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AREA DI CRISI – Il ruolo della Russia nella crisi Mediorientale

Medio oriente – Africa/Video di

IL RUOLO DELLA RUSSIA NELLA CRISI MEDIORIENTALE

Prima puntata del WebFormat “AREA DI CRISI” settimanale di approfondimento di EUROPEAN AFFAIRS MAGAZINE. In studio Alessandro Conte, direttore di European Affairs Magazine, intervista il Professor Antongiulio de Rubertis, Professore Ordinario dell’Università di Bari e docente della Scuola di relazioni Internazionali dell’università Statale di San Pietroburgo.

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CREDITS

AREA DI CRISI – settimanale di european affairs –

CONDUCE: alessandro conte, direttore european affairs magazine –

REDAZIONE: giacomo pratali, paola fratantoni, paola longobardi, giada bono – SEGRETERIA DI REDAZIONE: giacomo pratali –

MUSICA SIGLA: per gentile concessione di francesco verdinelli –

REGIA: tino franco –

IMMAGINI: nel blu studios –

MONTAGGIO: daniele scaredecchia –

REALIZZATO IN COLLABORAZIONE CON :

EUROPEAN AFFAIRS MAGAZINE – www.europeanaffairs.media

NEL BLU STUDIOS – www.nelblustudios.com –

EDITO DA: Centro Studi Roma 3000 – www.roma3000.it

Abuso di posizione dominante nei trasporti marittimi italiani

ECONOMIA/EUROPA di

In commissione Europea è stata presentata una interrogazione parlamentare per spingere l’autorità a verificare se il mercato italiano del trasporto marittimo sia effettivamente equilibrato.

L’interrogazione è stata presentata dall’Europarlamentare Maullu di Forza Italia che ha voluto sottolineare come le recenti operazioni di acquisizione verificatesi in Italia possano danneggiare i cittadini, “L’interrogazione che ho depositato – ha dichiarato Maullu –  chiede alla Commissione europea di attivarsi per vietare atteggiamenti di abuso della posizione dominante sul mercato interno. Il libero mercato deve sempre garantire una sana concorrenza, con il miglioramento dei servizi, l’affidabilità delle linee e l’equilibrio delle tariffe”

La stessa  l’Autorità Garante per la Concorrenza e il mercato italiana  ha rilevato come l’acquisizione della società Moby da parte della Compagnia Italiana Navigazione che fa’ riferimento al Gruppo Onorato Navigazione, sia di fatto un aggregazione superiore al massimo consentito.

Lo scorso 25 febbraio 2016 è stata presentata la nuova compagine del gruppo Onorato Navigazione che ad oggi comprende le società Tirrenia, Toremar e Moby diventando il primo gruppo passeggeri del Mediterraneo con una flotta di 64 navi, 4.000 occupati, 6,2 milioni di passeggeri trasportati, 25 porti collegati, 33mila viaggi effettuati nell’ultimo anno.

A Brussels  l’on. Maullu ha presentato nei giorni scorsi l’ interrogazione parlamentare per spingere la commissione ad una valutazione delle condizioni di mercato dei trasporti marittimi in italia, “ C’è un’effettiva mancanza di sana concorrenza sulle rotte dei traghetti che collegano il continente alla Sardegna” ha dichiarato Maullu a seguito della sua iniziativa “ L’avvicinarsi dell’estate fa emergere questo problema con maggiore forza, i cittadini e i turisti che vogliono raggiungere l’isola si vedono applicate tariffe molto alte e condizioni poco vantaggiose rispetto ad altre mete turistiche”

Una situazione ben nota all’antitrust italiano che nel mese di aprile ha denunciato la CIN ( Compagnia italiana di Navigazione) di posizione dominante nei trasporti marittimi

L’analisi svolta dal AGCM  ha evidenziato che le rotte tra  Civitavecchia-Olbia e Genova-Olbia, hanno subito negli ultimi anni una forte contrazione, determinando l’uscita di tutti gli operatori ad eccezione di CIN e Moby che sono parte dello stesso gruppo.

In questo contesto, CIN, pur essendo partecipata per una quota del 40% da Moby, si è comportata nei confronti di quest’ultima come un operatore in concorrenza,  così acquisendo crescenti quote di mercato ai suoi danni nelle stagioni estive 2013 e 2014.

Il mercato di fatto non presenta un numero adeguato di concorrenti che possano permettere una offerta di prezzi  in competizione a favore dei clienti finali e soprattutto ai danni di quella che veniva considerata continuità territoriale per i residenti delle isole maggiori che si vedono oggi penalizzati negli spostamenti da e per il continente. Su questo tema le altre compagnie di navigazione mantengono il riserbo e non concedono interviste o dichiarazioni .

L’interrogazione dell’Europarlamentare sembra avere lo scopo di spingere le istituzioni comunitarie a vigiliare sull’effettivo rispetto delle norme garanti della concorrenza e che siano effettivamente applicate misure tali da favorire un libero mercato come indicato dall’ACGM italiana che ha sentenziato che  di l’acquisizione da parte di Onorato Partecipazioni S.r.l. del controllo esclusivo di Moby S.p.A. e di Compagnia Italiana di Navigazione S.p.A., sia determinante nella costituzione di una  posizione dominante nel mercato dei servizi di trasporto marittimo di passeggeri, autovetture e merci sulle rotte Genova – Olbia e Civitavecchia – Olbia.

