Dopo una serie di lavori dedicati ai confini geografici, politici e culturali, Marco del Bene, aka MKDB, torna con OSAKA I DANCE, un album che sposta il conflitto all’interno dell’essere umano. Tra elettronica, ballad e poesia, il disco affronta guerra, violenza, solitudine collettiva e intelligenza artificiale, scegliendo un linguaggio musicale accessibile e diretto. Ne nasce una riflessione lucida sul presente, sulla memoria storica e sul ruolo dell’arte nell’epoca del rumore.
L’artista ci ha raccontato la genesi ed il significato del suo nuovo lavoro in questa intervista a cura di Chiara Lucarelli.
- Ciao Marco, OSAKA I DANCE arriva dopo lavori dedicati ai confini geografici, politici e culturali. In questo nuovo album il confine sembra spostarsi all’interno dell’essere umano, trasformandosi in conflitto. È stato un passaggio naturale nella tua ricerca o una necessità dettata dal presente?
Cogli benissimo l’intento del disco, un lavoro che è stata occasione per rivolgere lo sguardo al mondo interiore. Il progetto è stato quello di stemperare il disagio di vivere, vivo un passaggio storico in cui ciò che ci accade contraddice valori che avevo io stesso avevo dato per certi. Parlo della mia generazione ma anche di quelle che ci hanno preceduto. Mentre lavoravo all’ album, mi sono trovato, anche un po’ senza volerlo, a pensare a molte contraddizioni e riflessioni legate alle scenario contemporaneo. Con tutto quel portato di violenza diffusa con cui si manifesta. Per altro ero partito con l’intenzione di voler realizzare un disco dance, leggero, alla fine è venuto fuori un disco di ballad. La struttura armonica dei pezzi, la composizione, il record di OSAKA I DANCE con batterie e chitarre basse così volute a supporto della voce, intende raccontare qualcosa di importante ma in modalità espressiva semplice e diretta.
- Il disco affronta temi durissimi – guerra, violenza, riarmo globale – ma evita deliberatamente un tono grave o solenne. Quanto è importante, per te, sottrarre questi temi alla retorica per restituirli a una dimensione più umana e quotidiana?
In passato ho adorato il cinema che offriva risposte, quello che lenisce il dolore, come ad esempio in Spielberg. Oggi preferisco storie che mettono sul tavolo le domande, il cinema che solleva interrogativi mi stimola moltissimo, Nolan o Kubrick non compiacciono, non accarezzano le nostre coscienze. Dai finali dei loro film spesso arrivano riflessioni amare e che trafiggono. Arriva qualche considerazione che ci lascia da soli a galleggiare tra le incertezze. Il mio disco, a modo suo anche non vuole offrire risposte, vuole essere ascoltato mentre si lavora, o mentre si guida. Ho voluto creare qualcosa di fruibile per tutti, un album quasi divertito, sicuramente in contrasto con i temi dei testi che sono spesso intensi e non vogliono avere questo disimpegno e leggerezza. Quello che è certo è che non ho lezioni da poter dare al pubblico, più semplicemente, come artista, ho cercato di dare voce ad un disagio con la massima autenticità, e per farlo ho usato il mio linguaggio che è la musica.
- L’album unisce poesia, brani strumentali e canzoni. Questa frammentazione formale sembra riflettere un mondo spezzato, che fatica a tenere insieme le proprie narrazioni. È anche una metafora del nostro tempo?
Ho sempre amato il crossover. Penso che malgrado questi passaggi formali e di registro l’album abbia uno stile omogeneo, chi ascolta la mia musica può riconoscere certe caratteristiche del mio linguaggio. Oggi il rapporto fra le arti e i generi è molto più verticale e sinergico. Pensiamo al lavoro di Anyma tanto per fare un esempio iconico. La sua musica prende vita attraverso i suoi video, ma è anche possibile e vero il contrario. Oggi l’arte è sempre più connessa a varie discipline espressive, lo show e l’intrattenimento culturale si serve di più elementi da mettere in dialogo. Volevo un album fatto di canzoni, con pochi elementi orchestrali e molta elettronica. Nei miei recenti lavori (Abissirae e Nymba) avevo cercato altro. Ho voluto scrivere con OSAKA I DANCE anche delle canzoni che potessero arrivare dritte alla mia generazione. Il risultato mi dà qualche soddisfazione, per fortuna ricevo bellissimi feedback sulle canzoni.
- Osaka diventa un luogo simbolico: città del progresso, dell’Expo, ma anche evocazione della bomba atomica e di un futuro distopico. Quanto conta la memoria storica nel tuo modo di osservare il presente e immaginare ciò che verrà?
