GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Europa @it - page 3

Europa, una guardia costiera per lo spazio Schengen

Difesa di

Arriva dalla Commissione Europea la proposta di istituire una guardia costiera e di frontiera europea per garantire una gestione forte e condivisa delle frontiere esterne. Fatto salvo il principio di libera circolazione delle persone, saranno assicurati il controllo dei flussi migratori, la sicurezza dei cittadini la protezione dello spazio Schengen, attraverso controlli sistematici, basati sul raffronto con banche dati pertinenti. “La guardia costiera e di frontiera – ha dichiarato Frans Timmermans, primo Vicepresidente della Commissione europea – permetterà di individuare in tempo reale eventuali carenze, grazie alla capacità collettiva di gestire in modo efficace situazioni di crisi in cui un tratto delle frontiere esterne sia sottoposto a una forte pressione”. Strumenti del nuovo organismo, una squadra di riserva rapida di guardie costiere e un parco di attrezzature tecniche messo a disposizione dagli Stati membri: l’Agenzia potrà contare su almeno 1500 esperti, il cui intervento potrà essere dispiegato entro tre giorni, ovviando alla carenza di personale o di attrezzature per le operazioni. Sarà istituito un centro di monitoraggio e analisi dei rischi per controllare i flussi migratori verso l’Unione europea e per analizzare rischi e valutazioni sulla vulnerabilità dei punti deboli. Viene inoltre sancito un diritto di intervenire: gli Stati membri potranno richiedere operazioni congiunte e interventi rapidi alle frontiere, e qualora uno Stato membro subisca una forte pressione migratoria che minacci lo spazio Schengen, la Commissione potrà stabilire l’intervento urgente collettivo. Le guardie costiere nazionali faranno parte della guardia costiera e di frontiera europea nella misura in cui svolgeranno operazioni di controllo delle frontiere. Fondamentale, infine, la responsabilità rispetto alla sicurezza interna, in termini di lotta alla criminalità transfrontaliera e al terrorismo, in sinergia con altre agenzie dell’Unione e organizzazioni internazionali.
Viviana Passalacqua

Ciclone Le Pen: verso la fine dell’Europa Unita?

EUROPA/POLITICA di

La Francia tira un sospiro di sollievo. Il ballottaggio per le amministrative ha, infatti, messo fuori gioco il Front National (FN) di Marine Le Pen, che si era affermato vincitore al primo turno. L’estrema destra francese non riesce ad ottenere nessuna regione, sette invece vanno ai repubblicani e cinque ai socialisti. Ma c’è un rovescio della medaglia: al primo turno il FN ottiene 6 milioni di voti; in occasione del ballottaggio il numero sale a 6,7 milioni, circa l’11,6% in più. Questi dati mettono, dunque, in evidenza come qualcosa stia cambiando nell’elettorato francese e repubblicani e socialisti abbiano un reale avversario da combattere. Come già reso noto dalla leader dell’estrema destra, Marine Le Pen, questa sconfitta non arresterà la loro corsa e le presidenziali del 2017 sono tutto fuorché un sogno irrealizzabile.

Su cosa punta il FN e perché è così tanto temuto?

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Prima i Francesi e la Francia. In una società multietnica e multiculturale come quella francese, l’estrema destra vuole difendere in primis gli interessi della Nazione e dei suoi cittadini. Ciò inevitabilmente si scontra con le tematiche legate all’immigrazione, nei confronti della quale la Francia ha solitamente assunto posizioni meno rigide rispetto ad altri paesi europei. La signora Le Pen propone cambiamenti. Rivedere Schengen e aumentare i controlli, ridurre l’immigrazione clandestina, ma anche diminuire l’immigrazione legale e i servizi di assistenza gratuita anche per coloro non provvisti di permesso di soggiorno.

Una maggiore chiusura verso l’esterno, da un lato; dall’altro, rivalorizzare la posizione della Nazione nel mondo. Dichiaratamente euroscettica, Marine Le Pen evidenza i difetti e i limiti di istituzioni come l’Unione Europea, che con la loro tecnocrazia “tarpano le ali” alle nazioni. Una forza centrifuga che vorrebbe portare la Francia fuori dall’UE, così come dalla NATO, liberandosi dai vincoli che queste unioni comportano e ripristinando l’indipendenza politica e diplomatica della Nazione.

Immune alle accuse di fascismo e di un populismo xenofobo e anti-europeo, la Le Pen ha tutta la grinta e la determinazione per poter essere un avversario scomodo. Non solo. Ha anche quei sei milioni e passa di voti. Quei Francesi che hanno scelto un partito d’estrema destra che parla meno di comunità e altruismo, e più di cosa serva ora e praticamente per ripristinare la sicurezza e la stabilità che gli attentati degli ultimi mesi hanno portato via.

