GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Myanmar: finalmente il primo presidente eletto

Asia di

Per il Myanmar è arrivato finalmente il punto della svolta. Dopo 56 anni di regime militare, nel paese del sud-est asiatico si è insediato un governo democraticamente eletto, grazie alla vittoria della Lega Nazionale della Democrazia (NLD) nelle consultazioni dello scorso novembre.

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Il primo presidente civile del nuovo corso si chiama Htin Kyaw. Inizialmente indicato dai media occidentali come il semplice autista di Aung San Suu Kyi, Kyaw è sempre stato, in realtà, il più stretto collaboratore del leader della NLD ed ha accettato il ruolo di primo ministro solo in conseguenza del divieto costituzionale che impedisce alle persone imparentate con un cittadino straniero di ricoprire la carica di premier.

Suu Kyi, premio Nobel per la pace e simbolo della lotta per la democrazia contro la giunta militare, è stata sposata fino al 1999 con il britannico Michael Aris, dal quale ha avuto due figli con doppia cittadinanza. La legge le impedisce dunque di assumere formalmente i poteri e le responsabilità della presidenza, ma l’”Orchidea di ferro”, come fu rinominata durante gli anni della militanza e della prigionia, ha già chiarito che intende governare attraverso la figura del suo fedele collaboratore. Si configura dunque una sorta di premierato per interposta persona.

Htin Kyak, 69 anni, ha giurato fedeltà, con i suoi ministri e due vice-presidenti, al popolo del Myanmar, di fronte al Parlamento riunito in seduta plenaria nella capitale Nay Pyi Taw. Nella lista dei nuovi membri del governo spicca il nome di Aung San Suu Kyi, che si occuperà direttamente di affari esteri, educazione, energia e dell’ufficio di presidenza. Tanto per chiarire che tutte le decisioni più importanti passeranno comunque dalla sua scrivania.

Altri tre ministeri chiave, la difesa, gli interni e gli affari di confine, resteranno sotto il controllo dei militari, ai quali spetta anche la nomina di un quarto dei membri del parlamento ed il potere di veto sulle riforme costituzionali. Limitazioni inevitabili, per garantire un cambio di potere pacifico, concordate nei negoziati tra Aung San Suu Kyi e l’ex presidente Thein Sein, al potere per cinque anni ed espressione della giunta militare.

Di San Suu Kyi, simbolo del paese, si sa praticamente tutto. Chi è invece il nuovo presidente Kyaw? Lui e la leader della NLD hanno frequentato insieme le scuole superiori e da allora sono legati da una forte amicizia. Ha studiato informatica nel Regno Unito ed in Giappone ed ha sempre mantenuto un basso profilo, facendosi apprezzare, una volta rientrato in patria, per l’onestà e la lealtà alla causa della democrazia. Durante i quindici lunghi anni della detenzione, è stato tra i pochi ad avere accesso alla casa prigione di Suu Kyi e, dopo la liberazione, è stato spesso visto al suo fianco, anche nelle vesti di autista. E’ sposato con la figlia di uno dei fondatori della Lega Nazionale della Democrazia, anch’essa deputata al Parlamento nazionale, e in passato si è occupato della Fondazione Daw Khin Kyi, un ente benefico intitolato alla defunta madre del premio nobel.

Nel suo discorso di insediamento il neo-Presidente Kyaw ha fatto riferimento alle sfide complesse che attendono il paese, a partire dalla necessità di un cessate-il-fuoco che ponga fine, al più presto, ai conflitti armati che da decenni contrappongono il potere centrale ed alcune minoranze etniche. Kyaw ha inoltre affermato che il nuovo governo ha intenzione di introdurre cambiamenti costituzionali, per rendere la Carta fondamentale del paese coerente con i moderni principi democratici.

Quest’ultimo impegno è certamente il più difficile da realizzare perché l’esercito, a cui l’attuale costituzione garantisce ampissimi poteri, non appare intenzionato ad assecondare altri cambiamenti. Ma solo cinque anni fa il Myanmar era costretto ad affrontare pesanti sanzioni economiche, poiché era considerato dalla comunità internazionale come un regime militare oscurantista, con migliaia di prigionieri politici e totale assenza di libertà di espressione. Molte cose sono migliorate, da allora, grazie soprattutto all’impegno di Aung San Suu Kyi e del suo movimento. Il futuro, oggi, appare pieno di promesse alle quali è lecito credere.

 

Luca Marchesini

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Gli interessi strategici di Cina e USA entrano in collisione

Asia/BreakingNews/Sud Asia di

Negli ultimi dieci anni la Cina è cresciuta enormemente, ridefinendo il suo ruolo a livello economico e geopolitico ed assumendo i connotati di una vera potenza globale. Nonostante i grandi cambiamenti ed il ritmo serrato che li ha contraddistinti, gli imperativi strategici di Pechino continuano ad essere gli stessi, almeno in parte.

In cima alla lista figura ancora il mantenimento dell’unità interna nelle regioni dove prevale l’etnia Han, dislocate prevalentemente lungo il corso di due grandi fiumi, il Giallo e lo Yangtze. Questi territori ospitano la parte più consistente della popolazione cinese ed i settori principali dell’industria e dell’agricoltura nazionali. Mantenere l’unità in questa macro-area è vitale per garantire la coesione del gigante asiatico e consolidare il ruolo del Partito Comunista Cinese come forza egemone. L’obiettivo non è semplice, però. L’uniformità è solo teorica, poiché il gruppo etnico maggioritario del paese si differenzia al suo interno attraverso articolazioni di carattere culturale, sociale ed economico che rendono complicata la ricerca di un punto di equilibrio. Il rallentamento economico, inoltre, contribuisce a rendere il quadro ancora più complesso.

