GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Mar Cinese Meridionale: quali scenari dopo la sentenza dell’Aja

Asia/BreakingNews/Sud Asia di

Le previsioni sono state rispettate: La Corte Permanente di Arbitrato dell’Aja, interpellata dalle Filippine in difesa delle proprie aree di pesca, si è espressa ieri con una sentenza che soddisfa Manila e disconosce le rivendicazioni di Pechino sulle isole del Mar Cinese Meridionale. La Corte ha stabilito che l’espansionismo cinese viola la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), un accordo internazionale che regola il diritto degli stati sugli oceani, sottoscritto da 166 nazioni, Cina compresa.

Come era altrettanto prevedibile, considerate le dichiarazioni dei leader cinesi prima del verdetto, il gigante asiatico non intende rispettare la sentenza della Corte, alla quale non ha mai voluto riconoscere alcuna giurisdizione sulla disputa marittima che coinvolge i principali paesi del sud-est asiatico, oltre a Giappone, USA e, più marginalmente, Australia.

La cosiddetta “linea a nove tratti” rivendicata da Pechino copre il 90% del Mar Cinese Meridionale e trova la sua traballante giustificazione storica nel controllo dell’arcipelago delle Isole Paracelso, sottratto militarmente al Vietnam nel 1974. Negli ultimi tre anni la Cina ha rafforzato unilateralmente la sua posizione costruendo atolli artificiali lungo le barriere coralline, su cui ha poi installato avamposti civili e militari e lingue di asfalto a pelo d’acqua per l’atterraggio dei propri apparecchi.

Di fatto, la sentenza agita ulteriormente le acque in un teatro geopolitico già soggetto a tempeste frequenti. La Cina è convinta che nessun atto di tribunale potrà mai mettere in discussione i suoi interessi nazionali nell’area. Del resto, la Corte internazionale dell’Aja non dispone di alcun strumento vincolante per obbligare Pechino a rispettare la sua sentenza. Il governo cinese però teme che il giudizio favorevole alle Filippine possa innescare un domino di ricorsi da parte degli altri paesi le cui coste si affacciano sul tratto di mare conteso, tra i più importanti al mondo dal punto di vista ittico e commerciale. Gli USA, dal canto loro, potrebbero usare la sentenza per tornare all’attacco sul fronte della libertà di navigazione, il vessillo che Washington porta avanti per salvaguardare i propri interessi economici e militari nell’area.

La risposta di Pechino sarà probabilmente più importante della sentenza stessa e potrebbe indicare la strada dei rapporti futuri tra la potenza egemone dell’area e il blocco di nazioni che tenta di contenerne l’espansione. La domanda è: cosa farà la Cina? Cercherà di indirizzare lo sviluppo degli eventi a suo favore o tenterà altre azioni unilaterali, anche a costo di esacerbare le tensioni?

Pechino potrebbe decidere di essere accomodante e, pur senza accettare pubblicamente i principi della sentenza, potrebbe mitigare le proprie posizioni, fermando la costruzione delle isole artificiali e riconoscendo il diritto di pesca dei paesi circostanti nelle acque contese. Sul lungo periodo un atteggiamento conciliante potrebbe giovare alla crescita del paese, garantendo la pace e favorendo la nascita di un sistema legale internazionale sensibile ai suoi interessi.

Gli eventi potrebbero però prendere la direzione opposta. La Cina potrebbe rifiutare la sentenza e con essa rigettare i principi dell’UNCLOS, accelerare la costruzione delle isole artificiali e rafforzare gli avamposti militari, mostrando i muscoli alle Filippine e agli altri paesi dell’area ASEAN.

Pechino potrebbe anche optare per una terza via: far finta di nulla e ignorare la sentenza. Ma per cementare la sua leadership la Cina ha bisogno di produrre regole, non di ignorarle, offrendo un’immagine di affidabilità sul piano del diritto internazionale. Un atteggiamento propositivo è l’unico che le permetterebbe di convincere gli altri paesi asiatici a riconoscerle un ruolo di guida nel medio e lungo termine.

Tutti gli attori coinvolti dovrebbero dunque accettare apertamente o tacitamente i principi soggiacenti la sentenza senza che nessuno ne demandi l’immediata attuazione. La Cina così avrebbe tempo di adattare gradualmente le sue iniziative ai nuovi principi, in nome della stabilità politica e dell’affermazione di un diritto internazionale all’interno del quale costruire la propria supremazia.