Posizioni categoriche, dunque, che spaventano l’attuale classe politica francese ma mettono in allarme anche altri paesi europei, dove negli ultimi anni partiti di stampo estremista ed euro-scettico hanno trovato maggior consenso. Parliamo dell’UKIP in Gran Bretagna, forte sostenitore della Brexit, o della Lega Nord in Italia, incline all’uscita dall’Euro e ad una modifica dell’Unione. Persino la Polonia, uno dei paesi più coinvolti nelle politiche comunitarie vede la vittoria degli euro-scettici di Diritto e Giustizia, privando l’Unione di uno dei suoi più forti sostenitori.

E’ evidente, dunque, come quella francese non sia una voce singola nello scenario europeo, ma faccia parte di quelle forze che dell’Europa Unita non vogliono neanche sentire il nome. E di certo gli avvenimenti recenti non hanno aiutato a cambiare questa idea, anzi. Hanno rafforzato le posizioni di chi si sente disilluso dall’Unione, un’Unione che c’è sulla carta ma pecca di efficienza e razionalità. Un’Unione sempre più legata alle decisioni (e agli interessi) della Germania. Un’Unione che non riesce a garantire la sicurezza dei propri membri e le cui politiche rigorose hanno di fatto inasprito la crisi economica rendendo sempre meno appetibile l’UE.

Ecco, dunque, perché si teme la Le Pen. Perché ha la forza e la volontà per assumere quel ruolo trainante ed innescare un effetto a catena tra le forze anti-europee, creando un fronte comune che possa spingere ad una modifica radicale dell’Unione. I primi passi sono già stati mossi. Matteo Salvini, segretario della Lega Nord, annuncia un piano comune con Marine Le Pen per la revisione dei trattati europei, da quello di Maastricht a Schengen. In attesa del vertice di Milano a gennaio, che vedrà uniti tutti i partiti euroscettici dei vari paesi per formulare insieme una proposta alternativa all’Europa attuale.

Sembra, dunque, che lo scetticismo nei confronti dell’Unione continui ad aumentare, seppure manchi ancora un’unità d’azione. La Francia di Le Pen potrebbe assumere questa leadership e portare i partiti anti-europeisti a giocare un ruolo di primo piano sullo scenario nazionale ed internazionale. Il contesto geopolitico sta cambiando: le minacce e la paura crescono, l’insoddisfazione e la volontà di fare di più pure. L’Unione Europea deve trovare una risposta a questi cambiamenti, adattarsi al nuovo ambiente e alle esigenze della sua popolazione. Le alleanze occasionali ai ballottaggi non sono la soluzione. Come insegna Clausewitz, “la tattica senza strategia è il rumore che precede la sconfitta”.

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Daesh: da Parigi a Maiduguri

EUROPA/Medio oriente – Africa di

L’attacco terroristico a Parigi del 13 novembre ha reso evidente come lo Stato Islamico sia un pericolo anche dentro i confini occidentali. Aldilà di Siria e Iraq, dove ha sede il Califfato, è l’Africa il luogo più colpito dal terrorismo islamico. I fatti degli ultimi quindici giorni ne sono l’ulteriore riprova.

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Sono oltre 83 gli attentati in tutto il mondo dal giugno 2014 ad oggi, riporta il quotidiano francese Le Monde. Oltre 1600 le vittime. Raqqa (Siria) e Maiduguri (Nigeria) le città più colpite. Dal marzo 2015, data dell’affiliazione del gruppo nigeriano Boko Haram al Califfato, le azioni terroristiche nel continente africano sono aumentate a dismisura. Così come le varie sigle che, dal Mali all’Egitto, colpiscono in nome dell’Isis.

Dopo i 129 morti di Parigi, altri se ne sono aggiunti da novembre ad oggi:

Mali: Oltre 20 le persone uccise a seguito di un raid compiuto da un commando jihadista lo scorso 20 novembre all’hotel Radisson di Bamako. Un blitz delle forze speciali francesi e statunitensi ha permesso la liberazione dei circa 150 ostaggi sopravvissuti. Dopo l’arresto di due sospettati, la risposta delle cellule terroristiche locali non si è fatta attendere con l’attacco alla base ONU di Kidal nel nord del Paese, in cui sono morte 3 persone.

Egitto: Due azioni terroristiche. La prima, il 24 novembre, quando un doppio attacco kamikaze, compiuto in un hotel del Sinai del Nord che ospitava alcuni presidenti di seggio, ha portato all’uccisione di 4 persone. La seconda, il 28 novembre, a Giza, quando alcuni terroristi hanno sparato contro un checkpoint, uccidendo 4 poliziotti.

Nigeria: Prima una stazione dei camion, poi una processione sciita. Sono questi i due obiettivi presi di mira dai miliziani di Boko Haram nello Stato di Borno, vicino alla capitale Maiduguri. Rispettivamente oltre 35 e 32 i morti.

Camerun: Quattro differenti azioni kamikaze da parte di altrettante ragazze hanno portato all’uccisione di almeno 5 persone a Fotokol lo scorso 21 novembre.

