  • Prizefighter
  • Badlands
  • Believe
  • Truth
  • Ditmas
  • The Cave
  • Here (con Taylor Meier dei Caamp che hanno aperto la serata)
  • Stay
  • Delta (New Short Version).
  • The Wolf
  • I’ll Tell You Everything
  • Ghosts That We Knew

 

  • Rushmere
  • The Banjo Song
  • I Will Wait

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