Al momento però non è facile immaginare tanta ragionevolezza, perché il gigante asiatico si nutre anche di nazionalismo e revanscismo nei confronti delle potenze occidentali e filo-occidentali, che nel passato hanno utilizzato il guanto di ferro per imporre i propri interessi alla Cina. Le dichiarazioni ufficiali pronunciate poco prima del verdetto per bocca del Ministro della Difesa non sono sembrate concilianti. Le forze armate si impegnano infatti a “salvaguardare fermamente la sovranità nazionale, la sicurezza, i diritti e gli interessi marittimi, a sostenere la pace e la stabilità, e ad affrontare ogni tipo di sfida e minaccia”.

Oggi Pechino si sente forte come non mai e potrebbe decidere di sfidare le regole comuni per  costringere gli avversari ad accettare le sue. In questo caso anche la pace stessa sarebbe a rischio, perché un incremento delle costruzioni di infrastrutture civili e militari nel Mar Cinese Meridionale rafforzerebbe la deterrenza ma moltiplicherebbe le occasioni di incidenti con gli USA e i suoi alleati. L’escalation, a quel punto, potrebbe rivelarsi rapida e incontrollabile.

Gli Usa mettono in guardia la Cina

Asia/BreakingNews di

Gli Stati Uniti hanno deciso di mostrare i muscoli nel Mar Cinese Meridionale per rassicurare gli alleati regionali e lanciare un chiaro messaggio alla Cina, le cui mire sull’area appaiono sempre più esplicite.

Due Carrier Strike Group americani, composti ognuno da una portaerei e diverse navi militari di grandi dimensioni, hanno iniziato sabato scorso una serie di esercitazioni militari nelle acque territoriali delle Filippine, alleato chiave nella disputa per il controllo dei mari asiatici meridionali.

I drill hanno coinvolto le portaerei a propulsione nucleare Ronald Reagan e John C. Stennis, 12 mila marinai, 140 velivoli e altre sei navi da battaglia, a pochi giorni dalla sentenza che una corte internazionale si appresta a emettere in merito alle rivendicazioni cinesi sul tratto di mare conteso. Il messaggio è chiaro: gli USA non intendono lasciare campo all’avversario cinese e gli alleati regionali, a partire dalle Filippine, non saranno lasciati soli di fronte alle pressioni di Pechino.

Le navi americane hanno iniziato a svolgere esercitazioni di difesa aerea, sorveglianza marittima e attacco a lungo raggio, mettendo in mostra la propria potenza di fuoco a poca distanza dalle acque contese, nelle quali la Cina continua le proprie attività costruttive di atolli artificiali a scopo civile e militare.

L’intento delle esercitazioni, nel linguaggio formale dei bollettini informativi della marina militare, sarebbe quello di promuovere la libertà di navigazione e di sorvolo nelle acque e nei cieli dell’area. Le dichiarazioni che giungono dai comandi chiariscono meglio lo scopo dei drill: “Questa è per noi una grande opportunità, per prepararci ad operare con CSG (Carrier Strike Group) multipli all’interno di un ambiente conteso”, ha spiegato l’ammiraglio John Alexander.

Da parte filippina, la mobilitazione militare è la dimostrazione lampante che gli Stati Uniti sono determinati a prestare fede all’”impegno corazzato”, ribadito in più occasioni, in favore dell’alleato asiatico. “Accogliamo con favore la cooperazione e la forte partnership con i nostri amici ed alleati, alla luce della disputa nella quale i nostri legittimi diritti sono stati oltrepassati”, ha affermato Peter Galvez, portavoce del Dipartimento di Difesa filippino.

Il riferimento è alla sentenza, attesa nel giro di poche settimane, con cui la Corte di Arbitrato Permanente dell’Aia dovrà esprimersi sulla legittimità delle rivendicazioni di Pechino nei confronti delle acque del Mar Cinese Meridionale, una delle aree navigabili più importanti del mondo, sotto il profilo economico e strategico, sulla quale affacciano anche Vietnam, Malesia, Brunei e Taiwan e su cui convergono gli interessi di Cina, USA e Giappone.

La sentenza sarà probabilmente favorevole alle Filippine, che si erano rivolte al tribunale internazionale per tentare di contrastare l’espansionismo cinese. La Cina, dal canto suo, ha deciso di ignorare la corte, alla quale non riconosce alcuna giurisdizione sulla materia, e non ha preso parte al dibattimento.

