Il custode di Niccolò Ammaniti

C’è un confine sottile, nella narrativa di Niccolò Ammaniti, dove l’infanzia smette di essere innocente e si affaccia sull’ombra. Con Il custode, in arrivo il 5 marzo per Einaudi, quello spazio torna a farsi vertigine. E questa volta ha il rumore del mare siciliano e il silenzio di un segreto che attraversa i secoli.

Siamo in un borgo sperduto della Sicilia, una manciata di case gettate alla rinfusa su una grande spiaggia, un luogo dove il tempo sembra sospeso e ogni cosa appare immobile, trattenuta. Qui vive la famiglia Vasciaveo: Nilo, tredici anni, la madre Agata e la zia Rosi. Ufficialmente lavorano e rivendono marmo, ma è solo una facciata. La loro vera eredità non è un mestiere, è una missione. Da secoli, forse da millenni, custodiscono qualcosa di indicibile. Qualcosa che non si nomina, che si tiene nascosto, che si protegge e al tempo stesso imprigiona.

Ammaniti costruisce attorno a questo nucleo un’atmosfera densa, quasi ipnotica. Il segreto non è solo un elemento narrativo, è una presenza. Abita la casa, si insinua nei gesti quotidiani, detta regole invisibili. Essere custodi della “cosa nel bagno” significa assumersi una responsabilità che divora lentamente chi la porta sulle spalle. È un destino che non ammette deviazioni, una fedeltà che esige sacrificio.

L’equilibrio fragile dei Vasciaveo si incrina con l’arrivo di Arianna, giovane donna bella e inquieta, e della figlia Saskia. Il loro ingresso nel borgo è come una crepa nel muro del silenzio. Per Nilo, che sta attraversando quella stagione incerta in cui il corpo cambia e il desiderio si affaccia con violenza, l’incontro con l’amore è una rivelazione. E insieme una condanna. Perché amare significa immaginare un altrove, una fuga, una possibilità diversa da quella scritta prima ancora della nascita.

Il custode è, come lo definisce la casa editrice, il romanzo d’amore più pauroso di Ammaniti. Ma è anche un racconto di formazione in cui il sentimento non salva, anzi espone. L’adolescenza di Nilo non è un passaggio dolce: è un campo minato in cui i desideri si scontrano con un’eredità antica e letale. Il segreto che la famiglia protegge non è soltanto una minaccia esterna, è una forza che modella le vite, che le chiude, che le definisce.

Ammaniti torna così a uno dei suoi territori più fertili: quello dell’innocenza contaminata, dei ragazzi costretti a confrontarsi con l’orrore, con l’assurdo, con un mondo adulto che nasconde più di quanto riveli. Il paesaggio siciliano, luminoso e brullo, diventa il teatro di una storia in cui il confine tra amore e paura si fa sempre più sottile.

C’è, in queste pagine, la tensione di un thriller e insieme la malinconia di una storia d’amore impossibile. Ma soprattutto c’è la domanda che attraversa tutto il romanzo: si può spezzare una catena che dura da millenni? O ogni custode è destinato a diventare, prima o poi, prigioniero del proprio segreto?

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