GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Europa @it - page 4

Immigrazione: 6000 sbarchi nel weekend, strutture d’accoglienza al collasso

EUROPA di

L’operazione Frontex e il coinvolgimento di navi di diverse nazionalità hanno permesso di svolgere al meglio le operazioni di salvataggio, grazie anche all’importante lavoro di coordinamento svolto dalla Guardia Costiera italiana. Cifre da record per Moas: “Siamo lieti di poter collaborare anche con le navi stanziate dagli stati membri”, ha affermato il direttore Xuereb.

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Sono circa 6000 i migranti salvati nel Mediterraneo e arrivati in Sicilia nel primo weekend di giugno. Grazie alle telefonate satellitari arrivate dai barconi, la Guardia Costiera, dalla sede nazionale di Roma, ha potuto coordinare i numerosi soccorsi. Decisivo l’apporto di Frontex, che si è avvalsa di imbarcazioni militari di diverse nazionalità europee. Così come importante sono stati gli aiuti forniti dalle organizzazioni non governative, come Msf o Moas, la quale, attraverso l’aiuto di navi militari e private, ha messo in salvo ben 2000 persone.

Mentre il quotidiano inglese The Guardian sostiene che almeno 500 mila migranti sbarcheranno sulle coste italiane da qui alla fine del 2015, nonostante le autorità italiane ed europee tentino di stoppare sul nascere qualunque tipo di allarmismo, la situazione è nei fatti drammatica.

Le sole Palermo e Trapani hanno accolto 860 e 548 persone a testa. Numeri destinati a salire nelle prossime ore. Se i soccorsi in mare aperto hanno funzionato grazie alla cooperazione a livello europeo delle imbarcazioni militari presenti nel Mediterraneo, soprattutto inglesi, irlandesi, tedesche e svedesi, luoghi come la Caritas o i centri di accoglienza sembrano prossimi al collasso.

“A Palermo manca una struttura ponte capace di accogliere grossi numeri. Siamo in emergenza soprattutto in vista del numero di persone pronte a partire dalla Libia. Sarà un’estate di fuoco. Noi mettiamo in campo i volontari e non ci tiriamo indietro”, ha riferito a La Repubblica don Sergio Mattaliano, Direttore della Caritas di Palermo.

Specialmente nel caso del capoluogo di regione della Sicilia, dove non fa eccezione il fatto che la maggioranza degli arrivi siano di nazionalità siriana, eritrea (coloro che dovrebbero godere del diritto di asilo politico, secondo le proposte della Commissione Europea) e sudanese, il 40% dei migranti, dopo la prima accoglienza, cercano soldi per partire alla volta di grandi centri come Roma, Milano, Torino o Bologna. E, come accade già in Grecia, molti di essi hanno intenzione di partire per mete come Germania, Svezia e Norvegia. Altri, invece, tra cui in larga parte minori, rimangono all’interno dei centri d’accoglienza, per poi essere smistati verso altri centri situati in tutta Italia.

Le cifre da capogiro hanno interessato anche Moas, l’organizzazione non governativa con base a Malta. La M.Y Phoenix è riuscita a mettere in salvo 2000 persone provenienti da cinque imbarcazioni differenti: un record per l’associazione diretta da Martin Xuereb. Salvataggi che salgono a circa 6400 se consideriamo le attività da agosto 2014 ad oggi.

“Quello a cui stiamo assistendo è un esodo senza precedenti. Migliaia di persone disperate continueranno a rischiare la propria vita se tutti noi come società civile non saremo in grado di offire alternative a questa gente” ha detto Regina Catrambone, l’impreditrice di Reggio Calabria, fondatrice di MOAS insieme al marito Christopher Catrambone.
E ancora: “Quando l’anno scorso MOAS ha deciso di solcare il Mediterraneo per salvare le persone che continuavano a morire, in tanti ci hanno detto che era un’idea folle. La verità è che questa è una soluzione semplice a un problema complesso. Finchè le persone continueranno a rischiare la vita in mare, la priorità è salvarle”, ribadisce.