Un’altra sfida fondamentale riguarda il controllo delle regioni cuscinetto, quelle più periferiche, abitate in passato da popolazioni nomadi e caratterizzate, per molto tempo, da confini scarsamente definiti. Nel corso dei secoli la Cina degli Han ha combattuto con i suoi vicini, riuscendo infine ad integrare molte regioni periferiche, dalla Manciuria, fino alla Mongolia, passando per lo Xinjiang, il Tibet e lo Yunnan. Oggi queste aree sono strategiche per Pechino e contribuiscono a rendere il paese la potenza che è, ma pongono molteplici sfide per il potere centrale in termini di coesione e politiche etniche.

Il terzo anello della catena delle priorità fa riferimento  alla protezione delle coste, che si estendono per circa 18 mila chilometri dal Vietnam alla Corea del Nord. Per gran parte della sua storia la Cina ha fatto affidamento sulle dimensioni interne e sulle rotte commerciali terrestri per accaparrarsi le risorse necessarie, rivolgendo scarsa attenzione ai mari. Per lungo tempo, dunque, la Cina non ha voluto disporre di una forza navale potente, concentrandosi sulla difesa delle coste da terra e sviluppando sistemi di navigazione alternativi, attraverso un articolato sistema di canali interni. Oggi la situazione è mutata e la Cina sta rafforzando considerevolmente la sua flotta militare. In queste acque, però, la distanza dall’avversario americano è ancora notevole e le politiche di difesa si concentrano tutt’oggi sul rafforzamento delle protezioni costiere.

Accanto a questi tre imperativi storici, la crescita economica dell’ultimo decennio ha fatto emergere un quarto vincolo strategico: la difesa delle rotte commerciali, delle risorse e dei mercati dalle ingerenze straniere. Oggi la Cina importa almeno quanto esporta, non è più autonoma come un tempo. Il commercio con l’estero è diventato vitale, così come gli investimenti esterni volti ad acquisire tecnologie e know-how. L’affermazione di questo nuovo paradigma ha richiesto una maggiore presenza militare, finanziaria e politica a livello internazionale e ha portato inevitabilmente a una più diretta contrapposizione con gli Stati Uniti e i suoi interessi strategici.

Gli USA, a livello esterno, considerano vitale il controllo degli oceani e il contenimento delle potenze emergenti, la Cina in primis. Pechino, dal canto suo, crede che la propria stabilità economica possa essere messa a repentaglio dal dominio americano sui mari e sulle rotte commerciali e sta rafforzando la flotta per aumentare il peso della sua presenza.

Gli interessi strategici delle due potenze collidono e dall’esito dello scontro dipenderanno gli assetti geopolitici del futuro. La partita principale, al momento, si sta giocando nel Mar Cinese Meridionale dove la Cina reclama il possesso di alcuni arcipelagi per estendere il proprio controllo sull’area e limitare l’egemonia americana sui mari del’Asia meridionale. Gli USA considerano questa politica espansionista come una minaccia alla libertà di navigazione  e come un segnale di eccesiva aggressività da parte di una potenza crescente, sempre più difficile da contenere. Entrambi i paesi hanno le proprie ragioni ed entrambi sono spinti dall’imperativa difesa dei rispettivi interessi strategici.

La contrapposizione si è ormai estesa anche al campo della finanza internazionale. Grazie al potere del dollaro e dell’influenza che questo garantisce sui mercati internazionali, gli USA sono sempre stati in condizione di dettare le regole dell’economia internazionale, relegando la Cina ad un ruolo da comprimario. Per rompere il sistema, la Cina spinge per la creazione di un sistema alternativo di commercio e finanzia internazionale e cerca di accrescere il suo ruolo all’intero della Banca Mondiale e nelle altre istituzioni economiche internazionali.

In definitiva, gli interessi cruciali di Cina e Stati Uniti entrano in conflitto a diversi livelli, sia sul piano militare che su quello economico e nessuno dei contendenti può semplicemente aspettare che l’altro faccia le sue mosse. Il rischio dell’attesa sarebbe probabilmente superiore ai costi dell’azione. L’esito dello scontro non è ancora prevedibile e non sappiamo come evolveranno le attuali strategie. Quel che è certo è che uno dei contendenti, se non entrambi, dovrà rinunciare a una parte dei suoi obiettivi strategici.

 

Luca Marchesini

In Cina la lotta alla corruzione passa per il controllo dei media

Asia di

In Cina la corruzione è un problema diffuso, nonostante le pene draconiane che colpiscono i funzionari riconosciuti colpevoli di condotte illegali. Per limitarne la diffusione, il governo, su impulso del Presidente Xi Jinping, si appresta a lanciare un nuovo round del programma anti-corruzione avviato tre anni fa, moltiplicando gli sforzi rispetto al 2015. La Commissione Centrale per le Ispezioni Disciplinari (CCDI) prevede infatti di condurre oltre 100 controlli da qui alla fine dell’anno.

