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India e Cina per una nuova leadership sul clima?

Asia di

Il mondo cambia rapidamente. Fino a non molto tempo fa gli Stati Uniti di Barack Obama, nel ruolo dei virtuosi, premendo su India a Cina, i “grandi inquinatori”, perché rinnovassero le proprie politiche ambientali e si unissero alla schiera dei paesi impegnati a combattere il cambiamenti climatici. L’accordo di Parigi COP 21, siglato nel 2015 e sottoscritto da tutti i principali attori in gioco, aveva rappresentato, fatti salvi i molti compromessi al ribasso, un esito favorevole per le istanze ambientaliste ed un successo della stessa amministrazione democratica americana.

A meno di due anni di distanza, gli USA di Trump si apprestano ad uscire dall’accordo e India e Cina si candidano a guidare la lotta contro l’inquinamento, senza risparmiare dure critiche alle scelte della nuova presidenza.

Nessuno dei due paesi, però, sembra realmente in grado di assumere la leadership sul fronte della lotta al riscaldamento globale e riempire il vuoto che verrà inevitabilmente lasciato dalla fuoriuscita degli Stati Uniti.

I due governi asiatici stanno gradualmente assumendo posizioni più nette, anche livello pubblico, contro l’inquinamento da combustibili fossili, poiché le rispettive popolazioni sono destinate a soffrire in modo sempre più diretto gli effetti nefasti dei cambiamenti climatici e dell’avvelenamento delle risorse naturali. Al di là delle prese di posizione, di per se rassicuranti, Cina e India non sono però in grado, almeno per ora, di compensare il forte indebolimento del sistema di incentivi economici che gli USA offrivano ai paesi in via di sviluppo in cambio di un maggiore controllo sui propri livelli di inquinamento.

Il cambiamento di rotta in Asia è però evidente e non va sottovalutato. Per decenni i governi di India e Cina avevano guardato con sospetto e fastidio agli appelli dei paesi del primo mondo per una riduzione delle emissioni inquinanti. Chi aveva basato il proprio sviluppo sull’industrializzazione selvaggia, senza farsi troppe domande sulle conseguenze climatiche, chiedeva ai paesi più poveri di limitare le proprie capacità di crescita in ragione della salute del pianeta. Da che pulpito arrivava la predica?

Oggi, però, sia il presidente indiano Modi che il suo omologo cinese Xi Jinping, sembrano aver adottato una diversa visione del mondo. Modi ha definito “un atto moralmente criminale” quello di non tenere fede agli impegni presi sul fronte climatico. Jinping si è rivolto a tutti i firmatari dell’accordo COP 21 ricordando che esso rappresenta “una responsabilità che dobbiamo assumere per le future generazioni”.

La scelta di Trump potrebbe avere conseguenze drammatiche per quello stesso futuro. Oltre alla riduzione degli incentivi economici e delle forniture di dotazioni tecnologiche (gli USA da soli avrebbero dovuto contribuire per circa il 20% del totale), la ritirata americana potrebbe invogliare altri paesi a fare lo stesso. L’accordo di Parigi, inoltre, era stato da molti considerato un risultato al ribasso, incapace di contenere realmente l’innalzamento delle temperature globali nei prossimi anni. Sarebbero necessari tagli decisamente più sostanziali alle emissioni, per invertire la rotta, ma il voltafaccia americano rischia di indebolire anche l’accordo corrente, incoraggiando gli stati più esitanti ad allentare le maglie del proprio impegno.

Gli USA, inoltre, sono il secondo paese più inquinante al mondo e con gli accordi di Parigi si erano impegnati a ridurre del 26-28% l’emissione di gas serra entro il 2025. Senza il loro contributo, si chiedono gli esperti, come sarà possibile rispettare l’obiettivo di limitare l’innalzamento delle temperature, rispetto all’era pre-industriale, al di sotto dei due gradi, come previsto dagli accordi di Parigi?

Difficile dirlo, ma le cose comunque si muovono. Se l’india si impegna a rispettare i propri obiettivi, nonostante 240 milioni di persone nel sub-continente non abbiano ancora accesso all’elettricità, la Cina sembra viaggiare spedita verso la realizzazione dei suoi impegni e ha avviato un progetto di finanziamento sul fronte delle energie rinnovabili (360 milioni di dollari entro il 2020) che fa del gigante asiatico il nuovo leader del settore a livello globale.

Le nuove politiche ambientali, secondo gli studiosi, hanno già iniziato ad avere alcune conseguenze tangibili nei due paesi. La Cina ha rallentato i propri consumi e l’India si appresta a ridurre i progetti di costruzione di nuovi impianti industriali a carbone. Nuova Deli ha poi accelerato gli investimenti sul fronte dell’energia eolica e di quella solare, muovendosi spedita verso l’obiettivo fissato per il 2022: portare la propria capacità di energia da fonti rinnovabili a 175 gigawatt.

Le parole del ministro dell’energia indiano, Piyush Goya suonano chiare e decise : “Non ci stiamo impegnando sul cambiamento climatico perché ce lo ha detto qualcuno, è anzi un articolo di fede per il nostro governo”. Anche la stoccata rivolta ai paesi più industrializzati ben rappresenta il cambio di paradigma: “Sfortunatamente il mondo sviluppato non dimostra lo stesso impegno nel rispettare le proprie promesse, che potrebbero aiutare ad accelerare la rivoluzione dell’energia pulita.”

Saranno dunque capaci le potenze asiatiche di supplire alle mancanze americane e caricare sulle proprie spalle questa rivoluzione? L’impegno è evidente ma resta il problema economico. La leadership americana sul fronte ambientale, nell’era Obama, si era espressa attraverso un finanziamento di 3 mila miliardi di dollari in favore dei paesi più poveri, per sostenerli nello sviluppo di energie alternative. Questo fondo è stato ridotto di due terzi da Trump e né Pechino né Nuova Deli intendono mettere sul piatto tutti questi soldi. Piuttosto, i due giganti sembrano disposti a svolgere un ruolo di coordinazione e indirizzo, rafforzando la condivisione di conoscenze sul fronte tecnologico tra le nazioni coinvolte.

Usando le parole di Varad Pande, un ex-consulente del Ministero dell’Energia indiano, quella che si costruisce oggi sarà “una leadership dal sapore diverso”.

Decisa e speziata, si spera, come il curry.

Wannacry, Antipublic e Cyberwar: le notizie della settimana

INNOVAZIONE/Report di

WANNACRY UPDATE

Summary:

  • Nonostante la minaccia Wannacry 1.0 sia stata archiviata, l’utilizzo di migliaia di server in giro per il mondo senza patch rende facile ai cyber-criminali una serie di nuovi attacchi.
  • La maggior parte di essi si basa su vulnerabilità scoperte ed exploit elaborati dal NSA o da gruppi ad esso collegati. Ciò risponderebbe ad un preciso intento di sabotaggio contro l’agenzia americana da parte del gruppo The Shadow Brokers (o dei loro mandanti).
  • A partire da giugno inizierà un’azione di rivelazione mensile di exploit da parte di TSB che potrebbero compromettere altri migliaia di sistemi.
  • La best practice rimane l’update regolare dei propri sistemi e l’attenzione agli alert dei provider di sicurezza informatica.

Continuano gli aggiornamenti su Wannacry, il ransomware che ha colpito circa 200mila sistemi in tutto il mondo. La versione iniziale del malware era stata arrestata dall’attivazione del killswitch (si rimanda all’analisi precedente per i dettagli www.europeanaffairs.media/it/2017/05/15/wannacry-il-malware-che-ricatta-il-mondo) ma da subito era circolata la voce di una versione 2.0. In realtà sembrano circolare diversi malware che sfruttano la stessa vulnerabilità di Windows (CVE-2017-0144), singolarmente o insieme ad altre, e che possono essere considerati successori del ransomware. Tra gli altri:

  • Una versione molto simile di Wcry è quella scoperta e arrestata da Matt Suiche, grazie ad un killswitch nel codice (un ping ad un dominio non registrato) simile alla versione 1.0.
  • Altri malware, Adylkuzz a.k.a BlueDoom e UIWIX, sono in circolazione ma non hanno la stessa diffusione. Si segnala, però, che la diffusione del primo potrebbe essere sottostimata lavorando in background sui terminali per il mining di Monero (cryptovaluta alternativa a Bitcoin).
  • Di diversa natura, pur sfruttando la stessa vulnerabilità (insieme ad altre 6), sarebbe EternalRocks (a.k.a. MicroBotMassiveNet), worm scoperto dal CERT croato. Anche questo worm utilizza exploit di provenienza NSA, gettando benzina sull’infuocato dibattitto circa il VEP, il complesso di parametri delle agenzie americane che porta alla non rivelazione di una vulnerabilità scoperta, e in generale sull’attività cyber delle agenzie USA. Per ora il CERT italiano stima che la capacità di individuazione del malware da parte degli antivirus è molto alta. A differenza di Wcry, EternalRocks, però, non avrebbe killswitch.