Le isole maggiori affrontano così una nuova stagione turistica con un calo delle presenze costante negli ultimi anni causato in primis dai costi di trasporto marittimo, calo che danneggia l’economia della Sardegna già fortemente provata dalla crisi e che vede nel settore turistico la sua unica possibilità di resistere alla crisi.

Tunisia, la (non) svolta di Ennahda

Il X congresso del partito sancisce la fine dell’islam politico e la nascita dell’islam democratico. Si tratta del primo caso al mondo in cui una formazione politica di matrice islamica rinuncia alla “dawa”. Tuttavia il nuovo corso intrapreso dal movimento guidato da  Rashid Ghannoushi rischia di rivelarsi controproducente.

Rashid Ghannoushi, 74 anni, leader del partito islamico tunisino Ennahda prende la parola: “Le primavere arabe non hanno portato solo l’inverno dell’Isis: oggi a Tunisi comincia l’estate delle democrazie musulmane!”.

Davanti ai 13.000 sostenitori ed i 1.200 delegati riunitisi Stade Olympique de Rades, 20km dalla capitale, l’ex professore di filosofia, rientrato nel 2011 in patria dopo 20 anni di esilio a Londra, continua: “L’Islam politico non ha più alcuna giustificazione in Tunisia. Ci occuperemo solo d’attività politica, non di religione. Sarà un bene per i politici, che non saranno più accusati di strumentalizzare la religione. E lo sarà per la religione, mai più ostaggio della politica».

Le parole appena pronunciate chiudono i lavori del terzo ed ultimo giorno del X Congresso nazionale del del movimento leader dei moti del 2011 dove, con votazione finale, l’80.6% dei delegati si è espresso in favore dell’abbandono definitivo della dawa, ovvero la definitiva separazione dell’attivismo politico dalle attività religiose in seno a questo; per la prima volta un partito di matrice islamica rinuncia all’Islam politico.

Tale révirement non arriva come un fulmine a ciel sereno. L’intenzione di intraprendere un nuovo corso era già stata annunciata il 19 maggio, dalle colonne del quotidiano francese Le Monde. In tale occasione il  presidente del partito, intervistato, aveva affermato: “dopo la rivoluzione dei gelsomini nel 2011 e l’adozione nel 2014 della nuova Costituzione – ha detto Ghannoushi – in Tunisia non c’è più’ alcuna giustificazione per un movimento che si richiami ad un Islam politico”.

Parlare di “svolta”, tuttavia, è fuorviante. Ennahda ha infatti intrapreso, sin dal 2011, un percorso di istituzionalizzazione e de-radicalizzazione che l’ha resa un attore politico di primo piano, parte integrante della competizione politica democratica tunisina, nonché uno dei pilastri sui quali poggia il (fragile) successo della transizione democratica in corso nel paese. L’abbandono della dawa può essere vista, dunque, come la culminazione di un processo che ha luogo da ormai 5 anni; un balzo in avanti, uno strappo al più, ma non un vero e proprio cambio di direzione.

 

Restano, ad ogni modo, dubbi e criticità. Un primo nodo da scogliere sarà quello riguardante l’autenticità di tale decisione. Molti sono, infatti, gli analisti e gli opinion leaders che nutrono dubbi a riguardo, ipotizzando che quello operato da Ennahda sia soltato un atto di taqiyya, (un precetto islamico che prevede la possibilità di dissimulare o addirittura rinnegare esteriormente la fede islamica in casi eccezionali). Di tale avviso è lo stesso Mustapha Tlili, il quale, nel suo editoriale sul quotidiano Leaders, ha accusato lo stesso Ghannoushi di aver messo in scena una vera e propria “illusione”, arrivando a chiedere, come prova di sincerità, l’introduzione della separazione tra Stato ed Islam anche nella Costituzione, ad oggi prevista nel testo, ma in maniera piuttosto vaga.

È tuttavia plausibile, se si considera il pragmatismo dimostrato in questi anni dal fondatore del movimento, che tale scelta, più che un autentico ripensamento sul rapporto tra politica e religione, sia una mossa strategica. Presentandosi infatti come prima forza politica del paese e definendosi “un movimento democratico e civile” Ennahda intende avvicinarsi al Presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi, in un momento in cui il partito secolarista alla guida del governo di coalizione, Nidaa-Tounes, si trova ad affrontare una grave crisi interna ed un rimpasto di governo sembra ormai inevitabile.

In secondo luogo, poi, bisognerà trovare una risposta ad una questione che, nel trionfalismo con il quale i media di tutto il mondo hanno accolto “la svolta di Ennahda” sembra sfuggire al dibattito pubblico, ma sulla quale si giocherà una partita importante nel percorso verso un regime stabile e  pienamente democratico.

Accettando la competizione democratica e partecipando alle elezioni dell’Assemblea Costituente, il partito islamico ha progressivamente abbandonato le posizioni anti-sistemiche degli anni di Ben-Ali e della rivoluzione, divenendo un elemento di mediazione tra i partiti secolaristi ed i movimenti politici islamisti di stampo radicale emersi in questi anni sul territorio nazionale in un contesto sempre più polarizzato.  Sino ad oggi, dunque, il “Movimento della Rinascita” è stato, de facto, l’unica forza legittima in grado di dialogare con il nuovo salafismo, assurgendo a catalizzatore politico delle istanze islamiche provenienti dalla società civile.

