GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Army General Staff Chief: Serbia is currently not facing military threats

BreakingNews @en di

Serbian Army General Staff Chief Gen. Ljubisa Dikovic says Serbia is currently not facing military threats, while “the security situation” is stable. However, he added, threats do exist – through “pronounced extremism, and because of the migrant crisis.We are vigilantly monitoring and appraising the situation and the degree of the endangerment of Serbia on a daily basis, and the conclusion is that today Serbia is not militarily threatened”, Dikovic said. According to the general, the Serbian Army is “prepared to respond to all security threats” and today has at its disposal “the resources and equipment needed to respond to any possible risks”-

DW: “Greater Albania” – bogeyman or a pipe dream?

BreakingNews @en di

The idea of Greater Albania – uniting all Albanians in one state – is once again a hot topic in the Balkans, DW reports. While leaders in Pristina and Tirana deny pan-Albanian ambitions, their recent statements have caused alarm. Serbian Foreign Minister Dacic also said that the EU, the US, and Britain “will be directly responsible” if the Albanians push ahead with their territorial ambitions. According to Erdoan Shipoli, Associate Dean of School of Public and International Affairs at Virginia International University, the Albanian leaders, with their statements, want to get more votes from the more nationalist groups, because they know that it would be very difficult, if not impossible, to even choose the leader of the Great Albania, let alone making it function. Even so, the talk of Greater Albania can be dangerous, according to the expert. People across the region are tired of corruption and unemployment, pro-western Albanians feel like the EU has failed to defend their interests in Macedonia and Serbia, and Kosovo citizens are angry at the EU for not letting them travel without visas. In such circumstances, it is natural for nationalist sentiment to rise. “Right now there is no support but if the EU continues to fail the Albanians in general and Kosovo in particular, then this thought will gain more momentum and have more acceptance”, Shipoli said.

 

The court in Strasbourg has recognized Hungary guilty of illegally restraining two asylum seekers from Bangladesh

BreakingNews @en di

The court in Strasbourg has recognized Hungary guilty of illegally restraining two asylum seekers from Bangladesh in a transit area on the border with Serbia. This decision could have an impact on Hungarian policy on migrants which provides for the automatic detention in the camps for all asylum seekers.

Serbian PM Vucic will meet the pro-Serb opposition’s leaders in Montenegro

BreakingNews @en/Politics di

Serbian Prime Minister Aleksandar Vucic will meet leaders of the pro-Serb opposition in Montenegro even though some of them have been accused of involvement in a coup attempt. The leaders of the pro-Serbian opposition and Serb organisations demanded an urgent meeting with Vucic in Belgrade two weeks ago about what they said was the “intolerable situation” facing the Serb community in Montenegro, but Vucic told journalists that he had not meet them yet because he was too busy.

Serbia “understood the message” sent by Croatia

BreakingNews @en di

Aleksandar Vucic says he has “understood the message” sent by Croatia, when it appointed former Hague defendant Ante Gotovina as a government adviser.“It is quite certain that Serbs, primarily those driven out of Krajina and Croatia, cannot be happy. I do not want to undermine our relations with Croatia, but we have understood the message sent by Gotovina’s appointment,” Vucic said on Friday in Novi Sad, while touring a factory.

Srebrenica: un massacro che compie vent’anni

EUROPA/POLITICA/Varie di

I Balcani sono più di un’espressione geografica, molto di più. Lingue, religioni, simpatie, tradimenti, massacri, contaminazioni e scambi culturali; gli autoctoni e gli arrivati da lontano; il latino, il cirillico e l’ellenico.Un ventennio, al giudizio di popolazioni che si rinfacciano ancora oggi l’epoca bizantina e i 500 anni di dominazione ottomana, quanta peso storico porta? Un peso inquietante, un macigno se si chiama Srebrenica.