Un ulteriore update è quello su Wanadecrypt (poi aggiornato da Wanakiwi), due tools sviluppati per permettere agli utenti di decriptare i file colpiti da Wannacry. Entrambi sono stati rilasciati su GitHub (il secondo si trova qui https://github.com/gentilkiwi/wanakiwi/releases)

Per quanto riguarda l’attribuzione di Wannacry, nell’ultima settimana è circolata la voce (Symantec) che fosse riconducibile alla Corea del Nord. Si citano, infatti, somiglianze tra il codice di Wannacry e quello di Contopee, backdoor utilizzata da Lazarus, gruppo autore dell’attacco a Sony e alla Banca centrale del Bangladesh (81 milioni di $ di bottino) e sospettato di essere vicino al regime nord-coreano (caso The Interview). Per ora non ci sono certezze sull’attribuzione e molti esperti chiamano alla prudenza perché “l’utilizzo di componenti o porzioni di codice presi da altri malware può significare semplicemente che gli autori del ransomware hanno preso una “scorciatoia” utilizzando il lavoro di altri o addirittura lo stanno usando come “false flag” per depistare chi indaga sull’attacco”. Non bisognerebbe, quindi, confondere quello che potrebbe essere semplice cyber-crime con cyber-war.

Fonte di preoccupazione poi sono le recenti dichiarazioni di The Shadow Brokers, il gruppo che ha diffuso gli exploit delle vulnerabilità di Windows poi usati per l’attacco Wannacry. Nel loro ultimo comunicato (https://steemit.com/shadowbrokers/@theshadowbrokers/oh-lordy-comey-wanna-cry-edition), annunciano di voler iniziare da Giugno una divulgazione mensile di exploit come atto ostile contro l’attività sommersa dell’Equation Group e della NSA. Le rivelazioni mensili potranno riguardare (secondo le loro parole):

  • web browser, router, handset exploits e tools
  • select items from newer Ops Disks, including newer exploits for Windows 10
  • compromised network data da SWIFT (il sistema di sicurezza per gli scambi finanziari) e banche centrali
  • compromised network data dai programmi nucleare di Russia, Cina, Iran, o Nord Corea. Secondo quelli che ritengono TSB vicino all’intelligence russa questa sarebbe un’azione di depistaggio.

Tutto ciò potrebbe essere evitato se gli stakeholder (i giganti tech e le agenzie di intelligence presumibilmente) decidano di acquistare le informazioni in mano al gruppo, che, in quel caso, non avrebbe più incentivi a continuare l’attività e si eclisserebbe.

Secondo gli esperti, però, il problema principale è che gli attori in campo stanno aumentando: sempre più gruppi dimostrano, infatti, di avere tools in grado di sfruttare EternalBlue (per ora sarebbero almeno 3 i gruppi attivi su EB). La proliferazione degli attori con capacità di penetrazione e il simultaneo comportamento imprudente dei cyber-user è un trend pericoloso. Si assisterà, quindi, a nuovi grandi attacchi come Wannacry, almeno finché tale trend non sarà invertito.

ANTIPUBLIC

Si chiama Antipublic, il gigantesco data-leak scoperto dalla divisione cyber di VAR Group e si tratta di 17 gb di materiale diviso in 10 file .txt. In essi sono riportati circa 457 milioni indirizzi e-mail univoci con annesse password (anche più di una), pubblicate in chiaro. Al momento della scoperta, l’archivio girava indisturbato nel deep-web ed è il risultato dell’aggregazione di milioni di credenziali che da tempo circolavano in maniera sparsa. Nel maggio 2017, gli analisti di VAR Group hanno iniziato una fitta operazione di cyber-intelligence per risalire all’archivio, poi, trovato presso un provider russo. È, però, dibattuto se Antipublic incarni un pericolo reale: se alcuni sostengono che il leak, sotto vari nomi e dimensioni, circolasse già da tempo e contenesse materiale datato, altri (in primis gli autori della scoperta) invece ne sottolineano l’importanza, soprattutto perché coinvolge anche il nostro paese. Questi i principali target istituzionali:

  • Vittime in Italia: Forze dell’Ordine e di Polizia, Vigili del Fuoco, Forze Armate, ministeri, città metropolitane, ospedali e università
  • Vittime a livello globale: Casa Bianca, Forze Armate USA, Europol, Eurojust, Parlamento Europeo, Consiglio Europeo

Questa la dichiarazione della Polizia Postale riguardo al dump: “Nonostante si tratti di dati risalenti e, da una sommaria verifica non privi di errori nella indicazione delle caselle e delle password, si consiglia comunque di effettuare, come da prassi comune, il periodico cambio della password di accesso per escludere eventuali intrusioni, utilizzando una combinazione efficace di numeri, lettere maiuscole e minuscole e caratteri speciali.

Si attendono ulteriori aggiornamenti sia dal gruppo di analisi al lavoro sul leak, sia dai commentatori nazionali che ne saggino l’effettivo pericolo.

FOREIGN AFFAIRS “HACK JOB”

Nel numero di questo bimestre (maggio/giugno), Foreign Affairs ha incluso un interessante articolo dal titolo “Hack Job – How America Invented Cyberwar” firmato da Emily Parker (ex funzionario del Dipartimento di Stato di Hillary Clinton). L’articolo è in realtà una review di due libri sulla Cyber-war, “Dark Territory” di Fred Kaplan e “The Hacked World Order” di Adam Segal. Entrambi affrontano (tra gli altri temi) lo spinoso problema del ruolo di aggressore degli USA nel cyber-space. La Parker sintetizza alcuni momenti principali negli ultimi quarto di secolo in cui gli Stati Uniti hanno espletato questo ruolo:

  • PRIMA GUERRA DEL GOLFO (1990-1991): Attraverso un’abile intercettazione satellitare, la NSA era a conoscenza di alcune importanti conversazioni tra Saddam Hussein e i suoi generali in cui venivano rivelate le posizioni dei soldati iracheni. Tutto questo mentre il presidente degli USA non utilizzava ancora il computer.
  • EX YUGOSLAVIA: l’Intelligence americana poté contemporaneamente manipolare l’informazione in Serbia (information-warfare) ed intercettare e neutralizzare le comunicazioni con cui i serbi-bosniaci organizzavano le proteste contro il contingente NATO in Bosnia.
  • SECONDA GUERRA DEL GOLFO (2003-2011): la creazione di una “mini-NSA” in Iraq garantì stabilità ed efficienza all’attività cyber nel paese e in tutto il Medioriente. In particolare l’intercettazione delle comunicazioni tra i ribelli anti-USA ha permesso all’esercito l’uccisione (stime di Kaplan) di circa 4000 individui.
  • PROGRAMMA NUCLEARE IRANIANO (2006-2010/2012): il più importante cyber-attacco della storia è nato e cresciuto tra gli USA e Israele ed è quello contro il programma nucleare iraniano (Operazione Giochi Olimpici & malware:Stuxnet) che secondo ne avrebbe rallentato i progressi di circa 5 anni. E’ considerato il “passaggio del Rubicone” della cyber-war.
  • INFORMATION-WARFARE: in generale gli USA promuoverebbero una vastissima attività di information-warfare sui social-media e sui siti. Gli scenari principali: Russia, Cina, Medioriente.

Per questo, la Parker sostiene che siano stati gli USA ad aver inventato la cyber-war ma che se la prossima guerra si combatterà via etere, l’America dovrà essere pronta e difendere i propri cittadini.

 

Lorenzo Termine

Arabia Saudita: prima tappa del viaggio di Trump

Donald Trump ha inaugurato ieri il suo primo viaggio internazionale come Presidente degli Stati Uniti. L’agenda prevende un tour di nove giorni in Europa e Medio Oriente, con visite al Vaticano, in Israele e a Bruxelles. L’Arabia Saudita è la prima tappa di questo viaggio, una scelta ben calcolata che mostra chiaramente l’approccio adottato dalla nuova amministrazione verso uno dei più storici e strategicamente importanti alleati degli Stati Uniti.

Il viaggio internazionale del Presidente è un impegno politico molto importante, soprattutto per un presidente neo-eletto. Soprattutto per un presidente neo-eletto che sta già avendo scandali politici nel proprio paese. Questo viaggio rappresenta un’ottima opportunità per incontrare molteplici capi di stato e rappresentanti di governo in tutto il mondo, nonché un’occasione chiave per rafforzare le alleanze del paese e dare nuovo respiro alla posizione degli USA nell’arena politica internazionale.