A tale processo, però, è corrisposta una reazione uguale e contraria provocando molte spaccature all’interno del fronte islamico. Una parte della popolazione, soprattutto tra le fasce più giovani, non ha accettato le scelte intraprese dal partito, rimanendo su posizioni anti-sistemiche e, di conseguenza, affluendo verso gruppi più radicali.

Al tempo stesso, proprio l’inclusione della sezione tunisina dei Fratelli Musulmani ha reso possibile la progressiva marginalizzazione degli altri movimenti islamisti dal contesto istituzionale, con ciò contribuendo alla loro radicalizzazione. Il movimento Ansar al-Shari’a (AST) ne è una prova. Questo, infatti, dopo i moti del 2011, in un primo momento non era andato contro le istituzioni tunisine; con la progressiva integrazione di Ennahda nelle dinamiche istituzionali ed in seguito alle repressioni operate nei suoi confronti dal governo, da un lato ha visto allargarsi le sue fila mentre, dall’altro, è andato incontro ad una ulteriore radicalizzazione.

Alla luce di quanto detto pare lecito domandarsi se lo strappo operato durante l’ultimo congresso non possa portare ad effetti controproducenti. L’abbandono della dawa da parte di Ennahda lascia scoperta una matrice culturale e politica di primaria importanza nella società tunisina alla quale, dal 2011 ad oggi, il partito di Ghannoushi ha garantito un’espressione moderata. La “svolta di Ennahda” lascia dunque un vuoto che dovrà essere colmato, ma da chi?

Sebbene il 73% dei tunisini si sia espresso a favore della separazione tra stato e religione, vi è comunque una fetta importante della popolazione che, non condividendola, potrà trovare forme di rappresentanza dell’Islam politico solo in partiti assai più radicali, non essendo presente sul territorio tunisino un’altra forza islamista moderata. Ne consegue che, se da un lato i Fratelli Musulmani tunisini, magari memori dell’esperienza dei cugini egiziani, hanno preso definitivamente le distanze dai movimenti estremisti,  dall’altro quella che, più che un vero ripensamento, potrebbe essere una scelta strategica per porsi alla guida dell’esecutivo in caso di deposizione dell’attuale primo ministro Habib Essid,  invece di  portare ad un’ulteriore stabilizzazione del sistema politico in Tunisia rischia di rafforzare proprio quelle forze che vorrebbero destabilizzarlo.

Di Tommaso Muré

L’Italia festeggia il 70° anniversario della Repubblica

Varie di

La parata del 2 giugno tradizionalmente festeggia la proclamazione della repubblica, una festa alla quale partecipa tutto il paese con manifestazioni organizzate dalle istituzioni.

A Roma sicuramente la più importante, la parata che si svolge in via dei Fori Imperiali e che coinvolge le forze Armate, di sicurezza e civili.

Sono sfilati davanti alle tribune delle autorità e alla consueta folla di cittadini che hanno voluto dimostrare il loro affetto verso i giovani che si impegnano con grande passione alla difesa e allo sviluppo del paese.

ParacadutistiInsieme ai 1000 soldati delle forze armate come di consueto hanno partecipato alla sfilata la rappresentanza delle associazioni d’arma che rappresentano chi con grande passione ha prestato servizio nelle forze armate e dedica parte del suo tempo al mantenimento delle tradizioni e in molti casi ad attività di protezione civile sul territorio, ufficiali, sottufficiali e militari in congedo.

Quest’anno i reparti che hanno rappresentato idealmente l’intera Forza Armata sono state le Bande/Fanfare dell’Esercito, della Brigata “Sassari” (attualmente in Libano), della Brigata “Aosta”, della Brigata “Taurinense”, dell’8° reggimento bersaglieri, due compagnie con gli allievi dei quattro Istituti di formazione dell’Esercito (Scuola Militare “Nunziatella” di Napoli e la Scuola Militare “Teuliè” di Milano, Accademia Militare di Modena e Scuola Sottufficiali di Viterbo), il 152° reggimento fanteria “Sassari”, il 1° reggimento “Granatieri di Sardegna”, il reggimento “Lancieri di Montebello” (8°), il 5° reggimento “Aosta” (appena tornato dall’Afghanistan), il 186° reggimento paracadutisti “Folgore”, il 9° reggimento alpini (di recente rientro dal Libano), l’8° reggimento bersaglieri.

Hanno sfilato gli uomini e le donne della Croce Rossa Militare che nonostante le difficoltà che incontrano in questi mesi a causa della trasformazione del corpo in associazione civile hanno voluto mantenere saldo il morale partecipando con grande emozione all’evento.

SassariPer la prima volta hanno sfilato anche 400 sindaci in rappresentanza degli 8000 comuni d’Italia a testimonianza della sempre più stretta vicinanza tra le istituzioni.

Nello schieramento sono stati presenti anche i gli atleti del Gruppo Sportivo Paralimpico Militare che si sono distinti nei recenti Invictus Game di Orlando in Florida USA e che costantemente partecipano all’attività sportiva con grandi successi, tra loro il Colonnello Paglia e il Tenente Colonnello Roberto Punzo.

