Matteo Crudele: al Salone del Libro per il suo romanzo

Il nuovo romanzo del giovanissimo Matteo Crudele è stato anche ospite del Salone Internazionale del Libro di Torino

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Matteo Crudele, giovanissimo autore nato nel 2010 in provincia di Taranto, è stato tra i protagonisti del Salone Internazionale del Libro di Torino con il romanzo “Land of the Free”. Un traguardo ambito per molti ovviamente… e questa sua seconda prova narrativa, giunta dopo l’esordio fantascientifico con “L’Oltre”, custodisce un suggestivo ricamo narrativo che racconta il rapporto tra i Nativi Lakota e i coloni americani, intrecciando avventura western, riflessione sulla libertà e dialogo tra culture e religioni. Ispirato al musical western “Oltre la Montagna”, il romanzo è narrato attraverso lo sguardo simbolico del vento e ha recentemente raggiunto anche il pubblico internazionale grazie alla traduzione in lingua inglese. Che a tratti, sembra divenire un manifesto sociale per i tempi moderni… cicli e ricicli storici, qualcuno direbbe…

Partiamo proprio dal Salone del Libro, a cui arrivi a un’età così giovane. Che effetto ti fa? Che responsabilità ti ha portato?
Eh, onestamente? Ancora non me ne rendo conto del tutto. Quando mi hanno detto che avrei partecipato al Salone Internazionale del Libro di Torino ho avuto una di quelle reazioni strane, in cui non sai se ridere o restare fermo a fissare il muro. Il Salone è una cosa enorme, e io sono lì con il mio romanzo, tra libri che esistono da decenni e autori che stimo enormemente. La responsabilità che sento è soprattutto verso la storia che ho raccontato. Non verso me stesso, almeno non nel senso del nome o dell’immagine, ma verso i personaggi, verso le domande che il libro porta. Bisonte Nero, Roy, Padre Francesco: mi sembrano persone vere, con un peso vero. Non voglio che vadano al Salone e vengano trattati come una cosa qualunque. Voglio che chi li incontra capisca che c’è qualcosa di serio, dietro.

Veniamo al romanzo: un tema centrale e ancora aperto, non trovi? Dove approda questo libro? Una soluzione per il futuro o si mette in cerca di nuove informazioni che avevamo lasciato lungo la via?
Non ho scritto un libro di risposte. L’ho capito mentre lo scrivevo: ogni volta che pensavo di aver trovato una soluzione, uno dei personaggi mi dimostrava che non era così semplice. Roy vorrebbe la pace, ma la pace ha un costo. Bisonte Nero ha ragione, ma anche avere ragione non basta sempre. Insomma, il libro approda a qualcosa, sì… non voglio dire a cosa perché altrimenti che senso ha leggerlo, ma quello che ti lascia, secondo me, non è una soluzione. È una domanda che prende un’altra forma. È un po’ come se la frontiera si spostasse leggermente, e tu ti accorgessi che non era dove credevi. In un certo senso è la cosa che più mi somiglia, come persona: io non so dare risposte definitive, ma mi piace molto fare le domande giuste. Perché se ti fai le domande giuste, magari sei spinto a cambiare

E quanto c’è di fantasy? Te lo chiedo ispirato da questa copertina…
Beh, la copertina può ingannare, lo so. C’è qualcosa di evocativo, quasi di soprannaturale nell’immagine, e capisco perché viene spontaneo chiederlo. Ma no, non è un romanzo fantasy. Non ci sono creature magiche, o poteri soprannaturali nel senso tradizionale del termine. C’è però una dimensione spirituale molto forte: la voce del vento, il Grande Spirito dei Sioux, la presenza di Dio così come la sente Padre Francesco… e ho cercato di trattare tutto questo con rispetto, senza trasformarlo in qualcosa di spettacolare. Per i Lakota, il sacro era parte della vita quotidiana. Non era fantasy come lo intendiamo noi oggi: era realtà. Ecco, ho cercato di restare fedele a quella visione. Lo so che quello che scrivo è di difficile collocazione su un banco di esposizione. Ma questa sperimentazione multigenere è proprio quello che mi caratterizza come autore. Se proprio dovessi trovare un genere, direi western storico con una forte componente spirituale ed etica. La copertina, in questo senso, cattura bene l’atmosfera, quella sensazione di essere tra due mondi, sospesi tra ciò che si vede e ciò che si sente soltanto.

Il retrogusto di questo libro ha risvolti sociali molto importanti. In qualche modo può dirsi “politico”? Non in senso di partiti e bandiere… sia chiaro… in senso proprio di polis, di popolo…
Sì, in quel senso sì. Assolutamente. Il libro non è politicamente corretto, e lo dico esplicitamente anche nei ringraziamenti, perché per me il politicamente corretto è una forzatura che impedisce di guardare le cose in faccia. Ma è un libro che parla di convivenza, di come due popoli che si percepiscono come nemici possano trovare un terreno comune senza rinunciare a chi sono. È un libro sulla polis, come dici tu. Sulla città umana. Sull’idea che la vera libertà, quella che dà il titolo, non si conquista da soli e non si costruisce schiacciando qualcun altro. Si costruisce insieme, faticosamente, sbagliando, e magari ricominciando. Mi sembra una cosa molto attuale. Forse è per questo che una storia ambientata nel West americano dell’Ottocento riesce ancora a parlare a chi la legge oggi.

Una traduzione in inglese… che tipo di sbocco ha avuto il romanzo?
Il romanzo è stato tradotto in inglese, e devo dire che la cosa che mi ha affascinato di più è stata la scelta di usare due registri diversi: un inglese più british, formale, per le parti auliche e i momenti più profondi del racconto, e un americano più secco e diretto per i dialoghi movimentati e le scene d’azione. Mi sembrava giusto, anzi, quasi necessario, perché anche nella storia c’è questa tensione tra due mondi, si dovevano percepire due modi di stare al mondo. Che poi questo si rispecchiasse anche nella lingua mi ha fatto molto piacere. Sta riscuotendo un buon riscontro tra i lettori anglofoni, e questo mi sorprende ancora ogni volta che ci penso. Una storia scritta da un ragazzo del Sud Italia, ambientata nel West americano, che arriva a chi quella terra la conosce davvero e ci vive… c’è qualcosa di emozionante in questo. Come se la frontiera avesse deciso di camminare da sola.

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