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La Campagna anti-corruzione annunciata da Xi Jinping è stata ampiamente pubblicizzata sui media nazionali. Il 19 febbraio scorso il leader cinese ha diffuso il suo messaggio attraverso le tre principali agenzie di informazione del paese: la Xinhua, la People’s Daily e la CCTV. Contestualmente, Xi ha voluto lanciare un avvertimento al mondo dell’informazione, affermando che i media nazionali devono dimostrare assoluta dedizione e lealtà nei confronti del partito e dunque, indirettamente, verso lo stesso premier. La risposta non ha tardato ad arrivare, nel segno di una volenterosa sottomissione. Le home page delle tre agenzie sono state rapidamente colonizzate da una profusione di lodi ed attestazioni di supporto nei confronti del partito e della sua guida, in vista dell’inizio della campagna.

Secondo gli analisti, l’iniziativa di Xi Jinping non punta semplicemente ad inasprire i controlli anti-corruzione, ma risponde ad un complessivo cambio di agenda politica nei confronti dei media. Il presidente vorrebbe operare un giro di vite sul mondo dell’informazione cinese, per meglio controllare la diffusione delle notizie. Ad avvalorare l’ipotesi ha contribuito Wang Qishan, membro del Comitato permanente del Politburo e capo della Commissione Centrale per le Ispezioni Disciplinari. Durante la conferenza di presentazione della campagna, Wang ha annunciato che sia il Ministero per la Propaganda che l’organo statale che si occupa di stampa, pubblicazione, radio, cinema e televisione (e che applica le direttive della censura) saranno messe sotto esame in modo approfondito. Un ulteriore avvertimento, neanche troppo velato.

L’operazione anti-corruzione, ad ogni modo, riguarderà tutti i gangli dell’ordinamento statale ed interesserà, stando agli annunci, 36 diversi organi pubblici distribuiti su tutti gli ambiti di competenza. Dalla giustizia all’agricoltura, dagli affari religiosi al turismo, nessuno potrà considerarsi al riparo dalle indagini degli ispettori governativi. Anche quattro governi provinciali saranno passati al setaccio.

Molti degli obiettivi posti nel mirino della Commissione sono legati alla gestione e all’applicazione delle politiche industriali. Il partito vuole così contribuire al raggiungimento degli obiettivi economici fissati per il 2016, a livello nazionale, riducendo i livelli di sovra-produzione e favorendo la fusione delle principali industrie di stato. Questi cambiamenti, considerata la loro portata, potrebbero generare malumori ed opposizioni all’interno degli enti statali interessati. Ed ecco che si chiarisce il ruolo dei media in questa storia. Un controllo più stretto sull’informazione garantirebbe una narrativa degli eventi favorevole e, dunque, una più ampia base di consenso per le trasformazioni in agenda.

Luca Marchesini

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A Pechino più miliardari che a New York

Asia di

 

Era solo questione di tempo, in effetti. Nel 2014 avevamo assistito al sorpasso della Cina sugli Stati Uniti nella sfida del PIL, due anni più tardi un nuovo primato conferma il cambio di paradigma dell’economia mondiale ed il consolidamento del gigante asiatico  nel ruolo di nuovo leader.

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Secondo i dati raccolti da Hurun Report, un editore cinese specializzato nel campo del lusso, che ogni anno stila la lista dei super ricchi del paese, la capitale Pechino conta ormai un numero di miliardari superiore a quello vantato da New York. 100 a 95, è il risultato finale, ma a dare la misura del cambiamento non sono i cinque supermiliardari di differenza, quanto il “tasso di crescita” cinese. Nell’ultimo anno il club esclusivo dei miliardari di Pechino ha aperto le porte a 32 nuovi membri, a fronte di un aumento di soli 4 elementi dell’élite economico-finanziaria della Grande Mela. Al terzo posto, la Mosca dei nuovi e vecchi ricchi, con 66 miliardari registrati all’anagrafe del lusso.

La crisi dei mercati asiatici che nelle ultime settimane ha bruciato migliaia di miliardi non sembra dunque arrestare il processo di concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, come avviene in ogni paese capitalista che si rispetti. “Nonostante il rallentamento dell’economia e la crisi dei mercati – afferma Rupert Hoogewerf, capo ricercatore nonché Presidente  di Hurun Report – Pechino ha coniato più miliardari di qualunque altra città, nell’ultimo anno, soprattutto nella parte bassa della lista”.

Benché la sfida tra Pechino e New York appaia particolarmente simbolica, la Cina aveva già ottenuto il primato a livello nazionale lo scorso ottobre, come attestato  dalla stessa Hurun. Secondo i nuovi dati, appena pubblicati, il Dragone asiatico offre oggi alloggio e riparo a 568 miliardari, 90 in più dell’anno precedente. Per farsi un’idea, basta sapere che la ricchezza combinata di questi 568 Paperoni ammonta a 1400 miliardi di Dollari, pari al prodotto interno lordo dell’intera Australia. Di questi, il 40% ha meno di quarant’anni, un vantaggio anagrafico che peserà certamente sulle classifiche dei prossimi anni. Gli Stati Uniti, anche qui, hanno ormai ceduto il passo, con 535 miliardari a stelle e strisce, due in meno dell’anno precedente. Ed anche questo è un dato che fa riflettere.

A livello di ricchezza individuale però, gli alfieri cinesi non occupano ancora le prime file. Il più ricco, in Cina, è il magnate Wiang Jianlin, sostanzialmente sconosciuto fuori di confini nazionali. Wang è il presidente della Dalian Wanda Group, la maggiore impresa immobiliare cinese, e possiede la AMC Entertainment Holdings, il più grande gestore di sale cinematografiche al mondo. Il suo patrimonio personale ammonta a 26 miliardi, secondo Hurun Report, e nella classifica degli uomini più facoltosi del pianeta occupa la ventunesima posizione. Non abbastanza per surclassare personaggi come Bill Gates, Mark Zuckerberg e il finanziere Warren Buffet.

