GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Cina - page 4

Libia: governo Tobruk colpisce petroliera a largo di Sirte

L’esecutivo riconosciuto a livello internazionale si è reso protagonista di una azione militare simile a quella contro il mercantile turco l’11 maggio scorso. I servizi segreti britannici, intanto, rivelano che la Francia e l’Italia sono diventate le corsie preferenziali dei foreign fighters che si arruolano tra le fila dell’Isis in Libia. Sullo sfondo, a sorpresa, si prospetta un intervento di ispezione e sequestro per i barconi partenti dalle coste libiche, sotto l’egida delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea.

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Ancora un bombardamento, stavolta contro una petroliera vicino a Sirte. Dopo l’attacco contro un mercantile turco l’11 maggio scorso, alcuni caccia del governo di Tobruk hanno colpito la nave che, secondo l’esecutivo riconosciuto a livello internazionale, stava trasportando il greggio per un centrale elettrica in mano ad un gruppo terrorista vicino al governo di Tripoli. In più, c’era il sospetto che l’imbarcazione trasportasse con sé armamenti per i ribelli. Due componenti dell’equipaggio sono rimasti feriti.

Intanto, i foreign fighters, secondo il rapporto pubblicato dall’intelligence britannica, hanno sviluppato una nuova strategia per arruolarsi nello Stato Islamico in Libia. Per evitare i rigidi controlli aeroportuali, questi aspiranti jihadisti giungono in Francia via mare e, una volta in Italia, partono alla volta di Tunisi via traghetto. Da qui, poi, raggiungono Sirte e Derna, le città controllate dall’Isis.

Oltre alla partita dei combattenti di origine occidentale reclutati dal Califfato, l’altro fronte caldo è quello relativo all’immigrazione. Mercoledì 20 maggio, il governo di Tobruk ha spedito una lettera alle Nazioni Unite in cui apre ad un’azione comune assieme all’Unione Europea “al fine di sviluppare un piano d’azione per affrontare la crisi degli immigrati nel Mediterraneo”.

Una sostanziale ammissione di “incapacità della Libia di ridurre le migrazioni illegali”. Ma anche parole importanti, che vanno ad assecondare quello che la risoluzione Onu in materia dovrebbe dire: no al bombardamento e sì all’ispezione dei barconi prima che partano dalla Libia.

Una missione che, secondo fonti diplomatiche, dovrebbe avere il consenso di tutte le
parti in causa libiche e, quindi, anche del governo di Tripoli. In questo senso, la missione del mediatore Bernardino Leon di ricucire lo strappo istituzionale libico diventa cruciale.

Il futuro della Libia e la questione migratoria appaiono dunque correlati. “Il punto principale è decidere le operazioni europee in mare per smantellare le reti criminali e il traffico di esseri umani nel Mediterraneo. L’accordo tra i due governi è essenziale”, ha affermato l’alto rappresentante Ue Federica Mogherini, in missione a New York per sollecitare la comunità internazionale a prendere una decisione rapida sulla politica da attuare nel Mediterraneo.

La partita interna al Consiglio di Sicurezza sarà decisiva nei prossimi giorni. Anche se, forse, già segnata. Tra i membri permanenti, la Russia è quella che si è opposta ad un intervento militare. Ma il Cremlino, così come Usa, Gran Bretagna, Francia e Cina, hanno dato il benestare ad un’operazione di polizia internazionale la quale, con solide basi legali, dia la “possibilità di ispezionare, sequestrare e neutralizzare le barche che sono sospettate di essere utilizzate per il traffico di migranti”, come recita il capitolo 7 della Carta Onu.
Giacomo Pratali

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Cina, Maitra: “Nessuna politica antiIslam: Xinjiang motore dello sviluppo economico”

Asia di

Lo sviluppo verso ovest. La questione degli Uiguri. La rinascita della Via della Seta. I rapporti con i Stati confinanti. Dal 2000, lo Xinjiang è divenuto per la Cina uno dei motori al servizio della sua preponderante crescita economica. Ma è anche una terra in cui l’identità e la religione locale, l’Islam, rischiano di scontrarsi con gli Han, la maggioranza etnica del Paese. Per affrontare questi temi, European Affairs ha intervistato Ramtanu Maitra, analista presso la sede statunitense della rivista Eir. Inoltre, egli collabora regolarmente con tre trimestrali indiani nel settore della Difesa: Aakrosh, Agni e The Indian Defence Review. In passato, ha scritto per la redazione online di Asia Times.

