DCAVE Records: parlando della discografia contemporanea

16 maggio al Palco Silent Verde – Pad. 33, dove dalle 15:00 alle 16:30 si terrà l’incontro “Essere indipendenti oggi: tra passato, presente e futuro”, organizzato dal MEI. L’appuntamento ospiterà anche la premiazione dei 25 anni di attività di Dcave Records, e The cave studio

Mettetevi comodi che l’intervista che segue affonda dentro le pieghe delle assurde normalità che la musica vive ogni giorno. E lo fa con competenza e attenzione grazie alle parole di Daniele Grasso e della sua DCAVE Records che riceverà il premio per i suoi 25 anni di attività all’evento di Euphonica 2026 il prossimo 16 maggio al Palco Silent Verde – Pad. 33, dove dalle 15:00 alle 16:30 si terrà l’incontro “Essere indipendenti oggi: tra passato, presente e futuro”, organizzato dal MEI. Un’identità precisa quella della label catanese che negli anni ha dato forma anche al suono quanto più diretto a segnare una identità riconoscibile… bandiera in tutto questo è il progetto Amennula composto dal duo Daniele Grasso (founder della label) e Elisa Milazzo. Il nuovo singolo “Tinnairi (loop di sale)” ad anticipare quel che sarà il disco, verrà presentato live proprio nello showcase inserito nell’evento di premiazione. Ovunque si giri nel catalogo DCAVE: contaminazione e resistenza culturale ma anche quel coraggio partigiano di imporsi contro un sistema decisamente omologato. Per questo indagheremo da vicino proprio con Daniele Grasso sul ruolo della discografia oggi…

L’appuntamento è fissato per il 16 maggio al Palco Silent Verde – Padiglione 33, dove dalle 15:00 alle 16:30 andrà in scena l’incontro “Essere indipendenti oggi: tra passato, presente e futuro”, promosso dal MEI. Nel corso dell’evento si celebreranno anche i 25 anni di attività di DCAVE Records e The Cave Studio, con lo showcase live dedicato proprio agli Amennula.