Anche in questo caso, immaginiamo, è solo questione di tempo prima che Jianglin e il manipolo di suoi connazionali superino le celebritties americane della ricchezza. Nel gruppo di testa figurano Jack Ma, fondatore del mega-portale di e-commerce Alibaba e i capi di giganti tecnologici come Tencent, Baidu e Xiaomi, che si prepara ad invadere i mercati occidentali con i suoi smartphone economici e tecnologicamente avanzati. Good Morning China.

 

Luca Marchesini

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Cina: missili su un’isola contesa

Asia/BreakingNews di

 

Il 14 febbraio scorso le immagini catturate da un satellite hanno mostrato la presenza di nuove installazioni di tipo militare su una piccola isola dell’arcipelago delle Paracels, nel Mar Cinese Meridionale, occupata dalla Cina e rivendicata dai suoi vicini, in particolare Taiwan e Vietnam. L’isola, un tempo denominata Woody sulle carte nautiche, venne annessa da Pechino nel 1956 con il nome di Yongxing.

Si tratta probabilmente di udue batterie HQ-9, capaci di armare otto missili terra aria-ciascuna, con un raggio di lancio che gli esperti stimano in circa 200 chilometri, in grado di colpire velivoli, missili da crociera e balistici. Il loro dispiegamento aggrava ulteriormente la tensione lungo le acque già agitate del Mar Cinese Meridionale, teatro da alcuni anni di una disputa territoriale su larga scala, con importanti risvolti politici, strategici ed economici, alla quale partecipano tutte le potenze della regione, Giappone compreso, e gli Stati Uniti, intenzionati a difendere  la propria libertà di navigazione militare e commerciale nell’area e a limitare le velleità espansionistiche di Pechino.

La rivelazione, diffusa ieri delle autorità di Taiwan, ha indispettito i cinesi che, in un primo momento, hanno tuonato contro le menzogne della propaganda filo-occidentale e, successivamente, hanno ribadito il proprio diritto ad installare armamenti di “auto-difesa” sulle isole abitate da personale civile e militare cinese, “secondo la legge internazionale”.

La preoccupazione maggiore, per gli americani ed i loro alleati nell’area, è che Pechino porti avanti un progetto unilaterale di militarizzazione nella regione, fortificando, ufficialmente a scopo difensivo, un numero sempre maggiore di isole e neo-isole artificiali, realizzate ex-novo dagli ingegneri cinesi attraverso massicce opere di drenaggio dei fondali sabbiosi, lì dove un tempo esistevano solo tratti semi-sommersi di barriera corallina.

L’isolotto di Yongxing in effetti già disponeva di una pista aerea e, nel novembre del 2015, i satelliti avevano catturato l’immagine di un jet militare cinese atterrato sull’avamposto. I missili terra area, secondo gli esperti interpellati dalla BBC, potrebbero essere un avvertimento rivolto al Vietnam, che continua a avanzare le proprie rivendicazioni sull’arcipelago, e agli Stati Uniti, dopo che, nel gennaio scorso, un incrociatore a stelle e strisce si era avvicinato alle coste dell’isola.

Per ora Pechino ha evitato di dispiegare installazioni militari sulle isole contese dell’arcipelago delle Spratly, molto lontano dalle acque territoriali cinesi  e incastonato tra Vietnam, Malesia e Filippine, che ne rivendicano a loro volta il possesso. Se l’escalation dovesse spingersi così a sud, quella cinese sarebbe percepita non più come una semplice provocazione ma come un atto ostile esplicito, con conseguenze difficili da prevedere.

La disputa relativa al Mar Cinese Meridionale è stata affrontata anche durante il vertice, appena conclusosi in California, tra gli Stati Uniti ed i paesi dell’ASEAN, l’organizzazione che riunisce gli stati del sud-est asiatico. Solo ieri il Presidente Obama, alla conclusione del meeting, aveva ribadito l’appello americano ad interrompere ogni ulteriore “ rivendicazione, nuova costruzione e militarizzazione”, riferendosi indirettamente alle attività cinesi nell’area. Obama ha anche affermato che gli USA continueranno “a volare, navigare ed operare ovunque sia consentito dalle leggi internazionali”, aggiungendo che gli Stati Uniti forniranno il loro supporto agli alleati nella regione perché possano fare altrettanto. Un supporto che è stato invocato esplicitamente, in modo abbastanza sorprendente, dal Primo Ministro Vietnamita durante il vertice. Il premier Nguyen Tan Dung si è rivolto direttamente a Obama per chiedere che gli USA abbiano “una voce più forte e mettano in campo azioni maggiormente funzionali ed efficaci”per ottenere l’interruzione di tutte le iniziative volte a cambiare lo status quo, riferendosi chiaramente ala Cina ed alle sue attività costruttive nell’arcipelago Spratly.

Lo scopo del vertice era quello di trovare nove soluzioni comuni per contrastare l’espansionismo di Pechino nel Mar Cinese Meridionale e preservare il diritto alla libera navigazione, interesse geopolitico prioritario per gli Stati Uniti in quella fetta di mondo. La scelta cinese di dispiegare di una batteria missilistica sull’isola di Yongxing in concomitanza con il vertice USA-ASEAN non è ovviamente casuale e tende a ribadire l’intenzione di Pechino di disporre come meglio crede dei territori sotto il suo controllo.