“Ci fa molto piacere notare che finalmente salvare vite in mare sta diventando sempre di piú una priorità nell’agenda politica europea – afferma invece Xuereb -. Siamo lieti di poter collaborare anche con le navi stanziate dagli stati membri. Questa è esattamente la cooperazione per cui ci siamo sempre battuti”, conclude il Direttore di Moas.
Giacomo Pratali

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Frontex: “Triton estesa a 138 miglia a sud della Sicilia”

Difesa/EUROPA di

Il raggio di azione di Frontex sarà esteso a partire da quest’estate. In aggiunta, 3 aeroplani, 6 navi d’altura, 12 pattugliatori e 2 elicotteri saranno a disposizione di Triton.

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“Abbiamo deciso di incrementare il numero dei mezzi nel Mediterraneo centrale per supportare al meglio le autorità italiane, impegnate nelle operazioni di controllo delle coste e di salvataggio delle vite umane, troppe delle quali hanno già tragicamente perso la loro vita quest’anno” – afferma Fabrice Leggeri, Direttore di Frontex -. “Il ruolo degli ufficiali militari risulta fondamentale perché mettono assieme i loro lavori d’intelligence svolti nei confronti dei criminali che operano in Libia e in altri paesi di passaggio”, aggiunge.

E ancora: “In questo modo, Frontex sta assistendo al meglio le autorità italiane e l’Europol nelle loro indagini e nei loro sforzi per smantellare le reti di trafficanti che lucrano sulle persone disperate”, conclude.

Dopo la decisione di aumentare i fondi nell’ultimo Consiglio Europeo, Triton in Italia e Poseidon Sea in Grecia saranno rispettivamente incrementati a 38 e 18 milioni di euro di finanziamenti da parte della Commissione Europea. La stessa che innalzerà a 45 milioni di euro i fondi con cui Frontex finanzierà entrambe le missioni.

26 Paesi europei, infine, contribuiranno, con i loro esperti e i loro mezzi tecnici, all’operazione Triton: Austria, Belgio, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, France, Germania, Grecia, Islanda, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito.
Giacomo Pratali

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Immigrazione, Gentiloni: “Risoluzione Onu essenziale per confisca barconi”

BreakingNews di

Il ministro degli Affari Esteri parla della questione degli sbarchi e delle quote di migranti dei Paesi Ue “da redistribuire fra i partner”. Inoltre, c’è soddisfazione perchè “è la prima volta che si afferma il principio di condividere l’accoglienza dei migranti.
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“Il comunicato finale del Consiglio europeo indica chiaramente l’obiettivo: ‘Prendere misure sistematiche per individuare, fermare e distruggere le imbarcazioni prima che siano usate dai trafficanti’. Le modalità non le definisce il ministero degli Esteri. Non saranno operazioni di bombardamento da aerei o da navi in mare dei barconi e non sarà un intervento di occupazione con boots on the ground, forze militari sul terreno”. Paolo Gentiloni, Ministro degli Affari Esteri, in un’intervista a Il Corriere della Sera, ribadisce, come fatto venerdì 15 maggio, la volontà, a livello europeo, di non volere agire per via militare in Libia, ma che “è essenziale avere una risoluzione Onu: lo richiedono anche solo il sequestro e la confisca al largo o l’eliminazione a riva dei mezzi”.

La questione migratoria richiede soluzioni strutturali: “Il naufragio di un mese – afferma – fa avrebbe potuto essere un naufragio dell’Europa. Invece ha provocato un suo risveglio politico e il ruolo dell’Italia è stato decisivo. Nessuna singola misura può risolvere una volta per tutte il problema del migranti. Sarà permanente nei prossimi decenni, basta guardare i divari di reddito e demografici tra Europa e Africa, le crisi e le guerre. Non illudiamoci di poterlo cancellare, possiamo solo lavorare per regolarlo”, incalza il titolare della Farnesina.

E ancora: “Sono state fissate quote per Paese, quanto ai migranti in arrivo da Paesi terzi. C’è ancora da quantificare la quota di rifugiati che sono già in Europa, cioè in Italia e in Grecia, da redistribuire fra i partner. Comunque è la prima volta che si afferma il principio di condividere l’accoglienza dei migranti. Certo è ancora una proposta, ma nasce dalla decisione del Consiglio europeo straordinario chiesto da Renzi il 23 aprile”, prosegue il Ministro.