Il premier serbo Vucic è stato contestato con rabbia determinata, lancio di pietre e altri oggetti alla celebrazione dei vent’anni dal massacro. A poco servono le annotazioni bosniache su”disturbatori venuti da fuori”. A che servono, se non a mettere una pezza a un sentore incontrollabile, all’odio che trova a tutt’oggi terreno fertile nell’oblio, nell’impunità, nella latitanza pluriennale dei responsabili, dell’una e dell’altra parte, di quei giorni feroci?

“Sono passati 20 anni dal terribile crimine commesso e non ci sono parole per esprimere rimorso e dolore per le vittime, così come rabbia e rancore verso coloro che hanno commesso questo crimine mostruoso. La Serbia condanna in modo chiaro e senza ambiguità questo crimine orribile” ha scritto Vucic in una nota “ed è disgustata da quanti vi hanno preso parte e continuerà a portarli davanti alla giustizia. La mia mano resta tesa verso la riconciliazione”.

Apprezzabile la partecipazione conciliatoria e l’esperienza diplomatica a 360° del premier serbo da quando è stato eletto, ma manca la definizione di “genocidio” ne dizionario politico serbo di quanto accadde nella guerra di Bosnia. Lo dice Obama, lo dice anche il Presidente Mattarella : “fu genocidio”, dichiarano.

“ Per genocidio s’intendono gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”, secondo la definizione adottata dall’ONU.

Allora, mettiamo insieme quello che di significativo abbiamo per accettare o meno una definizione che poco cambia nel bilancio della storia, ma tanto disturba nella presa delle responsabilità: “Uccidere 50mila musulmani in più non porterebbe a niente. Recupereremo in seguito. La nostra vera priorità è sbarazzarci della popolazione musulmana”, scriveva Ratko Mladic, il boia di Srebrenica nei suoi diari segreti. “I musulmani sono il nemico comune nostro e dei croati, dobbiamo cacciarli in un angolo dal quale non possano più muoversi”.

Le 3500 pagine raccolte in 18 quaderni sono la prova più schiacciante degli intenti sciovinisti di quella elite militare e paramilitare serba che pretese di fornire una sorta di “soluzione finale” adoperandosi in una pulizia etnica bella e buona nel triennio 1992-1995.

Nella cittadina bosniaca di Srebrenica, oltre 8 mila uomini , bambini, giovani e anziani musulmani , venivano uccisi a colpi di mitraglia e poi nascosti in fosse comuni scavate dalle milizie serbo-bosniache del generale Ratko Mladić quel 11 luglio 1995. Un massacro passato alla storia come la più grave carneficina in Europa dai tempi della Seconda Guerra mondiale.Secondo i dati ufficiali, i morti fuorono 8372, secondo altre fonti si tratterebbe di circa 10mila persone.

Cosa significa un ventennio dal massacro di Srebrenica? Significa l’identificazione in corso di morti ancora senza nome.