Tunisia: 13 morti a seguito di un attacco bomba contro l’autobus della guardia presidenziale avvenuto lo scorso 24 novembre a Tunisi. Così come nelle azioni al Museo del Bardo e nella spiaggia di Sousse dello scorso giugno, lo Stato Islamico ha rivendicato l’attentato.

 

Giacomo Pratali

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Ucraina: il fallimento di Minsk 2 è dietro l’angolo

EUROPA di

Gli scontri tra esercito e separatisti sono tornati ai livelli precedenti a febbraio. Sul fronte interno, l’accordo appare lontano. Sul fronte internazionale, Nato e Russia continuano a mostrare i muscoli.

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Complici le miti temperature estive, il conflitto nell’Ucraina orientale è tornato ad essere cruento. L’avvicinarsi dell’inverno, con la questione delle forniture di gas che tornerà centrale nell’agenda di tutti i Paesi europei, acuisce i sintomi di un’ulteriore intensificazione delle violenze. Il 3 agosto scorso, tre soldati dell’esercito di Kiev sono morti a seguito degli scontri con i separatisti. In contemporanea, si è materializzato il fallimento dei negoziati per la costituzione di una zona cuscinetto tra i gruppi di contatto degli accordi di Minsk 2.

I sintomi di una escalation di violenze, appunto. Di natura interna, tra gli ucraini, che chiedono la deposizione delle armi ai filorussi in cambio di concessioni autonomiste nella carta costituzionale, e i separatisti, intenzionati a non cedere e a volere partecipare al processo legislativo.

Di natura internazionale. Come rigurgiti di una Guerra Fredda tornata di attualità, la guerra civile ucraina non è altro che il terreno di una resa dei conti a livello internazionale. Con la Nato, intenzionata ad intensificare sempre di più l’apporto di unità speciali nei Paesi dell’Est Europa. Con Stati Uniti e Unione Europea, decisi a non cedere sulle sanzioni nei confronti di Mosca. Con la Russia, infine, determinata ad uscire dal progressivo isolamento rispetto ai partner occidentali.

La guerra a colpi di sanzioni economiche potrebbe spingere il Cremlino a non retrocedere. L’aumento del numero di addestramento dei separatisti del Donbass ne è un chiaro indicatore. Infine, i rapporti privilegiati con Siria e Iran, i nuovi canali economici e commerciali istituiti con Cina e India, potrebbero indurre Washington ad ammorbidirsi. La degenerazione del conflitto ucraino e la conseguente caduta nel caos del Paese sono dietro l’angolo.
Giacomo Pratali

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Iran, stop sanzioni: i riflessi geopolitici ed economici

Con il sì del Consiglio di Sicurezza Onu, finisce l’embargo imposto a Teheran. Per il governo statunitense è “l’unica chance per fermare il piano nucleare”, mentre per l’Europa e l’Italia si apre un’importante opzione commerciale.

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Grazie alla risoluzione Onu del 20 luglio, il Consiglio di Sicurezza ha detto sì all’accordo e alla fine delle sanzioni contro l’Iran decise dalla stessa assemblea nel 2006. Via libera dunque al patto siglato tra il 5+1 e Teheran a Vienna il 14 luglio scorso. Il documento entrerà in vigore non prima di 90 giorni.

Un accordo storico per l’Occidente dal punto di vista geopolitico ed economico. Geopolitico in particolar modo per gli Stati Uniti, come ricordato il 23 luglio dal segretario di Stato Kerry: “Non potevamo di certo aspettarci la capitolazione dell’Iran – ha riferito al Congresso -. Ma era l’opzione migliore. Spero che il Congresso (rivolgendosi al Partito Repubblicano, ndr) approvi perché questa è l’unica chance per fermare il piano nucleare ed evitare il rischio di uno scontro militare”, ha poi concluso.

Ma oltre agli aspetti geopolitici e strategici nel mondo arabo, gli sbocchi sono anche commerciali. Il vicepresidente esecutivo e direttore generale di Saras (azienda italiana di raffinazione del petrolio) Dario Scaffardi, in un summit su business e finanza, oltre a sottolineare i benefici che il calo del prezzo del petrolio ha già portato sul mercato internazionale, ha riferito che, a seguito della fine dell’embargo, il proprio gruppo è stato contattato dall’Iran, tornatoad essere attore protagonista del mercato di greggio internazionale. Come già prospettato dopo l’accordo di Vienna, il ritorno alla produzione di greggio da parte di Teheran “potrà portare un milione di barili di greggio al giorno sul mercato una volta tolte le sanzioni. Con la possibilità di aggiungere altri 0,5-1 milione di barili abbastanza velocemente”, ha affermato il manager dell’industria della famiglia Moratti.