Oltre all’Europa, Stati Uniti e Russia possono svolgere un ruolo decisivo nella risoluzione delle crisi mediterranee e in altri scenari geopolitici: “Ho detto a Kerry al vertice Nato in Turchia, dov’è arrivato subito dopo Sochi, che l’Italia ha molto apprezzato la sua iniziativa. Come il Segretario di Stato mi aveva spiegato, anticipandomi alcune settimane fa l’intenzione di incontrare Putin, non si tratta di un ritorno al “business as usual” pre Ucraina, ma del tentativo di riaprire un canale di comunicazione. II suo messaggio è che la discussione sull’Ucraina è stata “costruttiva” anche se attesa alla prova dei fatti sul pieno rispetto degli accordi di Minsk da parte di Mosca. Oltre a questo, era fondamentale per gli Usa consolidare la disponibilità russa a collaborare sulla trattativa nucleare con l’Iran, dove Mosca svolge da mesi un ruolo rilevante e positivo, sulla Siria e sulla Libia”, conclude Gentiloni.

Redazione

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Europa e Usa a sostegno dell'unità nazionale della Libia

BreakingNews/Varie di

I Governi di Francia, Germania, Italia, Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti ribadiscono il loro forte impegno per la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’unità nazionale della Libia, e affinché le risorse economiche del Paese siano utilizzate per il benessere della popolazione libica.

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Il primo riferimento è alle trattative tra i governi di Tobruk e Tripoli condotte dal mediatore Onu Bernardino Leon: “In un momento in cui il processo di dialogo guidato dalle Nazioni Unite fa segnare progressi verso una soluzione durevole del conflitto in Libia, esprimiamo la nostra preoccupazione per i tentativi di dirottare risorse libiche ad esclusivo vantaggio di una delle parti in conflitto e di dividere istituzioni economico-finanziarie che appartengono a tutti i cittadini libici”.
Nessuna interferenza nelle istituzioni e nell’economia libiche: “Affermiamo nuovamente l’auspicio che coloro che rappresentano le istituzioni libiche indipendenti, vale a dire la Banca Centrale di Libia (CBL), la Libyan Investment Authority (LIA), la National Oil Corporation (NOC) e la compagnia delle Poste e Telecomunicazioni libiche (LPTIC), a qualsiasi campo appartengano, continuino ad operare nell’interesse di lungo termine del popolo libico, in attesa di un chiarimento circa le strutture di governance sotto il Governo di unità nazionale”.
L’unità nazionale è l’unica possibile soluzione per combattere lo Stato Islamico: “Ribadiamo che le sfide che la Libia deve fronteggiare possono essere affrontate soltanto da un esecutivo che possa supervisionare e proteggere in maniera efficace le istituzioni indipendenti del Paese, il cui ruolo è di salvaguardare le risorse della Libia a beneficio di tutta la popolazione. I terroristi stanno approfittando del conflitto in corso per radicare la propria presenza nel Paese e intendono impadronirsi della ricchezza della Libia per portare avanti la propria agenda transnazionale”.
Francia, Germania, Italia, Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti ribadiscono il loro sostegno ai cittadini libici: “La Libia possiede le risorse necessarie per creare una nazione pacifica e prospera, in grado di esercitare un forte ruolo positivo nel più ampio contesto regionale. I terroristi traggono beneficio da questo conflitto poiché il loro scopo è far avanzare i loro progetti in Libia e nel mondo. Esortiamo con forza tutti i cittadini libici a sostenere l’indipendenza di queste istituzioni dalle influenze politiche”.

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L’Europa dice basta all’elusione fiscale.

ECONOMIA di

E’ sulla trasparenza che si gioca il futuro della fiscalità in ambito UE. Il pacchetto di misure varato dalla Commissione europea per contrastare l’elusione fiscale punta sullo scambio automatico di informazioni relative agli accordi fiscali anticipati definiti fra Stati e imprese, i cosiddetti tax ruling.

