Tra scienza e abisso: La porta dell’alba di William Sloane

È tornato in libreria, nella raffinata edizione Adelphi, La porta dell’alba di William Sloane, uno di quei romanzi che sfuggono con naturalezza alle definizioni di genere e continuano a esercitare un’attrazione inquieta anche a distanza di decenni. Un’opera rara, perturbante, che conferma il talento anomalo di uno scrittore di culto, capace di fondere scienza, mistero e orrore cosmico in una forma narrativa del tutto personale.

Sono passati quattro anni da quando Richard Sayles, psicologo e professore universitario, ha perso ogni contatto con Julian Blair: prima suo mentore, poi amico fraterno, geniale elettrofisico la cui mente è stata segnata in modo irreversibile dalla morte improvvisa della moglie. Il loro legame, sospeso e mai risolto, si riattiva all’improvviso con un messaggio enigmatico: Blair invita Sayles a raggiungerlo a Barsham Harbor, nel Maine, dove si è isolato per proseguire le sue ricerche lontano dagli sguardi della comunità scientifica.

Fin dal loro incontro, Sayles comprende che la salute mentale di Julian non è migliorata. Anzi, la sua ossessione si è radicalizzata, spingendolo verso esperimenti sempre più audaci, al limite di ciò che può essere concepito come progresso umano. Blair parla di una scoperta definitiva, di «il progresso più grandioso mai immaginato», e proprio quando la curiosità di Sayles diventa irresistibile, un nuovo evento getta ombre sinistre sull’intera vicenda: la domestica di Blair, la signora Marcy, viene trovata morta. L’ipotesi di un incidente non convince la popolazione di Barsham Harbor, già ostile, sospettosa e pronta a trasformare la paura in rancore.

Come nel precedente Attraverso la notte, Sloane costruisce un dispositivo narrativo che gioca con i codici della letteratura di genere per poi smontarli dall’interno. Ci sono una grande casa isolata, un macchinario enigmatico degno della migliore fantascienza, un’indagine che assume i contorni del mystery e persino una vena sentimentale. Ma ciò che colpisce davvero è la breve, terrificante apertura su un orrore cosmico appena intravisto, mai spiegato del tutto, che si insinua nella mente del lettore come un’eco lontana e ineludibile.

La porta dell’alba è un romanzo che lavora per sottrazione, affidando ai silenzi, alle ambiguità e alle intuizioni il compito di costruire l’angoscia. Un libro che non cerca l’effetto immediato, ma che resta addosso, come un segnale captato da un sonar proveniente da un pianeta sconosciuto. Non a caso Stephen King ebbe a dire che, se Sloane avesse continuato a scrivere, sarebbe diventato un maestro del genere — o ne avrebbe inventato uno nuovo.

Riscoperto oggi grazie a Adelphi, La porta dell’alba si rivela un classico anomalo del Novecento: un romanzo che interroga i confini tra scienza e follia, conoscenza e distruzione, e che dimostra come il vero orrore non abbia bisogno di mostri visibili, ma solo di una soglia da varcare.

 

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