Sul fronte italiano, inoltre, i prossimi 4 e 5 agosto, il ministro degli Affari Esteri Gentiloni e il titolare dello Sviluppo Economico Federica Guidi si recheranno in Iran assieme ai rappresentati dei più grandi gruppi industriali italiani. Il fine è quello di mettere nero su bianco un interscambio commerciale significativo con Teheran. Infatti, prima della rivoluzione del 1979, l’Europa era il primo partner in termini di import-export dell’ex Persia. Primato che, al momento, dagli anni’90 appartiene alla Russia, la quale, oltre ai rapporti geopolitici di amicizia, ha effettuato importanti investimenti nei settori petrolifero e gasifero del Paese mediante la società Gazprom.

 

Giacomo Pratali

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Grecia, Spannaus: «Perché l’Ue insiste su una politica che non funziona?”

EUROPA/Varie di

La crisi del debito greco è uno dei temi geopolitici più caldi. La Germania ha imposto il pacchetto di salvataggio la scorsa settimana. Mentre gli Stati Uniti ha svolto un’opera di dissuasione politica nei confronti della Ue, per evitare che Atene si spostasse nell’orbita di Mosca. Per parlare di queste questioni, European Affairs hanno intervistato Andrew Spannaus, giornalista e Direttore di Transatlantico.info.

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Con la cessione di Tsipras su tutta la linea, la Grecia diventa di fatto un protettorato di Bruxelles o, per meglio dire, di Berlino?

“Si è persa una grande occasione, almeno per ora. Dopo aver parlato della necessità di passare dalla fase dell’austerità a quella della crescita, nella sostanza non è cambiato nulla. L’establishment europea – guidata dalla Germania, ma troppo facile dare la colpa solo a lei – ha raddoppiato, adoperando ogni ricatto possibile pur di non ammettere il fallimento del modello economico degli ultimi vent’anni.
Si tratta di una sconfitta non solo per la Grecia, ma per l’Europa stessa, in quanto si mostra 1. di non essere disposti a rivedere i propri errori, pur di non mettere in discussione i dogma dell’economia finanziaria; 2. che questa Europa non è compatibile con la democrazia.
La domanda più grossa è chi comanda a Bruxelles e a Berlino? Perché si segue una politica che chiaramente non funziona? Gli errori del passato sono una cosa, ma decidere di peggiorare la situazione continuando con la politica tagli e tasse dimostra che c’è qualcos’altro in ballo. L’Europa si è allontanata dalla propria storia e ora risponde ad interessi diversi”.

 

“Nonostante gli errori in questi 5 mesi, sono orgoglioso di avere difeso i diritti del nostro popolo”. Questa è la dichiarazione di Tsipras al Parlamento greco, chiamato a pronunciarsi sulle misure imposte dall’Europa: secondo lei, Syriza ha tradito sia il mandato elettorale sia l’esito del referendum?

“Il Governo greco si è alternato tra posizioni dure e posizioni più accomodanti negli ultimi mesi. Lo scopo è sempre stato di influenzare le trattative e di portare a casa qualche concessione. Ad un certo punto sembrava che Tspiras avesse deciso di fare sul serio: prima le aperture verso la Russia, e poi il referendum. Alla fine però ha ceduto ai ricatti e ha dimostrato di non essere disposto a rischiare la rottura.
Il popolo greco aveva chiaramente respinto l’austerità; il problema è che in teoria voleva anche rimanere in Europa. Dunque mentre si può sicuramente criticare Tsipras, rimane il fatto che le due cose non erano compatibili: Europa = austerità, dunque non c’era soluzione.
I giochi comunque non sono finiti. Se sarà attuato il piano imposto alla Grecia la situazione peggiorerà ancora, quindi il problema potrebbe riproporsi presto. In più, il dibattito politico è cambiato: non si possono più nascondere le contraddizioni e la debolezza della politica economica attuale. Prima o poi qualche leader politico, qualche paese, deciderà che non si può più andare avanti così”.

 

Il Fondo Monetario Internazionale ha definito il debito greco insostenibile:il piano Ue andrà comunque avanti?

“Il piano andrà avanti, ma non funzionerà. I primi “salvataggi” della Grecia – in cui i soldi pubblici sono andati a salvare i bilanci delle banche private, soprattutto tedeschi e francesi – dovevano creare le condizioni per far ripartire l’economia. La stessa cosa si è detta per l’Italia. La realtà invece è stato un pesante calo del Pil, nel caso greco a livelli catastrofici (-30%). Pensare di ripagare un debito di questo tipo tagliando ancora la spesa è semplicemente folle. La soluzione corretta è di ristrutturare e cancellarne una parte, e soprattutto di attuare una politica di investimenti per creare la crescita. Questo significa disattendere certi dogmi, puntando per esempio sull’importanza della spesa pubblica mirata. I debiti giusti – una parte – possono essere ripagati solo se si rilancia l’economia; con la politica attuale questo non potrà avvenire”.

 

Quanto è stato decisivo il ruolo degli Stati Uniti nello sbloccare la trattativa tra Ue e Grecia? E’ esistita, o esiste tuttora, una reale possibilità che Atene si avvicinasse a Mosca?