 

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Le falle del sistema di condivisione dei dati fra i paesi membri, fino ad ora discrezionale, e la complessità delle norme fiscali, hanno permesso alle multinazionali di muoversi in modo da spostare i profitti nelle filiali in cui la tassazione è inferiore, privando i vari bilanci pubblici di miliardi di euro ogni anno. Le stime arrivano direttamente dalla Commissione Europea che ha deciso di dire basta al sistema, peraltro supportato da alcuni Paesi interessati ad attrarre grandi aziende sul loro territorio tramite le agevolazioni concordate nei tax ruling. Parola chiave delle misure fissate dal pacchetto presentato di recente, è appunto, la trasparenza raggiunta introducendo l’obbligatorietà dello scambio di informazioni fra paesi. “Ognuno deve pagare la giusta quota di tasse. Questo principio – ha dichiarato il Vicepresidente Valdis Dombrovskis, responsabile per l’Euro e il dialogo sociale – vale per le multinazionali come per tutti gli altri. Con la proposta sullo scambio automatico di informazioni le autorità fiscali sarebbero in grado di individuare più efficacemente lacune in materia fiscale o duplicazioni di imposta tra gli Stati membri. Nei prossimi mesi proporremo azioni concrete per porre rimedio a tali lacune o duplicazioni. Ci impegniamo a dare seguito alle promesse con azioni reali, credibili ed eque”. In pratica ogni Stato dovrà inviare agli altri Paesi a scadenza trimestrale una relazione riassuntiva delle decisioni fiscali emesse rendendosi disponibile ad offrire approfondimenti. L’entrata in vigore del pacchetto di norme, ora sottoposto all’attenzione del Parlamento europeo per la consultazione e al Consiglio Europeo per l’adozione, è prevista a partire dal gennaio 2016. “Non possiamo più tollerare le società che evitano di pagare la loro giusta quota di tasse e i regimi che consentono loro di farlo – ha sottolineato Pierre Moscovici, Commissario europeo per gli Affari economici e finanziari, la fiscalità e le dogane, ha dichiarato: Bisogna ricostruire il nesso tra il luogo in cui le società realizzano effettivamente gli utili e il luogo in cui sono tassate. Per conseguire questo obiettivo gli Stati membri devono dare prova di apertura e lavorare insieme”. Altre misure contenute nel pacchetto riguardano l’introduzione di eventuali ulteriori obblighi di trasparenza per le multinazionali, la revisione del codice di condotta sulla tassazione delle imprese che rappresenta uno dei principali strumenti dell’UE per garantire condizioni eque di concorrenza in materia di imposta sulle società, quantificare l’entità dell’evasione e dell’elusione fiscali e l’abrogazione della direttiva sulla tassazione dei redditi da risparmio. Prossima tappa dell’impegno formalizzato dalla Commissione europea è la presentazione, prima dell’estate, di un piano d’azione inerente la tassazione delle imprese con l’obiettivo di rendere più equa ed efficiente l’imposta sulle società all’interno del mercato unico.

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Prospettive di in-sicurezza energetica in Europa

Energia di

L’impegno politico europeo per una maggiore diversificazione energetica delle fonti e delle vie di distribuzione poco ha potuto di fronte alla dipendenza che ancora il continente mostra. Percepito inizialmente come inevitabile dipendenza energetica, il rapporto tra alcuni Stati ha rivelato una vera e propria suggestione geopolitica, aggravata da perturbazioni sociali ed economiche (quando non da conflitti armati).

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In seguito ai recenti sviluppi delle crisi in Ucraina e Libia, il tema della dipendenza energetica è apparso in tutta la sua importanza come uno degli aspetti principali di cui tenere conto tanto nella politica interna quanto in quella estera europea. Non solo abbiamo scoperto quanto siamo dipendenti dall’estero, ma ci siamo resi conto di quanto siamo esposti ad eventi che, pur non minacciando direttamente il nostro territorio minacciano la qualità delle nostre vite. E’ data per scontata la possibilità di usufruire di un numero di servizi caratterizzanti la domanda interna nazionale, i quali però presentano relazioni di tipo politico, geografico ed economico su vasta scala che ne determinano disponibilità ed utilizzabilità. L’insieme di politiche adottate negli ultimi anni ha permesso al sistema energetico europeo di costruire una rete interdipendente di rifornimento e scambio aumentandone la competitività, creando e finanziando nuovi mercati dell’energia e diversificando provenienza e tipo di risorse. Tutto per far fronte ad una forte domanda interna in previsto aumento e mantenere la continuità delle forniture impedendo ai prezzi di crescere eccessivamente. In alcuni Paesi la differenziazione dei mercati e delle importazioni si è affiancata ad una riduzione della produzione di energia nucleare (Francia, Germania, Bulgaria, Olanda e Spagna hanno sensibilmente ridotto la loro produzione tra il 2012 ed il 2013 secondo i dati del BP Statistical Overview of World Energy 2014), un aumento di investimenti in termini di sostenibilità e di politiche ambientali, industriali ed energetiche in un’ottica di riconversione generale del sistema nazione. Il mercato dell’energia è infatti caratterizzato da numerosi sotto mercati che, in un regime di politiche coordinate, dovrebbe essere in grado di dimostrarsi resiliente rispetto a situazioni di insicurezza o stress sistemici.