Per gli americani ed i suoi alleati l’escalation militare, anche se su scala ridotta, ha il sapore della provocazione. Un ufficiale americano ha dichiarato ai microfoni della CNN che il dispiegamento dei missili, avvenuto  a vertice in corso, è stato “un’ulteriore dimostrazione del tentativo unilaterale della Cina di cambiare lo status quo” nel Mar Cinese Meridionale. Sulla stessa linea il Giappone, che per bocca del Segretario Capo di Gabinetto Yoshihide Suga ha bollato come inaccettabile l’iniziativa di Pechino.

La disputa sembra destinata ad inasprirsi, soprattutto se la Cina deciderà di procedere nella creazione di infrastrutture militari sulle isole sotto il suo controllo, spingendosi ancora più a sud. Un’altra variabile in gioco riguarda le risorse energetiche e minerarie che potrebbero nascondersi sotto i fondali corallini. Le indagini geologiche e le trivellazioni non sono ancora iniziate, almeno ufficialmente, ma la scoperta di giacimenti di petrolio o gas naturali potrebbe compromettere ulteriormente i rapporti tra le potenze che si affacciano su quella fetta di oceano.

 

Luca Marchesini

 

Lo spleen di Pechino

Asia di

 

Per capire cosa sta succedendo in Cina possiamo partire da una notizia grottesca che arriva dal Nord America. L’azienda canadese Vitality Air aveva recentemente lanciato, un po’ per scherzo, un nuovo prodotto: bottigliette riempite con l’aria cristallina delle Rocky Mountains. Nel giro di pochi giorni le scorte sono andate esaurite e tutti gli ordini sono arrivati dalla Cina. Il paese sta infatti vivendo in queste settimane una vera e propria emergenza ambientale, a causa degli elevatissimi livelli di smog e polveri sottili registrati nelle principali città.

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Dopo l’allarme rosso decretato dalle autorità la scorsa settimana, che aveva paralizzato la capitale Pechino con la chiusura di scuole, cantieri ed uffici pubblici, la salute dei cittadini cinesi continua ad essere minacciata. Il problema è determinato dall’enorme consumo di carbone e di altri combustibili fossili che mantiene a regime la crescita economica del gigante asiatico. I gas di scarico delle automobili, nonostante quanto comunemente si creda, contribuiscono solo in parte alla formazione delle nubi maleodoranti che avvolgono Pechino e le altre grandi città delle regioni maggiormente industrializzate. Di fatto, il paese sta vivendo la sua rivoluzione industriale e il carbone, al pari di quanto avveniva in Europa nel XIX secolo, alimenta il motore dello sviluppo. Fatte le debite proporzioni, le ricadute su scala ambientale sono drammatiche e coinvolgono l’intero pianeta.

Dopo Pechino, anche Shanghai è stata avvolta da una spessa cappa di smog, martedì scorso. Nella capitale economica del paese l’indice di qualità dell’aria ha raggiunto il valore 300, considerato “pericoloso” per la salute dell’uomo con possibili ripercussioni a lungo termine. Non molto, in confronto ai valori registrati nella Capitale e nelle città del nord la settimana scorsa, ma comunque sufficiente per spingere le autorità locali a decretare un “allarme giallo” ed intervenire per limitare le attività edilizie e vietare agli studenti di uscire dagli edifici scolastici durante la mattinata.

Le difficoltà sul fronte ambientale che il paese affronta quotidianamente risultano ancora più eclatanti, all’indomani dell’approvazione dell’accordo sul clima della conferenza Cop21 di Parigi, conclusasi la scorsa settimana. Anche la delegazione cinese ha sposato l’accordo, sulla cui reale efficacia si sono spese molte parole in questi giorni, con giudizi spesso distanti. Per i cinesi il documento finale rappresenta un compromesso accettabile tra le esigenze di sviluppo del paese e gli impegni di riduzione dei gas serra nel medio periodo. Certamente la delegazione guidata da Xie Zhenhua ha spinto per una limitazione degli impegni legalmente vincolanti, ma la mancata adesione del paese maggiormente inquinante avrebbe decretato il fallimento del vertice.

Cosa prevede l’accordo di Parigi? In breve, i paesi firmatari si impegnano a raggiungere il picco di emissioni nel più breve tempo possibile, per poi passare ad una decisa riduzione dei gas serra nella seconda metà del secolo. L’obiettivo comune, considerato vitale dagli esperti, è di contenere l’aumento medio delle temperature globali “ben al di sotto” dei due gradi e puntando, se possibile, al limite massimo di 1,5 C. Il progresso del piano sarà monitorato con cadenza quinquennale e, da qui al 2020, si prevede un finanziamento di 100 miliardi di dollari all’anno in favore dei paesi in via di sviluppo per l’implementazione di progetti ambientali. Dopo il 2020 il finanziamento dovrebbe aumentare, in misura ancora da stabilire.

Secondo alcuni osservatori, il limite dei due gradi sarà difficilmente rispettato, ma per la prima volta la Cina e le altre grandi potenze inquinanti del mondo in via di sviluppo hanno deciso di aderire formalmente allo sforzo comune. Il cambio di rotta, secondo Naomi Klein, è determinato anche dal fatto che le condizioni di vita dei cinesi stanno peggiorando in modo sensibile, proprio per via dell’inquinamento, e che anche i figli delle élites del paese cominciano a subirne direttamente gli effetti. Forse non sarà necessario rallentare il treno dello sviluppo industriale, ma una progressiva conversione dal carbone ad altre forme di energia più sostenibili è già oggi una prospettiva ineludibile.

