C’è un’espressione che, più di ogni altra, ha attraversato il Novecento fino a diventare un imperativo morale universale: “mai più”. Mai più Auschwitz, mai più la Shoah, mai più l’orrore sistematico inflitto agli esseri umani in nome dell’odio, della razza, dell’ideologia. Un’espressione che, per decenni, ha rappresentato non solo memoria, ma promessa. Oggi, però, quella promessa sembra incrinarsi sotto il peso della storia contemporanea.
Con *Mai più*, il nuovo saggio di Anna Foa pubblicato da Editori Laterza e arrivato questa settimana in libreria, si riapre una delle domande più urgenti e scomode del nostro tempo: possiamo ancora credere davvero a quel “mai più”? Oppure quella formula, che doveva essere universale, si è progressivamente svuotata, trasformandosi in una parola fragile, ambigua, persino divisiva?
Il libro nasce dentro una frattura storica precisa. Dopo il 7 ottobre 2023 e l’escalation del conflitto a Gaza, il dibattito pubblico internazionale si è trovato di fronte a una crisi non solo politica, ma anche linguistica e morale. Le parole sono tornate al centro: genocidio, antisemitismo, diritto alla difesa, memoria. Termini che sembravano consolidati hanno ricominciato a oscillare, a perdere contorni netti, a essere usati e contestati nello stesso tempo.
Anna Foa affronta questo terreno scivoloso con lo sguardo della storica e la responsabilità di chi conosce il peso delle parole. “Mai più” – ci suggerisce – non è mai stato un concetto semplice. A chi si rivolge davvero? È una promessa fatta agli ebrei dopo la Shoah o un principio universale valido per ogni popolo, in ogni tempo? E se è universale, come si declina oggi di fronte alle tragedie contemporanee?
Il cuore del libro sta proprio in questa tensione: tra unicità e universalità, tra memoria e presente. Parlare di genocidio in relazione a Gaza significa sminuire l’unicità della Shoah o, al contrario, dare coerenza a quel “mai più” che dovrebbe valere sempre? È possibile tracciare un confine netto tra critica politica e antisemitismo? E chi stabilisce oggi quel confine?
Sono domande che attraversano il dibattito pubblico con una forza spesso polarizzante, ma che Foa prova a ricondurre a un terreno di riflessione più ampio, lontano dalle semplificazioni. Il suo è un tentativo di distinguere, di chiarire, di restituire complessità a parole che rischiano di essere svuotate o strumentalizzate. In un contesto in cui l’accusa di antisemitismo può diventare arma politica, e in cui l’antisemitismo reale continua a esistere e a manifestarsi, capire le differenze – ad esempio tra antisemitismo e antisionismo – diventa essenziale.
Dopo il successo de *Il suicidio di Israele*, con cui ha vinto il Premio Strega Saggistica 2025, Foa torna dunque a interrogare il presente attraverso la lente della storia, ma senza rifugiarsi in essa. Il suo saggio è un invito a non dare per scontate le parole che usiamo e i valori che pensiamo acquisiti. Perché la memoria, se non viene continuamente ripensata, rischia di diventare un rituale vuoto.
*Mai più* è, in questo senso, un libro necessario e inquieto. Non offre risposte definitive, ma pone con lucidità le domande che molti evitano. E soprattutto rilancia una sfida: quella di restituire senso a un’espressione che non può permettersi di diventare selettiva. Se “mai più” deve continuare a esistere, sembra suggerire Foa, deve valere per tutti. Senza eccezioni, senza ambiguità, senza gerarchie nel dolore.
Un libro che arriva sugli scaffali in un momento cruciale e che chiede al lettore non solo di capire, ma di prendere posizione. Perché, oggi più che mai, la memoria non è solo un esercizio del passato, ma una responsabilità del presente.