La sfilata rappresenta un momento importante di coesione nazionale, nella quale si uniscono in un unico passo nuove e meno giovani generazioni con un ideale passaggio di testimone di amore verso la patria.

Libano, per l’ospedale pubblico di Tiro nuovi materiali ospedalieri dall’Italia

Difesa/Medio oriente – Africa di

Tiro, questa mattina è stata finalizzata la consegna di materiali sanitari all’ospedale pubblico di Tiro. I materiali sono stati trasportati in Libano dalla Brigata Taurinense e raccolti grazie all’attività di varie associazioni di volontariato in Italia che comprendono l’Azienda ospedaliera “Maggiore della carità “ di Novara, il corpo nazionale di soccorso la onlus “Rock no War” e altre.

Sono stati consegnati al direttore dell’ospedale due apparati per la dialisi e quindici letti degenza completi di materassi e cuscini e due defibrillatori che sono stati donati dall’azienda Ospedaliera “Maggiore della carità”

L’ospedale pubblico di Tiro risiede nel quartiere di El Buss che è anche uno dei tre campi profughi palestinesi nel Sector West di competenza italiana.

I campo profughi sono considerati dallo stato Libanese zone di extraterritorialità nazionale, al loro interno le Forze Armate Libanesi o di polizia non possono entrare e l’ordine è mantenuto dalle organizzazioni di autotutela interna.

Per questa ragione in conformità con il mandato delle Nazioni Unite che non permette alle forze UNIFIL di entrare nei campi profughi il materiale è stato consegnato presso la sede della Croce Rossa Libanese che ha ospitato la cerimonia.

L’ospedale è per le popolazioni del quartiere e quelle limitrofe una struttura di grande importanza con circa 20.000 ricoveri annui e con la capacità di prestare le cure per ogni tipo di emergenza ed è frequentato principalmente dalle persone povere, dai profughi palestinesi e dai rifugiati siriani.

Grazie a queste donazioni l’ospedale potrà aumentare la capacità di accoglienza e dare un servizio migliore all’area circostante cosa che altrimenti non avrebbe potuto fare con le proprie forze.

Alla breve cerimonia di consegna dei materiali hanno partecipato il comandante del contingente ITALBAT colonnello Massimiliano Quarto, il direttore dell’Ospedale pubblico di Tiro dottor Ghassan Kutish e il dottor Nassaif Ibrahim che hanno espressa la grande gratitudine e apprezzamento per il lavoro svolto da UNIFIL nella regione.

“Vogliamo ringraziare il lavoro degli italiani nella zona che hanno saputo avvicinarsi con grande umanità al nostro paese” ha voluto dichiarare il dottor Ibrahim ai nostri microfoni confermando la grande capacità degli uomini e delle donne del contingente italiano di svolgere il proprio lavoro con professionalità ma allo stesso tempo con grande umanità.

 

 

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Parigi, una settimana dopo

BreakingNews/EUROPA/POLITICA/Varie di

 Oggi è una settimana da quel tragico venerdì 13. Un venerdì sera che per Parigi era iniziato esattamente come gli altri, i bistrot pieni di gente che, complice una serata abbastanza mite, si godeva la sua bière o la sua cena nelle terràsse. Alle 21.30 di venerdì 13 Novembre mi trovavo ad un ristorantino in Place de la Bastille, festeggiando con un’amica la nuova esperienza di essere tornate a vivere nella città che amiamo di più dopo la nostra cara Roma.

Eravamo in “terràsse” a finire il nostro vin rosè quando ci si avvicina la proprietaria del locale e con una discrezione ed una calma apparente tale ci invita “ad entrare dentro il locale perché un terrorista ha sparato sulla folla in un ristorante abbastanza vicino”. Inizia l’incredulità, poi la paura. Ci facciamo coraggio, usciamo dal locale per andare lì fuori dove avevamo appuntamento con altre amiche italiane con le quali avremmo dovuto passare una serata in un discopub. Improvvisamente iniziano ad arrivare i messaggi dall’Italia, preso il Bataclan, terroristi in giro che sparano sulla folla.

Ci ritroviamo in Rue de Lappe, famosa per avere un locale accanto all’altro, uno dei centri del divertimento dei giovani parigini. Al nostro arrivo i locali stavano iniziando ad abbassare le serrande e chiudere dentro le persone su indicazioni della polizia. Il mio piccolo gruppo viene invitato ad entrare a casa di un conoscente che chiameremo “D. “. Lui tunisino di 29 anni vive da molti anni a Parigi, doveva andare alla “Belle Equipe” per festeggiare il compleanno di una cara amica di famiglia, ma per uno scherzo del destino non è andato, ha tentato di contattare i suoi amici e parenti lì, ma nessuno gli dava notizie.

Abbiamo passato il resto della serata in questa casa, con le notizie ed i messaggi preoccupati di amici e parenti, e senza avere un televisore, perché proprio quel giorno il nostro ospite aveva portato il decoder in riparazione. Ore di incertezza, poche notizie, telefoni scarichi e nessuna voglia di uscire di lì, il rifugio sicuro. Alle tre del mattino D. ha trovato un amico “tassista privato” che lavora con Uber, lui ci ha riaccompagnato tutte a casa, dopo molta incertezza sul da farsi se fosse sicuro o meno muoversi anche in macchina.