“Esiste una leggenda in Europa, su come gli Stati Uniti sono contro l’Euro e hanno paura dell’Unione Europea. Ebbene, la realtà è che, anche a volere essere “cattivi”, cioè a pensare che gli americani non vogliano vedere un’Europa forte, non c’è proprio nulla da temere fino a quando vige la politica economia attuale. Nel nome dell’unione si sta rovinando la forza e anche la coesione tra i paesi europei. L’Ue è nata su altre basi, ma dagli anni Novanta si è passati al modello del cosiddetto libero mercato e della grande finanza. Questo fa bene a pochi, non crea benessere diffuso.
In secondo luogo, questo mito è stato sfatato dalla posizione americana in questa crisi: gli Stati Uniti non volevano vedere una rottura dell’Europa, proprio per via di un possibile sconvolgimento degli equilibri geopolitici. Tsipras ha mostrato di aver capito la vera posta in gioco quando da San Pietroburgo ha ha parlato di “un nuovo mondo economico emergente” in cui “il centro dello sviluppo economico si sta spostando verso altre aree”.
L’Occidente ha deciso di fare quadrato, per evitare di offrire una sponda al “nemico” Putin. In realtà però la politica europea di ulteriore austerità rischia di rendere ancora più attrativa l’alternativa dei Brics: numerosi paesi si stanno già smarcando dalle istituzioni finanziarie occidentali proprio per evitare di essere succubi di un sistema dominato dalla grande finanza”.

Giacomo Pratali

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Immigrazione: 150mila sbarchi nel 2015

EUROPA di

In Italia sono arrivati 7000 migranti in più rispetto al 2014. In Grecia siamo arrivati a quasi 76mila. Il numero dei morti nel Mediterraneo è salito a 1900, nonostante Frontex sia riuscita ad arginare, in parte, l’emergenza. L’Oim certifica questa emergenza attraverso i numeri.

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Gli oltre 700 migranti sbarcati sulle coste della Sicilia nell’ultimo weekend sono solo l’ultimo campanello d’allarme di una crisi che riguarda l’Italia e la Grecia. I dati diffusi dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), in collaborazione con il Ministero degli Interni italiano, certificano un tragico esodo in continua evoluzione e un numero di morti destinato a crescere nei prossimi mesi.

I numeri diffusi da Oim parlano chiaro, tuttavia l’organizzazione non governativa precisa che “L’arrivo di 150.000 migranti in Europa è sicuramente un dato significativo ma assolutamente non eccezionale, considerando che gli europei sono complessivamente più di 500 milioni. Secondo l’OIM, non bisogna considerare questo fenomeno come “un’invasione”, soprattutto se si prende in considerazione ciò che accade al di fuori dei confini dell’Unione Europea”.

Secondo il report, i migranti arrivati in Europa via mare nel 2015 sono stati oltre 150mila: 74mila in Italia (circa 7000 in più rispetto ad un anno) e quasi 76mila in Grecia (sei volte in più rispetto al 2014). Ma è il numero dei morti, 1900, ad essere più che raddoppiato rispetto al 2014. Cifra che è tuttavia diminuita da maggio 2015 in poi, grazie all’intervento sistematico di Frontex nel Canale di Sicilia. La provenienza dei migranti per l’Italia è: Eritrea (18,676), Nigeria (7,897), Somalia (6,334), Siria (4,271), Gambia (3,593) e Sudan (3,589).

Rispetto all’Italia, è il caso della Grecia a destare più scalpore. Perchè, se il bel Paese storicamente è abituato a ricevere un importante flusso migratorio, lo Stato ellenico vive questa notevole ondata migratoria come una novità e il contesto di crisi economica non facilita l’accoglienza dei migranti. Un aumento, soprattutto attinente ai profughi siriani ed iracheni, spiegabile con la maggiore praticabilità della tratta dalle coste della Turchia alle isole del Mar Egeo, piuttosto che la rotta che porti prima in Libia e poi in Italia attraverso un ben più lungo transito in mare aperto.

I numeri relativi ad Atene parlano chiaro: “Secondo i dati della Guardia Costiera greca – recita ancora la nota dell’Oim -, i migranti che hanno solcato il Mar Egeo nei primi 6 mesi del 2015 sono stati circa 69.000. Nel corso del mese appena conclusosi, si stima che siano arrivate circa 900 persone al giorno. In sette giorni, dal 1 al 8 luglio 2015, i migranti che hanno attraversato l’Egeo sono stati 7.202. I principali paesi d’origine sono Siria e Afghanistan”.

L’Oim è presente nei punti di sbarco sia in Italia sia in Grecia. Ciò permette a questa organizzazione di fotografare in modo lucido il quadro generale: “Le rotte cambiano, così come la composizione dei flussi, ma i numeri continuano a salire”, afferma Federico Soda, Direttore dell’Ufficio di coordinamento dell’OIM per il Mediterraneo.