E lo stesso discorso potrebbe valere l’India.

 

Luca Marchesini

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Myanmar: Suu Kyi e la transizione pacifica

Sud Asia di

Per il nuovo Myanmar di Aung Saan Suu Kyi è giunto il tempo dei “colloqui di pace”. Dopo la vittoria della Lega Nazionale della Democrazia (NLD) nelle elezioni di tre settimane fa, la leader del movimento, storica attivista per i diritti umani della ex-Birmania, ha incontrato il presidente Thein Sein, Capo del Governo che nel 2011 ha segnato l’inizio della transizione democratica del paese, dopo 49 anni di dittatura militare.

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L’incontro è durato 45 minuti, durante i quali sono stati discussi i termini di un passaggio di consegne indolore tra l’esecutivo in uscita, di stampo civile ma sostenuto e nominato dalla Giunta, ed il nuovo governo della NLD, vincitrice dalle elezioni dello scorso 8 novembre con una maggioranza schiacciante.

Otto elettori su dieci hanno votato per il partito di Suu Kyi, pur sapendo che il premio Nobel per la pace non avrebbe potuto esercitare direttamente il potere, a causa delle restrizioni costituzionali che vietano a chiunque abbia figli di cittadinanza straniera di diventare primo ministro. Aung Saan Suu Kyi ha però fin da subito chiarito l’intenzione di svolgere un ruolo di guida per il nuovo governo. Il nome di chi ricoprirà il ruolo di primo ministro non è ancora stato reso pubblico, ma sarà lei a prendere le decisioni più importanti per il futuro del paese.

Nelle vesti di leader de facto, l’”Orchidea di acciaio” della Birmania ha incontrato, il 2 dicembre, il presidente uscente Thien Sein ed il capo dell’esercito, Min Aung Hlaing. L’incontro ha avuto luogo a Nay Pyi Taw, la città a 320 chilometri da Yangon che nel 2005 è stata elevata al ruolo di capitale. Nel colloquio, durato meno di un ora, Suu Kyi ha chiesto ai rappresentanti del vecchio blocco di potere di garantire un passaggio di consegne pacifico e indolore. Sein e Hlaing hanno offerto il proprio impegno, assicurando che non ci saranno tentativi di disturbo sulla via della transizione.

Le preoccupazioni della leader della NLD sono dettate dal fatto che i militari conservano un quarto dei seggi nelle due camere che compongono il Parlamento del Myanmar e, con essi, il potere di veto sulle riforme costituzionali e ruoli chiave nei ministeri di maggiore peso. La prudenza è d’obbligo anche in considerazione delle drammatiche esperienze del passato. Il partito di Aung Saan Suu Kyi vinse le elezioni anche nel 1990, ma il risultato venne ignorato dalla giunta militare e, da allora, Suu Kyi fu costretta agli arresti domiciliari per un periodo complessivo di 15 anni. La fiducia, da allora, non è diventata una merce rara.

La vittoria della NLD alle elezioni ha generato entusiasmo e nuove aspettative sul percorso di democratizzazione del paese, soprattutto a livello internazionale. Secondo Miemie Byrd, professoressa di origine birmana dell’ Asia-Pacific Center for Security Studies, interpellata da Al Jazeera, l’ottimismo è però eccessivo.

“Temo che la reazione e l’interpretazione della comunità internazionale (circa le elezioni, ndr), possano esacerbare i conflitti e le sfide attualmente in corso in Myanmar”, ha detto, aggiungendo che il paese ha ancora molta strada da fare sulla via del cambiamento. “Chiunque sarà a capo del nuovo governo sarà limitato dalle sfide precedenti e non potrà procedere velocemente verso le riforme e il progresso. Non puoi prendere un carro da buoi e farlo andare veloce come una macchina”. “La comunità internazionale – ha concluso – dovrà esercitare la sua pazienza ed avere aspettative realistiche” sui tempi del processo di transizione.

 

Luca Marchesini

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Thailandia-Giappone: intesa sul terrorismo

Asia di

Lunedì 16 novembre, nell’ambito dei colloqui bilaterali al margine del Asia-Pacific Economic Cooperation Forum di Manila, il Ministro degli Esteri thailandese Don Pramudwinai e il suo collega giapponese Fumio Kishida hanno raggiunto un accordo preliminare di cooperazione sul fronte della lotta al terrorismo internazionale. L’intesa giunge in risposta agli attentati che hanno insanguinato Parigi nella notte di venerdì scorso e all’attacco subito dalla capitale tailandese nell’agosto di quest’anno, costato la vita a 20 persone.

 

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“La comunità internazionale – ha detto Kishida – dovrebbe essere unita nel condannare risolutamente gli atti di terrorismo”. I due ministri hanno dunque promesso una più stretta cooperazione tra i rispettivi paesi nella lotta alla minaccia terrorista.

4500 imprese e società giapponesi operano in Thailandia e sono oltre 60 mila i cittadini nipponici che vivono e lavorano nel paese. Il Ministro degli esteri Kishida ha dunque chiesto al governo thailandese di fare il possibile per garantire la sicurezza dei suoi concittadini e per proteggere gli investimenti nipponici. Al contempo, ha confermato il supporto del suo governo per lo sviluppo di nuove infrastrutture nel paese del sud-est asiatico, a partire dalla rete ferroviaria.