Io partirei da una domanda assai scomoda: riflettiamo tutti sulla dimensione lavoro, sul crisi della musica, facciamo tavole di confronto proprio come Euphonica cerca di fare da anni. Eppure nessuno si fa questa banalissima domanda: perché abbiamo detto tutti Si alla rete dentro cui regalare letteralmente tutto il nostro lavoro? Ore e giorni di produzione, costi… e poi è tutto gratis per il consumatore finale. E se non lo è, il denaro da impegnare è davvero ridicolo e inconsistente se non per le tirature mondiali. Dunque non trovate che sia un paradosso a cui tutti però confluiamo con “normalità” e scontentezza? Quanto sarà costato fare il primo singolo del progetto Amennula? Eppure io lo sto ascoltando gratis ovunque in rete dalle piattaforme ufficiali. Che parta da qui la crisi del lavoro? E sicuro che non ci sia niente da fare che non sterili tavole rotonde sul come “saperle usare” queste piattaforme di crisi e di gratuità? Alla Dcave la palla…
Ok… quanti numeri della rubrica abbiamo a disposizione per sviscerare per bene questa cosa?!? Forse dovremmo riformulare la domanda: Chi (e in quanti) hanno combinato questo casino? “l’industria discografica” (mi da l’orticaria la sola definizione) come si è posta e chi ha cercato di tutelare dall’inizio sin da che so… Napster in poi? E i musicisti che fetta di responsabilità hanno in tutto questo? Ok, fammi partire da capo. Ho fatto dischi venuti fuori per major o big indipendenti e ho visto come artisti che valutavamo interessanti restavano al palo. Dcave è nata proprio per questo, non come modello esemplare di business ma per dare un marchio riconoscibile ad artisti e progetti che non avrebbero mai visto la luce o sarebbero rimasti lì persi nella rete. Non dico che la soluzione sia produrre cose rarissime come alcuni libri che si trovano solo in luoghi inaccessibili (che so… il Codex Leicester Manoscritto autografo di Leonardo da Vinci contenente studi scientifici), ma forse il modello che ti dice che la tua vita artistico lavorativa esisterà solo a partire da 10 o 100 o mille milioni di visualizzazioni in su non è il più sano e non è l’unico. Forse 1000 fan veri che acquistano i tuoi lavori e i tuoi prodotti sono più efficaci di 100 mila like su Tik Tok e il rimbalzo del tuo brano sotto balletti deliranti. Forse invece di riempire le canzoni di messaggi ad effetto ma senza contenuto tipo ” voglio che i bambini siano felici” (chi cazzo vuoi che ti dica, “no io non li voglio felici”) sarebbe meglio mettere contenuti che ti “smuovano emozioni&neuroni. La strada che cerchiamo di percorrere è questa, il “modello” è questo, quanti “innamorati” di quel progetto servono per tenerlo in vita? Come e quanto tempo ci staremo per raggiungerli? Un disco, due, tre?!? Abbiamo come etichetta, la fortuna di avere uno studio che ha dato prova di sé negli anni da Cesare Basile a Greg Dulli, agli Afterhours, ai Twilight Singers a John Parish etc. e cerchiamo di mantenerlo a galla perchè è la nostra “arma segreta”, ci consente di produrre senza (relativamente) troppo stress e dare la possibilità di far crescere un artista nel tempo e a volte l’artista diventa partner e comprende la via, a volte incontriamo gente che vuole essere “un altro” e lasciamo perdere. Vedi, la musica ed annessi (il palco, gli applausi, le foto, i video, i complimenti etc.) sono meravigliosi e sembra che, specialmente i meno maturi farebbero carte false solo per gli annessi. Spesso pensano che sia meglio (può darsi) fare dieci concerti con cinquemila persone che farne 100 con cinquecento entusiaste e paganti, li ascoltarti veramente e supportati. Il modello di discografia ufficiale si nutre di altro, sforna continuamente nomi che hanno una percentuale risibile di gente che durerà, gli va bene che il disco sia fatto “automaticamente”, spesso autonomamente basta poter fare hype e venderli in giro per una stagione, forse due e condividere profitti dalle agenzie che producono i live. La crisi è una crisi culturale che ahinoi non coinvolge solo la musica, anzi… una crisi di attenzione a tutto. Non ti sembra che questo paese sia in piena crisi e così forse il modello occidentale tutto? Per noi va ripensato partendo dal basso, dall’attenzione, dalla qualità, dalla essenzialità. Abbiamo l’impressione che spesso paesi che continuiamo a definire “terzo mondo” nonostante anche loro raggiunti fortemente dalla globalizzazione abbiano più attenzione a quanto detto più su. Come lo facciamo, come faremo questo? Intanto cercando collaborazioni preziose e utili ( chi volesse e avesse belle idee sarà sempre il benvenuto)e qui vorrei citarne due fra quelli che cercano di supportarci e sopportarci nonostante la diversità del nostro lavoro, L’Altoparlante promo radio nella figura di Fabio Gallo e del suo staff e di Giuseppe Fisicaro di Digital Noises e del suo staff e con lo scouting alla ricerca sempre di cose un passo più in là.

Da uno studio di registrazione ad una missione di produzione discografica. Qual è il vero filo conduttore che accomuna il suono o la mission dei vostri dischi?
Ricordo un vecchio libro di teoria e solfeggio ( lo so, lo so è anacronistico) che diceva “la Musica è l’arte dei suoni”. Siamo partiti da lì dall’idea che i gruppi gli artisti che abbiamo amato, amiamo siano sempre “suon riconoscibile” dalle prime note. Siccome su abbiamo parlato un bel po’ condenserei il tutto in una frase da dire all’artista “Lassa u to signu”, Lascia il tuo segno, Let your mark. D’altronde uno sgraffio che possa durare un po’ sulla parete del tempo non è poi così male come missione, no?!?

