NoIndex: il futuro nel nuovo artigianato digitale.

È pop, è cantautorato, è l’elettronica che dice la sua ma non lascia governare le macchine. Splendide e vellutate le visioni che arrivano dal futuro di un mondo privo di emozioni. Le visioni del trio campano dei NoIndex affascinano e richiamano alla mente un cinema distopico ampiamente conosciuto. Sono Francesco Paolo Somma (voce, autore dei testi e compositore), Cris Pellecchia (bassista, compositore e arrangiatore dei brani) e Gianfranco Balzano in qualità di live producer e sound engineer. Ascolto “3024” con l’immersione di chi crede alla fine, chi la vede benissimo, chi in qualche modo le concede il lusso della propria resa. Potenti anche i film che troviamo in rete: non solo video, non semplicemente didascaliche narrazioni. È un progetto da tener sotto la lente di ingrandimento, quando si parla di musica e di messaggio… e non solo di mero e stupido intrattenimento. Mettetevi comodi che ci aspetta una chiacchierata (con Francesco Paolo Somma) davvero densa di spunti di riflessione…

Il nome NoIndex sembra evocare un’esclusione, un’esistenza ai margini del visibile. Quanto c’è di personale in questa scelta?
“NoIndex” è nato come un tag HTML, certo, ma nel tempo è diventato un manifesto esistenziale.
A livello personale, l’ho sempre vissuto come una presa di posizione contro l’ansia di visibilità che ci devasta. In un’epoca in cui tutto viene archiviato, categorizzato, tracciato e monetizzato, dire “NoIndex” significa difendere una zona di libertà interiore. Di non disponibilità. Di opacità.
Ogni esperienza umana viene ormai immediatamente tradotta in contenuto. Il nostro nome è un atto di opposizione silenziosa a questa logica. Come dire: “Sì, esisto. Ma non nei vostri database.”
In questo senso, è anche molto personale: è il nostro modo di dire che l’umano non può essere ridotto a una riga di codice o a una tabella di analytics. È un’esistenza che rifiuta l’ottimizzazione. E che proprio per questo continua a pulsare.
Viviamo in un’epoca in cui persino l’orrore è normalizzato e l’invisibilità è sistemica. Pensiamo a Gaza: bambini, donne, uomini, anziani, famiglie innocenti cancellate nel silenzio di gran parte dei media occidentali. Loro sono i veri non indicizzati. Nessun algoritmo parla di loro, nessun feed li protegge. È paradossale come per parlare di Gaza ed eludere la pressione soffocante dell’algoritmo, bisogni utilizzare vie alternative per scrivere Gaza o Genocidio. Come “G4z4”, “g*nocidio” e altri escamotage che mostrano quanto la lingua sia l’ultima frontiera di una libertà meramente apparente.
Il nostro nome vuole essere questo: un atto di presenza dentro la cancellazione.
“NoIndex” è una scelta. È la nostra zona di libertà. Una faglia nel cemento. Un margine che respira.

In un’epoca in cui tutto punta a farsi vedere, perché avete deciso di dare voce proprio a chi resta “non indicizzato”
Perché quella voce è la più sincera.
Il rumore del mondo oggi è assordante. Ma è un rumore programmato, ottimizzato, ingegnerizzato per essere accolto dall’algoritmo. La voce di chi resta ai margini — o viene attivamente espulso — è una voce che stona, che lacera, ma che dice la verità.
I non indicizzati sono quelli che restano fuori per scelta o per trauma. Gli ultimi, i silenziati, gli ipersensibili, gli alienati. E anche chi, in un certo senso, sceglie la sottrazione come forma di dignità.
Vogliamo dare voce a chi ancora si emoziona in una società che premia l’anestesia. A chi trema, quando tutti gli altri performano certezze.
Se oggi i social, gli algoritmi, i modelli predittivi decidono cosa vale e cosa no, allora stare fuori da quell’indice è un atto politico. È un modo per dire che esistono cose che sfuggono alla misurazione. E che proprio quelle valgono di più.

