A pochi giorni dall’uscita di Nuna, il nuovo progetto discografico di Gian Marco Ciampa, abbiamo avuto modo di intervistare il chitarrista romano per approfondire un lavoro che segna un punto di svolta nel suo percorso artistico, tra minimalismo, elettronica e ricerca timbrica.
Ciao Gian Marco e grazie per aver accettato di rispondere alle nostre domande. Partiamo dal titolo del tuo album, Nuna, che richiama il concetto di “ora”e sembra racchiudere una dimensione temporale e quasi meditativa: in che modo questa idea ha orientato la genesi e la costruzione del progetto?
Il titolo Nuna, che in islandese significa “ora”, nasce dall’esigenza di fermare il tempo in uno spazio di ascolto più consapevole e allo stesso tempo di scattare un’istantanea di un momento della mia vita personale e artistica. È un invito alla presenza, a sospendere la linearità del tempo e ad entrare in una dimensione quasi meditativa, dove ogni suono esiste pienamente nel momento in cui accade. Questo concetto ha guidato tutto il progetto: dalle scelte musicali, alla costruzione degli arrangiamenti, fino all’estetica visiva.
In questo lavoro la chitarra classica entra in dialogo con l’elettronica del producer BRAIL: come si è sviluppato questo incontro e quali nuove possibilità espressive ha aperto nel tuo linguaggio musicale?
L’incontro con BRAIL è qualcosa di molto naturale, perché nasce da un rapporto umano profondo che esiste da 25 anni. Abbiamo cominciato a suonare insieme, abbiamo avuto una band insieme per 15 anni e condiviso un immaginario comune da sempre.In questo brano l’elettronica non è mai invasiva, ma diventa un’estensione della chitarra, una dimensione che amplia lo spazio sonoro e permette di lavorare su profondità, respiro e texture in modo più libero.
Il repertorio attraversa autori come Arvo Pärt, Luciano Berio, Michael Nyman, Ólafur Arnalds e Jon Hopkins: quali affinità hai individuato tra queste scritture e come le hai rilette attraverso la chitarra?
Gli autori presenti in Nuna appartengono a mondi molto diversi, ma condividono una qualità essenziale: una forte identità sonora unita a una scrittura minimalista che lascia spazio al silenzio. Quello che mi interessava era trovare un punto di contatto tra queste estetiche e tradurle sulla chitarra classica, cercando di mantenere l’essenza dei brani che sono tutti originali per pianoforte, trasformandoli così in qualcosa di nuovo. La chitarra diventa così uno strumento narrativo, capace di attraversare linguaggi diversi mantenendo una voce unica e aggiungendo alle composizioni le peculiarità tipiche dello strumento come la varietà timbrica e la grande espressività.
Nuna nasce anche da un momento di trasformazione personale: quanto questo aspetto biografico ha influenzato le tue scelte artistiche e l’atmosfera complessiva dell’EP?
Sì, Nuna nasce in un momento di trasformazione personale e devo dire che nell’atmosfera dell’EP questo si sente tantissimo. Avevo la necessità di rallentare, di togliere tanta nebbia intorno a me, e di andare verso qualcosa di più essenziale e autentico che mi allontanasse dal caos. L’intimità, l’intensità e sopratutto la fragilità sono le caratteristiche che rendono questo EP davvero sincero, sia artisticamente che personalmente.
Il videoclip di Small Memory, ambientato nella Piana di Castelluccio, introduce una forte componente visiva e simbolica: che ruolo ha il paesaggio naturale nella narrazione del progetto?
Il paesaggio naturale ha un
ruolo centrale. Non è uno sfondo, ma una presenza attiva che dialoga con la musica. Nel caso di Small Memory, la Piana di Castelluccio rappresenta uno spazio sospeso, quasi fuori dal tempo, dove il suono può esistere in modo puro. La natura amplifica il senso di solitudine, ma anche di connessione, diventando così il teatro naturale dove poter esprimere la mia musica. Alla Piana di Castelluccio poi sono legato da sempre poiché è il luogo dove passo ogni Natale da quando sono bambino, quindi anche questa è stata una scelta per me emotivamente importante.
Questo lavoro sembra superare i confini tradizionali dell’interpretazione classica, aprendosi a una dimensione più ibrida e contemporanea: è una direzione che pensi di portare avanti anche nei tuoi progetti futuri?
Sì, è una direzione che sento molto vicina in questo momento, anche se in realtà è una delle anime che ha sempre fatto parte di me. Non si tratta tanto di superare la tradizione, quanto di attraversarla e portarla in un contesto contemporaneo. Mi interessa lavorare anche su una musica che possa dialogare con pubblici diversi, mantenendo però un livello di profondità e ricerca che appartiene al mondo classico.
In alcune atmosfere di Nuna si percepiscono suggestioni che ricordano paesaggi sonori nordici, vicini per certi aspetti a quelli dei Sigur Rós: quanto ti ha influenzato quel tipo di estetica e che rapporto hai con la loro musica?
I Sigur Rós sono la mia band preferita da quando ero bambino. Sono stati una presenza costante nel mio ascolto e hanno influenzato profondamente il mio immaginario sonoro. In generale ascolto molta musica che ruota intorno a quel mondo: artisti come Bon Iver, James Blake, Radiohead e altri progetti che lavorano su paesaggi sonori rarefatti, emotivi e molto personali sono il mio pane quotidiano da sempre.Quell’estetica, fatta di spazio, silenzio e intensità, è qualcosa che sento molto vicino anche nel mio modo di pensare la musica.
Grazie mille Gian Marco, noi ti lasciamo con i nostri migliori auguri per il meritato successo di Nuna e di tutti i tuoi progetti futuri.