Il colloquio ha toccato anche il tema del Mar Cinese Meridionale e delle tensioni che coinvolgono le potenze dell’area, per il controllo delle vie di comunicazione marittime. Keshida auspica che l’ASEAN, l’Associazione delle Nazioni del sud-Est Asiatico, lanci un appello congiunto in occasione del prossimo vertice di Kuala Lumpur, per chiedere maggiore stabilità nella regione ed il rispetto dello stato di diritto.

Il Giappone, infatti, è direttamente interessato alla disputa. Benché non abbia rivendicazioni sul fronte territoriale, ritiene cruciale per la sua economia la libera navigazione lungo le acque del Mar Cinese Meridionale e sta esercitando pressione sui paesi del sud-est asiatico per creare un fronte congiunto che possa limitare l’espansionismo cinese. Un obiettivo difficile da raggiungere poiché Pechino agisce parallelamente, sul fronte diplomatico, per rafforzare le proprie posizioni e disinnescare le rivendicazioni dei paesi dell’ASEAN.

Anche le borse asiatiche hanno inizialmente subito gli effetti degli attentati di Parigi, con perdite consistenti all’apertura dei mercati, lunedì scorso. La paura, sulle piazze finanziarie, è durata poco e già da martedì i principali listini del continente sono tornati in territorio positivo, con guadagni superiori al punto percentuale, dopo che le borse europee e americane avevano fatto segnare un primo rimbalzo.

 

Luca Marchesini

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Mar Cinese Meridionale: la grande disputa

Asia/Sud Asia di

Gli attori principali di questa storia sono 4: La Cina, le Filippine, gli USA e il Giappone. La posta in gioco è enorme: il controllo delle acque del Mar Cinese Meridionale, dove si incrociano gli interessi delle potenze in gioco.

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Ormai da mesi, gli Stati uniti sono impegnati in una escalation verbale con la Cina. Pechino, infatti, non nasconde le proprie mire espansionistiche sulla porzione di oceano che bagna le sue coste meridionali e sta costruendo isole artificiali per spostare in avanti di alcune decine di chilometri i limiti delle proprie acque territoriali. Un allargamento forzato dei confini che mette in agitazione anche Vietnam, Filippine e Malesia, che su quello stesso tratto di mare avanzano le proprie rivendicazioni.

La Cina ha più volte intimato agli USA di non esacerbare il clima sorvolando gli isolotti artificiali con i propri apparecchi e portando le navi della flotta a navigare in prossimità delle loro coste. Gli Stati Uniti hanno risposto seccamente, appellandosi al diritto marittimo internazionale, ed hanno assicurato ai propri alleati regionali la collaborazione della marina americana per il controllo delle posizioni cinesi.

Va tenuto a mente che, in questa zona di mondo, il controllo delle acque e la possibilità di mettere i propri vessilli su porzioni anche piccolissime di terra galleggiante ha un valore tutt’altro che simbolico. Di fatto, assicurarsi la possibilità di pattugliare determinate vie di comunicazione marittime, attraverso la costruzione di basi militari, permette di controllare direttamente il commercio navale e le vie di accesso a risorse fondamentali sul piano economico e strategico. Dal controllo di uno scoglio isolato o di un tratto di barriera corallina possono scaturire serie ripercussioni sul fronte della crescita economica e della stabilità politica.

Per la Cina è, prima di tutto, una questione di sovranità regionale, con inevitabili ripercussioni globali. Per gli Stati Uniti, la preoccupazione principale è rappresentata dalla libertà di navigazione nel Pacifico, dove gli USA hanno costruito la propria supremazia, dopo la fine della Guerra Fredda, grazie anche all’aiuto degli alleati regionali, in primis Giappone e Corea del Sud. La Cina ha però da tempo messo in discussione questo assunto, emergendo come nuova potenza nel Mar Cinese Meridionale ed esplicitando le proprie mire egemoniche sull’area. Una ridefinizione degli equilibri che per Washington rappresenta un serio problema.

La supremazia sulle acque è da sempre un elemento fondamentale della strategia americana sul piano globale. Il controllo dei mari, assicurato dal primato militare della US Navy, garantisce vie di commercio rapide e sicure per i beni diretti o provenienti dai porti americani e permette di spostare rapidamente ingenti quantità di truppe in caso di necessità, anche a grande distanza. Ma queste stesse esigenze sono diventate ormai vitali anche per la Cina, una potenza globale la cui economia è sempre più votata all’esportazione e che dunque necessita di un maggiore controllo sulle vie commerciali marittime, soprattutto nel Mar Cinese Meridionale, ricco di risorse ittiche e di gas naturale. La Cina sta dunque tentando di rimodellare lo status quo, approfittando della debolezza degli avversari regionali, incapaci di fronteggiare il gigante asiatico sul piano militare e delle incertezze del rivale americano, che non sembra disposto ad usare la forza per contenere le sue mire espansionistiche.

Ad ogni modo, le attività costruttive cinesi nel mezzo del Mar Meridionale hanno provocato la fortissima irritazione dei vicini del sud-est asiatico, a partire dalle Filippine che rivendicano la propria sovranità su molte delle piccole isole cementificate dalle attività costruttive cinesi. La Cina pensa però di poter tenere sotto controllo i paesi dell’ASEAN, l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, agendo direttamente sull’organizzazione a livello politico ed azionando le proprie leve di influenza economica e militare nei confronti dei singoli interlocutori. Pechino confida altresì di poter gestire le reazioni di Washington, nella convinzione che gli USA eviteranno ogni escalation, temendo un conflitto diretto nelle acque del Mar Cinese Meridionale. I fatti, fino ad oggi gli anno dato ragione.