Arrivata a casa è subentrato il dolore, acceso il computer ho iniziato a vedere le immagini dei morti, il numero che aumentava, a chiedermi se tutte le persone che conosco qui stessero bene, vedere con i miei occhi quello che si è consumato a poche centinaia di metri dal nostro “rifugio sicuro”. Il primo pensiero è stato: “P­er un qualsiasi caso potevo essere lì anche io, sono solo fortunata a poterlo raccontare”. Poi la stanchezza delle ore di tensione ha ceduto il posto ad un sonno senza sogni. La mattina dopo eravamo tutti in stato di shock.

Abbiamo appreso, il mattino seguente, che al nostro ospite D. nella sparatoria sono morti quattordici dei suoi migliori amici e due sue cugine, vite spezzate così vicine a noi. Paura ad andare al supermercato, passare la giornata incollata al computer per vedere le notizie, per sapere se stava succedendo altro, se la follia avesse davvero avuto fine, per quel momento.

E questo è stato il clima per tutta la settimana. I parigini sono un popolo forte: dal lunedì hanno iniziato a riprendere le loro normali attività, con più silenzio, ma con la voglia di ricominciare, con il dolore ma con la volontà di non farsi vincere dalla paura. Anche con il blitz a St. Denis, gli elicotteri, i continui passaggi di vetture con sirene, alle quali ormai si fa meno caso, lentamente gli abitanti della Ville Lumière sono tornati alla loro vita.

Per noi Italiani è diverso: le continue chiamate degli amici e parenti preoccupati, una strana sensazione che, da una parte ti dice di tornare a casa, ma che dall’altra è fortemente ferma nel voler restare qui, lo status confusionale da stress post traumatico è destinato a restare dentro di noi ancora a lungo, ma i francesi sono diversi. I francesi sono un popolo coraggioso, che “si piega ma non si spezza”, unito, compatto nel dolore e nel rispetto di chi invece prova molta paura. In questi giorni ho riflettuto molto sull’essenza dParigi: la cronologia del blitz; infograficai questo popolo che ritenevo “scostante” e “superbo”, ma ho iniziato ad aver voglia di essere “un po’ più francese”. Per il coraggio che dimostrano nel ricominciare a vivere la vita. Nelle università e nelle scuole se ne parla; dovunque c’è qualcuno che ha perso un amico o un conoscente, si cerca di capire le cause di tutto ciò di spiegare come la violenza abbia preso il sopravvento sulla libertà, ma non si arriva mai all’odio indiscriminato.

Hanno perso la vita anche molti musulmani e questo i francesi lo sanno bene, sono da anni compagni di questa difficile convivenza in terra d’oltralpe. La metrò si ripopola, così come lentamente anche i bistrot, ma in un silenzio surreale. Il silenzio a Parigi, una settimana dopo, è il protagonista di una ferita talmente grande da togliere le parole, ma non la forza per ricominciare giorno dopo giorno, a guardare avanti.

Cina, controllo dei mari e sicurezza nazionale

Asia di

Da molti ritenuta l’avversario più temibile per gli Stati Uniti, da altri il suo erede, la Cina ha subito profonde rivoluzioni sociali, economiche, nelle corporations. La prossima frontiera di competizione saranno i mari – in cui rischia la collisione con gli Stati Uniti – il controllo delle rotte commerciali e la sicurezza degli approvvigionamenti da cui dipende la sopravvivenza della nazione.

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Per difendere i suoi interessi commerciali e competere con potenze vecchie e nuove (Giappone, India, Stati Uniti ecc) la Cina ha da anni avviato un processo di rinascita e riammodernamento della propria flotta navale militare in parallelo con la sua crescita economica. La difesa degli interessi nazionali viaggia anche attraverso il potenziamento del potere navale, declinato anch’esso in soft e hard power. Contratti commerciali, joint ventures, porti ed infrastrutture in grado di contenere e sopportare il peso di flussi sempre più intensi ma soprattutto una politica di vicinato che sarà supportata da una flotta sempre più ricca e tecnologicamente avanzata. La prima portaerei cinese, la Liaoling, è stato il primo grande passo verso la riappropriazione e riaffermazione nel Mar Giallo, nel Mar Orientale Cinese e in quello Meridionale e la difesa di un’area che ha incontrato già le prime opposizioni.

La Cina si affaccia sul mare per oltre 14.000 km ed ha pretese su una superficie molto vasta dei mari che la circondano (circa il 90% del mare Cinese Meridionale), compresi alcuni arcipelaghi che le garantirebbero di estendere la propria sovranità in maniera considerevole (sarebbero comprese anche le isole Senkaku, Paracel e le Spratly). Le ragioni risiedono nella presenza di ricchi giacimenti off-shore di petrolio e gas, ricche riserve di pesca, possibilità di estendere la sua influenza su superfici che pur non essendo popolabili (se sei escludono alcune isole naturali e le isole artificiali) sono però la rappresentazione pratica di una volontà politica che è volontà di potenza (in questo caso una rinata potenza). Insomma, le acque territoriali arriverebbero a lambire le coste di Vietnam, Malesia, Brunei, Filippine e Giappone: la Cina così facendo creerebbe una sorta di piscina privata di fronte le sue coste.

