Nedo: un esordio in bilico tra passato e futuro

Nedo pubblica “Ci vuole iniziativa”, il primo album è un attraversamento emotivo tra cadute, ripartenze e verità che non si possono evitare.

È sempre bello ritrovare il suono della Dcave di Daniele Grasso… bello perché questo significa un rock verace, di suoni sempre molto poco “raffinati” e mai impacchettati per la piazza omologata e omologante… anche se le forme sono quelle del pop – e nello specifico che dolci visioni sono quelle che mi regala il brano “Passi indietro” – poi i modi di mix, i riverberi, i rullanti e tutti gli ingredienti mi teletrasportano negli anni ’70, a casa di gente come Claudio Rocchi, dove una certa lisergica psichedelia era il vero pop… e tutto questo sempre senza troppo esagerare.

 

E qui si peschi quasi ogni dove questo primo lavoro di Nedo dal titolo “Ci vuole iniziativa” uscito appunto per la Dcave Records di Catania. Un disco volutamente acerbo dal piglio che molto ricorda la spiritualità di Rocchi come detto ma anche l’istinto scanzonato e beffeggiatorio di Ivan Graziani e forse il brano “Cappello” è un momento topico in tal senso (e poi molto dell’immaginario un poco me lo ricorda), e tanto mi richiama alla mente anche certe distopie alla Led Zeppelin e compagnia cantando… e nel mix della voce di Nedo ci ritrovo tanto quel pop anni ’80 che usavamo in Italia per impacchettare la canzone d’autore radiofonica (e il funk che spesso sfoggia mi richiama un Carella meno didattico). E siamo dentro quella scena in fondo… il come inizia “Bandiere” è decisamente evocativa in tal senso… anche quel certo modo “scomposto” di far cadere le parole nelle metriche, radici di una scuola assai retrò… e quelle chitarre acustiche che non sempre conservano una perfezione stilistica… e quei riverberi, torno a dire: sono il mio vero centro estetico di questo esordio. Sarei curioso di capirne lo studio e la ricerca che c’è stato dietro… si pensi alla cassa e a tutta la sezione di drumming di “Tarli” per averne un esempio. Restando dentro questo brano è decisamente affascinante la soluzione di arrangiamento futuristica (che futuristica non è ma tanto sembra)… sembra danzare il clock del brano e questo un poco disturba, un poco affascina… o comunque così sembra forse proprio per questa voce un poco disossata rispetto a molte chiuse. Un ascolto decisamente anacronistico, rugginoso dentro i momenti di rock più esigenti sulle dinamiche, esoterico e psichedelico e molto evocativo quando si rilassa e lascia spazio a poche e piccole cose come dentro i primi istanti di “Bagni di rovi”. E come a rompere ogni abitudine, ancora una volta, arriviamo al vero fascino di tutto. Siamo alla fine della tracklist con “Futuro”: e penso che nonostante sia totalmente retrò nel modo, assai coraggiosa la scrittura e la produzione di questo brano che risulta un unicum di questo disco, rappresenta il vero futuro di come pensare alla canzone oggi… ma questo è il mio piccolo modo di leggerlo. Per il resto ascoltatelo e vedete se anche voi non vi sentite curiosissimi di conoscerne genesi e modalità di ripresa…

 

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