“3024” immagina un futuro, ma è davvero così lontano da noi? Vi capita mai di sentire che quella distopia sta già accadendo?
Non solo ci capita. È già qui.
Guardiamo cosa sta succedendo con l’esplosione delle intelligenze artificiali: intere industrie stanno già adattando il linguaggio umano alle esigenze delle macchine, e non il contrario. Ieri un’azienda americana ha licenziato l’intera squadra di customer care per sostituirlo con un chatbot generativo. Oggi i giornali pubblicano editoriali scritti da AI. Domani chiederemo a un algoritmo di raccontarci chi siamo?
A Gaza – perché non è mai abbastanza parlarne, una tecnologia di riconoscimento facciale sviluppata da aziende occidentali viene usata per identificare obiettivi civili. I droni guidati dall’IA sorvolano quartieri interi, decidendo chi vive e chi muore. E nel frattempo, qui da noi, l’intelligenza artificiale viene presentata come intrattenimento, come comodità. Come “tool” per modificare la foto con la nostra amata in versione “Studio Ghibli”. Tutta distrazione di massa che va a fare il gioco di quella “Ataraxia” che abbiamo immaginato.
La lobotomia del pensiero è un “Arancia Meccanica” sociale che ci spinge a giocare col dolore, con la morte, con la salute mentale, rendendo tutto “meme” e banalizzando anche il più serio dei drammi con video TikTok e parole vuote di cordoglio affiancate da emoji che piangono.
“3024” racconta un mondo in cui le emozioni sono diventate incompatibili con l’efficienza del sistema. Dove il pensiero è disfunzionale, e la spiritualità è considerata un errore di sistema. Sembra assurdo, ma in fondo: non è già così quando un ragazzo viene giudicato “inadatto” perché è troppo sensibile? Quando personaggi tossici come Andrew Tate salgono in cattedra diventando la nuova “mira” dei giovani perché venditore di uno stile di vita fatto di muscoli, soldi e ruvidità emotiva? Quando una scuola privilegia la performance alla curiosità? Quando uno Stato considera il disagio mentale solo un problema di produttività?
Questa distopia è già in corso. Solo che viene venduta come progresso.
Noi proviamo a suonare dentro questa contraddizione. E a non rimanerne anestetizzati.

Il concetto di “Residuali” è potente: chi sono, secondo voi, oggi, i Residuali nella nostra società?
I Residuali sono tutti quelli che non si sono arresi all’idea che “così va il mondo”.
Sono quelli che sentono ancora troppo. Che non riescono ad adattarsi. Che non stanno nei numeri. Che si fanno domande, anche quando farsele fa male.
Sono i lavoratori invisibili che mandano avanti i sistemi senza mai essere riconosciuti. Gli artisti che non si vendono. Le persone neurodivergenti, le minoranze, gli oppressi. Tutti quelli che non si piegano, e nonostante tutto continuano a cercare significato.
Ma Residuali sono anche quelli che stanno in silenzio e osservano. Che rifiutano la logica del “content” per dare spazio a contenuto vero, a relazioni vere, a connessioni lente.
In un’epoca in cui tutto deve essere utile, efficiente, monetizzabile, il Residuale è colui che vive come se l’essere umano avesse ancora un valore in sé. Anche — e soprattutto — quando non serve a niente.
“Residuale” è un termine dispregiativo che la macchina di “Ataraxia” ha dato a coloro i quali non hanno accolto il chip Neuroveil e non si sono piegati al sistema che abbiamo immaginato sorgere e dominare nel 3024. Un termine dispregiativo che però gli stessi “Residuali” hanno accolto ed adottato come proprio. Il loro più grande peccato agli occhi delle Macchine di Ataraxia divenuto il loro più grande scudo.

Se “Invisibili” è un grido di chi si sente escluso e “Lacrima” una resa al dolore della perdita, qual è il prossimo volto che prenderà questa vostra narrazione?
“Shiva”, il nuovo videoclip, è il nostro capitolo di svolta.
In “Invisibili” c’era la lotta, il sogno spezzato, la consapevolezza che qualcosa ci stava venendo strappato. In “Lacrima” c’era la frattura, la perdita, la memoria biologica delle emozioni che Ataraxia ha distrutto. In “Miracoli e Santi” c’è la caduta degli Dei, del pensiero, della spiritualità e il dominio delle macchine.
In “Shiva”, invece, accade qualcosa di nuovo: si apre un varco. Un Residuale scopre che il sogno non è solo rifugio, ma strumento. Un luogo in cui il tempo si piega. Un mezzo per tornare indietro, anche solo per un istante.
Questo è il gesto di “Shiva”: rompere il ciclo della rassegnazione.
Noi vogliamo continuare lì. Non offrendo risposte, ma aprendo varchi.
Creando luoghi dove sentirsi, vedersi, ricordarsi umani. Dove il suono è carezza e urlo insieme. Dove la musica non è intrattenimento, ma resistenza.
La nostra narrazione sarà sempre un atto d’amore verso ciò che resta.
E un dito puntato contro chi continua a spegnere la luce negli occhi degli altri.
Con l’album che verrà vogliamo andare lì.
Verso il tentativo non solo di sopravvivere al trauma, ma di riscriverlo.
Non è un’utopia, non è un happy ending. È un’ipotesi.
Che cosa accadrebbe se potessimo comunicare con il passato? Se potessimo dire ai nostri sé precedenti: “Attenzione, è qui che tutto è cambiato”? “Shiva” è un cortocircuito. È un gesto d’amore tra due persone lontanissime, che però si vedono. È il desiderio di lasciare una traccia, anche quando tutto grida alla cancellazione. E il nostro prossimo volto sarà questo: la ricerca di linguaggi nuovi, che possano custodire ciò che ci resta. Parole, gesti, sogni — tutto ciò che ci tiene umani, ancora per un po’.

 

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