Un sforzo davvero europeo quindi è auspicabile: “L’emergenza è umanitaria a causa delle drammatiche condizioni in cui si vengono a trovare i migranti – continua Soda – e sarebbe certamente più gestibile se tutti i paesi coinvolti collaborassero di più tra di loro e dessero risposte più esaurienti e strutturate. Non esiste una soluzione facile e immediata per questo fenomeno, perché è il frutto di circostanze politiche, sociali ed economiche”, conclude il rappresentanti di Oim.
Giacomo Pratali

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Libia: buona la quarta?

Tripoli dice sì con riserva alla bozza proposta da Leon. Daesh, questione migratoria e crisi finanziaria rendono sempre più necessario un accordo tra i due governi. La stampa internazionale, tuttavia, sottolinea l’incapacità del mediatore Onu e dei Paesi occidentali di individuare quale dei due esecutivi sia quello più adatto ad arginare l’avanzata dello Stato Islamico e arrestare l’imponente flusso di persone dirette verso l’Europa.

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Un timido passo in avanti. L’accordo tra le due parti in causa sembra essere più vicino. Questo ci dice la risposta affermativa, seppure con la “necessità di apportare alcune modifiche”, fatta pervenire al mediatore Onu il 17 giugno dal governo di Tripoli. Un’apertura ad un “Governo di Accordo Nazionale” assieme ai rappresentanti di Tobruk, come recita il documento contenente 69 articoli, che è già una notizia visti i continui contrasti tra i due esecutivi.

La paura dell’avanzata dello Stato Islamico, le pressioni dell’Unione Europea sulla questione migratoria, la ormai più che probabile bancarotta finanziaria della Libia, pongono i due governi ad una sola scelta possibile: l’accordo.

La quarta bozza, presentata ad Algeri da Leon ad inizio giugno, parte dalla precedente, ma cerca di dare più spazio alle istanze del governo filomusulmano di Tripoli. Permane la formazione di un’unica assemblea legislativa a Tobruk, ma si fa spazio una Presidenza del Consiglio tripartita, composta da un presidente e da due vice: un check and balance a favore della giusta rappresentanza delle due parti in causa.

Se comunque i due governi continuano a tirare la giacca a Leon per arrivare ad una soluzione favorevole per uno piuttosto che per l’altro, il nodo da sciogliere gira attorno alla figura del generale Haftar. Vero leader della fazione riconosciuta a livello internazionale e sostenuto dal presidente egiziano Al Sisi, viste le accuse di crimini contro i civili a suo carico, suscita non poco imbarazzo in Occidente.

E se è vero che è necessario trovare un interlocutore unico in Libia per arginare l’avanzata dello Stato Islamico e per regolamentare i flussi migratori diretti in Europa, il vero dubbio è se non solo su Haftar, ma sul governo stesso di Tobruk, sulla sua reale capacità di incidere sulla popolazione (è stato votato dal solo 25% degli aventi diritto).

Come rilanciato di recente dal Financial Times, finora Leon, nel corso di questi quasi infruttuosi negoziati, Unione Europea e Paesi occidentali non hanno capito che il vero epicentro della crisi della Libia ruota attorno a Tripoli e alla Tripolitania, la regione dove si concentrano la maggior parte degli scontri tra le milizie del Daesh e le truppe filoislamiche legate ai Fratelli Musulmani, sostenitori del governo della capitale.

In questa ottica, i governi di Tripoli e Tobruk dovrebbero avere pari riconoscimento presso il consesso internazionale. Questo perché se Tobruk viene considerato legittimo, Tripoli, da parte sua, ha in mano quello che è il reale polso del Paese. È quindi in questo direzione che la quarta bozza proposta da Leon deve andare.

In questo scenario, è assordante il silenzio dell’Unione Europea. Incapace di portare avanti una reale politica dell’accoglienza dei rifugiati e della regolamentazione dei migranti in arrivo da Africa e Medio Oriente, stenta a fare sentire la propria voce nel contesto libico. E riesce a porsi come arbitro della necessaria pace nel Paese che, alla fine dei conti, altro non è che un accordo tra Stati: Arabia Saudita, Egitto e Russia (pro Tobruk) e Turchia e Qatar (pro Tripoli).
Giacomo Pratali

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Un serbo a Tirana…nel senso del premier