 

Luca Marchesini

 

Cina: Xinjiang, bilinguismo per ridurre tensioni etniche

Asia/BreakingNews di

L’apice della tensione etnica nella Regione autonoma dello Xinjiang, in Cina, si raggiunse nel luglio 2009, quando nella capitale Urumqi  migliaia di uiguri si scontrarono con gruppi di etnia han. Le forze di polizia, inviate a sedare gli scontri, si trovarono ben presto a fronteggiare entrambi gli schieramenti e risposero duramente. Secondo le cifre ufficiali diffuse dalle autorità cinesi le sommosse si conclusero con 197 morti e 1721 feriti. Altre fonti, vicine agli Uiguri, affermano che le vittime furono in realtà alcune centinaia. La stessa Human Rights Watch testimoniò che vi furono rastrellamenti della polizia nei giorni successivi agli scontri, con la successiva scomparsa di decine di militanti di etnia uigura.

La tensione tra Uiguri e Han va avanti da molti decenni, di fatto da quando, nel 1949, l’Esercito di Liberazione Popolare prese il controllo di quella che veniva chiamata la Seconda Repubblica del Turkestan Orientale, annettendola alla nascente Repubblica Popolare Cinese. Che si sia trattato di invasione imperialista o di annessione pacifica con il beneplacito degli abitanti è da allora tema di discussione e scontro. Di certo, il forte movimento indipendentista che dice di rappresentare il 45% della popolazione di etnia uigura e religione musulmana contro l’invadenza sociale e demografica della Cina degli Han, il gruppo principale dell’intero paese, si è sempre battuto per preservare la specificità culturale delle minoranze dello Xinjiang arrivando più volte allo scontro aperto con le autorità dello stato centrale.

Dal 2009 non si sono più ripetuti episodi di simile gravità, ma gli incidenti non sono mancati e le tensioni permangono. Gli Han, che rappresentano il 41 % della popolazione contro il 45 % degli Uiguri, lamentano discriminazioni su vari fronti, tra cui quello lavorativo. Gli Uiguri e le altre minoranze della la più grande divisione amministrativa della Repubblica Popolare continuano invece ad opporsi a quello che considerano l’imperialismo culturale cinese, il cui principale strumento viene identificato nell’imposizione della lingua mandarina come idioma ufficiale ai danni delle lingue autoctone di derivazione turcomanna.

Per allentare le tensioni e tentare di avviare un processo di pacificazione etnica, le autorità centrali hanno deciso di promuovere una campagna per la diffusione del bilinguismo in età prescolare, così da permettere alle nuove generazioni di padroneggiare sia il mandarino che la lingua indigena. Lo Xinjiang potrà dunque usare fondi del governo centrale per portare da due a tre anni il periodo di educazione prescolare bilingue previsto per le aree rurali nel quadriennio 2016-2020. Lo scopo è portare l’85% dei bambini della regione, entro il 2020, ad avere accesso a questi programmi.

Lo stanziamento previsto per il primo anno è di 154 milioni di dollari, per la costruzione di 552 asili bilingue nella regione autonoma, a partire dalle zone rurali del sud.

 

Luca Marchesini

Cina: rinnovato sistema sorveglianza cittadini

Asia di

La Cina, come tutti i sistemi autoritari, ha la necessità costante di tenere sotto controllo i propri cittadini, per monitorarne i comportamenti, anticipare possibili conflitti e predisporre soluzioni adeguate ai problemi.

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L’ostacolo principale, per il gigante asiatico, è la sua stessa dimensione. Approntare standard di sorveglianza efficaci per un miliardo e 375 milioni di abitanti non è evidentemente un compito semplice. Le autorità del governo centrale hanno però messo a punto un nuovo sistema che potrebbe rendere i meccanismi di controllo maggiormente efficienti.

Il suo nome è “sistema di gestione a griglia” e, una volta implementato su scala nazionale, potrebbe consentire al Partito Comunista Cinese di esercitare una capacità di sorveglianza mai sperimentata prima.

Fino ad oggi, le informazioni raccolte dalle autorità cinesi provenivano da una pluralità di fonti diverse. L’eccessiva articolazione, unita alla spaventosa mole delle informazioni, rendevano l’analisi dei dati raccolti complessa e farraginosa. Negli ultimi cinque anni la Cina ha dunque lavorato su un programma all’avanguardia capace di razionalizzare tale analisi, facendo affidamento su un database ordinato e coerente al suo interno.