La scelta dell’Arabia Saudita come tappa inaugurale è, perciò, un segno abbastanza inequivocabile del percorso che il Presidente Trump desidera intraprendere. L’Arabia Saudita è sempre stata uno degli alleati statunitensi più importanti nella regione e i due paesi condividono interessi economici, politici e strategici. I loro rapporti sono stati solitamente molto stretti e amichevoli, mostrando un’intesa reciproca nonché la volontà di cooperare in diversi settori. Tuttavia, durante l’amministrazione Obama, questo matrimonio felice ha attraversato un periodo piuttosto difficile, spesso descritto dai rappresentanti sauditi come il peggiore nella storia delle relazioni tra i due paesi. La decisione di Trump sembra, quindi, essere una mossa intelligente per mostrare all’Arabia Saudita e al mondo interno l’intento della nuova amministrazione di ripristinare quel rapporto solido e leale tra le due nazioni, dopo i tempi critici di Obama.

Diverse motivazioni si celano dietro questa scelta, che possono essere lette sia nel quadro delle relazioni USA-Arabia Saudita, ma anche nel più ampio contesto della strategia statunitense in Medio Oriente.

Considerando i rapporti bilaterali, interessi economici e di sicurezza sono i temi più importanti in tavola. Si parla nuovamente di accordi economici per la vendita di armi e sistemi di difesa, interrotti in passato da Obama, preoccupato che la monarchia saudita potesse influenzare -o per meglio dire supportare militarmente in modo significativo- la guerra in Yemen (ricordiamo che l’Arabia Saudita è a guida di una coalizione internazionale a sostegno del governo yemenita contro i ribelli Houthi). Trump non sembra condividere le stesse preoccupazioni: proprio ieri è stato firmato un contratto del valore di 350 miliardi di dollari per i prossimi dieci anni, 110 miliardi con effetto immediato. Tali accordi prevedono un sistema di difesa missilistica, il Terminal High Altitude Area Defence (THAAD), un software per i centri di comando, controllo e comunicazione, il C2BMC, nonché diversi satelliti, tutto fornito dalla Lockheed. È al vaglio anche la fornitura di veicoli da combattimento prodotti dalla BAE Systems PLC, incluso il Bradley e l’M109. Contrariamente alla precedente amministrazione, gli USA sembrano supportare un ruolo saudita più interventista nella regione. Accanto agli accordi commerciali, Washington e Riad intendono promuovere “best practices” nel settore della sicurezza marittima, aerea e ai confini.

 

Se guardiamo alla strategia statunitense in Medio Oriente, la visita in Arabia Saudita appare ancora più logica.

Sin dal suo insediamento, Trump ha definito la lotta contro lo Stato Islamico (ISIS) come la priorità numero uno per la sicurezza nazionale. Come il presidente ha reso ben chiaro, l’ISIS -e il terrorismo in genere- non è un problema unicamente regionale, bensì una piaga che colpisce l’intera comunità internazionale, andando, perciò, a danneggiare anche gli interessi statunitensi sia in patria che oltreoceano. Simili considerazioni emergono relativamente alle condizioni di sicurezza in Medio Oriente, essenziali per proteggere gli interessi economici e strategici della potenza americana nella regione. Questi motivi hanno portato Trump a riconsiderare il ruolo degli USA in Medio Oriente. Se Obama aveva fatto un passo indietro, cercando di mettere distanza tra la politica statunitense e gli affari mediorientali, dando così l’impressione che gli USA stessere voltando le spalle ai propri alleati nella regione, il Presidente Trump ha chiaramente mostrato intenzioni opposte.

Gli Stati Uniti intendono ripristinare la propria posizione nel Medio Oriente, forse mirando proprio a quel ruolo di garante della sicurezza che ha svolto per anni, con la missione di portare sicurezza e stabilità nella regione e, di conseguenza, a livello globale. La linea dura assunta con l’Iran e i tentativi di riassicurare gli alleati nel Golfo possono chiaramente essere letti in quest’ottica.

Ma cosa significa tutto ciò in termini di sicurezza regionale e di giochi politici internazionali?

  • Con l’appoggio degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo, le monarchie del Golfo possono rafforzare la propria posizione dinnanzi allo Stato Islamico e agi altri gruppi terroristici. Questi, infatti, hanno cercato nel tempo di destabilizzare tali monarchie. Da un lato, sfruttando le minoranze religiose e le differenze sociali interne ai paesi; dall’altro, beneficiando di una strategia europea inconsistente ed inefficace e di un’amministrazione americana più concentrata sui problemi di autoritarismo e sul mancato rispetto dei diritti umani all’interno di tali monarchie, piuttosto che sull’obiettivo finale della loro azione, ovvero la lotta all’ISIS. Trump sembra aver stabilito -e voler rispettare- priorità e confini: combattere l’ISIS e il terrorismo è l’obiettivo principale; democrazia e tendenze autoritarie sono problemi domestici dei quali gli Stati Uniti non devono necessariamente occuparsi ora. Per sconfiggere l’Islamic State servono paesi stabili, punto. Come lo stesso Segretario di Stato Rex Tillerson ha recentemente affermato “When everything is a priority, nothing is a priority. We must continue to keep our focus on the most urgent matter at hand.”
  • Un più arido rapport con l’Iran. Se l’amministrazione Obama verrà ricordata su tutti i libri di storia per l’accordo multilaterale sul nucleare stretto con la Repubblica Islamica, è abbastanza improbabile che quella Trump segua la stessa direzione. Come primo passo, Trump ha, infatti, intensificato le sanzioni contro l’Iran, mandando così un chiaro messaggio che i tempi sono cambiati e sarà bene che l’Iran si comporti a dovere. Diversi comunicati stampa hanno denunciato il comportamento ostile di Teheran, definendo il paese come una piaga per il Medio Oriente e per gli interessi statunitensi nella regione. Nessuna sorpresa, dunque, se l’atteggiamento di intesa e conciliazione di Obama lascerà il posto all’approccio duro e allo scontro, senz’altro ben accolto dai paesi arabi.
  • Firmando nuovi accordi per la fornitura di armi a Riad, gli Stati Uniti mostrano indirettamente di appoggiare la coalizione a guida saudita impegnata nella guerra in Yemen, un conflitto che coinvolge anche l’Iran. La Repubblica Islamica fornisce, infatti, supporto militare ai ribelli Houthi contro il governo yemenita. Come accennato sopra, l’Iran è considerato una minaccia reale per la stabilità del Medio Oriente.
  • Un impegno più consistente in Medio Oriente non può omettere il conflitto arabo-israeliano. Trump sostiene l’importanza di proseguire le trattative di pace tra Israele e Palestina nell’ottica di raggiungere un accordo stabile e duraturo. La soluzione a due stati-ovvero uno Stato palestinese indipendente in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, in cambio della stabilità e la sicurezza di Israele- è stata la colonna portante della politica estera statunitense per decenni. Tuttavia, Trump si dichiara ora disponibile ad accettare anche un accordo diverso, dove Israele sarebbe l’unico stato indipendente e sovrano e i Palestinesi diventerebbero cittadini israeliani o sarebberro condannati ad una condizione di occupazione perenne senza godere del diritto di voto. “I’m happy with the one they [Israelis and Palestinians] like the best” ha affermato il Presidente. Difficile capire, tuttavia, come i Palestinesi possano mai accettare la seconda.
  • La visita di Trump in Arabia Saudita, non solo un paese musulmano ma anche la sede di alcuni tra i più simbolici siti religiosi islamici, può essere letta come una mossa strumentale per il ruolo che gli Stati Uniti mirano ad esercitare nel Medio Oriente. Con l’implementazione delle politiche immigratorie negli USA e diverse dichiarazioni contro i Musulmani, Trump ha attirato critiche molto severe, che descrivono il presidente e le sue politiche come anti-musulmane. Di certo non la miglior premessa per qualcuno che intende svolgere un maggior ruolo di garante della sicurezza nella regione. Iniziare il tour diplomatico nella monarchia saudita vuole mostrare come gli USA e gli arabi musulmani possano in realtà formare una parrtnership, cooperando in diverse aree.
  • A primo impatto, si può pensare che una politica americana più interventista nella regione possa in qualche modo infastidire la Russia. Su diversi argomenti-come Yemen e Siria- Russia e USA hanno visioni notoriamente divergenti e si posizionano ai fronti opposti dello scontro. Un’amministrazione americana desiderosa di assumere il ruolo di “poliziotto” nella regione e -magari- intervenire con forze militari on the ground non è esattamente ciò che il Cremlino vorrebbe vedere. Tuttavia, lo scandalo che ha recentemente colpito la Casa Bianca-relativo alla condivisioni di importanti informazioni classificate con i Russi- pone diverse domande su quali siano i reali rapporti tra Mosca e Washington.