ECONOMIA/Energia/EUROPA di

Quando si parla di “ospitalità” albanese, ebbene, le autorità non hanno fatto mancare nulla dal protocollo al capo del governo serbo: Bože pravde , l’inno nazionale serbo è stato eseguito per la prima volta nella Tirana istituzionale, durante una visita ufficiale. Nella sede di rappresentanza del Palazzo delle Brigate i due premier si sono stretti mani diplomatiche senza lasciare nulla al caso con tanto di tricolore serbo issato.
Questa visita è stata preparata nei dettagli e vissuta “seguendo l’esempio della Germania e della Francia dopo la seconda guerra mondiale”, ha detto il premier Rama, facendo riferimento alla distensione auspicata dei rapporti tra i due paesi balcanici, “ sulla scia del desiderio di intensificare i buoni rapporti”.
Vučić ha raggiunto Tiranail 27 maggio scorso, il giorno dopo la conclusione dei lavori del South-East European Cooperation Process, il consiglio di cooperazione regionale, istituito dalla Bulgaria nel 1996 e presieduto dall’Albania quest’anno. Un summit nel quale è stato ribadito e sottolineato la volontà dei paesi balcanici di puntare all’integrazione europea come obiettivo comune. Bulgaria e Romania hanno manifestato il loro appoggio incondizionato.
Una visione d’insieme che è stata rinforzata durante la visita del capo del governo serbo il giorno dopo, sia da questi che dal premier albanese, Edi Rama.
“Qualcuno in Serbia farà rumore per questa mia visita, come immagino succederà a Rama per avermi invitato. Ma il mio dovere è di guardare al futuro, e nel futuro le relazioni fra di noi sono molto importanti… Pensiamo in modo diverso, parliamo in modo diverso. Ma questo non ha a che fare con il fatto di lavorare insieme. Se saremo abbastanza responsabili, saggi e intelligenti, se non penseremo di risolvere i nostri problemi con i conflitti ma con il dialogo, con rapporti sinceri, aperti e onesti, allora sono sicuro che Serbia e Albania avranno un futuro migliore del passato. Alla storia non possiamo sfuggire, ma il nostro sguardo dovrà essere rivolto al futuro, perciò oggi sono qui per porgere al mio collega Rama la mano dell’amicizia.”
Molto più disinvolto e visionario Rama il quale esprime le relazioni diplomatiche future dichiarando “ Delle relazioni tra Francia e Germania si dice che rappresentino l’asse dell’Europa, spero di non mancare di modestia dicendo che gli albanesi e i serbi vogliono trasformare le loro relazioni in un’uguale testimonianza del fatto che da una storia di guerre sanguinose potrebbe nascere l’esempio di un comune successo di pace”.
In questo momento di pragmatismo politico non si poteva lo stesso evitare un richiamo al punto dolente delle relazioni problematiche tra i due paesi, ovvero la questione del Kosovo e della “Grande Albania”. Il virgolettato è d’obbligo stando alla versione albanese della faccenda. “La Grande Albania per noi non è un progetto o un programma. Si tratta di un’idea nutrita da coloro che non vogliono il bene degli albanesi, non la nostra nazione, che non vuole ampliamenti, a scapito di nessuno, ma la convivenza normale. Progettiamo di unirci sulla strada nell’Unione europea. Se noi avessimo visto la bandiera della Grande Serbia sul drone avremo riso, ma questa è una questione di percezione. Penso che la lezione è stata tratta da entrambi”.
Di tenore molto più sostenuto Vučić sullo stesso tema aveva in un primo momento dichiarato “E’ un fatto che non siamo d’accordo sul Kosovo. La Serbia considera il Kosovo come la sua parte e l’Albania la considera indipendente”. La posizione di Rama, più ironico e morbido, si delinea nella sua dichiarazione in merito: “La mia convinzione è che il riconoscimento del Kosovo sarebbe un grande sollievo per la Serbia, ma non voglio entrare più in profondità in questa questione dal momento che qui siamo tra amici e noi rispettiamo tutti gli amici e le loro sensibilità“. Senza paroloni, ma incisivo e serio il premier serbo ha sottolineato “La grande divergenza fra Belgrado e Tirana sullo status del Kosovo non deve essere un ostacolo ai nostri rapporti bilaterali; nonostante questo, ritengo che questa incongruenza non significhi che non possiamo ammorbidire le differenze con il dialogo”.
Nell’affrontare la crisi che si sta consumando nella Repubblica Macedone dopo i fatti di Kumanovo, entrambi i governi si sono voluti mostrare equi distanti con la volontà di non schierarsi con nessuna delle fazioni e facendosi garanti di una stabilità balcanica necessaria.
A dettare questa nuova fase è ovviamente la prospettiva economica degli investimenti esteri e tra i due paesi, nonché la posizione strategica dei Balcani nei corridoi energetici e nella infrastruttura dei trasporti transnazionale.
Nell’ambito dei Tirana Talks – Vienna Economic Forum (nato nel 2004), il giorno dopo, 28 maggio, si è ufficializzato questo riavvicinamento toccando propriamente i progetti futuri. In esclusiva, si fa riferimento all’autostrada Tirana-Belgrado , passando per il Kosovo, funzionale e simbolica. Serbi e albanesi, monitorati dalla Germania e procedendo sotto gli occhi dell’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer chiedono fondi esteri e investimenti. Hanno finalmente capito che possono diventare seriamente strategici per se stessi e l’Europa. In un contesto di crisi delle frontiere europee, della crisi profonda, difficilissima in Ucraina e nelle ex repubbliche sovietiche, con conseguenze economiche enormi per tutti, i balcanici provano a elevare le rispettive posizioni, cercando di attrarre investimenti, prestigio e credibilità.
Non è una passeggiata nella storia, si tratta di conflitti secolari, di diatribe territoriali e culturali radicalizzate. Si tratta di Berlino con lo sguardo puntato e, soprattutto gli albanesi, si ricordano bene un altro Berlino, quello del Congresso del 1878, quello degli Imperi ( Austria e Turchia) e delle grandi Potenze europee, quello a conclusione del quale gli albanesi si sono visti negati l’esistenza niente di meno che da Bismarck: “Non esiste alcuna nazione albanese”. Erano altri tempi, ma i Balcani si sono visti fare e disfare nei secoli da altri le loro esistenze. Ad ogni modo, era il mondo di ieri.