Il cardine del nuovo sistema è l’amministratore di griglia. Su ogni centro abitato viene applicata una griglia, composta da un certo numero di quadranti. Nel caso di una grande città, i settori saranno anche migliaia. Ogni amministratore, su mandato delle autorità, ha il compito di tenere sotto controllo un quadrante e le abitazioni al suo interno, fino a un massimo di duecento.

Il funzionario raccoglie informazioni relative ad ogni caseggiato di sua competenza e le inserisce in un apposito formulario che andrà poi a comporre, insieme agli altri, un enorme database complessivo.  I dati possono riguardare i prezzi degli affitti, il numero di abitanti, i loro luoghi di lavoro, a che ora escono da casa e a che ora rientrano.

L’amministratore ha anche il compito di tenere occhi ed orecchie aperte, per registrare eventuali lamentele o proteste da parte dei cittadini, su qualunque argomento. Ogni rimostranza viene poi trascritta sul database come possibile minaccia. Le autorità, locali o centrali, analizzando i dati così aggregati, potranno capire se in un certo territorio si stanno manifestando espressioni diffuse di malcontento ed intervenire d’anticipo, prima che la protesta monti ulteriormente. La risposta non sarà necessariamente poliziesca; quel che conta, per le autorità, è la prevenzione di ogni forma organizzata di conflitto e la salvaguardia della stabilità sociale.

La capacità di controllo sarà un elemento sempre più importante per il governo centrale, dal momento che il rallentamento della crescita economica e il consolidamento di un feroce sistema industriale sembrano destinati ad esacerbare le diseguaglianze economiche e sociali fra i cittadini e ad alimentare il fuoco della protesta.

 

Luca Marchesini

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Gli interessi strategici di Cina e USA entrano in collisione

Asia/BreakingNews/Sud Asia di

Negli ultimi dieci anni la Cina è cresciuta enormemente, ridefinendo il suo ruolo a livello economico e geopolitico ed assumendo i connotati di una vera potenza globale. Nonostante i grandi cambiamenti ed il ritmo serrato che li ha contraddistinti, gli imperativi strategici di Pechino continuano ad essere gli stessi, almeno in parte.

In cima alla lista figura ancora il mantenimento dell’unità interna nelle regioni dove prevale l’etnia Han, dislocate prevalentemente lungo il corso di due grandi fiumi, il Giallo e lo Yangtze. Questi territori ospitano la parte più consistente della popolazione cinese ed i settori principali dell’industria e dell’agricoltura nazionali. Mantenere l’unità in questa macro-area è vitale per garantire la coesione del gigante asiatico e consolidare il ruolo del Partito Comunista Cinese come forza egemone. L’obiettivo non è semplice, però. L’uniformità è solo teorica, poiché il gruppo etnico maggioritario del paese si differenzia al suo interno attraverso articolazioni di carattere culturale, sociale ed economico che rendono complicata la ricerca di un punto di equilibrio. Il rallentamento economico, inoltre, contribuisce a rendere il quadro ancora più complesso.

Un’altra sfida fondamentale riguarda il controllo delle regioni cuscinetto, quelle più periferiche, abitate in passato da popolazioni nomadi e caratterizzate, per molto tempo, da confini scarsamente definiti. Nel corso dei secoli la Cina degli Han ha combattuto con i suoi vicini, riuscendo infine ad integrare molte regioni periferiche, dalla Manciuria, fino alla Mongolia, passando per lo Xinjiang, il Tibet e lo Yunnan. Oggi queste aree sono strategiche per Pechino e contribuiscono a rendere il paese la potenza che è, ma pongono molteplici sfide per il potere centrale in termini di coesione e politiche etniche.

Il terzo anello della catena delle priorità fa riferimento  alla protezione delle coste, che si estendono per circa 18 mila chilometri dal Vietnam alla Corea del Nord. Per gran parte della sua storia la Cina ha fatto affidamento sulle dimensioni interne e sulle rotte commerciali terrestri per accaparrarsi le risorse necessarie, rivolgendo scarsa attenzione ai mari. Per lungo tempo, dunque, la Cina non ha voluto disporre di una forza navale potente, concentrandosi sulla difesa delle coste da terra e sviluppando sistemi di navigazione alternativi, attraverso un articolato sistema di canali interni. Oggi la situazione è mutata e la Cina sta rafforzando considerevolmente la sua flotta militare. In queste acque, però, la distanza dall’avversario americano è ancora notevole e le politiche di difesa si concentrano tutt’oggi sul rafforzamento delle protezioni costiere.