Un grande errore ci consente sempre di avviare un percorso di formazione. Sbagliare è comunque una opportunità, e nei casi più fortunati ci costringe a migliorare e cambiare. La memoria storica ha questo stesso valore, se non si riconoscono i pattern più negativi non si può evitare il dramma che rischia di riproporsi. Il rischio concreto che vedo è quello. Normalmente scelgo per le copertine opere e quadri con grandissima attenzione. Ho in piedi con le mie composizioni delle fortunatissime collaborazioni con artisti contemporanei, penso a Oliviero Rainaldi, Accardi, Bucchi, Basile. Stavolta ho scelto per OSAKA I DANCE un’ illustrazione per la copertina che mette in scena, non senza qualche provocazione, un bel fungo atomico. E’ la rappresentazione della città edonista dove campeggiano scritte al neon assieme anche ad un gatto spelacchiato. Il riferimento è all’immaginario di Blade Runner e parliamo di una realtà distopica da cui non siamo molto lontani.
- Nei tuoi appunti parli della sensazione di “conoscere già la strada e il risultato” dell’escalation attuale. È una forma di rassegnazione o una lucida denuncia dell’incapacità dell’umanità di imparare dalla propria storia?
Più che altro mi sono prefisso di raccontare semplicemente il mio personale disagio e le suggestioni che mi ha generato. Un artista propone la sua visione del mondo, uno stato d’animo: nel mio proposito non ci sono delle verità ma semplicemente l’importanza dei colori che lo rappresentano. Il blu, il rosso, il viola, per stare nel caso specifico, sono sicuramente i miei. Quello che vedo è un mondo tormentato, e penso che la nostra civiltà vive una fase di grande sofferenza. I testi dell’album e la musica seguono volutamente direzioni diverse, il contrasto è voluto. La musica non è concepita per sottolineare i temi nei test, e anzi ho scelto che alleggerisse. Questo credo sia una specificità importante del disco. E’ un album che prova a proporre comunque delle riflessioni, perché no anche complesse, e lo fa attraverso una scelta musicale asciutta e volutamente lineare.
- In Seed of the Universe ritorna l’idea di un’origine comune: “we were born from the same explosion”. Quando pensi che l’umanità abbia smesso di riconoscersi come un unico corpo, scegliendo invece la separazione e il conflitto?
Da un po’ sto tenendo uno spettacolo, si tratta di una performance audiovisiva con The Astronut Studio. Si intitola BORDERS, confini. Il confine è un concetto che attira la mia attenzione, apre una riflessione utile a mio parere perchè aiuta realtà diverse a stare nel confronto. Il confine è per me essenziale come il respiro, è vitale e contiene la possibilità stessa di farsi attraversare e ristabilire lo status iniziale. Lo stesso atto della nascita crea naturalmente quel primissimo confine dal corpo che ti ha generato. Ognuno di noi è portatore di un patrimonio genetico, porta con se la memoria cellulare della sua provenienza, quando nasci sei un “prodotto” di quel corpo da cui provieni ma ti separi per poi rincontrarlo. Quando ami una persona e ti senti in comunicazione, hai la possibilità di avere con quella persona una vibrazione comune. Questa percezione sensoriale ci capita di poterla comprenderla a volte, si percepisce bene anche quanto sia una stato di elezione e come sia fragile e precaria come condizione. La canzone mette al centro questo tema, la fragilità umana.
- Champions of Loneliness racconta la solitudine non come condizione individuale, ma come stato collettivo. In che modo questa solitudine diffusa diventa terreno fertile per la violenza, i nazionalismi e la paura dell’altro?
Il testo è proposto sia in forma di poesia che di canzone. La solitudine è di fatto una condizione insopprimibile dell’essere umano. E’ anche un frangente che promuove l’introspezione, il suo prodotto non è la violenza ma la possibilità di riconoscersi. La mia vuole essere una composizione, che proprio in questo brano, abbraccia questa evidenza, e che propone lo sforzo di trovare nell’altro qualcosa o qualcuno che ci assomiglia. Nella solitudine e nella frammentazione sociale in cui viviamo, la vera sfida è riconoscere nell’altro una parte del proprio mondo.
- In Mundos Rotos parli di concentrazione di capitali, populismo e algoritmi che decidono il destino delle persone. Quanto senti che oggi il potere sia diventato invisibile, e quindi ancora più difficile da contrastare?
Nel disco ci sono diversi brani che fanno riferimento ai RATM. L’arrangiamento di Mundos Rotos era un omaggio al loro rock politico. In seguito mi sono reso conto nella fase di produzione che, non essendo io Tom Morello & soci, quel brano non mi soddisfaceva. Mi piaceva comunque l’idea di aggiungerlo all’album e mischiare l’inglese allo spagnolo. Ho mantenuto la traccia della voce e poi ho scelto di alleggerire, rendendo questo brano più in linea al resto della produzione.