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Per gli Uiguri, le questioni indipendentiste e religiose vanno di pari passo?

“La religione non è sicuramente la questione più importante per gli Uiguri. Essi non sembrano pronti a sacrificare le proprie vite per salvaguardare la loro religione. Ma quando altri fattori entrano in gioco, come lo spostamento in massa degli Han nello Xinjiang da parte di Pechino, l’identità religiosa viene messa in mostra. In particolar modo, i seguaci dell’Islam, molti dei quali sono stati vittime del colonialismo occidentale in passato, hanno iniziato a riaffermarsi negli ultimi anni e a mostrare la forza della propria religione come un’arma efficace. Pechino ha mostrato poca sensibilità nei rapporti con i musulmani e non sembra comprendere che disonorarli, perfino in un Paese come la Cina dove i musulmani sono un ridottissima minoranza. Non permettere agli Uiguri, perfino a quei pochi impiegati come dipendenti, di non digiunare durante il Ramadan è una pratica che potrebbe ricompattare gli Uiguri più determinati e portarli in diretto contatto con gli islamici più radicali, i quali sono pronti a dichiarare la Jihad contro qualsiasi Paese non islamico”.

“Sono dell’opinione che la maggioranza degli Uiguri non abbia interesse ad arrivare all’indipendenza. Ci potrebbe essere qualcuno che, invece, è interessato, ma la gran parte di loro non vuole semplicemente essere inglobato dagli Han. Da quando Pechino ha adottato la politica dello sviluppo almeno di una minima parte dell’ovest del Paese (ovvero lo Xinjiang), in modo da poter accedere all’Asia Centrale, Meridionale e Sudorientale, questo ha portato con sé, e lo porterà anche in futuro, molti Han ad emigrare verso lo Xinjiang. Questi Han sono lavoratori qualificati, hanno una migliore retribuzione e sono arrivati nello Xinjiang con l’intento di radicare il più possibile le proprie famiglie”.

“Questi sono i problemi riguardanti gli Uiguri. Tuttavia, mentre molti di essi assistono passivamente a questo cambiamento demografico, penalizzante nei confronti della maggioranza etnica nello Xinjiang (un caso non differente da quello che è accaduto e che accadrà in Tibet), alcuni di ribelleranno a questa politica di stato tesa a distruggere la loro identità, la loro cultura, il loro stile di vita e ad imporre la cultura della riverenza verso gli Han. Quest’ultimo gruppo di Uiguri potrebbe parlare di indipendenza, ma essi non possono montare un caso per giustificare la loro indipendenza contro una grande potenza come la Cina. Allo stesso tempo, gli Uiguri di ieri e di oggi, che hanno vissuto o vivono una vita molto dura, accolgono con favore lo sviluppo che Pechino sta portando nello Xinjiang. Non esiste la possibilità che gli Uiguri si uniscano sotto un solo ombrello in una causa molto astratta come l’indipendenza dalla Cina”.
Il ripopolamento dello Xinjiang, attraverso lo spostamento in loco degli Han avvenuto negli ultimi 15 anni, ha avuto l’effetto contrario rispetto alla volontà del governo di sopprimere le istanze degli Uiguri?

“La politica di Pechino di portare l’etnia Han ad abitare nello Xinjiang non mira ad indebolire l’etnia Uiguri. Come ho fatto notare in precedenza, la Cina ha bisogno di sviluppare un’infrastruttura che le consenta l’accesso verso la parte occidentale del Paese, dove ci sono grandi giacimenti di petrolio e gas che Pechino potrebbe utilizzare per sostenere e far crescere la sua economia. Il processo ha fatto riversare la migrazione di una enorme quantità di Han nello Xinjiang, la terra degli Uiguri. Il processo ha anche modernizzato, e continuerà a farlo ulteriormente, molte parti dello Xinjiang. Gli Uiguri trarranno beneficio da tutto ciò, ma, al tempo stesso, entreranno quotidianamente in contatto con gli Han, molti dei quali non hanno ancora ben compreso le cose da fare e da non fare nella religione islamica, la loro cultura e l’attitudine isolazionista degli Uiguri. Alcuni Han potrebbero sentirsi in qualche modo superiori agli Uiguri. Queste differenze potrebbero portare a scontri e conflitti di tanto in tanto, ma non c’è nessuna ragione per credere che, nel corso dei prossimi anni, questi due gruppi etnici non saranno in grado di vivere fianco a fianco”.