 

In conclusione, l’incontro di Trump con i leader sauditi va al di là delle visite diplomatiche di routine, in quanto contiene anche un forte messaggio politico per i paesi arabi ed il mondo intero. Si apre una nuova pagina nella politica estera statunitense, che ha l’obiettivo di recuperare la gloria passata e la leadership nel Medio Oriente. Sembrerebbe che la nuova amministrazione abbia una strategia chiara e precisa alle spalle; ciò nonostante, su alcuni argomenti pare quasi che Trump stia procedendo un po’ “a tentoni”, reagendo giorno per giorno ai fatti che si verificano. Sorge, dunque, spontanea una domanda: Trump ha realmente una strategia? Gli Stati Uniti sono una nazione molto potente e -volenti o nolenti-le loro azioni hanno un impatto rilevante in tutto il mondo. Ci auguriamo che ci sia qualche asso nascosto nella manica: l’ultima cosa che il mondo vorrebbe vedere sono gli Stati Uniti vagare senza avere una chiara idea su cosa fare. È il momento di assumere una posizione, di prendere decisioni e Trump sembra abbastanza a suo agio nel farlo. Tuttavia, decisioni e azioni devono essere indirizzate: serve una strategia, un progetto a lungo termine che abbia un obiettivo ben specifico. Ci auguriamo che l’amministrazione americana ne abbia effettivamente una.

 

Paola Fratantoni

SE PYONGYANG AVVICINA PECHINO A WASHINGTON

Asia di

L’escalation dei toni nel Nordest Asia sta mettendo in allarme le cancellerie della regione e non solo. Il fragile equilibrio su sui si regge la pace nella penisola coreana è messo a dura prova su entrambi i lati. Trump ha minacciato da inviare un”armada” navale, mettendo sotto pressione Pyongyang nei giorni delle celebrazioni per il 105° anniversario della nascita di Kim Il-Sung, fondatore del paese. Kim Jong-Un, sul fronte opposto, ha rinnovato le sue minacce agli Stati Uniti e ai suoi alleati sudcoreani e giapponesi, dichiarandosi intenzionato ad utilizzare tutto il suo potenziale offensivo in caso di conflitto. Il dossier sul nucleare nordcoreano è dunque tornato di grave attualità, facendo alzare il livello di allarme della comunità internazionale.

Il progetto nucleare riveste per Pyongyang un valore assolutamente strategico in chiave di deterrenza contro le minacce esterne e per questo destina al proprio programma di ricerca circa 700 milioni di dollari ogni anno, per avanzare sul terreno tecnologico e dotarsi di vettori balistici a medio e lungo raggio su cui, un giorno, installare testate atomiche. I sei test nucleari fin ora condotti e i progressivi miglioramenti tecnici hanno permesso al regime di rafforzare la propria posizione nello scacchiere dei rapporti regionali e nel confronto con il grande nemico americano, con il quale, va ricordato, non è mai stato firmato un trattato di pace dopo la fine della guerra di Corea, nel 1951.

Non è possibile verificare i proclami di Pyongyang e nessuno sa con certezza quando Kim potrà fare affidamento sulla bomba all’idrogeno o su un missile balistico capace di raggiungere le coste occidentali americane. Questa incertezza però gioca a favore del regime, che mostra i muscoli senza che il nemico riesca a capire con certezza se siano di carne o cartapesta.

La retorica nucleare è un importante strumento di controllo e affermazione anche sul fronte interno, perché permette a Kim di consolidare la propria autorità sia agli occhi della popolazione che dell’establishment burocratico-militare che nel paese detiene un ruolo ovviamente centrale. Quando è succeduto al padre, nel 2011, Kim era quasi sconosciuto in patria. Ha dovuto dunque fin da subito esasperare la sua retorica per costruirsi l’immagine di leader autorevole e determinato, facendo affidamento sulla potente macchina della propaganda e sull’epurazione sistematica degli avversari interni. Esempio paradigmatico fu l’eliminazione fisica di Jang Song-taek, zio del giovane leader che aveva scalato le gerarchie militari durante il regno di Kim Jong-il e che nei primi mesi dopo l’avvicendamento aveva svolto la funzione di reggente de-facto del regime.

Jang era inoltre diventato il referente privilegiato di Pechino,principale, se non unico, alleato della Corea del Nord. E, sul modello cinese, Jang voleva portare Pyongyang sulla strada delle riforme economiche e di una maggiore apertura verso l’esterno. Il peso specifico di Jang nel sistema di potere e il suo progetto di trasformare il paese, allontanandolo dal modello dinastico e personalistico in favore di una concezione più collegiale ispirata dall’esempio di Pechino, sono stati probabilmente alla origine della sua fine. Progressivamente marginalizzato dal nuovo leader, dopo il 2011, venne arrestato nel 2013 e ucciso insieme ad altri esponenti della sua cerchia.

Questa dimostrazione di forza, pur servendo come esempio nei confronti di altri possibili avversari interni, ha segnato l’inizio di una nuova fase di isolamento nel paese dal resto della comunità internazionale. I successivi test nucleari e la retorica aggressiva di Kim hanno provocato un sentimento di forte esasperazione nei confronti del regime di Pyongyang, anche in seno all’alleato cinese, tradizionalmente disponibile alla pazienza. Dopo l’esecuzione di Jang, Pechino ha perso il suo uomo di riferimento e non ha più trovato interlocutori affidabili a nord del 38° parallelo, perdendo in parte il suo ruolo di protettore e controllore del regime.

Se per lungo tempo La Corea del Nord è stata uno strumento di pressione sulla comunità internazionale ed uno stato cuscinetto frapposto tra Pechino e gli alleati asiatici degli Stati Uniti, oggi rischia di essere un fattore di rischio per gli interessi cinesi nella regione. Le intemperanze nordcoreane hanno avuto l’effetto di sprigionare la corsa agli armamenti nei paesi limitrofi, andando così ad alterare i tradizionali equilibri nel Pacifico e mettendo Pechino in una situazione di inedita difficoltà. La difesa a oltranza di Pyongyang potrebbe dunque essere ormai controproducente per la Cina, che potrebbe infine optare per una pragmatica convergenza con Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone.

Nel 2016, per la prima volta, la Cina ha aderito al sistema di sanzioni contro il governo nordcoreano, segnando una svolta importante. Pechino è infatti il primo partner commerciale di Pyongyang ed ospita un gran numero di conti correnti, società e compagnie che gestiscono le attività lecite e illecite del regime. Nel 2017 le importazioni di carbone dalla Corea del Nord scenderanno del 50%, con un danno economico stimato in circa 700 milioni di dollari, pari a tutto il budget per i programma di ricerca nel campo del nucleare.

Questo cambio di rotta non si traduce però in un appiattimento cinese sulle posizioni americane. Pechino non ha affatto apprezzato le esplicite minacce lanciate da Trump contro la Corea del Nord e, già in occasione del vertice bilaterale del marzo scorso in Florida, il presidente cinese Xi Jinping ha ribadito la necessità di trovare una soluzione diplomatica ed evitare una pericolosa escalation nella regione. Pechino non potrebbe comunque permettersi di rimanere spettatore passivo di fronte ad un’eventuale azione militare statunitense, che avrebbe ricadute dirette sulla propria sicurezza nazionale.

La leva economico-commerciale potrebbe permettere alla Cina di rafforzare nuovamente la propria influenza sulle élite militari e burocratiche nordcoreane, che basano il proprio benessere sulla possibilità di fare affari con il potente vicino. Sarà però necessario individuare nuovi referenti a Pyongyang, per poter tornare ad influenzare la politica del regime e gestire al meglio, nell’eventualità di una caduta dell’attuale leadership, la fase di transizione. Una recuperata influenza permetterebbe inoltre alla Cina di ottenere una nuova moneta di scambio nei rapporti con l’amministrazione  Trump, in una fase storica delicata per i rapporti tra i due giganti globali.

La necessità di limitare l’imprevedibilità del regime di Kim Jong-Un potrebbe essere il terreno comune su cui ridefinire i confini del rapporto tra Cina e Stati Uniti. Un ruolo più assertivo di Pechino nei confronti del regime potrebbe essere dunque il frutto di un accordo tra le due sponde del Pacifico, con una possibile marginalizzazione del ruolo giocato da Giappone e Corea del Sud nella determinazione di una nuova strategia.