Accanto a questi tre imperativi storici, la crescita economica dell’ultimo decennio ha fatto emergere un quarto vincolo strategico: la difesa delle rotte commerciali, delle risorse e dei mercati dalle ingerenze straniere. Oggi la Cina importa almeno quanto esporta, non è più autonoma come un tempo. Il commercio con l’estero è diventato vitale, così come gli investimenti esterni volti ad acquisire tecnologie e know-how. L’affermazione di questo nuovo paradigma ha richiesto una maggiore presenza militare, finanziaria e politica a livello internazionale e ha portato inevitabilmente a una più diretta contrapposizione con gli Stati Uniti e i suoi interessi strategici.

Gli USA, a livello esterno, considerano vitale il controllo degli oceani e il contenimento delle potenze emergenti, la Cina in primis. Pechino, dal canto suo, crede che la propria stabilità economica possa essere messa a repentaglio dal dominio americano sui mari e sulle rotte commerciali e sta rafforzando la flotta per aumentare il peso della sua presenza.

Gli interessi strategici delle due potenze collidono e dall’esito dello scontro dipenderanno gli assetti geopolitici del futuro. La partita principale, al momento, si sta giocando nel Mar Cinese Meridionale dove la Cina reclama il possesso di alcuni arcipelagi per estendere il proprio controllo sull’area e limitare l’egemonia americana sui mari del’Asia meridionale. Gli USA considerano questa politica espansionista come una minaccia alla libertà di navigazione  e come un segnale di eccesiva aggressività da parte di una potenza crescente, sempre più difficile da contenere. Entrambi i paesi hanno le proprie ragioni ed entrambi sono spinti dall’imperativa difesa dei rispettivi interessi strategici.

La contrapposizione si è ormai estesa anche al campo della finanza internazionale. Grazie al potere del dollaro e dell’influenza che questo garantisce sui mercati internazionali, gli USA sono sempre stati in condizione di dettare le regole dell’economia internazionale, relegando la Cina ad un ruolo da comprimario. Per rompere il sistema, la Cina spinge per la creazione di un sistema alternativo di commercio e finanzia internazionale e cerca di accrescere il suo ruolo all’intero della Banca Mondiale e nelle altre istituzioni economiche internazionali.

In definitiva, gli interessi cruciali di Cina e Stati Uniti entrano in conflitto a diversi livelli, sia sul piano militare che su quello economico e nessuno dei contendenti può semplicemente aspettare che l’altro faccia le sue mosse. Il rischio dell’attesa sarebbe probabilmente superiore ai costi dell’azione. L’esito dello scontro non è ancora prevedibile e non sappiamo come evolveranno le attuali strategie. Quel che è certo è che uno dei contendenti, se non entrambi, dovrà rinunciare a una parte dei suoi obiettivi strategici.

 

Luca Marchesini

In Cina la lotta alla corruzione passa per il controllo dei media

Asia di

In Cina la corruzione è un problema diffuso, nonostante le pene draconiane che colpiscono i funzionari riconosciuti colpevoli di condotte illegali. Per limitarne la diffusione, il governo, su impulso del Presidente Xi Jinping, si appresta a lanciare un nuovo round del programma anti-corruzione avviato tre anni fa, moltiplicando gli sforzi rispetto al 2015. La Commissione Centrale per le Ispezioni Disciplinari (CCDI) prevede infatti di condurre oltre 100 controlli da qui alla fine dell’anno.

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La Campagna anti-corruzione annunciata da Xi Jinping è stata ampiamente pubblicizzata sui media nazionali. Il 19 febbraio scorso il leader cinese ha diffuso il suo messaggio attraverso le tre principali agenzie di informazione del paese: la Xinhua, la People’s Daily e la CCTV. Contestualmente, Xi ha voluto lanciare un avvertimento al mondo dell’informazione, affermando che i media nazionali devono dimostrare assoluta dedizione e lealtà nei confronti del partito e dunque, indirettamente, verso lo stesso premier. La risposta non ha tardato ad arrivare, nel segno di una volenterosa sottomissione. Le home page delle tre agenzie sono state rapidamente colonizzate da una profusione di lodi ed attestazioni di supporto nei confronti del partito e della sua guida, in vista dell’inizio della campagna.

