A cinquant’anni dal terremoto che il 6 maggio 1976 devastò il Friuli, un nuovo progetto editoriale restituisce uno sguardo inedito su una delle pagine più drammatiche della storia italiana del secondo dopoguerra. “E ven la fin dal mont! Una bambina friulana nel terremoto del 1976”, promosso dall’Associazione Int di Cuje APS di Tarcento con il contributo del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, sceglie infatti di raccontare la tragedia attraverso la prospettiva dei bambini che vissero quei giorni, offrendo una narrazione capace di intrecciare memoria, emozione e analisi sociale.
Curato da Paola Treppo, fotografa, giornalista e scrittrice impegnata da anni nella valorizzazione della memoria friulana, il volume raccoglie testimonianze dirette, documenti d’archivio, fotografie storiche e materiali inediti che ricostruiscono non solo gli eventi, ma soprattutto l’esperienza vissuta da una generazione segnata da quel trauma. Il titolo, tratto da un’esclamazione reale pronunciata la sera del sisma – “Arriva la fine del mondo!” – restituisce con immediatezza la percezione di un momento che, per molti, rappresentò uno spartiacque esistenziale.
Il tratto distintivo dell’opera è il cosiddetto paradosso dell’infanzia felice nel trauma. Mentre gli adulti erano impegnati nella gestione dell’emergenza e nella ricostruzione, i bambini sperimentavano una dimensione inattesa di libertà. I villaggi di baracche diventavano spazi di gioco e scoperta, i cantieri si trasformavano in scenari da esplorare, e la quotidianità assumeva i contorni di un’avventura collettiva. Una libertà che, a distanza di anni, viene riletta con consapevolezza diversa, come esperienza straordinaria vissuta inconsapevolmente dentro una tragedia.
Accanto a questa dimensione, emerge con forza il tema della comunità. La vita nei prefabbricati di Plan di Paluz, Coja e Tarcento fu segnata da una condivisione intensa, fatta di relazioni costanti, solidarietà e assenza di barriere. Le porte aperte, le voci sempre presenti, la socialità spontanea costruirono un tessuto umano che molti ricordano con nostalgia. Il ritorno alle “case nuove”, simbolo della ricostruzione materiale, coincise paradossalmente con la dispersione di quella comunità, segnando la fine di un’esperienza irripetibile.
Il libro affronta anche un nodo più profondo e meno visibile: quello dell’elaborazione emotiva. Per decenni, la popolazione friulana ha incarnato un modello di resilienza silenziosa, concentrata sulla ricostruzione concreta più che sull’espressione del dolore. “Il permesso di piangere”, evocato nel volume, diventa così una chiave di lettura potente: a mezzo secolo di distanza, si apre finalmente uno spazio per riconoscere e condividere il trauma, restituendo voce a emozioni a lungo trattenute.
Da questa esperienza emerge quella che l’opera definisce la generazione del “non si sa mai”: un’eredità psicologica fatta di prudenza, capacità di previsione e attenzione al rischio. Comportamenti quotidiani come accumulare scorte, conservare strumenti di emergenza o evitare sprechi assumono una nuova interpretazione, diventando tracce tangibili di un passato che continua a influenzare il presente.
La ricostruzione, tuttavia, non fu solo materiale. Il terremoto contribuì a forgiare un’identità collettiva, fatta di adattabilità, senso pratico e solidarietà. Una “ricostruzione invisibile”, quella delle persone, che ha lasciato un segno profondo nella cultura friulana e nella sua capacità di reagire alle difficoltà. Come ricorda una delle testimonianze raccolte, fu proprio il legame umano – più ancora delle risorse materiali – a permettere di affrontare la devastazione e immaginare il futuro.
Particolarmente significativa è anche la documentazione di esperienze educative nate in condizioni di emergenza. La scuola in tenda di Coja, guidata dalla maestra Liliana Cecconi, e la scuola “Monsignor Camillo Di Gaspero”, fondata da don Antonio Villa tra i prefabbricati di Tarcento, rappresentano esempi concreti di resilienza e innovazione. In quei contesti, l’educazione non si fermò, ma si trasformò, diventando strumento di coesione e rinascita. Un’eredità che continua ancora oggi, a distanza di cinquant’anni.
Arricchito dalle prefazioni di rappresentanti istituzionali e da un ampio apparato documentale, il volume si configura come un’opera corale che unisce memoria privata e storia collettiva. Non si limita a ricordare il terremoto del 1976, ma ne indaga le conseguenze profonde, offrendo una chiave interpretativa utile anche per comprendere il presente.
In un’epoca segnata da nuove crisi e incertezze, “E ven la fin dal mont!” restituisce una lezione attuale: la capacità di una comunità di resistere, reinventarsi e ricostruire non solo ciò che è visibile, ma anche ciò che definisce l’identità più profonda di un territorio. Una memoria che non appartiene solo al Friuli, ma che parla a tutto il Paese.