“Tornando al tema della domanda, io ritengo che la politica messa in campo da Pechino non abbia lo scopo di sopprimere l’etnia Uiguri, anche se non è comprensiva nei loro confronti. Pechino ha ritenuto che non ci fossero ragioni di fare sforzi a livello sociale per integrare gli Uiguri con il resto della Cina. D’altra parte, se la Cina volesse sopprimere gli Uiguri, perché non gli Han sono stati fatti emigrare nello Xinjiang tra il 1950 e il 2000? Questo non è accaduto semplicemente perché non aveva ancora adottato la nuova politica di sviluppo economico relativamente alla Via della Seta”.
Il fatto che dal 2012 oltre 200 cinesi siano andati a combattere in Siria, fa della Cina uno degli Stati più a rischio a proposito della minaccia jihadista?

“No, questo è assurdo. Se migliaia di fondamentalisti islamici non hanno rappresentato una seria minaccia per 64 milioni di britannici, perché 200 islamisti dovrebbero rappresentare un qualche problema per una nazione con 1,2 miliardi di abitanti? Questo non accadrà. La Cina non vuole utilizzare la forza per dialogare con gli Uiguri. La Cina vuole una “ascesa pacifica”. Atti violenti per frenare le rivolte degli Uiguri, per quanto piccole possano essere, verrebbero sottolineati con titoli da prima pagina dai media occidentali e sarebbero colte dai poteri forti in Occidente che intendono mostrare la Cina come spietata, intollerante agli altri gruppi religiosi e pronta ad esercitare l’uso della forza qualora non venisse seguito il proprio volere”.
Il passaggio della nuova Via della Seta e la presenza di risorse di gas e petrolio: l’aspetto economico è il vero motore della politica antiIslam di Pechino nello Xinjiang?

“In parte sì e in parte no. La Cina dovrà muoversi verso ovest se vuole arrivare al gas e al petrolio dell’Asia Centrale e della Penisola Arabia. Ma la Cina avrà anche bisogno di fare fruttare le risorse minerarie in funzione delle sue aziende produttrici in serie di una grande varietà di prodotti. Ma questa non sarà l’unica strada da perseguire. La Cina, con la sua ampia ed efficiente base di produzione, sarà attivamente alla ricerca di mercati in Asia Centrale e Sudoccidentale, Russia, Ucriana, Bielorussia, Crimea, Europa. Già nel Kyrgyzstan quasi tutti i prodotti venduti nei mercati hanno impressa la scritta “Made in China”. Questa è la parte affermativa della mia risposta”.

“La parte negativa, invece, è che la Cina non sta mettendo in atto nessuna politica antiIslam nello Xinjiang. Tutti i Paesi ad ovest di Pechino che sono in attesa di fornire alla Cina un accesso alle loro risorse energetiche e alle molte risorse di minerali, con l’eccezione d Russia e Georgia, sono tutte nazioni musulmane: Afghanistan, Pakistan, Iran, Turchia e l’intera Penisola Arabica”.
Giacomo Pratali

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Cina, controllo dei mari e sicurezza nazionale

Asia di

Da molti ritenuta l’avversario più temibile per gli Stati Uniti, da altri il suo erede, la Cina ha subito profonde rivoluzioni sociali, economiche, nelle corporations. La prossima frontiera di competizione saranno i mari – in cui rischia la collisione con gli Stati Uniti – il controllo delle rotte commerciali e la sicurezza degli approvvigionamenti da cui dipende la sopravvivenza della nazione.