Secondo gli analisti, l’iniziativa di Xi Jinping non punta semplicemente ad inasprire i controlli anti-corruzione, ma risponde ad un complessivo cambio di agenda politica nei confronti dei media. Il presidente vorrebbe operare un giro di vite sul mondo dell’informazione cinese, per meglio controllare la diffusione delle notizie. Ad avvalorare l’ipotesi ha contribuito Wang Qishan, membro del Comitato permanente del Politburo e capo della Commissione Centrale per le Ispezioni Disciplinari. Durante la conferenza di presentazione della campagna, Wang ha annunciato che sia il Ministero per la Propaganda che l’organo statale che si occupa di stampa, pubblicazione, radio, cinema e televisione (e che applica le direttive della censura) saranno messe sotto esame in modo approfondito. Un ulteriore avvertimento, neanche troppo velato.

L’operazione anti-corruzione, ad ogni modo, riguarderà tutti i gangli dell’ordinamento statale ed interesserà, stando agli annunci, 36 diversi organi pubblici distribuiti su tutti gli ambiti di competenza. Dalla giustizia all’agricoltura, dagli affari religiosi al turismo, nessuno potrà considerarsi al riparo dalle indagini degli ispettori governativi. Anche quattro governi provinciali saranno passati al setaccio.

Molti degli obiettivi posti nel mirino della Commissione sono legati alla gestione e all’applicazione delle politiche industriali. Il partito vuole così contribuire al raggiungimento degli obiettivi economici fissati per il 2016, a livello nazionale, riducendo i livelli di sovra-produzione e favorendo la fusione delle principali industrie di stato. Questi cambiamenti, considerata la loro portata, potrebbero generare malumori ed opposizioni all’interno degli enti statali interessati. Ed ecco che si chiarisce il ruolo dei media in questa storia. Un controllo più stretto sull’informazione garantirebbe una narrativa degli eventi favorevole e, dunque, una più ampia base di consenso per le trasformazioni in agenda.

Luca Marchesini

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Cina: sì a base navale nel Corno d’Africa

Asia di

Non solo infrastrutture civili per la Cina in Africa. Secondo quanto riportato il 25 febbraio scorso dalla Reuter, il gigante asiatico ha iniziato la costruzione di una base navale sulle coste del Gibuti la cui funzione, ufficialmente, sarà quella di supportare le missioni umanitarie, di peacekeeping, e di protezione nell’area del’Africa Orientale. Con questa operazione, la Cina diventerebbe il terzo paese, con Francia e Stati Uniti, ad avere una base militare navale a Gibuti, nella regione del Corno d’Africa, in posizione strategica sia dal punto di vista militare che da quello del controllo delle rotte commerciali. Ma al di là dell’ingranaggio, è il meccanismo complessivo quello che conta. La Cina vuole allargare progressivamente la propria sfera di influenza sullo scacchiere internazionale, mettendo in piedi un network di infrastrutture civili e militari che possano supportare operazioni su un piano che possa ben presto definirsi globale.

 

La nuova base, che dovrebbe nascere a Obock, sulle coste settentrionali di Gibuti, si troverà a 7700 chilometri da Pechino e sarà la prima installazione navale al di fuori dei confini nazionali. L’iniziativa dimostra come la Cina stia progressivamente calzando le scarpe della grande potenza e come la sua visione strategica si stia evolvendo, proiettandosi verso un futuro nel quale dovrà esercitare la sua leadership a livello mondiale.

 

La Cina già da diversi anni mantiene una presenza costante nell’area dell’Oceano Indiano e del Golfo di Aden e fa parte della missione ONU contro la pirateria, avviata nel 2008. Da allora le navi da guerra cinesi hanno attraccato nei porti di Gibuti oltre 50 volte e la nuova installazione risponderebbe, in prima istanza, all’obiettivo di garantire un punto di attracco e rifornimento maggiormente organizzato. Ma gli interessi cinesi vanno ben al di là delle operazioni anti-pirateria. Oggi, la nuova base potrebbe servire da snodo della catena logistica di supporto alle operazioni di peacekeeping sotto bandiera ONU in Africa. Domani, potrebbe diventare la testa di ponte per ogni intervento cinese nel continente, in difesa dei propri interessi strategici nazionali. Intanto, rafforzerebbe l’influenza cinese sull’Oceano Indiano, permettendo di organizzare missioni con velivoli di pattugliamento marittimo direttamente dalle coste africane.