Resta da capire qual è la posizione del Giappone all’interno di questo puzzle. La potenza del Sol Levante è forse l’unico avversario che la Cina teme davvero, in questo momento. Per la prima volta dopo decenni, il Giappone sembra deciso ad assumere un ruolo più attivo nel pacifico e nel Mar Cinese Meridionale. Recentemente Tokio ha stretto nuovi accordi con Manila e con altri paesi dell’ASEAN per condurre operazioni congiunte e per facilitare le operazioni di rifornimento della sua flotta e dei suoi velivoli. Come contropartita, ha offerto alle Filippine e al Vietnam navi e velivoli per la marina e la guardia costiera. Il Giappone ha anche raggiunto un accordo con gli USA per svolgere operazioni congiunte di pattugliamento nel Mar Cinese Meridionale, a partire dal prossimo anno.

Perché questo inedito attivismo? Il Giappone è un isola e dispone di poca terra e di poche risorse naturali. Tokio deve dunque necessariamente salvaguardare i propri interessi sui mari, per garantire la sussistenza dell’economia nipponica, ed ha compreso che il nuovo espansionismo cinese rappresenta una minaccia che non può restare senza risposte.

Dal punto di vista di Pechino, la nuova politica di Tokio rappresenta un problema di difficile soluzione, sopratutto se il Giappone agisce in sinergia con gli Stati Uniti per la creazione di una forza congiunta nel Mar Cinese Meridionale. La risposta per ora è diplomatica. Attraverso diversi canali Pechino sta cercando di convincere Washington a non impegnarsi a fianco del Giappone, suggerendo che Tokio starebbe perseguendo unicamente i propri interessi nell’area. In prospettiva, la Cina paventa anche una possibile escalation militare con le Filippine, sostenute dal Giappone, per il controllo delle isole contese. Uno scenario che metterebbe gli USA nella spiacevole condizione di dover scegliere se intervenire o meno a fianco del proprio alleato, con tutte le conseguenze che la scelta comporterebbe sul piano militare e politico.
Luca Marchesini

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La Cina dice stop alla politica del figlio unico

Sud Asia di

Il 18° Plenum del Partito Comunista Cinese, che ha delineato i tratti del piano quinquennale che porterà il gigante asiatico alle soglie del prossimo decennio, è destinato a passare alla storia per le decisioni relative alle politiche demografiche. I 200 membri del Comitato Centrale del partito, riuniti giovedì scorso, hanno infatti sancito la fine della ultra-trentennale politica del figlio unico.

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Già nel 2013 le maglie delle restrizioni si erano allargate ed era stato concesso alle coppie composte da figli unici di avere fino a due bambini. Da oggi, questa possibilità sarà concessa a tutti, senza in correre in multe e sanzioni da parte delle autorità.

La politica del figlio unico fu introdotta in Cina nel 1979, con lo scopo di ridurre la sovrappopolazione in un paese ancora povero e scarsamente industrializzato. In termini meramente numerici, le politiche di controllo demografico ebbero successo. Secondo alcune stime, hanno permesso di ridurre il numero di abitanti di 400 milioni, rispetto alle proiezioni legate al precedente tasso di natalità. Lo stretto controllo statale sulle nascite ha prodotto però anche effetti negativi. Negli ultimi 36 anni sono nati più maschi che femmine, in Cina, determinando un forte disequilibrio di genere e conseguenti tensioni sociali. Inoltre, la politica del figlio unico ha portato ad un progressivo invecchiamento della popolazione ed alla riduzione del numero di giovani in età da lavoro, a fronte di un aumento speculare della quota dei pensionati. Il rischio, per la Cina, era di invecchiare troppo prima ancora di raggiungere un benessere diffuso.

La decisioni prese dal Plenum avranno però effetti solo nel lungo periodo ed occorreranno decenni prima di invertire la tendenza e porre rimedio alle distorsioni determinate dal ferreo controllo demografico. E non è detto che i risultati saranno quelli sperati. La Cina è di fatto un paese diviso in due, sul fronte economico e sociale. 400 milioni di Cinesi vivono sulle coste, nelle regioni più sviluppate, dove il costo della vita è maggiore e dove risiede la gran parte della nuova classe media. Gli altri 900 milioni continuano a vivere nelle aree interne meno sviluppate, dove gli effetti della crescita economica hanno tardato ad arrivare. E’ probabile che le popolazioni di queste zone, con la fine della politica del figlio unico, cresceranno più rapidamente rispetto a quelle delle aree costiere, rendendo il solco tra le due anime della Cina contemporanea ancora più profondo.

Il problema è accentuato anche dal rallentamento dell’espansione economica. Durante gli anni in cui il PIL cresceva a due cifre, si riteneva che la Cina più povera avrebbe inevitabilmente beneficiato, sul lungo periodo, dell’onda lunga dello sviluppo. Per il prossimo quinquennio, però, il Plenum ha programmato una crescita “medio-alta”, nell’ordine del 6-7% annuo. La richiesta di manodopera a basso costo da parte delle zone costiere, di cui le regioni interne si sono sempre fatte carico, potrebbe diminuire di conseguenza. La riduzione dell’offerta di lavoro, parallelamente ad un nuovo slancio demografico, graverebbe dunque pesantemente sulle zone rurali più povere, con conseguenze sociali difficilmente prevedibili.
Luca Marchesini

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Luca Marchesini
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