Per garantire una presenza ed una sicurezza costanti è interessante notare come l’uso di soft e hard power si sia fatto sempre più complesso: forza economica, forza lavoro da esportare, trattati commerciali e flussi di merci da un lato, gara all’innovazione tecnologica civile e militare, presenza nei mercati energetici dall’altro). Le basi navali cinesi, infatti, ne sono dimostrazione. Osservando la loro dislocazione si può capire in che modo la proiezione dell’interesse nazionale cinese sulle acque del mare Cinese Meridionale possa essere una potenziale fonte di tensione e scontro con i Paesi che si affacciano sullo stesso mare e con gli Stati Uniti. Esse sono dislocate a nord ed a sud della nazione: a nord quelle di Qingdao e Dinghai proprio in corrispondenza di Korea del Sud e Giappone (dove sono presenti le basi navali statunitensi di Chinhae, Sasebo, Okinawa e la settima flotta navale), a sud in prossimità delle installazioni navali americane di Cam Ranh Port in Vietnam e la più lontana Singapore. E’ chiaro che una presenza nell’area sarebbe in grado di ottenere effetti positivi per la sicurezza cinese non tanto in vista di un confronto militare (che per quanto improbabile ed altamente sconsigliabile non può essere escluso a priori) quanto per una più sicura proiezione temporale che vedrebbe la sua crescita economica beneficiarne direttamente. Non si tratta, qui, di gareggiare contro rivali ormai noti. Si tratta invece di garantire un futuro sicuro alla nazione: la riformulazione del diritto per l’adeguamento agli standard internazionali, la rivoluzione sociale e culturale e la riconversione delle aziende devono necessariamente essere sostenute da una visione che, senza un continuo afflusso di energia, non potrebbe essere perseguita.

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In questo campo la Cina ha scoperto che per continuare la sua inarrestabile crescita economica ha bisogno di ancora più energia (i trend di crescita che lasciavano sgomenti alcuni anni addietro saranno probabilmente in calo nel prossimo futuro ma tenderanno a rimanere su valori comunque superiori a quelli di molta parte del cosiddetto mondo sviluppato): la popolazione negli ultimi decenni ha fatto registrare flussi sempre maggiori in direzione delle grandi metropoli che, quindi, per poter reggere gli stress sociali ed industriali necessitano di approvvigionamenti e disponibilità continua di energia. La modernizzazione ha fatto i conti con un impianto industriale basato su produzioni non adeguate alle sfide della globalizzazione (economia pianificata, accentramento del potere e del decisionismo governativo), assenza di compagnie private in grado di portare valore aggiunto alla diversificazione del sistema nel complesso, una classe politica ancorata a vecchi schemi. Ma una volta tornata sullo scenario mondiale la Cina (tra sottosviluppo rurale, povertà, crescita demografica, forza lavoro competitiva, economia sommersa) ha dovuto recuperare un gap enorme accumulato durante decenni in cui, per potersi risollevare internamente e costruire un sistema nazione autosufficiente, ha lasciato da parte il mondo che la circondava. Ora, però, quella striscia di mare che lambisce le coste di Cambogia, Filippine, Malesia va in qualche modo blindata attraverso la presenza di sottomarini (meglio se capaci di lanciare missili con testate nucleari), navi, portaerei; va rivendicata territorialmente, anche se ciò cozza con le limitazioni stabilite dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che prevede un intricato sistema di spartizione delle zone economiche esclusive dei vari Paesi rivieraschi e all’interno della quale le rivendicazioni cinesi si allargherebbero rendendola carta straccia. Ciò che è importante riportare è che buona parte del commercio mondiale attraversa queste acque connettendo lo stretto di Aden con l’Oceano Indiano, passando attraverso lo stretto di Malacca (500 miglia nautiche di percorrenza lo rendono lo stretto più lungo del mondo utilizzato per la navigazione commerciale) per trasportare merci e petrolio fino ai porti cinesi e viceversa.

 

L’intera zona è, a ragione delle rivendicazioni cinesi (forse non abbastanza per sovvertire l’attuale stato delle cose) interessata storicamente dai traffici navali dell’ex impero, che hanno sviluppato assieme al commercio della Cina anche i porti dei Paesi vicini e fatto di questa rotta una delle più trafficate al mondo. Una delle tecniche che il governo cinese sta utilizzando per assicurarsi una predominanza sui mari è quello della costruzione di isole artificiali. Queste infrastrutture costituiscono una sorta di intermezzo momentaneo che separa la loro nazione dal controllo del mare Cinese Meridionale e che sono un’estensione del territorio della Repubblica Popolare. Vengono costruite attraverso materiale incanalato in condotte apposite che per mezzo di numerose draghe esportano sedimenti dal sottosuolo per poi depositarli ove il fondale consente un rapido accumulo degli stessi. Numerose sono le affermazioni succedutesi da Washington e dai governi interessati affinché il governo cinese limiti queste operazioni. Sin dalle pronunce di Hillary Clinton gli Stati Uniti, coscienti della distanza geografica che li separa da questo quadrante sempre più caldo, hanno approcciato la questione seguendo una politica il cui obiettivo è quello di coinvolgere tutte le parti interessate. Questo significa coinvolgere anche gli Stati Uniti, che hanno una forte presenza nell’area. Si è quindi più volte parlato di “multilateralismo”, ma il governo di Pechino sembra rigettare al mittente la proposta. L’impressione è che agendo singolarmente, cercando quindi di gestire le dispute volta per volta (con Stati che a volte soffrono di un certo timore nei confronti di Pechino) e lasciando la proposta negoziale da parte, si cerche di arrivare ad una soluzione più equa e ovviamente più congeniale al volere cinese.