Paradossalmente, nonostante l’aumento di richiesta di energia sarà pressoché una costante ed il perfezionamento della tecnologia e quindi lo sfruttamento di risorse energetiche cresceranno a loro volta, i trend mostrano una diversificazione verso fonti rinnovabili in grado di incidere sulle politiche economiche, energetiche nonché sugli stili di vita delle comunità. L’aumento del consumo di energia potrebbe coincidere, come hanno dimostrato le recenti crisi, con una parallela riduzione del consumo di greggio e la modifica di abitudini nelle grandi città, la nascita di sistemi alternativi di trasporto urbano aggiunti a standard di efficienza energetica sempre più elevati, che potrebbero agire da elemento riduttore delle richieste energetiche o di slittamento nelle preferenze dei cittadini europei.

Il continente europeo importa infatti circa il 50% dell’energia che utilizza e questa percentuale pesa per un quinto sul totale delle importazioni. Dati recenti della Commissione Europea certificano che un terzo dei circa 300 000 milioni di euro relativi alle importazioni energetiche di greggio e prodotti petroliferi provengono dalla Russia. In quest’ottica le proposte di diversificazione delle tratte di rifornimento di petrolio come il progetto South Stream offrirebbero un’ottima alternativa, sebbene anche in questo caso si ripropongono problematiche relative non solo a costi economici ma anche ad accordi bilaterali e multilaterali, continui smussamenti politici per mantenere una proficua pax internazionale con i partner storici, carenza di infrastrutture. La Commissione calcola inoltre che la bolletta energetica europea costi 1000 milioni al giorno, per una cifra corrispondente, relativamente all’anno 2013, di 400 000 milioni di euro. Attualmente, nella Strategia per la sicurezza energetica europea, c’è da tenere conto di alcuni fattori in apparente contrasto con quelle che sono invece le previsioni nel medio – lungo termine per il continente. La domanda totale di energia risulta inferiore rispetto al picco del 2006 (complici la crisi finanziaria, l’aumento del prezzo del petrolio, investimenti sulle energie rinnovabili) ma dipende sempre più dalle importazioni: cali di produzione interna hanno aumentato le richieste della stesa energia dall’esterno. I dati aggregati più attendibili risalgono al 2012. La situazione di dipendenza europea viaggia su questi fattori di importazione: il 90% del greggio, il 66% del gas, il 60% di carbone.

 

Prospettive e sicurezza regionale

Nuove prospettive energetiche spinte dallo sviluppo di potenzialità territoriali autoctone o made in Europe, sarebbero in grado di deviare parte della produzione interna incanalandola in settori legati all’energia e quindi all’aumento dell’indotto facendo affidamento su una produzione europea che potrebbe sostituire, anche se in minima parte, l’importazione di energia dall’esterno. Questo discorso varrebbe anche per le importazioni di gas, di cui l’Europa è grande acquirente (i Paesi Baltici, in particolare, soffrono della dipendenza da un unico canale di rifornimento della risorsa). Le infrastrutture, le vie di rifornimento, la flessibilità del mercato e la polifunzionalità dei gasdotti (nell’operatività delle linee in più direzioni), le riserve sotterranee, rappresentano senza dubbio elementi imprescindibili per aumentare la resilienza del sistema europeo. Il documento della Commissione fa esplicito riferimento all’alternanza dei flussi per la mitigazione degli eventi critici. La bilancia delle importazioni continuerà ad essere piuttosto importante sotto questo versante per sopportare l’aumento di richiesta (il che significa che l’Europa continuerà a risentire delle fluttuazioni dei mercati cui è esposta) ma allo stesso tempo è previsto un calo nei consumi e nella domanda di alcune fonti di energia, come effettivamente successo con il calo di consumi di gas rilevato da alcuni anni (ad eccezione di Stati Uniti e Cina che hanno registrato un aumento). Sotto una prospettiva di sicurezza regionale, alcune previsioni danno per stabile la richiesta di petrolio così come quella di gas, mentre prevedono un calo per le importazioni di carbone. Il consumo di energia elettrica è destinato ad aumentare a causa del maggiore numero di apparecchiature elettriche che saranno rese disponibili, alla digitalizzazione dei servizi ed al contempo la qualità della produzione ridurrà lo spreco dell’energia stessa, d’accordo con un aumento della competitività e dell’utilizzo di fonti rinnovabili. L’aumento di diversificazione energetica potrebbe risultare in una maggiore sicurezza dalle importazioni estere (che potrebbero essere bilanciate da una rete di fonti energetiche sostenibili). Ruolo importante è quello che giocano l’energia nucleare (il cui utilizzo ha fatto registrare a livello globale un aumento di un solo 0.9%) e le energie rinnovabili che hanno visto un contribuzione nella fornitura di energia di oltre il 5% a livello globale e, seppure in forma molto differenziata, una crescita positiva anche in Europa.