Tokio e Seul si troverebbero in prima linea, in un eventuale conflitto armato con Pyongyang.  Se però il Giappone sembra disponibile ad appoggiare l’approccio muscolare dell’amministrazione Trump, Seul continua a spingere per la ricerca di soluzioni pacifiche e diplomatiche. Nel mezzo di una crisi politica che ha portato alle dimissioni dell’ex-presidente Park, la Corea del sud rischia di ritrovarsi senza un governo forte nel momento in cui si prenderanno decisioni cruciali, con ricadute dirette sulla sua sicurezza.

Arabia Saudita: verso la diversificazione economica

SA

 

Nelle scorse settimane, l’Arabia Saudita è stata al centro di intense trattative diplomatiche, rivolte prevalentemente a stringere importanti accordi economici per il paese. Non è una coincidenza, infatti, che alcuni degli attori coinvolti in queste trattative siano proprio le tre più forti economie mondiali: Stati Uniti, Cina e Giappone. Infatti, mentre Re Salman bin Abdulaziz Al Saud ha intrapreso un viaggio di sei settimane in Asia, il suo Ministro dell’Energia Khalid Al-Falih si è recato a Washington, dove ha incontrato il Presidente americano Donald Trump.

Una così intensa attività va al di là delle normali “routine” diplomatiche, soprattutto se si considera che la visita del monarca saudita in Giappone rappresenta la prima visita di un sovrano del Medio Oriente negli ultimi cinquant’anni. Cosa si cela, perciò, dietro questa agenda ricca di appuntamenti? Sicuramente il petrolio. Per decenni, la vasta disponibilità di petrolio unita alle rigide regolamentazioni imposte dalla monarchia saudita -che hanno ripetutamente scoraggiato gli investimenti stranieri nei mercati del regno- hanno fatto del petrolio l’unica e sola fonte di entrate del regno.

Tuttavia, il recente crollo del prezzo del petrolio ha preoccupato Riad. E le previsioni del Fondo Monetario Internazionale non hanno rincuorato particolarmente: si prevede, infatti, un calo della crescita economica della monarchia dal 4% allo 0,4% nel corso del anno corrente. Di conseguenza, l’Arabia Saudita sta esplorando nuovi sentieri economici, non ultimo attirare capitali stranieri e sviluppare diversi settori industriali. La strategia di breve termine prevede, infatti, investimenti e sviluppo delle infrastrutture, in particolare elettricità e trasporti. Nel lungo termine, invece, il progetto “Vision 2030” presenta obiettivi e aspettative basati su tre pilastri principali: mantenere un ruolo di leadership nel mondo arabo e musulmano, diventare un centro di investimenti a livello globale e un ponte di collegamento tra Asia, Europa e Africa.

Date queste premesse, diventa più comprensibile l’intenso sforzo condotto dalla monarchia saudita per diversificare la propria economia. Tuttavia, è bene analizzare anche le implicazioni politiche che tali visite diplomatiche e accordi commerciali possono avere.

Iniziamo dal Giappone, la prima tappa di re Salman. Come accennato prima, l’arrivo del re saudita nell’isola giapponese non è un evento così frequente, malgrado i paesi godano di buoni rapporti e la monarchia saudita sia il maggiore fornitore di petrolio del paese. Questa volta re Salman ha, però, deciso di recarsi personalmente a Tokyo, dove ha incontrato il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe. I due leader hanno, così, firmato l’accordo “Saudi-Japan Vision 2030”, un progetto governativo che mira a rafforzare la cooperazione economica tra i due paesi.

L’implementazione del progetto porterà Arabia Saudita e Giappone ad essere partner strategici eguali, e assicurerà alle compagnie nipponiche una zona economica protetta nel regno saudita, in modo da facilitare i flussi in entrata nel regno e le partnership commerciali. I progetti di sviluppo presentati nel documento sono legati sia al settore pubblico che privato.

Quest’ultimo vede coinvolti nomi importanti. Toyota sta valutando la possibilità di produrre automobili e componenti meccaniche in Arabia Saudita; Toyobo, invece, collaborerà nello sviluppo di tecnologie per la desalinizzazione delle acque. Diverse banche -tra cui la Mitsubishi Tokyo UFJ Bank- promuoveranno investimenti nel regno, mentre il Softbank Group prevede la creazione di un fondo di investimenti nel settore tecnologico del valore di 25 miliardi di dollari.

Il Giappone si pone, dunque, come attore chiave per la diversificazione economica della monarchia saudita. Tuttavia, a supportare queste più intense relazioni tra i due paesi vi sono anche motivazioni politiche. Il governo nipponico cerca, infatti, di sostenere la stabilità economica e politica dell’Arabia Saudita, in quanto fattore chiave per mantenere la stabilità nella regione. La competizione tra Arabia Saudita ed Iran per la leadership nel Medio Oriente sta deteriorando la sicurezza e la stabilità della regione ormai da decenni. Il Giappone possiede relazioni amichevoli con entrambi i paesi e invita gli stessi ad intraprendere un dialogo produttivo che possa portare ad una pacifica soluzione delle loro controversie. Aiutare l’Arabia Saudita a rafforzare la propria economia, specialmente in un momento così critico per il mercato dell’oro nero, è essenziale al fine di mantenere una sorta di equilibrio tra le due potenze mediorientali, considerando, inoltre, come i rapporti con gli Stati Uniti -storico alleato e colonna portante della politica estera saudita- abbiano recentemente attraversato un periodo piuttosto difficile.

Proseguendo verso ovest, re Salman ha raggiunto la Cina, com’è noto secondo maggior importatore del petrolio saudita e terza maggiore economia mondiale. Come per il Giappone, la monarchia saudita è la fonte primaria per il fabbisogno energetico della Repubblica. Le due nazioni hanno ampliamente rafforzato i propri rapporti firmando accordi economici e commerciali per un valore di circa 65 miliardi di dollari. All’interno di questa partnership troviamo investimenti nei settori manifatturiero ed energetico, nonché nelle attività petrolifere. Inoltre, tali accordi includono anche un Memorandum of Understanding (MoU) tra la compagnia petrolifera Saudi Aramco e la Cina North Industries Group Corp (Norinco) per quanto riguarda la costruzione di impianti chimici e di raffinazione in Cina. Sinopec e Saudi Basic Industries Corp (SABIC) hanno stretto un accordo per lo sviluppo dell’industria petrolchimica sia in Arabia Saudita che in Cina.

Bisogna sottolineare che una più stretta relazione economica tra la monarchia saudita e la Cina giochi a beneficio di entrambi i paesi. Da un lato, infatti, l’Arabia Saudita può intravedere nuove opportunità di commercio in settori diversi da quello petrolifero, pur confermando il suo ruolo di maggior partner energetico della Cina; dall’altro lato, il mercato cinese può godere degli ulteriori investimenti arabi, nonché della posizione strategica dell’Arabia Saudita nel Medio Oriente. Infatti, l’influenza politica, religiosa ed economica della monarchia saudita nel mondo arabo è fattore fondamentale per l’iniziativa cinese “One belt, one road”, che mira a rafforzare la cooperazione tra Eurasia e Cina.

Anche l’Arabia Saudita, però, ottiene i vantaggi strategici desiderati. Limitatamente alla sua sicurezza nazionale, la monarchia ha sempre fatto un forte affidamento sull’alleanza con la potenza americana e la presenza militare di questa nel Golfo. Tuttavia, durante l’amministrazione Obama, i rapporti tra i due paesi si sono progressivamente incrinati. Motivo principale la mancanza -ad occhi di Riad- di determinazione nel gestire i tentativi dell’Iran di potenziare le proprie capacità nucleari, mettendo, così, ulteriormente a rischio la stabilità della regione. In passato la Cina ha sempre evitato di interferire nelle dinamiche mediorientali, cercando di mantenere una posizione neutrale tra i due rivali -Arabia Saudita e Iran- e sottolineando la necessità di un dialogo tra questi. Tuttavia, ci sono stati alcuni cambiamenti.

Nel 2016, la Cina ha offerto la propria cooperazione militare al regime di Bashar al-Assad e supportato il governo yemenita contro i ribelli Houthi, sostenuti a loro volta dall’Iran (l’Arabia Saudita è, inoltre, a guida di una coalizione militare a favore del governo). Infine, il governo cinese ha recentemente firmato un accordo per la creazione di una fabbrica di droni “hunter-killer” (cacciatore-assassino) in Arabia Saudita, tra l’altro la prima in Medio Oriente.