Un serbo a Tirana…nel senso del premier

ECONOMIA/Energia/EUROPA di

Quando si parla di “ospitalità” albanese, ebbene, le autorità non hanno fatto mancare nulla dal protocollo al capo del governo serbo: Bože pravde , l’inno nazionale serbo è stato eseguito per la prima volta nella Tirana istituzionale, durante una visita ufficiale. Nella sede di rappresentanza del Palazzo delle Brigate i due premier si sono stretti mani diplomatiche senza lasciare nulla al caso con tanto di tricolore serbo issato.
Questa visita è stata preparata nei dettagli e vissuta “seguendo l’esempio della Germania e della Francia dopo la seconda guerra mondiale”, ha detto il premier Rama, facendo riferimento alla distensione auspicata dei rapporti tra i due paesi balcanici, “ sulla scia del desiderio di intensificare i buoni rapporti”.
Vučić ha raggiunto Tiranail 27 maggio scorso, il giorno dopo la conclusione dei lavori del South-East European Cooperation Process, il consiglio di cooperazione regionale, istituito dalla Bulgaria nel 1996 e presieduto dall’Albania quest’anno. Un summit nel quale è stato ribadito e sottolineato la volontà dei paesi balcanici di puntare all’integrazione europea come obiettivo comune. Bulgaria e Romania hanno manifestato il loro appoggio incondizionato.
Una visione d’insieme che è stata rinforzata durante la visita del capo del governo serbo il giorno dopo, sia da questi che dal premier albanese, Edi Rama.
“Qualcuno in Serbia farà rumore per questa mia visita, come immagino succederà a Rama per avermi invitato. Ma il mio dovere è di guardare al futuro, e nel futuro le relazioni fra di noi sono molto importanti… Pensiamo in modo diverso, parliamo in modo diverso. Ma questo non ha a che fare con il fatto di lavorare insieme. Se saremo abbastanza responsabili, saggi e intelligenti, se non penseremo di risolvere i nostri problemi con i conflitti ma con il dialogo, con rapporti sinceri, aperti e onesti, allora sono sicuro che Serbia e Albania avranno un futuro migliore del passato. Alla storia non possiamo sfuggire, ma il nostro sguardo dovrà essere rivolto al futuro, perciò oggi sono qui per porgere al mio collega Rama la mano dell’amicizia.”
Molto più disinvolto e visionario Rama il quale esprime le relazioni diplomatiche future dichiarando “ Delle relazioni tra Francia e Germania si dice che rappresentino l’asse dell’Europa, spero di non mancare di modestia dicendo che gli albanesi e i serbi vogliono trasformare le loro relazioni in un’uguale testimonianza del fatto che da una storia di guerre sanguinose potrebbe nascere l’esempio di un comune successo di pace”.
In questo momento di pragmatismo politico non si poteva lo stesso evitare un richiamo al punto dolente delle relazioni problematiche tra i due paesi, ovvero la questione del Kosovo e della “Grande Albania”. Il virgolettato è d’obbligo stando alla versione albanese della faccenda. “La Grande Albania per noi non è un progetto o un programma. Si tratta di un’idea nutrita da coloro che non vogliono il bene degli albanesi, non la nostra nazione, che non vuole ampliamenti, a scapito di nessuno, ma la convivenza normale. Progettiamo di unirci sulla strada nell’Unione europea. Se noi avessimo visto la bandiera della Grande Serbia sul drone avremo riso, ma questa è una questione di percezione. Penso che la lezione è stata tratta da entrambi”.
Di tenore molto più sostenuto Vučić sullo stesso tema aveva in un primo momento dichiarato “E’ un fatto che non siamo d’accordo sul Kosovo. La Serbia considera il Kosovo come la sua parte e l’Albania la considera indipendente”. La posizione di Rama, più ironico e morbido, si delinea nella sua dichiarazione in merito: “La mia convinzione è che il riconoscimento del Kosovo sarebbe un grande sollievo per la Serbia, ma non voglio entrare più in profondità in questa questione dal momento che qui siamo tra amici e noi rispettiamo tutti gli amici e le loro sensibilità“. Senza paroloni, ma incisivo e serio il premier serbo ha sottolineato “La grande divergenza fra Belgrado e Tirana sullo status del Kosovo non deve essere un ostacolo ai nostri rapporti bilaterali; nonostante questo, ritengo che questa incongruenza non significhi che non possiamo ammorbidire le differenze con il dialogo”.
Nell’affrontare la crisi che si sta consumando nella Repubblica Macedone dopo i fatti di Kumanovo, entrambi i governi si sono voluti mostrare equi distanti con la volontà di non schierarsi con nessuna delle fazioni e facendosi garanti di una stabilità balcanica necessaria.
A dettare questa nuova fase è ovviamente la prospettiva economica degli investimenti esteri e tra i due paesi, nonché la posizione strategica dei Balcani nei corridoi energetici e nella infrastruttura dei trasporti transnazionale.
Nell’ambito dei Tirana Talks – Vienna Economic Forum (nato nel 2004), il giorno dopo, 28 maggio, si è ufficializzato questo riavvicinamento toccando propriamente i progetti futuri. In esclusiva, si fa riferimento all’autostrada Tirana-Belgrado , passando per il Kosovo, funzionale e simbolica. Serbi e albanesi, monitorati dalla Germania e procedendo sotto gli occhi dell’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer chiedono fondi esteri e investimenti. Hanno finalmente capito che possono diventare seriamente strategici per se stessi e l’Europa. In un contesto di crisi delle frontiere europee, della crisi profonda, difficilissima in Ucraina e nelle ex repubbliche sovietiche, con conseguenze economiche enormi per tutti, i balcanici provano a elevare le rispettive posizioni, cercando di attrarre investimenti, prestigio e credibilità.
Non è una passeggiata nella storia, si tratta di conflitti secolari, di diatribe territoriali e culturali radicalizzate. Si tratta di Berlino con lo sguardo puntato e, soprattutto gli albanesi, si ricordano bene un altro Berlino, quello del Congresso del 1878, quello degli Imperi ( Austria e Turchia) e delle grandi Potenze europee, quello a conclusione del quale gli albanesi si sono visti negati l’esistenza niente di meno che da Bismarck: “Non esiste alcuna nazione albanese”. Erano altri tempi, ma i Balcani si sono visti fare e disfare nei secoli da altri le loro esistenze. Ad ogni modo, era il mondo di ieri.

