Dalla storia non si prescinde. Alla storia stiamo tornando. Ci sono figure che ormai sono nel nostro DNA, inevitabilmente, con le ombre e con i trofei. Dentro le pagine de “L’asso argentino”, la penna di Giuseppe Cangiano sceglie di avvicinarsi a Diego Armando Maradona lontano dalla retorica delle imprese calcistiche, addentrandosi invece nelle contraddizioni, nelle fragilità e nelle zone d’ombra che hanno accompagnato la sua esistenza. Ne emerge un ritratto che utilizza il campione argentino come lente attraverso cui osservare il significato del talento, della caduta e dell’idolatria contemporanea. Un percorso che riflette anche la natura stessa della scrittura di Cangiano: inquieta, anticonformista e costantemente orientata verso ciò che si nasconde dietro le versioni più comode della realtà.

Una prima domanda inevitabile: chi è per te Maradona?
Per me, Diego Armando Maradona è il più grande esempio di carisma che si possa immaginare. Molti dei cosiddetti grandi del Novecento sono ricordati per guerre e scelte che hanno causato dolore e sofferenza. Maradona, invece, ha unito le persone attraverso il calcio, regalando gioia, emozioni e speranza come nessun altro.
E ancora: chi è per te il mito, in generale…?
Per me, un mito è qualcuno che diventa qualcosa. Non serve aggiungere altro.
Ha senso chiederti se in qualche modo entri in conflitto con la figura del “mito” che la società di oggi amplifica a dovere? E pensi che se così fosse, questo libro ha avuto anche la funzione di far pace e di destrutturarlo per farti vedere che dietro un mito c’è semplicemente un uomo?
Non mi interessa più di tanto l’accezione moderna di mito, né quella che la società attribuisce a chi ha avuto una grande vita. Io vengo dalla scuola di Carmelo Bene: posso anche destrutturare un mito, smontarlo pezzo per pezzo. Ma la materia che ne emerge, una volta scissa, continuerà comunque a brillare.
E dunque alla fine di questo lungo processo di scrittura, Maradona chi è diventato?
Alla fine della mia opera, Maradona resta sempre Maradona. Non c’è un’evoluzione che lo trasformi in qualcos’altro. Anche nei miei romanzi i personaggi non evolvono: conservano la propria aura, la propria essenza. Dall’inizio alla fine cambia soltanto la prospettiva da cui vengono osservati. Il punto di arrivo coincide con quello di partenza; ciò che muta è lo sguardo, non l’oggetto dello sguardo.
In che modo questo libro ha cambiato anche la tua personale visione delle cose?
La mia visione delle cose non cambia sul piano del credo. Può rafforzarsi, approfondirsi, diventare più matura, ma non muta nella sua sostanza. Chi scrive davvero su un personaggio difficilmente ne cambia la percezione lungo il percorso; semmai la amplifica. Scrivendo, quella presenza si radica ancora di più dentro di sé, fino a essere sentita con una forza maggiore rispetto all’inizio.