Il concentrarsi in poche mani nel mondo delle ricchezze, il populismo e gli algoritmi non sono una mia opinione, ma secondo me caratteristiche ben precise del nostro tempo che io ho voluto sottolineare in questa traccia. Volendo io fare un brano RATM sono risultati per me i temi perfetti.
- The President sembra svuotare la figura del leader fino a renderla una maschera, un rumore. È una critica ai singoli uomini di potere o all’idea stessa di rappresentanza politica nell’epoca della post-democrazia?
Ho avuto la fortuna di collaborare con un grande artista contemporaneo in questi ultimi anni. Parlo di Federico Solmi che nelle sue opere usa il sarcasmo con grandissima abilità e racconta un mondo di lotta, fatto di conflitto e sangue, e che immerge spesso le sua narrazione in ambientazioni americane. The President è un brano ispirato all’arte di Solmi e ritrae la figura del tiranno post democratico.
- AI Peace mette l’intelligenza artificiale al centro del discorso, ma senza demonizzarla. Piuttosto, sembra uno specchio della nostra etica. Ti spaventa di più la tecnologia in sé o l’uso che ne fa il potere economico e politico?
La tecnologia non mi spaventa, è uno strumento, ci deve interessare per i suoi utilizzi. Ai tempi in cui ero un ragazzo era famoso il film War Games: in quel film accadeva che un AI scatenava una guerra mondiale. Sembra che ci ritroviamo nella possibilità concreta che oggi ci siano condizioni come in quel film. Io penserei a restare vigili e soprattuto a non sterilizzare le nostre competenze cognitive.
- Lara’s Birthday affronta il tema della facilissima disponibilità di armi negli Stati Uniti attraverso una storia intima e familiare. Perché hai scelto una narrazione privata per raccontare un problema così profondamente politico?
Il brano è ispirato ad il libro del fotografo Gabriele Galimberti “Ameriguns”. Ho tradotto in canzone quello che mi ha molto colpito di questa opera. Si tratta di un ritratto agghiacciante di un paese dove, nell’obiettivo di difendersi dal nemico, si nutre la società di armi cercando in modo folle di poter così sostituire la cultura della comprensione. Questa è la storia di Lara’s Birthday, una ballad nata dalle atmosfere di questo libro.
- Frasi come “dancing together is better” sembrano volutamente semplici, quasi infantili. È nella semplicità che vedi una possibile alternativa alla complessità violenta del presente?
La danza e il ballo sono il primo gesto sciamanico che può radicare le proprie energia alla terra. Lo si capisce spesso quando si balla e spontaneamente si chiudono gli occhi. Non è rilevante il contesto esterno, scompare con chi ci troviamo in quel momento e dove siamo, a me fa pensare a un momento ancestrale, quasi di trance concesso alla mente. C’è anche il riconoscimento primitivo con il ritmo innato, il battere del tamburo e delle nostre origini. Da una parte sicuramente c’è questo aspetto, ma dall’altro nella frase c’è anche il fatto che in migliaia di canzoni, dance appunto, ricorre il verbo DANCING. Proprio il suono anche della parola ricorrente si accompagna e la ritroviamo nei fraseggi di vocalist un po’ ovunque. Si tratta di un semplice citazione di quel mondo.
- Un’ultima domanda: OSAKA I DANCE non offre soluzioni né risposte definitive. Che tipo di inquietudine, o di consapevolezza, speri rimanga nell’ascoltatore una volta finito il disco?
Non vorrei che lasciasse inquietudini, è un disco che vuole nelle mie intenzioni lasciare qualche interrogativo sano. Nel musicare Bluebird di Bukowski, ho cercato di interpretare i versi che amo di questo poeta, e ho cercato di sottrarmi al registro drammatico. La chitarra aiuta a farlo, la mia scelta del suono è andata in questa precisa direzione. La scelta di musicare i versi di Bukowski è stata stimolata da un dialogo tra me e un filosofo romano, Gianluca Torresi, che stimo molto. Torresi è una persona capace di rappresentare la realtà con una linearità e un cinismo (terribilmente romano!) che ritengo incredibilmente veritiero. OSAKA I DANCE vuole proporre questa lettura, e tenendomi alla larga da tinte drammatiche, ho voluto farlo attingendo al pop.

Ringraziamo Marco del Bene per la disponibilità e la generosità con cui ha condiviso il percorso umano e artistico che ha dato forma a OSAKA I DANCE. Un lavoro che invita all’ascolto e alla riflessione, senza cedere alla semplificazione o alla retorica. A lui va l’augurio di continuare a esplorare, con la stessa lucidità e libertà, i territori complessi del presente e le loro inevitabili trasformazioni future.
