Quando folk, rock, blues e delle forme intramontabili di pop si vestono di quella ruggine e di quella leggerezza che porteresti con te in viaggio… magari su grandi rout del sud, quando il cantautore diviene narratore di vita, edulcorando il dolore e amplificando la rinascita come segno di continuità. Andiamo a Firenze, andiamo dentro le trame di Matteo Nativo che dopo tanta vita spesa al seguito del fingerstyle – palchi e studi svolti anche in America – approda ad un disco che tiriamo fuori dal cassetto: “Orione”, un esordio di vita, per la vita, di leggeri tramonti all’orizzonte, di nuove trasformazioni… Matteo Nativo accoglie anche due traduzioni di Tom Waits e alla fin della fiera si fa di zucchero e di ruggine per fotografare la sua personale rinascita in questo tempo nuovo. Ha il blues nel sangue… ha l’America sulle dita.

Cosa significa per te essere blues?
Essere blues per me significa trasformare le emozioni vere, anche quelle difficili, in musica. Non è solo uno stile o una tecnica, ma un modo di sentire e raccontare la vita con sincerità e profondità.
Blues, folk… dentro trame pop… quale che sia l’etiche stiamo parlando sempre di rapporti umani con il popolo.
È una costante nella tua vita?
Sì, è una costante. Qualsiasi etichetta musicale — blues, folk o pop — per me è sempre uno strumento per raccontare storie umane, parlare di rapporti, emozioni, vite quotidiane. La musica serve a connettere le persone, e questo è ciò che cerco in ogni canzone: creare un dialogo sincero con chi ascolta, far emergere esperienze condivise.
Suggestiva e dal taglio irlandese “Ultima stella del mattino”: una canzone di promesse. Qual è il vero bagaglio che ci portiamo dentro / dietro?
Ultima stella del mattino è una canzone di promesse, ma anche di memoria. Il vero bagaglio che ci portiamo dentro è fatto di esperienze, incontri, gioie e ferite: tutto ciò che ci ha formato e ci accompagna nei nostri passi. Nella musica cerco di raccontare proprio questo — quello che resta dopo ogni esperienza, ciò che ci rende umani e ci permette di connetterci con gli altri.
E poi qui sento per la prima volta la tua voce poco sicura sulle chiuse, soprattutto quando si muove su registri assai bassi. Poco sicura ma decisamente espressiva… sbaglio o è così? C’è da chiedersi nel caso se sia una scelta voluta…
No, non sbagli. Ci sono momenti in cui la mia voce appare meno sicura, soprattutto sui registri più bassi, ma lo considero parte dell’espressività. Non è mai una mancanza: è un modo per trasmettere fragilità, umanità, tensione emotiva. La scelta di lasciare questi dettagli “a nudo” nasce dalla volontà di far sentire la verità della canzone, senza maschere o artifici: è la voce così com’è, con tutte le sue sfumature, che racconta meglio di qualsiasi perfezione tecnica.
“Un’altra come te” è la vera bandiera America di questo disco. Che ci avrei visto un Ry Cooder alle chitarre elettriche… hai preso molto da quella scena?
Sì, Un’altra come te è sicuramente uno dei pezzi più “americani” del disco. Ry Cooder e quella scena di chitarra elettrica hanno avuto un’influenza importante su di me: non tanto per imitare uno stile, ma per l’approccio alla canzone, il suono e il modo di raccontare storie con gli strumenti. Ho cercato di assorbire quell’energia e tradurla nel mio linguaggio, rispettando il mio stile ma lasciando trasparire quelle atmosfere.
Parlando di Tom Waits e delle due traduzioni. Sia la tua che quella firmata da Silvia Conti quanto e come hanno riscritto il brano? Oppure hai seguito passo passo la fonte originale?
Con Tom Waits il discorso è sempre delicato, perché la forza delle sue canzoni sta nelle sfumature. Nella mia versione e in quella di Silvia Conti c’è sicuramente una riscrittura: non si tratta di tradurre parola per parola, ma di catturare il senso, le immagini e le emozioni del brano originale. Ho seguito da vicino la fonte, ma allo stesso tempo ho permesso alla mia voce e al mio stile di entrare nel testo, per renderlo vivo nella mia lingua e nel mio modo di cantare. In fondo, una traduzione musicale è sempre anche una reinterpretazione.
A lavoro per un nuovo disco? Questa volta di pace?
Sì, sto già lavorando a nuove canzoni. Non voglio dare etichette troppo rigide, ma sicuramente c’è un’idea di pace, di equilibrio, che attraversa i nuovi brani. Dopo Orione, sento il bisogno di esplorare momenti più luminosi, senza però perdere la profondità e l’onestà emotiva che cerco sempre di mettere nella musica. È un percorso naturale: la musica segue il mio stato d’animo e la vita che attraversiamo, e ora il desiderio è quello di raccontare anche una forma di serenità, con tutte le sfumature che la accompagnano.