Vedremo, dunque, progressivamente la Cina rimpiazzare gli Stati Uniti in Medio Oriente? Ancora presto per dirlo, soprattutto dati gli ultimi avvenimenti in Siria. In ogni caso, sembra evidente che Pechino abbia tutto l’interesse ad assumere un ruolo preponderante nella promozione della sicurezza e della stabilità della regione, forte delle capacità militari ed economiche che consentono di poterlo fare.

E giungiamo dunque, all’ultimo grande pezzo di questo puzzle: gli Stati Uniti. Come citato precedentemente, l’amministrazione Obama ha messo a dura prova i rapporti tra la potenza occidentale e la monarchia saudita. Il nodo centrale delle tensioni riguarda la firma con l’Iran dell’accordo multilaterale sul nucleare, che consente alla Repubblica Islamica di vendere petrolio potendo controllarne più liberamente il prezzo, nonché di attirare investimenti nel settore energetico, alimentando, così, la competizione con il maggiore esportatore, ovvero l’Arabia Saudita. È vero, altresì, che la nuova presidenza ha mostrato da subito un approccio piuttosto diverso verso l’Iran, imponendo immediatamente sanzioni contro alcune entità coinvolte nel programma nucleare.

La visita del ministro saudita a Washington sembra, infatti, aprire una nuova fase nei rapporti USA-Arabia Saudita. Il Ministro dell’Energia Khalid Al’Falih e il vice principe ereditario Mohammed bin Salman hanno incontrato il Presidente Trump alla Casa Bianca. Come ribadito dal ministro saudita, le relazioni tra USA e la monarchia sono essenziali per la stabilità a livello globale, e sembrano ora ad un ottimo livello, come mai raggiunto in passato. Infatti, i due paesi sono allineati sui temi di maggiore importanza, come affrontare l’aggressione iraniana e combattere l’ISIS, ma godono, inoltre, dei benefici derivanti dai buoni rapporti personali che intercorrono tra il presidente e il vice principe ereditario.

A livello economico, si prospettano nuovi investimenti nel settore energetico, industriale, tecnologico e delle infrastrutture. Secondo quanto riportato dal Financial Times, l’Arabia Saudita sarebbe pronta ad investire fino a 200 miliardi di dollari nell’infrastruttura americana, pilastro fondamentale dell’agenda politica di Trump. “Il programma infrastrutturale di Trump e della sua amministrazione-spiega Falih- ci interessa molto, in quanto allarga il nostro portfolio di attività e apre nuovi canali per investimenti sicuri, a basso rischio ma con un cospicuo ritorno economico, esattamente ciò che stiamo cercando”.

 

Queste sono soltanto alcuni degli accordi e trattative commerciali che l’Arabia Saudita sta al momento conducendo, ma aiutano a capire il nuovo corso economico del paese. Tali accordi rappresentano, infatti, un “piano B” contro il crollo del reddito derivante dal petrolio, nonché la possibilità di rafforzare e diversificare le capacità economiche del paese, che può contare non solo sul greggio, ma anche su altre risorse, tra cui il fosfato, l’oro, l’uranio ed altri minerali. Sviluppare nuovi settori permette, inoltre, di attirare investimenti stranieri e di creare opportunità di lavoro per la popolazione locale giovane ed ambiziosa.

Uno dei maggiori rischi di un così vasto network di trattative economiche è chiaramente la reazione che i diversi partner posso avere in relazione ad accordi stipulati con altri paesi. È risaputo che gli accordi commerciali abbiano ripercussioni anche a livello politico. Di conseguenza, una delle maggiori sfide per i leader sauditi consiste proprio nel perseguire i propri obiettivi in campo economico, cercando, tuttavia, di mantenere una posizione di equilibrio nei rapporti con i suoi alleati e nazioni amiche, soprattutto lì dove alcuni di questi partner non godono di relazioni troppo amichevoli.

Un chiaro esempio è la Cina. Nonostante il decennale mancato interesse per le questioni mediorientali, la Cina si pone ora come attore chiave nella regione, come mostra il supporto offerto in Yemen e Siria, ma anche il tour condotto da una nave da guerra cinese nelle acque del Golfo (gennaio 2017). Ovviamente, l’Arabia Saudita accoglie in modo positivo un tale supporto, in quanto può aiutare a contenere l’influenza dell’Iran. È, tuttavia, importante non creare attriti con lo storico alleato USA. La nuova amministrazione ha mostrato, infatti, un approccio totalmente opposto ai problemi della regione -Siria ed Iran- e potrebbe essere un grave errore strategico avvicinarsi eccessivamente ad un nuovo alleato. Un simile atteggiamento potrebbe dare l’impressione che un nuovo garante della sicurezza della regione abbia rimpiazzato gli Stati Uniti, un cambiamento che il Presidente Trump potrebbe non accettare facilmente.

 

In conclusione, la diversificazione dell’economia saudita è senza dubbio una mossa intelligente e necessaria. Tuttavia, essa si proietta al di là della mera sfera economica, andando a definire la posizione politica della nazione, come potenza regionale ma anche nei suoi rapporti con gli altri attori stranieri coinvolti nelle vicende politiche del Medio Oriente. Sembra che Riad stia cercando di stringere i legami proprio con quei paesi che hanno maggiore interesse -ma anche capacità economiche e militari- a contribuire alla stabilità regionale, cercando, altresì, di ottenere da questi il maggior supporto possibile contro il nemico numero uno, l’Iran. Cina e Stati Uniti sono in primo piano, ma non bisogna dimenticare la Russia, che negli ultimi anni ha ampliamente sviluppato i suoi rapporti con l’Arabia Saudita e possiede, inoltre, forti interessi politici e strategici in Medio Oriente Da monitorare, infine, lo sviluppo della guerra in Siria, soprattutto dopo il lancio del missile americano Tomahawk sulla base aerea siriana, particolarmente gradito da Riad.

È probabile che la futura strategia economica del Regno seguirà le necessità politiche e strategiche del paese, confermando ancora una volta la forte correlazione tra la dimensione economica e politica, ma anche l’importanza che un’economia forte ed indipendente ha nel mantenere un ruolo leader nella regione.

 

Paola Fratantoni

Trump bombarda la Siria: 59 missili su una base militare di Assad

Difesa/Varie di

Gli Stati Uniti hanno dato il via ad una pesante offensiva nei confronti del regime di Assad. Sono stati ben cinquantanove i missili Tomahawk lanciati su una base militare siriana a Damasco, secondo le fonti siriane sarebbero circa 15 le vittime tra cui alcuni civili.  La dichiarazione di intenti da parte del Governo Trump secondo le fonti più accreditate è quello di una ritorsione e di una risposta violenta all’attacco con le armi chimiche di martedì a Idrib dove sono morti in atroci sofferenze molte persone e bambini. Gli Stati Uniti hanno agito da soli, l’Alleanza Atlantica in una nota stampa rende noto l’intento da parte degli americani quello di rispondere con un duro colpo al regime siriano a causa del ripetuto utilizzo di armi chimiche. Questa situazione però crea un quadro complesso che in parte potrebbe compromettere le relazioni della Casa Bianca con il Kremlino.

Come è noto Putin è un sostenitore di Assad di conseguenza ha definito l’attacco USA un vero e proprio attacco alla Siria e questo procedimento sta andando a creare delle frizioni molto importanti tra le due potenze. Ci sarebbe infatti una fregata russa che avrebbe già oltrepassato lo stretto del Bosforo in direzione delle navi a stelle e strisce che hanno lanciato i missili nelle prime ore del mattino di questo 7 aprile 2017. Per quanto riguarda le posizioni dell’Unione Europea, così come l’Italia, si schiera  con l’atteggiamento offensivo degli Stati Uniti perché “risposta a crimini di guerra”, ma purché resti una tantum.
Molte sono le critiche che invece sono rivolte alle Nazioni Unite, non sta risultando un organo al momento incisivo al fine della risoluzione del conflitto, tanto che ci sono degli attori di questo panorama geopolitico che lo definiscono “inutile”.


La situazione al momento è quella, ancora una volta di una polveriera che sembra pronta ad esplodere da un momento all’altro con degli equilibri che non sono ben chiari. I rischi che questa manovra di indebolimento di Assad possa agevolare lo Stato Islamico nel conflitto siriano non sono ancora quantificabili, al momento non sembra che ci si debbano aspettare nuove azioni offensive da parte degli Stati Uniti, quello che resta poco chiaro è se questa azione è veramente solo una reazione di “pancia” del presidente Trump e dei suoi generali, o parte di una strategia più complessa. Quello che possiamo immaginare è innanzitutto una dimostrazione di forza, di una linea  dura e ben precisa, in rottura con la precedente linea più prudente di Obama. Per The Donald questo attacco è una dichiarazione della potenza degli Stati Uniti che ovviamente non piace molto alla Russia. Stanno seguendo delle ore molto delicate in cui ci sono dei meccanismi precari che potrebbero incrinarsi, un aspetto molto importante però, che può rassicurare il panorama internazionale, è quella che le vie diplomatiche di Russia e USA sono ancora aperte, è stata confermata infatti la visita del Segretario di Stato americano Rex Tillerson a Mosca previsto tra pochi giorni.