Nelle miniere di Trepča, 600 metri sotto terra

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Immaginatevi di sentirvi risucchiati verso il centro della terra, vi è mai capitata come sensazione? Lo stomaco raggiunge la gola in un balzo, sotto i piedi è come se si aprisse una voragine e nel frattempo una mosca immaginaria inizia a ronzare in circolo dentro la vostra testa.

Ci è capitato oggi, nelle miniere di Trepča, il complesso minerario più grande di tutta Europa ricchissimo in piombo e zinco. La proprietà delle miniere è contesa tra Serbia e Kosovo in una battaglia simbolica quanto politica che è finita sui tavoli negoziali a Bruxelles, diventando di fatto una delle priorità assolute nelle trattative Pristina-Belgrado portate avanti dall’Unione Europea.

Trepča si trova a Mitrovica, una città di confine divisa in due dal fiume Ibar: a nord la parte serba, a sud quella a maggioranza albanese. Un ponte divide due mondi paralleli e solo pochi fanno abitualmente avanti e indietro tra nord e sud. I pochi che per lavoro sono obbligati ad attraversare quotidianamente le due parti si riconoscono dalle loro macchine, tutte senza targa. Le ultime due guerre hanno fomentato un odio che non è ancora assopito, e in città la battaglia si consuma in piazze intitolate a partigiani di ciascuna parte, monumenti e bandiere, serbe e albanesi, che colorano diversamente le due sponde del fiume.

Arrivando da Belgrado in minibus, non appena valicato il “confine”, che per i serbi è un semplice posto di blocco, per le strade ci è capitato di vedere cartelloni enormi con scritte “Questa è Serbia” e gigantografie di Putin appese a ristoranti o stampate nei teloni posteriori dei camion.

Anche la lingua è una barriera non indifferente e sebbene ambo le parti non si distinguano poi più di tanto in quanto al bere fiumi di alcool tutto il giorno, bisogna stare ben attenti a che formula usare quando si brinda.

Così come Mitrovica, anche il complesso di Trepča è diviso, alcune parti addirittura con la Croazia. L’estrazione di minerali avviene in entrambe le parti, ma le raffinerie sono tutte a nord, in quella serba, sebbene la gigantesca ciminiera che sovrasta l’intera città sia spenta da diversi anni.