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I motivi di questo decisionismo (che ha però radici storiche ben piantate nella cultura cinese) sono vari. Proviamo a delinearne alcuni:

  • Ritorno sulla scena internazionale dopo un lungo periodo di isolazionismo (oltre alla mai sopita competizione con l’Impero del Sol Levante e l’ingombrante presenza statunitense).
  • Nelle zone contese si incrociano non solo le volontà di potenza dei Paesi ma, più pragmaticamente a sovrapporsi sono le zone di identificazione degli spazi aerei e le zone economiche esclusive di Cina e Giappone (oltre che delle altre nazioni). Proprio il giacimento di gas di Chunxiao è situato all’interno delle due aree. Il problema che si pone è dunque non solo di tipo navale, marittimo, ma anche relativo agli spazi aerei. Qui la questione della rivendicazione di sovranità è affrontata anche attraverso una corsa alla supremazia dell’aria.
  • La Cina è attualmente una potenza non in grado di sfidare gli Stati Uniti a viso aperto. Deve quindi rafforzare la propria struttura interna sociale ed economica (il che, però, prevede ulteriori investimenti interni per la lotta contro la povertà diffusa ad esempio) e per farlo ha bisogno di una sistema Paese che al momento è ancora in fase di costruzione. Internamente è un Paese diviso e quindi debole.
  • Presenza di risorse energetiche diffuse nelle regioni su cui vanta sovranità. Questo vorrebbe dire diversificare provenienza e rotte per la fornitura di petrolio e gas, quindi una minore dipendenza dalla Russia e dal medio Oriente (in questo caso bilanciata da un maggiore controllo commerciale e militare delle rotte navali).
  • Disporre di una vasta superficie su cui effettuare addestramenti ed operazioni congiunte, oppure testare le proprie armi. Una presenza militare servirebbe indubbiamente a garantire una cornice di difesa e sicurezza maggiore sotto due aspetti: garantirebbe maggiore presenza e peso politico/militare nell’area; garantirebbe le rotte commerciali che trasportano il petrolio del medio Oriente e costituiscono la linfa vitale del commercio da e per la Cina.
  • Le riserve di pesca presenti nelle acque del Mare Cinese fornirebbero sussistenza ad una parte significativa della popolazione, prevenendo così possibili rivolte e tensioni sociali dovute all’eccessivo sfruttamento e quindi alla riduzione delle riserve presenti.

 

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Francesco Danzi

Podemos, terza forza politica in Spagna

Varie di

Elezioni in Andalusia: Vittoria netta del PSOE e flop dei popolari.

Le grandi novità delle elezioni andaluse in Spagna sono il flop del Partito Popolare di Mariano Rajoy e la conferma di Podemos come terza forza politica del paese. D’altro canto, dopo 4 anni, si registra la vittoria netta dei socialisti del PSOE con il 35% dei voti.

Con il discreto risultato del Ciudadanos, partito centrista formatosi nel 2006, il PSOE si appresta a un’alleanza di governo con questi ultimi, date anche le affinità elettive tra le due forze, oltre che costretta dai numeri.

Circa 7 milioni di andalusi sono stati chiamati alle urne per esprimere il proprio consenso a questa tornata elettorale che doveva servire da test per il governo del premier Mariano Rajoy in vista delle elezioni politiche di ottobre prossimo. Un test al quale l’Andalusia ha bocciato clamorosamente i popolari e le loro misure anticrisi che non sono state efficaci per rilanciare l’economia spagnola, tra le più problematiche dell’UE.

Passando da 40% a 26% il risultato elettorale del partito di governo non si può non definire un flop.

Chi, invece, può ritenersi pienamente soddisfatto del risultato è, chiaramente, Podemos. Nato solo nel gennaio 2014 e affermatosi già alle ultime elezioni europee di maggio 2014, il movimento con a capo Pablo Iglesias, “El Coleta”  (il codino) e divenuto partito a ottobre scorso, irrompe nello scenario bipartitico spagnolo con il suo 15% di consensi. Conquistando città importanti dell’Andalusia, quali Cadice, a pagarne le spese è, ovviamente, il Partito Popolare. Ma anche i socialisti non dormono sogni tranquilli.

Sulla scia dell’esperienza italiana e il fenomeno politico del M5S di Beppe Grillo, con le dovute differenze, le maggiori forze politiche spagnole conoscono bene quel che per loro delinea già un “rischio”. Di certo viene messa in discussione l’alternanza politica storicizzata tra socialisti e popolari ridesignando le rispettive aree di forza. Il partito degli “indignados”, ma non solo, ha raccolto anche gran parte dei voti su cui contavano i comunisti Izquierda Unida che si è fermata a un 7% che non convince.

Qual è la carta d’identità di questo partito nato dalla protesta?

