L’arte dell’addio: tempo, amore e memoria in Partenze di Julian Barnes

Con Partenze, in uscita il 27 gennaio per Einaudi, Julian Barnes consegna ai lettori quello che ha annunciato come l’ultimo libro della sua carriera. Vincitore del Booker Prize e voce tra le più raffinate della narrativa contemporanea, Barnes accompagna questo congedo con parole disarmanti: “Ho la sensazione di aver suonato tutte le mie melodie”. Partenze nasce così, come un commiato consapevole, intimo, privo di enfasi, in perfetta coerenza con lo stile di un autore che ha sempre preferito la precisione emotiva al clamore.

Il romanzo è, prima di tutto, una storia d’amore. O meglio, di due amori che sono lo stesso amore visto da due estremi del tempo: quello tra il giovane Stephen e la giovane Jean, e quello tra il vecchio Stephen e la vecchia Jean. Barnes osserva il sentimento nella sua parabola completa, dalla scoperta alla consuetudine, dall’impeto alla tenerezza, mostrando come il tempo non cancelli l’amore, ma lo trasformi in qualcosa di più fragile e, forse, più vero.

Accanto a loro c’è Jimmy, un anziano jack russell deliziosamente ignaro della propria caninità, presenza affettuosa e ironica che alleggerisce il racconto senza sottrargli profondità. In Barnes, anche gli animali diventano specchi silenziosi della condizione umana: fedeltà, abitudine, vecchiaia, inconsapevolezza del tempo che passa.

Ma Partenze è anche un libro meta-narrativo, in cui compare uno scrittore di nome Julian, alle prese con gli scherzi della memoria e con le fallacie del corpo. Qui il romanzo si fa riflessione esplicita sul declino fisico, sull’erosione dei ricordi, sulla distanza crescente tra ciò che siamo stati e ciò che restiamo. La scrittura, come spesso accade nell’opera di Barnes, diventa lo strumento per misurare questa distanza, non per colmarla.

Il titolo racchiude il cuore del libro: Partenze. Non viaggi, non avventure, ma separazioni. Quelle piccole e quotidiane, quelle definitive. E soprattutto quella “speciale partenza a cui non segue alcun arrivo”, evocata con pudore e lucidità, senza mai nominare direttamente la morte, ma lasciandola affiorare come una presenza inevitabile, già inscritta nel tempo che viviamo.

Con uno stile asciutto, ironico e profondamente umano, Barnes evita ogni retorica del testamento letterario. Partenze non è un addio solenne, ma un ultimo sguardo: gentile, malinconico, attraversato da una consapevolezza pacata. È il libro di uno scrittore che non cerca di dire l’ultima parola, ma di dire la parola giusta.

Un romanzo breve e intenso, che parla di amore, invecchiamento e memoria con la grazia di chi ha davvero “suonato tutte le sue melodie” e sceglie di fermarsi nel punto esatto in cui il silenzio comincia ad avere senso.

Previous Story

L’amore come il mare: crescere, perdersi e ritrovarsi in Come un miraggio

Next Story

Il potere che non si vede: Peter Thiel e l’ombra lunga della Silicon Valley

Latest from LIBRI