Torniamo sul progetto Amennula: un brano che sfoggia una grandissima urgenza di contaminazione. Ma anche tantissime radici antiche della tradizione. Che cosa significa davvero una simile mescolanza? Che vuol rappresentare?
Amennula è figlio di una via che, come etichetta e come musicisti abbiamo intrapreso diversi anni fa. Evoluzione di un progetto speciale di contaminazione chiamato NiggaRadio mutato in RadioSabir (per questioni di politically correct). La contaminazione per noi deve essere trasversale per esserlo veramente. Lo è per suono, luoghi, epoche, genti. Siamo Siciliani, contaminati per antonomasia. In noi convivono anime, culture, DNA, persino epoche differenti. Qui se percorri la SS 115 sei su uno dei confini fra nord e sud del mondo, le radio tunisine entrano potenti con le loro musiche e ti accompagnano nel tuo viaggio da Siracusa a Trapani. Rappresenta ciò che siamo. Siamo la quintessenza della contaminazione. Come produttore e musicista è una delle mie armi, io stesso lo sono, figlio di madre di New York e padre siciliano, il mio suonare, Elisa Milazzo (voce percussioni e synth) lo è, in maniera differente ma lo è. Figlia della montagna in un’isola che è immaginata più per il suo mare, mescola conoscenze delle tradizioni arcaiche dai canti sacri ai riti scaramantici a una passione per la musica urban, la sua voce a volte è urlo doloroso, a volte miele per l’anima. Credo che Amennula sia per lei un percorso di sublimazione delle sue anime, di spoliazione degli orpelli e delle maniere tipiche di molte voci odierne e che attraverso questo susciterà sorpresa in molti. Rappresentiamo noi stessi, cittadini dei sud (non solo geografico) del mondo, insularità d’animo insieme all’apertura verso l’altro. lo facciamo con una musica buona per la testa e buona per i piedi.

E quindi il disco che arriverà? Incontrerà anche il suono programmato dalle macchine moderne?
Il disco… Il progetto e il disco sono arrivati, come intenzione, insieme. Eravamo al lavoro su un altro progetto con una band in studio quando alcuni brani ci sono sembrati necessari, urgenti per una cosa altra. la cosa ci sta emozionando e speriamo che ottenga lo stesso risultato sulle persone. Stiamo lavorando duro per completarlo a The Cave studio, lo studio della label, e per quanto abbiamo una linea chiara, non escludiamo mai nulla a priori… non lo facciamo mai, a volte sarà chitarra e voce e un tubo di gomma come percussione, a volte una batteria elettronica e uno step sequencer… ma non sarà mai “aggiustato” per sembrare una cosa che non è.

Ecco, restando su questo punto: la Dcave e il futuro? Molte vostre produzioni sembrano scartarlo il futuro tecnologico o sbaglio? Lo farete anche domani? Ed è un grandissimo attestato di coraggio e di personalità…
Ma in realtà no, noi viviamo nel nostro tempo ma come ho più volte detto uno dei complimenti ricevuti e che amo di più è stato: “è come se la Fat Possum si fosse trasferita in Sicilia arricchendosi di nuovi saporo e nuovi colori” e questo già mi basterebbe. Noi facciamo già uso di tecnologie “contemporanee” solo in modo diverso. Ovvero vorremmo sempre registrare su nastro (abbiamo sempre una console e un 24 tracce su due pollici attaccato) e no, non per il solo suono o per il vezzo di dire “miiii quanto sono analogico” ma per come ti costringe a lavorare, per i limiti che ti impone e per quanto ti costringe a tirare fuori da te. Intendo, se hai solo 24 tracce di più non puoi mettere anche con tutti i trucchi, non puoi aggiustare le cose in maniera maniacale per una perfezione che non hai, ripetendo una frase per mille volte su mille tracce, editando e quantizzando ritmi fino a fargli perdere qualsiasi umanità nel groove. Se un cantante ha tre tracce per fare la sua voce deve concentrarsi, prepararsi e accettare che è così dove la sua qualità lo ha portato. Quindi anche quando usiamo il digitale per registrare o per il resto ne usiamo certo i vantaggi ma non vogliamo esserne schiavi e a volte si tratta di “educare” gli artisti a questo. Diciamo che preferiamo le meravigliose imperfezioni umane (quando ci sono eh, perchè spesso c’è gente che fa cose incredibili senza aiutini ) alle cose “iper leccate”, per il resto, per chi vuole c’è già l’AI in agguato.

 

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