Oltre alcune similitudini con Syriza in Grecia, Podemos è organizzazione che, sebbene mantenga un visione progressista storicamente di sinistra, si pone al di la dello schema destra-sinistra considerandola una trappola. Su questo pare abbia colto l’intuizione del M5S in Italia, ma a differenza di questi, in Europa Podemos si è seduta con la Sinistra Unitaria e la Sinistra Verde Nordica.

La simbologia verticale “casta – popolo” di Podemos punta a spazzare via il disegno popolari-socialisti, ormai risalente al 1978, anno della sconfitta del franchismo.

Gli strumenti adoperati sono diversi: dal portale in rete, nel quale tutti possono registrarsi, ai circoli territoriali, alle assemblee. Il programma ha una chiara matrice antifascista e di sinistra (e qui si ravvisa una profonda differenza con il M5S di Grillo che rimane visionario e scomodo alle caratteristiche tradizionali di riferimento politico, rischiando ogni volta di includere in se anche “la qualunque”) e prevede, ad  esempio, la nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia spagnola e dei beni comuni. Podemos promuove l’utilizzo del mezzo televisivo, considerato fondamentale per parlare a tutti. Inoltre, fanno proprio il principio dell’autodeterminazione dei popoli, cercando il dialogo con le forze indipendentiste e progressiste catalane e basche, tenendo però il punto sulle questioni sociali, senza le quali rimane di fatto improbabile rilanciare il progetto indipendentista.

La Spagna dà ufficialmente l’avvio a una stagione nuova, quindi? Riuscirà Podemos a imporre il suo progetto politico in uno scenario molto più simile a quello italiano che a quello greco o, proprio come è accaduto da noi, verrà collocato a forza d’opposizione in una fase di ridefinizione del quadro politico attuale?

Le previsioni meteorologiche danno un’estate infuocata sulla penisola iberica.

Sabiena Stefanaj

L’Europa dice basta all’elusione fiscale.

ECONOMIA di

E’ sulla trasparenza che si gioca il futuro della fiscalità in ambito UE. Il pacchetto di misure varato dalla Commissione europea per contrastare l’elusione fiscale punta sullo scambio automatico di informazioni relative agli accordi fiscali anticipati definiti fra Stati e imprese, i cosiddetti tax ruling.

 

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Le falle del sistema di condivisione dei dati fra i paesi membri, fino ad ora discrezionale, e la complessità delle norme fiscali, hanno permesso alle multinazionali di muoversi in modo da spostare i profitti nelle filiali in cui la tassazione è inferiore, privando i vari bilanci pubblici di miliardi di euro ogni anno. Le stime arrivano direttamente dalla Commissione Europea che ha deciso di dire basta al sistema, peraltro supportato da alcuni Paesi interessati ad attrarre grandi aziende sul loro territorio tramite le agevolazioni concordate nei tax ruling. Parola chiave delle misure fissate dal pacchetto presentato di recente, è appunto, la trasparenza raggiunta introducendo l’obbligatorietà dello scambio di informazioni fra paesi. “Ognuno deve pagare la giusta quota di tasse. Questo principio – ha dichiarato il Vicepresidente Valdis Dombrovskis, responsabile per l’Euro e il dialogo sociale – vale per le multinazionali come per tutti gli altri. Con la proposta sullo scambio automatico di informazioni le autorità fiscali sarebbero in grado di individuare più efficacemente lacune in materia fiscale o duplicazioni di imposta tra gli Stati membri. Nei prossimi mesi proporremo azioni concrete per porre rimedio a tali lacune o duplicazioni. Ci impegniamo a dare seguito alle promesse con azioni reali, credibili ed eque”. In pratica ogni Stato dovrà inviare agli altri Paesi a scadenza trimestrale una relazione riassuntiva delle decisioni fiscali emesse rendendosi disponibile ad offrire approfondimenti. L’entrata in vigore del pacchetto di norme, ora sottoposto all’attenzione del Parlamento europeo per la consultazione e al Consiglio Europeo per l’adozione, è prevista a partire dal gennaio 2016. “Non possiamo più tollerare le società che evitano di pagare la loro giusta quota di tasse e i regimi che consentono loro di farlo – ha sottolineato Pierre Moscovici, Commissario europeo per gli Affari economici e finanziari, la fiscalità e le dogane, ha dichiarato: Bisogna ricostruire il nesso tra il luogo in cui le società realizzano effettivamente gli utili e il luogo in cui sono tassate. Per conseguire questo obiettivo gli Stati membri devono dare prova di apertura e lavorare insieme”. Altre misure contenute nel pacchetto riguardano l’introduzione di eventuali ulteriori obblighi di trasparenza per le multinazionali, la revisione del codice di condotta sulla tassazione delle imprese che rappresenta uno dei principali strumenti dell’UE per garantire condizioni eque di concorrenza in materia di imposta sulle società, quantificare l’entità dell’evasione e dell’elusione fiscali e l’abrogazione della direttiva sulla tassazione dei redditi da risparmio. Prossima tappa dell’impegno formalizzato dalla Commissione europea è la presentazione, prima dell’estate, di un piano d’azione inerente la tassazione delle imprese con l’obiettivo di rendere più equa ed efficiente l’imposta sulle società all’interno del mercato unico.

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Monia Savioli
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