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Per difendere i suoi interessi commerciali e competere con potenze vecchie e nuove (Giappone, India, Stati Uniti ecc) la Cina ha da anni avviato un processo di rinascita e riammodernamento della propria flotta navale militare in parallelo con la sua crescita economica. La difesa degli interessi nazionali viaggia anche attraverso il potenziamento del potere navale, declinato anch’esso in soft e hard power. Contratti commerciali, joint ventures, porti ed infrastrutture in grado di contenere e sopportare il peso di flussi sempre più intensi ma soprattutto una politica di vicinato che sarà supportata da una flotta sempre più ricca e tecnologicamente avanzata. La prima portaerei cinese, la Liaoling, è stato il primo grande passo verso la riappropriazione e riaffermazione nel Mar Giallo, nel Mar Orientale Cinese e in quello Meridionale e la difesa di un’area che ha incontrato già le prime opposizioni.

La Cina si affaccia sul mare per oltre 14.000 km ed ha pretese su una superficie molto vasta dei mari che la circondano (circa il 90% del mare Cinese Meridionale), compresi alcuni arcipelaghi che le garantirebbero di estendere la propria sovranità in maniera considerevole (sarebbero comprese anche le isole Senkaku, Paracel e le Spratly). Le ragioni risiedono nella presenza di ricchi giacimenti off-shore di petrolio e gas, ricche riserve di pesca, possibilità di estendere la sua influenza su superfici che pur non essendo popolabili (se sei escludono alcune isole naturali e le isole artificiali) sono però la rappresentazione pratica di una volontà politica che è volontà di potenza (in questo caso una rinata potenza). Insomma, le acque territoriali arriverebbero a lambire le coste di Vietnam, Malesia, Brunei, Filippine e Giappone: la Cina così facendo creerebbe una sorta di piscina privata di fronte le sue coste.

Per garantire una presenza ed una sicurezza costanti è interessante notare come l’uso di soft e hard power si sia fatto sempre più complesso: forza economica, forza lavoro da esportare, trattati commerciali e flussi di merci da un lato, gara all’innovazione tecnologica civile e militare, presenza nei mercati energetici dall’altro). Le basi navali cinesi, infatti, ne sono dimostrazione. Osservando la loro dislocazione si può capire in che modo la proiezione dell’interesse nazionale cinese sulle acque del mare Cinese Meridionale possa essere una potenziale fonte di tensione e scontro con i Paesi che si affacciano sullo stesso mare e con gli Stati Uniti. Esse sono dislocate a nord ed a sud della nazione: a nord quelle di Qingdao e Dinghai proprio in corrispondenza di Korea del Sud e Giappone (dove sono presenti le basi navali statunitensi di Chinhae, Sasebo, Okinawa e la settima flotta navale), a sud in prossimità delle installazioni navali americane di Cam Ranh Port in Vietnam e la più lontana Singapore. E’ chiaro che una presenza nell’area sarebbe in grado di ottenere effetti positivi per la sicurezza cinese non tanto in vista di un confronto militare (che per quanto improbabile ed altamente sconsigliabile non può essere escluso a priori) quanto per una più sicura proiezione temporale che vedrebbe la sua crescita economica beneficiarne direttamente. Non si tratta, qui, di gareggiare contro rivali ormai noti. Si tratta invece di garantire un futuro sicuro alla nazione: la riformulazione del diritto per l’adeguamento agli standard internazionali, la rivoluzione sociale e culturale e la riconversione delle aziende devono necessariamente essere sostenute da una visione che, senza un continuo afflusso di energia, non potrebbe essere perseguita.

