Il carcere senza sbarre dello smartphone: Il diavolo in tasca di Carlo Verdelli

Una ragazzina di dodici anni che arriva a scuola con una borraccia piena di vodka per vincere una sfida sui social e finisce in coma etilico. Un bambino che, scorrendo TikTok, si imbatte in un “gioco” basato sull’assunzione compulsiva di paracetamolo e viene ricoverato d’urgenza. Una maestra che perde la vita in un incidente stradale perché l’autista del pullman, invece di guardare la strada, stava digitando sul cellulare. Episodi reali, durissimi, che aprono Il diavolo in tasca, il nuovo libro di Carlo Verdelli, in libreria dal 5 febbraio per Einaudi.

Verdelli sceglie la forma del reportage narrativo, con il ritmo e la forza di un pamphlet civile, per raccontare una rivoluzione silenziosa e pervasiva: quella degli smartphone e delle loro applicazioni. Una trasformazione che non riguarda soltanto gli adolescenti, spesso al centro del dibattito pubblico, ma che investe in profondità anche il mondo degli adulti, la politica, il lavoro, la percezione stessa della realtà.

Le storie che attraversano Il diavolo in tasca hanno un impatto quasi fisico sul lettore. Non sono esempi astratti, ma frammenti di cronaca che mostrano come l’onnipresenza del telefono abbia eroso i confini tra gioco e rischio, informazione e manipolazione, connessione e dipendenza. Verdelli non indulge nel moralismo, ma costruisce un atto d’accusa lucido contro l’idea, ancora diffusa, che la tecnologia sia di per sé neutrale e che i suoi effetti collaterali siano un prezzo inevitabile del progresso.

Al centro del libro c’è una constatazione inquietante: nessuno sembra davvero voler affrontare la portata del problema. Né la politica, spesso sedotta o intimidita dal potere delle piattaforme, né una società che ha normalizzato l’iperconnessione come condizione naturale dell’esistenza. Le ingerenze della tecnologia nella sfera pubblica, nel consenso elettorale e nella formazione delle opinioni diventano così parte di un quadro più ampio, in cui lo smartphone non è più solo uno strumento, ma un ambiente che abitiamo senza rendercene conto.

«La realtà – afferma Verdelli – è che il cellulare inteso come smartphone è un carcere senza sbarre e noi ci siamo dentro». È una definizione che riassume il senso profondo del libro: non un rifiuto della tecnologia, ma un invito urgente alla consapevolezza. Riconoscere che il problema esiste, sostiene l’autore, è già un primo passo per spezzare l’illusione di libertà che accompagna lo schermo sempre acceso.

Il diavolo in tasca è un libro scomodo e necessario, che chiama in causa genitori, educatori, decisori politici e cittadini. Non offre soluzioni facili, ma pone domande che non possono più essere rimandate. Perché il vero rischio, suggerisce Verdelli, non è solo ciò che accade online, ma l’assuefazione collettiva a vivere rinchiusi, volontariamente, in una prigione che portiamo in tasca.

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