Belfast: il ritorno alle origini di Kenneth Branagh

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Una pellicola in bianco e nero imperniata da una forte nostalgia, ci mostra attraverso gli occhi di un bambino di nove anni la grigia realtà della guerra tra protestanti e cattolici.

Il 24 Febbraio 2022 è uscito nelle sale italiane il film “Belfast”, scritto e diretto da Kenneth Branagh. Il film è ambientato negli anni ’60 in Irlanda del Nord, il periodo dei Troubles, la guerra a bassa intensità che si è  svolta tra la fine degli anni sessanta e la fine degli anni novanta.

È un’opera semi-autobiografica che parla della vita di una famiglia protestante dell’Ulster, dal punto di vista di un bambino di 9 anni. Nell’agosto del 1969 a Belfast, le rivolte arrivano nella strada ove abita Buddy, il nostro protagonista. Un gruppo di lealisti protestanti attacca le case dei cattolici e gli abitanti della strada decidono di allestire una barricata per poter prevenire ulteriori conflitti. La famiglia di Buddy si tiene alla larga dai conflitti e non cede alle lusinghe dei violenti.

La pellicola trova delle similarità con l’infanzia del regista: egli cresce fino all’età dei 9 anni in Irlanda del Nord, fino a quando con lo scoppio della guerra civile, il padre decide di accettare un lavoro a Nord di Londra. Un cambiamento che avverrà anche nella vita del piccolo Buddy.

Buddy rappresenta Kenneth, e lo ritroviamo anche nelle paure e nelle incertezze. Come dichiarato in alcune interviste, dopo il trasferimento, Branagh ebbe alcune difficoltà dovute al suo accento. Questo si ricollega ad una delle preoccupazioni maggiori del piccolo nel film: il terrore di non essere capito dalle persone di Londra.  Nel corso del film troviamo un piccolo rimando al futuro del regista attraverso l’utilizzo di un fumetto: in una scena troviamo il bambino a leggere un fumetto di Thor, film che Branagh ha diretto nel 2011.

Belfast è un intreccio di ricordi ed emozioni. Fortemente potente sia dal punto di vista visivo ed emotivo, tratta il dramma con le esplosioni, le sparatorie e i saccheggi, ma anche attraverso l’amore e i legami familiari, guardando dagli occhi puri di un bambino che sta vedendo la sua vita cambiare. Il passaggio dall’innocenza ad una forzata maturità, l’arrivo alla consapevolezza dell’infanzia ormai passata nel momento in cui degli uomini vogliono reclutare Buddy e il fratello nella lotta, con pressioni alle quali i due non cedono. La triste storia di un bambino che vuole solo giocare, andare al cinema e prendere buoni voti a scuola per poter arrivare a sedersi accanto alla ragazza che gli piace.

Un film che lascia lo spettatore con il fiato sospeso e con un mucchio di domande. Termina con le parole della nonna, che guardando la famiglia allontanarsi dice “Avanti, via da Belfast. Verso il futuro”, un finale di certo emozionante ma che non mette un punto definitivo al film, lasciando solo speranza e tante domande.

La forte storia, scritta da Kenneth durante la pandemia, ha portato l’uomo e il suo film a numerose candidature e a vincere il Golden Globe per la migliore sceneggiatura, il premio come miglior regia Alice nella città al Festival di Roma e ad accaparrarsi ben sette candidature per il premio Oscar di quest’anno, tra cui quella per miglior film e miglior regista. Branagh aveva già ricevuto altre candidature al premio Oscar, otto per la precisione e altri riconoscimenti, come i cinque premi BAFTA ricevuti per Enrico V, Il commissario Wallander e altri due onorari; due Emmy per Conspiracy e Il Commissario Wallander, tre european Film Award per Enrico V e un Premio Laurence Oliver per l’opera teatrale Another Country.

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