Proprio l’ Europa è al centro di uno studio elaborato dalla Vienna University of Technology, che mette a confronto i dati relativi agli ultimi anni con una previsione fino al 2020. I ricercatori hanno calcolato che nel nostro continente la domanda di energia “lorda” registrerà un andamento altalenante che, anche a causa della crisi finanziaria, inizialmente farà registrare un ribasso per poi attestarsi su livelli moderatamente superiori a quelli registrati prima della crisi, per poi in pochi anni tornare a decrescere. La domanda di energia elettrica, al contrario, crescerà sensibilmente ed a ritmi sostenuti nei prossimi anni anche grazie a quella che lo studio definisce una “sostituzione infra-settoriale”, cioè una situazione in cui l’accesso e la distribuzione dell’energia elettrica diverranno fondamentali anche in settori come quello dei trasporti. Collegato all’elemento della infrasettorialità vi è quello del “portfolio delle forniture convenzionali”. Il rateo di crescita di domanda di energia per alcuni Paesi, che fa da contrappeso a quello del previsto calo di domanda di energia per altri, sarà determinato anche dal fattore di conversione industriale delle singole realtà nazionali. La realtà del settore elettrico, inoltre, è differente dai precedenti (diverrà con molta probabilità la fonte di energia dalla quale dipenderemo maggiormente per far fronte ai bisogni più diversi).

Questo genere di prospettive potranno avverarsi solamente in caso di un rafforzamento delle relative infrastrutture e di un piano di sviluppo nazionale che si sposi con un relativo piano di sviluppo strategico europeo. I vari Paesi europei infatti differiscono molto in termini di infrastrutture sotto il profilo della presenza e della funzionalità delle stesse. Al fine di rendere il settore energetico resiliente e reattivo senza però privarlo dell’efficienza che deve assicurare, si dovrebbero incrementare sistemi inter europei di condivisione di energia e di mobilità di risorse. Lo stoccaggio e le riserve nazionali potrebbero essere affiancate da riserve europee crescenti, sebbene qui bisognerebbe affrontare il problema del contributo economico e di investimenti in reti, infrastrutture, monitoraggio dei vari Paesi. Una maggiore cooperazione nella consapevolezza di vivere su un territorio, quello europeo, con elevate riserve di carbone, che in periodi di stagnazione economica e ricadute negative sul prezzo di altri combustibili è ancora l’alternativa di più immediato utilizzo (sebbene dannosa in termini di impatto ambientale). Giungere ad una Europa autosufficiente non è immaginabile alle attuali condizioni e per via di un processo di unificazione che pare non essere ancora terminato e per ragioni di diversità di necessità all’interno dell’area europea stessa. E’ auspicabile che si compiano sforzi per procedere verso una completa riorganizzazione in chiave continentale del settore, con l’obiettivo di costruire un’Europa sistematicamente resiliente. I fattori di vulnerabilità sono infatti diversi e tra questi nel nostro continente si rilevano una difficoltà di accesso alla fonte, una carenza di infrastrutture o mancanza di adeguata manutenzione (sotto il profilo qualitativo e quantitativo), una carenza di integrazione politica ed economica (vedi i Paesi del Baltico e quelli dell’Europa Orientale), situazioni politiche instabili o mancanza di investimenti, un unico canale di rifornimento.

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Francesco Danzi
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