Usa-Russia: Obama conduce il gioco

EUROPA di

Dal G7, passando per il tour di Putin in Italia, finendo con gli allarmismi di una possibile degenerazione del conflitto in Ucraina. Il banco dei rapporti tra Nato e Russia sta rischiando più volte di saltare, anche se la palla, al momento, sembra essere nelle mani di Obama.

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Se la strategia di Washington in Medio Oriente nell’ultimo anno è stata quella di non fare emergere uno Stato predominante in termini di forza economica e leadership nel mondo arabo, in Europa le mosse sono state diverse. L’esclusione di Putin dal G7 e le dichiarazioni dei leader europei sul vincolo di nuove sanzioni verso Mosca se non venissero rispettati gli accordi di Minsk nascono da una precisa volontà.

Sulla disputa in Ucraina, sul nucleare in Iran, sui rapporti con l’Occidente, sotto il profilo dell’aumento delle postazioni Nato nei Paesi confinanti con la Russia, la strategia statunitense è una sola. Ovvero, Mosca deve trattare direttamente con Washington. E, quindi, tornare a quel bilateralismo conciso tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo. Con l’Europa, divisa anche sulle questioni di politica estera, costretta ancora di più ad un ruolo marginale. Con Stati come la Polonia o i Paesi Baltici che trovano negli Stati Uniti i primi difensori della propria sovranità nazionale. Con la stessa Casa Bianca che utilizza la crisi del Rublo e la forte inflazione russa come capi di imputazione nei confronti del Cremlino.

E l’Europa? Se la Cina costituisce un corridoio per non bloccare del tutto i rapporti commerciali con la Russia danneggiati dalle stesse sanzioni, dall’altra sta divenendo sempre di più un partner privilegiato per quanto concerne le questioni energetiche. Recente è, infatti, il secondo accordo, denominato “Western Route”, consistente nella costruzione di un gasdotto che colleghi la Siberia Occidentale a Pechino.

Se l’Europa ha, come si evince dal G7, accettato il ruolo di comprimario degli Stati Uniti, è ancora più evidente che il danneggiamento dei rapporti commerciali bilaterali ma, soprattutto, il possibile degenerare della questione del gas, potrebbero fare cambiare rotta politica ai leader del Vecchio Continente.

In questo senso, l’Ucraina, dove gli scontri sono ripresi ad un livello quasi pari alla fase precedente agli accordi di Minsk, diviene ancora una volta il pomo della discordia: “Se la crisi in Ucraina si aggrava – dichiara Maros Sefcovic, Vicepresidente della Commissione Europea e Responsabile Energy Union – e se la Russia chiude i gasdotti destinati all’Europa, possiamo resistere per 6 mesi. Ma credo che non convenga a Mosca, visto che siamo il loro principale cliente”, rivela ancora.

Le somme si tireranno verso settembre, con l’inverno ormai alle porte. Ma, al netto del sangue che continua a scorrere nel Donbass, il parziale riconoscimento delle autonomie delle regioni filorusse, a cominciare dalla Crimea, potrebbe, come in parte lasciano intendere gli accordi di Minsk, esse il motore per porre fine alla guerra civile in Ucraina, quindi alle sanzioni contro il Cremlino, quindi al braccio di ferro in stile guerra fredda tra Stati Uniti e Russia.

Il viaggio di Putin in Italia ha, in questo senso, un significato politico importante. Se con Renzi è stato ribadito l’importanza di un ritorno agli storici rapporti commerciali ed economici tra Roma e Mosca, ancora più rilevante è stata la visita presso Papa Francesco. Il leader russo spera di trovare u n appiglio nel Pontefice e nella sua volontà di una distensione tra mondo cattolico e ortodosso.

I rapporti con il Vaticano, la necessità di mantenere l’Europa come primo partner per la fornitura di gas, l’ostacolo delle sanzioni ad una ripresa economica russa. Se da una parte ci potrebbe essere un riconoscimento a livello internazionale delle autonomie delle regioni filorusse in Ucraina, la fine delle ostilità con Kiev e il rapporto diretto con Washington saranno determinanti per Putin affinché la Russia esca da questo isolamento.

Giacomo Pratali

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Giacomo Pratali
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