Delicatissimo panorama di salvezza, percorsi orchestrali dentro i cliché eleganti del bel canto italiano. Esce “Laggiù”, il nuovo singolo di Andrea Perrozzi, artista dalla lunga e articolata carriera tra musica, teatro e cinema, percorso lungo molto del quale speso al fianco del grande Enrico Brignano. La distanza morale che spesso scegliamo di mettere tra noi e il dolore degli altri… “Laggiù”diviene un luogo immaginario in cui chiudere al sicuro il dolore e (forse) saperlo così dimenticare. O come speranza di una esistenza scevra da dolore… evocativa la lirica e come poggia sulla melodia, misurata, più incline a porre domande che a offrire risposte. Tra soluzioni essenziali e delicate, parole mai soffocate, atmosfere sospese e intime. Il video in rete: la scelta dell’A.I. forse un poco stona con l’umanità che è centrale dentro questo brano…

Perché la guerra al centro di questo video? Pensi sia l’unico vero dramma come manifesto del dolore collettivo?
La guerra non è l’unico dramma, ma è quello più evidente. Quello li contiene tutti. È il punto in cui il dolore smette di essere privato e diventa qualcosa di organizzato, accettato. Mi colpisce sempre il fatto che la storia continui a ripetersi: come se l’uomo non avesse memoria, o ce l’avesse solo quando viene toccato in prima persona. La guerra, in questo senso, è un simbolo palese dell’amnesia umana.
Da cosa nasce questo brano? Da cosa nasce l’urgenza di proteggersi dal dolore?
Nasce da una stanchezza. Siamo continuamente esposti al dolore degli altri, lo vediamo ovunque, ma non abbiamo più il tempo di elaborarlo. A un certo punto ti difendi, ti proteggi, abbassi il volume. Questo brano nasce proprio da lì: dal conflitto tra il bisogno di sentire e la necessità di sopravvivere emotivamente.
E quanta biografia pensi serva per scrivere qualcosa di simile?
Serve quella che basta. La biografia è un punto di partenza, ma non può essere il centro. Se una canzone resta troppo autobiografica, si chiude. Quando invece riesce a staccarsi da te, allora può diventare anche di qualcun altro.
Bambini, emblema dell’essere indifesi… quanto il loro essere indifesi rispecchia la cattiveria umana?
I bambini non sono solo un simbolo di innocenza, sono uno specchio. Il fatto che siano sempre i più colpiti dice molto più sugli adulti che su di loro. Davanti a un bambino non ci sono giustificazioni possibili, ed è forse questo che fa più male.
“Laggiù” è un luogo o una speranza di salvezza?
È tutte e due le cose. È il posto in cui finisce quello che non vogliamo più guardare, oltre il nostro orizzonte. Ma è anche l’idea che, da qualche parte, ci sia ancora uno spazio in cui il dolore possa essere visto, non ignorato.
Belle le orchestrazioni, bella la dolcezza che non si infrange neanche quando entra il suono pop… era questo il suono che avevi in mente?
Sì, perché non volevo urlare. Volevo che la musica restasse gentile, anche quando il tema è duro. L’ingresso del suono pop alla fine non è una rottura, è la realtà che entra. Per me la dolcezza, oggi, è una forma di resistenza. E io cerco di resistere!
