Eccolo il primo disco di AdriaCo al secolo Adriano Meliffi. Un incrocio di semplicità pop, di ricerca d’autore, di quel suono che sfoggia anche il coraggio di uscire dai pattern comuni (si ascoltinoi gli interludi di questo disco). E poi la voce che si fa pregna di romantiche flessioni lievemente velata di una nebulosa che mi fa pensare a favole e a quadri colorati a pastello. “Collezione di arretrati” è così, figlio di un’urgenza come dimostrano le lunghe e attente risposte che arrivano alle mie domande. Tutto questo, nella semplice potenza di un disco che conosce il dono della sintesi, significa anche rispetto di se stessi e di chi ci si avvicina… niente che sia nuovo e rivoluzionario, sia chiaro… ma ha la forza di farsi sottolineare.

Brani scritti nell’arco di 16 anni… tantissimo. Cosa li ha tenuti fermi in un cassetto? Cosa li ha liberati?
Li ha tenuti fermi tantissima roba. In primis una valanga di occasioni sfumate, a volte semplici sfortune, altre volte collaborazioni che non hanno funzionato, progetti che partivano con le migliori intenzioni ma si perdevano nella realizzazione, perché abbiamo tutti sempre troppo da fare, troppo di corsa. Questa è una storia comune a quella di tantissimi artisti e cantautori validi. Poi (e questa è roba molto mia) l’attesa di qualcosa che non c’è, da almeno 15 anni, il mercato, saturo e pilotato dalle major che riempiono tutti gli spazi, che sono pochi, per promuoversi o anche solo farsi conoscere. Tanta musica che oggi stenta a farsi notare anche solo sui social, nel 2000 avrebbe scalato le classifiche italiane su MTv. Ma anche qualcosa che non c’è in me. Ho creduto di dover dimostrare a tutti i costi di avere un “x-factor”, di essere vincente, ma io ero invisibile persino da ragazzino, a scuola, non sono mai stato bravo a creare interesse intorno a me. Questo è ciò che muove praticamente tutto oggi, in un mondo dominato dai social in cui mettere in vetrina la propria vita. Ci sono stati momenti in cui realizzando questo mi sono detto che allora non vale la pena fare la mia musica, se tanto non ho speranza alcuna, se quello che faccio non suscita alcun interesse. Poi ho capito che invece quello che facciamo ha valore di per sé, per il percorso che ci ha portati lì. Realizzare di non dover dimostrare niente a nessuno, di dover registrare e condividere la mia musica anche solo per rispondere a questo richiamo interiore, senza attendere necessariamente risultati, è stato la molla chei ha fatto scattare.
Che sia nascosta dentro la prima canzone questa risposta? “Qualcosa simuove in me, mi attraversa, mi contamina”… stai vivendo “Un’altra favola”?
In parte sì, è una risposta. Le canzoni, dico sempre, vivono tante vite. A volte vengono scritte per un motivo e poi il loro significato cambia nel tempo. Quel risveglio brusco di Un’Altra Favola ha segnato il momento in cui ho deciso di mollare tutto il resto, gli studi universitari e dedicarmi 100% alla musica. Ma avevo 24 anni all’epoca e del mondo della musica sapevo molto poco. Avevo solo scritto centinaia di canzoni e sognavo di potermi esibire su grandi palchi come gli artisti che amavo. Chiaramente non sto vivendo quella favola, ma forse ne sto vivendo un’altra, fatta di consapevolezza e identità. E cantare oggi il risveglio di Un’altra favola, averla voluta fortemente nel disco, è più legato a questo nuovo momento che mi porta a fare musica per me, perché mi piace farlo.
Parlami degli interludi… estemporanee di suono e di forma. Perché e che ragione hanno dentro il suono pop di questo disco?
Noto che questi interludi suscitano sempre molta curiosità. Mi fa sorridere e mi sorprende perché in realtà volevano essere un’idea molto semplice e nulla di troppo innovativo. Oggi la maggior parte dei dischi, anche molto più pop del mio, contengono brevi interludi tra le tracce. Essendo Collezione un disco con canzoni scritte anche in momenti molto diversi, rischiava di suonare poco omogeneo a livello di suono. Così ho pensato di spacchettare alcune canzoni, far emergere layer di percussioni, chitarre, tastiere, cori, registrati per varie tracce e sommersi da altri strumenti, isolarli, giocando con tonalità e velocità per rimontarli in modo inaspettato. È stata la prima volta che ho lavorato solo su strumentali e mi sono dato dei temi, come faccio per le canzoni. Ho utilizzato questioni ricorrenti nei testi del disco, come un filo rosso che lega le tracce: la società che genera ansia del tempo, l’incomunicabilità delle persone, ciascuna chiusa nel proprio mondo di pensieri e infine il tempo come cambiamento, evoluzione che salva.