Stamattina, con gli occhi stropicciati dal sonno, ci siamo avviate verso sud per incontrare i minatori albanesi. Al valico della cancellata della miniera ci aspettava Mostafa, il portavoce del complesso di Trepča, che ci ha subito accompagnato a curiosare in giro per gli edifici e a fare alcune interviste, tra cui anche un rappresentante sindacale che ci ha parlato degli ultimi scioperi di gennaio, non contro l’amministrazione della miniera, ma contro la sua privatizzazione. Da che mondo e mondo, ci spiegava, le miniere sono tutte nazionalizzate, ed è nell’interesse dei minatori mantenerle pubbliche a tutti gli effetti, in modo che la sovranità del Kosovo sul complesso venga riconosciuto una volta per tutte. 3500 persone lavorano per mantenere la miniera attiva tutti i giorni dell’anno, 24 ore su 24 e alcuni di loro lavorano fino a 1100 metri di profondità.

Ma non si va a parlare con i minatori senza scendere in miniera. Così, munite di caschetti, torcia, stivaloni e divise da lavoro, siamo scese anche noi. Una affagottata a mo’ di omino michelin, l’altra che sembrava “appena uscita da un campo di concentramento” e l’altra ancora con uno stivale bucato, che da lì a poco avrebbe regalato grandi emozioni, ci siamo schiacciate dentro il gabbione-ascensore insieme a Mostafa, due minatori e il nostro Luli, l’interprete.

“Pronte alla discesa?”, Mostafa caccia un urlo all’uomo provvidenza, ovvero colui che passa otto ore della sua giornata dentro un gabbiotto a tirar su e giù i minatori dagli inferi.

Click, la gabbia inizia a cigolare, appena il tempo di accendere le lampade e…broooooooom! Veniamo tutti risucchiati.

Ci vogliono tre, forse cinque minuti ad arrivare alla nostra destinazione. Dopo i primi momenti di sconcerto si chiacchiera, qualcuno sfumacchia, finché finalmente non raggiungiamo i -600. Fuori dalla gabbia ci imbattiamo in uno dei carrelloni e varchiamo il portone d’accesso ai tunnel.

Meraviglia!

Tunnel dai soffitti altissimi illuminati solo dalle torce si spalancano davanti ai nostri occhi stupefatti. Prima un tratto di con rotaie e terra battuta, poi pantano e mano a mano quasi esclusivamente tratti completamente allagati.La luce fa brillare i minerali nel buio. Ad un certo punto ci travolge una zaffata di aria calda e l’umidità si fa davvero alta, per la gioia delle nostre reflex che si appannano in continuazione. Incontriamo due minatori che con un trivellatore – svedese, i migliori a quanto pare – bucano grandi X rosse segnate su una parete immensa. Lavorano con a disposizione un solo fascio di luce che proviene dal macchinario. Poi mano a mano incontriamo nuovi fasci di luci piccoli, altri minatori e altre macchine che per un momento illuminano un tratto di strada.

Ovunque nei tunnel ci sono segnali per non perdersi: bulloni montati al contrario negli innesti delle tubature dell’aria, frecce disegnate con gessi, lettere in vernice rossa…ma per chi lavora lì da una vita praticamente non ce n’è bisogno. Conoscono tutte le “vie” sotterranee a memoria, dal livello -60 al -1100 e potrebbero percorrerle a occhi chiusi.

E’ un mondo a parte, ci spiega un minatore piuttosto su con l’età, un signore con le rughe che ricoprono gran parte del viso e due occhi belli che raccontano tanto. Mentre lo intervistiamo cerca di farci capire quanto l’essere minatori sia una fierezza, della solidarietà sul lavoro e tra le famiglie, di quanto la vita dell’uno dipenda dalla collaborazione e dalle competenze di quella dell’altro.

Rimaniamo in tutto un’ora e mezza sottoterra, raccogliendo molto materiale, che se pazientate, vedrete rimaneggiato e pubblicato in diverse lingue tra qualche tempo.

Una volta riportate alla luce del giorno dall’uomo della provvidenza e la sua gabbia, ci fermiamo con i nostri compagni di esplorazione appena fuori dalla miniera e ci scattiamo una bella foto ricordo. Siamo sudate, luride e anche un po’ maleodoranti, ma molto, molto felici di aver fatto quest’esperienza.

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Costanza Spocci
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