La Corea del Nord lancia un avvertimento a Trump e Xi Jinping

Asia di

 

A poche ore dall’incontro al vertice tra il presidente USA Donald Trump e il suo corrispettivo cinese Xi Jinping , in Florida, il leader nordcoreano ha ordinato il lancio di un missile a medio raggio KN-15 che ha concluso la sua traiettoria nelle acque del Mar del Giappone, dopo un breve volo di circa 60 chilometri.

La Corea del Sud ha condannato fermamente l’ennesima provocazione di Pyongyang, mentre il Segretario alla Difesa americano, Rex Tillerson, ha commentato freddamente l’episodio: “Gli Stati Uniti hanno già parlato abbastanza della Corea del Nord. Non abbiamo ulteriori commenti”. La risposta più decisa è arrivata invece da Tokio, per bocca del Capo di Gabinetto Yoshihide Suga: “Il Giappone non potrà mai tollerare le ripetute azioni di provocazione della Corea del Nord. Il governo protesta con forza e le condanna risolutamente”.

Dopo cinque test nucleari, due dei quali condotti nel 2016, il lancio odierno ha rinnovato i timori della comunità internazionale sul programma missilistico nordcoreano. Pyongynag è ancora lontana dall’obiettivo di realizzare una testata a lungo raggio che possa recapitare un ordigno nucleare fin sul territorio americano, ma gli analisti hanno ipotizzato che il missile KN-15 sia stato sospinto da un propellente solido, facile da trattare e trasportare, che aumenterebbe le capacità di attacco rapido del regime asiatico.

La dimostrazione di forza avviene all’indomani di due avvenimenti che Pyongyang ha interpretato come serie minacce. Nei giorni scorsi Trump ha lanciato il suo avvertimento: se la Cina deciderà di non cooperare nel contenimento dello scomodo alleato regionale, gli USA sono disposti ad agire da soli contro il nemico. Nel contempo, si è conclusa una esercitazione militare congiunta tra USA, Giappone e Corea del Sud, che Pyongyang considera come la prova generale di una possibile invasione.

Secondo un portavoce del Ministero degli Esteri nordcoreano le azioni delle potenze nemiche stanno portando la Penisola asiatica sull “orlo della guerra”.

La crisi odierna, che senza dubbio sarà al centro dei colloqui tra Trump e Jinping, è stata preceduta, nello scorso febbraio, dal lancio di 4 missili balistici nordcoreani che sono caduti in prossimità delle coste nipponiche e dal test di un sistema di lancio SLBM (Submarine-Launched Ballistic Missile) che permetterebbe a Pyongyang di avvicinare le sue testate alle acque del nemico e di disporre di una inedita capacità di contrattacco (second-strike), nell’ipotesi di distruzione del proprio arsenale terrestre. Questa ipotesi, secondo gli analisti, è però attualmente solo teorica e serviranno ancora anni prima che Kim Jong Un possa fare reale affidamento su una tale capacità offensiva.

In uno scenario sempre più surriscaldato, il governo cinese prova a gettare acqua sul fuoco. Alla vigilia dell’incontro tra Jinping e Trump, presso il resort Mar-a-Lago, A Palm Beach in Florida, di proprietà del presidente statunitense, un portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino ha negato ogni legame tra il lancio missilistico nordcoreano e il meeting al vertice tra le due potenze, sollecitando tutte le parti coinvolte ad evitare ogni ulteriore escalation.

La Cina, in questo momento, sembra l’unica forza in grado di porre un freno al conflitto fra Pyongyang e i suoi tanti nemici.

Xi Jinping al WEF di Davos: “nessun vincitore da una guerra commerciale”

Asia di

Globalizzazione contro protezionismo, potrebbe essere questa la cifra identificativa dello scontro che si prepara a livello globale per i prossimi anni tra i due giganti dell’economia mondiale: Cina e Stati Uniti.

La retorica del presidente eletto Donald Trump,sintetizzata nello slogan “America first”, si focalizza sulla protezione degli interessi americani sul piano commerciale, mettendo in discussione i rapporti economici con l’avversario asiatico. Dopo il tramonto dell’ambizioso accordo commerciale di Partnership Trans-Pacifica (TPP), la nuova amministrazione sembra intenzionata a ritirarsi dai trattati internazionali di libero scambio privilegiando accordi bilaterali che possano garantire una maggiore protezione degli interessi americani. Una prospettiva che mette in allarme Pechino, che vede nella globalizzazione e nella liberalizzazione del commercio la strada maestra per proseguire sul cammino della crescita.

Il presidente cinese Xi Jinping ha deciso dunque di scendere in campo in prima persona, prendendo parte oggi, con una delegazione di altissimo livello, al World Economic Forum di Davos, in Svizzera. Mai nessun leader cinese aveva partecipato al prestigioso summit annuale di Davos, una novità che ben rappresenta l’importanza del momento, a pochi giorni dall’insediamento del neo-presidente Trump alla Casa Bianca il prossimo 20 gennaio.

Come era prevedibile, nel suo intervento Jinping ha parlato in difesa della globalizzazione e del libero scambio, mettendo in guardia Washington dal pericolo di una guerra commerciale tra la prima e la seconda economia del pianeta, da cui nessuno uscirebbe vincitore.

In un discorso emblematico, il presidente cinese ha difeso gli esiti dell’integrazione economica, dimensione considerata, al contempo, ineluttabile e imprescindibile. “La maggior parte dei problemi che preoccupano il mondo non sono causati dalla globalizzazione – ha detto Jinping. Che vi piaccia o meno, l’economia globale è un grande oceano dal quale non si può scappare”. “Dobbiamo promuovere il commercio e la liberalizzazione degli scambi” ha aggiunto, sottolineando come “Nessuno potrà emergere vincitore da una guerra commerciale”. Un messaggio chiaro, destinato alla nuova amministrazione Trump al fine di scoraggiare una scelta marcatamente protezionistica.

Pur riconoscendo gli effetti negativi della globalizzazione su alcuni settori dell’economia e della società, il presidente cinese considera l’isolazionismo una reazione sbagliata: “La cosa giusta da fare è cogliere le occasioni per portare avanti le sfide in modo congiunto e tracciare una strada giusta per la globalizzazione economica”.

Con il discorso di Davos, Xi Jinping persegue un duplice scopo: contrastare la narrazione protezionistica di Trump e ricordare a tutti che la Cina è pronta a subentrare agli USA, qualora la scelta protezionistica fosse confermata dai fatti, nel ruolo di leader economico globale. Pechino è pronta a proporre una serie di nuovi accordi di libero scambio, non solo con i paesi della regione del Pacifico, orfani del TPP, ma anche con il continente latinoamericano.

Trump è davvero disponibile a lasciare campo aperto alla superpotenza emergente per concentrarsi sulla difesa del suo mercato interno? In tal caso, Pechino sarà capace di creare nuove condizioni per sostenere la propria crescita?

Il 2017 potrebbe essere un anno di grandi cambiamenti per l’assetto economico globale.

Perché Shinzo Abe renderà omaggio alle vittime di Pearl Harbour

AMERICHE/Asia di

L’alleanza tra Usa e Giappone sembra destinata a rafforzarsi ulteriormente nel prossimo futuro. Il primo segnale era stato l’incontro “franco e cordiale” tra il presidente eletto Trump ed il premier nipponico Shinzo Abe dello scorso 17 novembre, primo meeting informale per l’amministrazione entrante con un capo di governo straniero. Il secondo passo, ben più significativo sul piano simbolico e politico, è l’annuncio della visita di Abe a Pearl Harbour, in concomitanza con le celebrazioni in memoria dell’attacco aereo giapponese sul porto statunitense delle Hawaii, che causò 2400 vittime e spinse gli Usa ad entrare in guerra 75 anni fa, il 7 dicembre del 1941.

La visita, programmata per la fine di Dicembre, si preannuncia come un gesto di portata storica che punta a rafforzare il legame tra i due paesi e ad inaugurare un nuova fase nelle relazioni bilaterali tra le sponde del pacifico. Gli aspetti più concreti e terreni riguardano la necessità giapponese di ridurre le incertezze riguardanti la futura politica statunitense nei confronti del Sol Levante, alimentate dalla sregolata campagna presidenziale di Trump che, tra le altre cose, aveva esortato Tokio a contribuire maggiormente alle spese per le basi militari americane sul suolo giapponese.