Gli arretrati… restano tali e ci facciamo pace o si ripescano per risolverli?
La seconda decisamente. E non ho molto altro da aggiungere in verità. Questo è un disco per fare pace con gli arretrati, con il tempo che passa, con le cose che lasciamo ma anche per ritrovare sé stessi nelle proprie radici, che a volte stanno anche in mezzo ai nostri arretrati. Il punto poi è andare al proprio tempo, gli arretrati nascono quando cerchiamo di adeguarci a ritmi che non ci appartengono. Continuerò a pubblicare canzoni nuove accanto ad arretrati. “Adesso non butto niente”, come dico in Mercato. Delle cose che hanno valore per noi, non bisogna mai buttare niente.
Bella questa copertina: sai che somiglia poco al suono e alla ragione di questo disco? Come li colleghiamo?
Opera di Matteo Lucibello. In epoca di grafiche semplici, improvvisate, per non parlare di IA generative, è un valore aggiunto contattare professionisti per ogni arte con cui ci interfacciamo. Matteo ha ascoltato tutti i brani, letto un documento in cui ho raccontato le loro storie, la loro genesi. Si è preso del tempo e poi ha partorito questi 11 mostri, uno per canzone. Ogni arretrato ha la sua copertina, poi in quella del disco di compongono tutte insieme, in una caotica e colorata collezione di mostri dell’inconscio, come un inventario grottesco. Ci sono stati dei pilastri concettuali in questo lavoro grafico: nel mio EP precedente (N) la copertina era molto buia e spenta, mentre aprendo l’album si apriva un arcobaleno di colori. Il grafico di quel disco (Riccardo Ippolito) lo aveva creato per rappresentare il mio aspetto un po’ timido e introverso, che quando si apre si svela. Collezione di Arretrati è un disco più estroverso, che si mostra senza paura, quindi i colori sono fuori. E poi c’è il tema dell’infanzia, il richiamo vintage e questi mostri richiamano l’immaginario dei primi cartoni animati, che erano per bambini ma facevano anche un po’ paura.
AdriaCo arriva dopo ACo. Mi affascina sempre il cambio di pelle, di nome, di identità… che è successo?
È successo che sono cresciuto e che ACo era un progetto che mi cominciava a stare stretto. In verità vorrei continuare a usare il nome ACo per identificare ciò che produco, come fosse il nome della mia “casa di autoproduzione”, mentre AdriaCo sono proprio io. AdriaCo mi ha rimesso al centro nell’equazione tra Adriano e il suo Co. Dove per Co intendiamo non solo i miei musicisti e collaboratori, ma tutte le persone che fanno parte del mio mondo e quindi entrano volenti o nolenti nella mia musica. ACo come progetto mi vedeva molto dietro le quinte. Nell’EP (N) ho fatto cantare tante altre persone. Poi però sul palco anche per praticità andavo io da solo salvo rari casi e soprattutto ero comunque io a scrivere testi e musiche, a portare avanti tutto. Il mio ruolo aveva quindi un’ambiguità di fondo: progetto solista, collettivo o band? AdriaCo invece è più apertamente un progetto solo mio, ma c’è sempre l’idea del Co, perché non si può fare niente davvero da soli.
Tornando ad oggi: quali sono i tuoi nuovi miti? Come dentro “Amati”… il risveglio a nuovo giorno, senza nascondersi negli armadi… allo specchio che vedi?
Il mio mito oggi è quello di stare bene. Che è davvero un mito, per come è la società oggi, mi permetto di dire. È guardarmi allo specchio e riconoscermi, piacermi, amarmi per come sono, senza proiettare su di me aspettative che non mi appartengono. Sto recuperando da un po’ di anni alcuni piaceri, vedere amici per fare giochi da tavolo, prendermi pause, guardare film e serie che mi piacciono, scoprire nuova musica e non ascoltare solo quello che devo per lavoro, che succede anche questo ai professionisti della musica, perdiamo la voglia di ascoltare. E sono aperto alla possibilità di fare altro per guadagnare, perché diciamo che con la musica è un po’ un casino. Ma continuare a produrre la mia musica sempre. Mi vedo felice anche così.