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In questo campo la Cina ha scoperto che per continuare la sua inarrestabile crescita economica ha bisogno di ancora più energia (i trend di crescita che lasciavano sgomenti alcuni anni addietro saranno probabilmente in calo nel prossimo futuro ma tenderanno a rimanere su valori comunque superiori a quelli di molta parte del cosiddetto mondo sviluppato): la popolazione negli ultimi decenni ha fatto registrare flussi sempre maggiori in direzione delle grandi metropoli che, quindi, per poter reggere gli stress sociali ed industriali necessitano di approvvigionamenti e disponibilità continua di energia. La modernizzazione ha fatto i conti con un impianto industriale basato su produzioni non adeguate alle sfide della globalizzazione (economia pianificata, accentramento del potere e del decisionismo governativo), assenza di compagnie private in grado di portare valore aggiunto alla diversificazione del sistema nel complesso, una classe politica ancorata a vecchi schemi. Ma una volta tornata sullo scenario mondiale la Cina (tra sottosviluppo rurale, povertà, crescita demografica, forza lavoro competitiva, economia sommersa) ha dovuto recuperare un gap enorme accumulato durante decenni in cui, per potersi risollevare internamente e costruire un sistema nazione autosufficiente, ha lasciato da parte il mondo che la circondava. Ora, però, quella striscia di mare che lambisce le coste di Cambogia, Filippine, Malesia va in qualche modo blindata attraverso la presenza di sottomarini (meglio se capaci di lanciare missili con testate nucleari), navi, portaerei; va rivendicata territorialmente, anche se ciò cozza con le limitazioni stabilite dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che prevede un intricato sistema di spartizione delle zone economiche esclusive dei vari Paesi rivieraschi e all’interno della quale le rivendicazioni cinesi si allargherebbero rendendola carta straccia. Ciò che è importante riportare è che buona parte del commercio mondiale attraversa queste acque connettendo lo stretto di Aden con l’Oceano Indiano, passando attraverso lo stretto di Malacca (500 miglia nautiche di percorrenza lo rendono lo stretto più lungo del mondo utilizzato per la navigazione commerciale) per trasportare merci e petrolio fino ai porti cinesi e viceversa.

 

L’intera zona è, a ragione delle rivendicazioni cinesi (forse non abbastanza per sovvertire l’attuale stato delle cose) interessata storicamente dai traffici navali dell’ex impero, che hanno sviluppato assieme al commercio della Cina anche i porti dei Paesi vicini e fatto di questa rotta una delle più trafficate al mondo. Una delle tecniche che il governo cinese sta utilizzando per assicurarsi una predominanza sui mari è quello della costruzione di isole artificiali. Queste infrastrutture costituiscono una sorta di intermezzo momentaneo che separa la loro nazione dal controllo del mare Cinese Meridionale e che sono un’estensione del territorio della Repubblica Popolare. Vengono costruite attraverso materiale incanalato in condotte apposite che per mezzo di numerose draghe esportano sedimenti dal sottosuolo per poi depositarli ove il fondale consente un rapido accumulo degli stessi. Numerose sono le affermazioni succedutesi da Washington e dai governi interessati affinché il governo cinese limiti queste operazioni. Sin dalle pronunce di Hillary Clinton gli Stati Uniti, coscienti della distanza geografica che li separa da questo quadrante sempre più caldo, hanno approcciato la questione seguendo una politica il cui obiettivo è quello di coinvolgere tutte le parti interessate. Questo significa coinvolgere anche gli Stati Uniti, che hanno una forte presenza nell’area. Si è quindi più volte parlato di “multilateralismo”, ma il governo di Pechino sembra rigettare al mittente la proposta. L’impressione è che agendo singolarmente, cercando quindi di gestire le dispute volta per volta (con Stati che a volte soffrono di un certo timore nei confronti di Pechino) e lasciando la proposta negoziale da parte, si cerche di arrivare ad una soluzione più equa e ovviamente più congeniale al volere cinese.

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I motivi di questo decisionismo (che ha però radici storiche ben piantate nella cultura cinese) sono vari. Proviamo a delinearne alcuni:

  • Ritorno sulla scena internazionale dopo un lungo periodo di isolazionismo (oltre alla mai sopita competizione con l’Impero del Sol Levante e l’ingombrante presenza statunitense).
  • Nelle zone contese si incrociano non solo le volontà di potenza dei Paesi ma, più pragmaticamente a sovrapporsi sono le zone di identificazione degli spazi aerei e le zone economiche esclusive di Cina e Giappone (oltre che delle altre nazioni). Proprio il giacimento di gas di Chunxiao è situato all’interno delle due aree. Il problema che si pone è dunque non solo di tipo navale, marittimo, ma anche relativo agli spazi aerei. Qui la questione della rivendicazione di sovranità è affrontata anche attraverso una corsa alla supremazia dell’aria.
  • La Cina è attualmente una potenza non in grado di sfidare gli Stati Uniti a viso aperto. Deve quindi rafforzare la propria struttura interna sociale ed economica (il che, però, prevede ulteriori investimenti interni per la lotta contro la povertà diffusa ad esempio) e per farlo ha bisogno di una sistema Paese che al momento è ancora in fase di costruzione. Internamente è un Paese diviso e quindi debole.
  • Presenza di risorse energetiche diffuse nelle regioni su cui vanta sovranità. Questo vorrebbe dire diversificare provenienza e rotte per la fornitura di petrolio e gas, quindi una minore dipendenza dalla Russia e dal medio Oriente (in questo caso bilanciata da un maggiore controllo commerciale e militare delle rotte navali).
  • Disporre di una vasta superficie su cui effettuare addestramenti ed operazioni congiunte, oppure testare le proprie armi. Una presenza militare servirebbe indubbiamente a garantire una cornice di difesa e sicurezza maggiore sotto due aspetti: garantirebbe maggiore presenza e peso politico/militare nell’area; garantirebbe le rotte commerciali che trasportano il petrolio del medio Oriente e costituiscono la linfa vitale del commercio da e per la Cina.
  • Le riserve di pesca presenti nelle acque del Mare Cinese fornirebbero sussistenza ad una parte significativa della popolazione, prevenendo così possibili rivolte e tensioni sociali dovute all’eccessivo sfruttamento e quindi alla riduzione delle riserve presenti.

 

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Francesco Danzi

Usa, tra l’accordo sul nucleare con l’Iran e i possibili retroscena

Medio oriente – Africa di

Raggiunto l’accordo tra i Paesi “5+1” e l’Iran. Stabiliti i punti base. Le sanzioni contro Teheran saranno revocate. L’intesa con lo Stato sciita sembra, però, stonare con la contemporanea offensiva di alcuni Stati sunniti nello Yemen. Sembra perché questo quadro geopolitico caotico va a vantaggio degli Stati Uniti.

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Giovedì 2 aprile Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania hanno trovato l’intesa storica sul nucleare con l’Iran, il quale vede cessare l’embargo impostogli. I parametri di base sono da stabilire entro il 30 giugno, ma i punti dell’accordo sono chiari. L’attività di Teheran sarà tenuta sotto controllo per i prossimi dieci anni (prorogabili a 25), periodo entro il quale dovranno essere ridotte a 6 mila (75%) le centrifughe in azione. Le riserve di uranio già presenti saranno portate all’estero o diluite. Infine, il capitolo delle sanzioni finanziarie e petrolifere: Stati Uniti ed Europa le revocheranno dopo la verifica dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Se Obama parla di più sicurezza “per il nostro Paese e i nostri alleati”, dello stesso tenore sono le dichiarazione del rappresentante Ue Mogherini (“Questo accordo garantisce che l’Iran non svilupperà il nucleare”) e del ministro degli Esteri di Teheran (“Abbiamo trovato le soluzioni per i parametri chiave”).

Ma se l’accordo è senz’altro un cambio radicale dopo anni di rapporti freddi tra Stati Uniti e Iran, lo stesso non si può dire per altri Paesi. Il presidente israeliano Netanyahu attacca parlando di “errore storico” a favore di un Paese che sta commettendo “atroci azioni in Siria, Iraq, Libano e Yemen”.

Ed è proprio il caso Yemen a stonare con questa intesa. In queste ultime ore, infatti, la coalizione sunnita guidata dall’Arabia Saudita, con il consenso e il conseguente l’appoggio logistico degli Stati Uniti, sta sferrando una massiccia offensiva militare contro i ribelli sciiti Houti, sostenuti dallo stesso Iran.

Questo sembra andare nella direzione opposta rispetto all’accordo sul nucleare, così alla collaborazione nella lotta allo Stato Islamico in Siria e Iraq. Ma è solo apparenza. L’obiettivo degli Stati Uniti in Medio Oriente, come riportato nel rapporto della National Security americana di febbraio, è quello di non fare emergere nessun attore geopolitico di primo piano in quest’area. E, al tempo stesso, non prendere parte in maniera attiva alle azioni militari: vedi i casi già citati in Yemen, Iraq e Siria. Un obiettivo finora raggiunto.

Giacomo Pratali

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Giacomo Pratali
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