La visita culminerà con un incontro al vertice tra il premier nipponico ed il presidente uscente Obama, i prossimi 26 e 27 dicembre, recapitando un chiaro messaggio alla nuova amministrazione: l’alleanza funziona così com’è e non deve essere messa in discussione. Obama e Abe hanno infatti contribuito in modo convinto, in diverse occasioni, a cementare la cooperazione strategica tra i rispettivi paesi. Nel 2015 le linee guida di difesa comune sono state aggiornate e le Forze di Auto-Difesa giapponesi sono state autorizzate ad intervenire a fianco dell’esercito americano nell’ambito di un limitato numero di scenari.

Trump, invece, non è stato tenero con il Giappone durante la recente campagna presidenziale. Dopo aver chiesto più soldi per continuare a garantire la presenza delle basi militari americane nell’arcipelago, il candidato Trump aveva criticato Obama per aver fatto visita ad Hiroshima, nel ruolo di primo presidente americano a rendere omaggio alle vittime del bombardamento nucleare che pose fine alla guerra mondiale nel Pacifico. Secondo Trump, in quell’occasione Obama avrebbe dovuto ricordare anche le vittime dell’attacco giapponese a Pearl Harbour dove “migliaia di vite americane sono andate perdute”.

La prossima visita di Abe servirebbe dunque a compensare il gesto di apertura di Obama e a offrire alla nuova amministrazione l’immagine di un Giappone disposto a guardare al passato con occhi diversi. Secondo l’analista Kent Calder della John Hopkins University, la visita di Abe renderà l’alleanza col Giappone più digeribile per i sostenitori di Trump, facilitando le relazioni future.

Sul fronte nipponico, Abe è sempre sembrato disposto a mettere in discussione quella pagina della storia nazionale, riconoscendo almeno in parte le responsabilità del suo paese. Durante una sessione congiunta del Congresso, lo scorso anno, il primo ministro del Sol Levante ha fatto espresso riferimento, per la prima volta, all’attacco di Pearl Harbour, pur senza offrire scuse ufficiali. Anche in previsione della visita di fine dicembre, la questione delle scuse rimarrà sospesa. Abe intende portare “conforto” alle vittime dell’attacco giapponese di 75 anni fa e rendere omaggio alla loro memoria, ma non è lecito attendersi l’uso di un linguaggio diretto che possa essere letto in patria come la formulazione di scuse pubbliche nei confronti del nemico di allora.

Sul fronte americano, la visita di Abe potrebbe urtare i sentimenti dei reduci e dei parenti delle vittime, una preoccupazione cui l’amministrazione entrante è certamente molto sensibile. Anche Josh Earnest, l’attuale Press Secretary della Casa Bianca, non esclude che la visita giapponese possa amareggiare le vittime dell’attacco, anche a distanza di così tanto tempo. Earnest si dice però fiducioso che in molti metteranno da parte la propria dose di amarezza, riconoscendo la portata storica dell’evento.

La visita si prospetta dunque come un successo per Obama, che cerca di consolidare la propria legacy con una vittoria simbolica e diplomatica nel momento in cui le sue principali conquiste sul fronte internazionale, l’accordo sul nucleare iraniano e il riavvicinamento tra Washington e La Havana, rischiano di essere travolti dall’onda della nuova amministrazione Trump.

A raccoglierne i frutti migliori sarà però Shinzo Abe. La visita servirà al primo ministro per scrollarsi di dosso l’etichetta del revisionista storico, che lo accompagna dal momento della sua elezione e che ne offusca l’immagine in patria e sopratutto all’estero. Fumiaky Kubo, uno storico interpellato dal Japan Time, sostiene che Abe, nonostante la cattiva fama, abbia fatto “più progressi nel percorso di riconciliazione bellica di qualunque altro primo ministro. Questo potrebbe essere un modello di riconciliazione su cui entrambe le parti potrebbero basare i propri sforzi”.

Nel momento in cui il TPP (Partenariato Trans Pacifico) sembra destinato al fallimento e la disputa territoriale sulle isole tra Kamcatka e Hokkaido che contrappone il Giappone alla Russia è ferma su un binario morto, un rafforzamento della partnership con gli USA potrebbe essere quello di cui Abe ha bisogno per rilanciare la sua azione di governo sul teatro internazionale. Anche a costo di annacquare la verve nazionalistica che lo ha sempre caratterizzato.

Dalla Cambogia e dalla comunità hindu-americana si alzano voci in favore di Trump

Asia di

A pochi giorni dalle elezioni presidenziali americane, mentre la campagna elettorale più corrosiva che si ricordi si avvia alla conclusione in un clima di assoluta incertezza, il candidato Trump incassa il sostegno del premier della Cambogia e di un gruppo repubblicano Hindu. All’origine di queste prese di posizione, in entrambi i casi, sta il timore che una vittoria della Clinton possa determinare una politica estera contraria agli interessi di Cambogia e India. Andiamo per ordine.

Hun Sen, primo ministro cambogiano, uomo forte del piccolo paese del sud-est asiatico al potere da circa trent’anni, ha espresso oggi il proprio auspicio che sia Donald Trump a uscire vincitore dalle urne, martedì prossimo. Una sua elezione, sostiene Sen, garantirebbe un alleggerimento delle tensioni tra USA e Russia e il mantenimento della pace a livello globale. Hun Sen è sotto pressione in vista delle elezioni interne del 2018, accusato da USA, ONU e Unione Europea di non garantire il rispetto dei diritti umani nel paese e di scarso impegno sul fronte della lotta alla corruzione. Una vittoria di Trump porterebbe ad un ammorbidimento delle posizioni da parte degli Stati Uniti? Sen, evidentemente, se lo augura.

Durante un discorso all’accademia nazionale di polizia, il premier ha così spiegato il suo endorsement: “Per essere onesto, io vorrei veramente che Trump vincesse le elezioni. Se dovesse vincere, il mondo cambierà in meglio, perché Trump è un uomo d’affari e, in quanto tale, non vorrà mai la guerra”. Inoltre, il tycoon sarebbe un buon amico di Vladimir Putin e della Russia, a sua volta alleato strategico della Cambogia fin dalla caduta, nel 1979, del regime di Pol Pot.

La Clinton, con la quale Hun Sen si è incontrato diverse volte quanto ricopriva il ruolo di Segretario di Stato, rappresenterebbe invece un rischio per il futuro delle relazioni tra USA e Russia e sarebbe promotrice di una politica estera aggressiva su tutti gli scacchieri. L’intervento americano in Siria sarebbe stato determinato, secondo Sen, dalle pressioni esercitate dalla Clinton sul presidente Obama. Un precedente che darebbe la misura dei rischi rappresentati da una eventuale vittoria del fronte Democratico alle elezioni di martedì prossimo.

Le voci che si alzano da alcuni settori della comunità hindu negli USA in favore di Donald Trump sono meno autorevoli forse, ma comunque rappresentano un interessante elemento di analisi per capire come le diverse comunità del melting-pot americano guardino alle elezioni presidenziali attraverso la lente dei propri interessi specifici.

La Republican Hindu Coalition (RHC), un’ organizzazione filo-repubblicana di ispirazione Hindu, ha diffuso su doversi canali televisivi americani alcuni spot indirizzati contro Hillary Clinton, accusata di essere eccessivamente filo-pakistana. La Candidata democratica avrebbe indirizzato verso il nemico storico del’India miliardi di dollari in aiuti, avrebbe venduto armi al regime di Islamabad e accetterebbe finanziamenti da parte di individui e organizzazioni pakistane filo-islamiste. Infine, la RHC si scaglia contro il marito ed ex-presidente Bill Clinton, considerato troppo vicino alle posizioni Pakistane in relazione alla questione Kashmir, e contro l’assistente personale di Hillary, Huma Abedin, per metà indiana e per metà Pakistana, accusandola di sostenere indirettamente il terrorismo islamico. “Vota Repubblicano – recita lo spot – per te, per le relazioni USA-India e per l’America”.

Non tutta la comunità indo-americana è favorevole al candidato Trump, ovviamente. L’Indian American Supporters of Clinton ha attaccato lo spot dell’organizzazione rivale RHC, definendolo “Ingannevole, scorretto e falso.”

Sia fuori che dentro i confini americani, il mondo guarda alle elezioni presidenziali dell’8 novembre 2016 esprimendo i suoi diversi punti di vista.

Luca Marchesini
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