 

Nel corso degli ultimi anni, l’attivismo cinese all’estero ha prevalentemente riguardato la creazione di infrastrutture civili e commerciali, sulla base di accordi bilaterali di collaborazione e sviluppo. La componente militare è sempre esistita, ma è rimasta a lungo sotto traccia. Oggi questo approccio sta cambiando e Pechino è sempre più intenzionata a pubblicizzare il dispiegamento della propria flotta al di là del mare domestico, dimostrando minori reticenze ad assumere apertamente un ruolo internazionale, anche a livello militare.

 

La base navale di Gibuti non sarà un semplice approdo di rifornimento, ma offrirà alla marina cinese ampie capacità logistiche. Con essa aumenterà la presenza cinese a terra, sarà possibile operare, presumibilmente, una manutenzione completa delle navi, saranno incrementate le capacità di trasporto e stoccaggio di munizioni e pezzi di ricambio, al suo interno saranno costruite strutture per gli equipaggi ed infrastrutture per l’aeronautica.

 

L’espansione cinese nell’area dell’Oceano Indiano non dipende, ovviamente, solo dal futuro di Gibuti. Le navi cinesi approdano regolarmente  in molti porti disseminati tra Sri Lanka, Pakistan, Oman, Yemen e Seychelles e, per il futuro prossimo, Pechino sta valutando la possibilità di stringere nuovi accordi con Kenya, Tanzania e Namibia per rafforzare e differenziare ulteriormente le proprie opzioni logistiche. Creare hub logistici integrati per la marina, in questi paesi, non sarà semplice però, per ragioni, di volta in volta, politiche, di sicurezza o di eccessiva concorrenza.

 

Al di là del Corno d’Africa e dell’Oceano indiano, la marina di Pechino ha allungato negli ultimi anni la gittata delle sue incursioni, visitando gli Stati uniti e diversi paesi europei, africani e dell’America Latina. I vascelli cinesi hanno attraversato il Canale di Suez, quello di Panama ed hanno doppiato capo Horn e Capo di Buona Speranza, per spingersi poi nelle acque del Mar Nero, del Mare del Nord e di Bering. Mentre le missioni navali si protraggono fino ai limiti delle acque navigabili del globo, aumenta la necessità di nuovi approdi affidabili, per il rifornimento e la logistica. Un esigenza destinata a diventare sempre più importante nei prossimi anni.

 

Per ora, la marina cinese continua a fare ampio affidamento sulle navi di supporto, per operare rifornimenti in alto mare quando necessario o per reintegrare le scorte di armi e materiali. In questo campo, gli investimenti cinesi sono aumentati in modo massiccio e quest’anno la marina ha varato due nuovi vascelli per il rifornimento in navigazione Type 903A. E’ stata inoltre avviata la costruzione del nuovo Type 901nei cantieri di Guangzhou. La nave, una volta ultimata, sarà capace di trasportare 45 mila tonnellate, un valore di carico mai raggiunto prima.

 

Se paragonata agli Stati Uniti, la Cina sta ancora compiendo i primi passi sulla via della realizzazione di un network logistico globale per la sua marina. La supremazia americana non si basa solo sul numero di navi ma anche sulla vasta disponibilità di porti amici in cui attraccare per fare rifornimento ed operare interventi di manutenzione. La Cina, per continuare a crescere sui mari e cementare il suo status di nuova potenza globale, dovrà concentrare i suoi sforzi nel rafforzamento delle capacità di rifornimento in mare e nella realizzazione progressiva di una propria rete di attracchi sicuri.

 

Il mare, per Pechino, è ancora troppo grande.

 

Foto: Wikipedia Commons

A Pechino più miliardari che a New York

Asia di

 

Era solo questione di tempo, in effetti. Nel 2014 avevamo assistito al sorpasso della Cina sugli Stati Uniti nella sfida del PIL, due anni più tardi un nuovo primato conferma il cambio di paradigma dell’economia mondiale ed il consolidamento del gigante asiatico  nel ruolo di nuovo leader.

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Secondo i dati raccolti da Hurun Report, un editore cinese specializzato nel campo del lusso, che ogni anno stila la lista dei super ricchi del paese, la capitale Pechino conta ormai un numero di miliardari superiore a quello vantato da New York. 100 a 95, è il risultato finale, ma a dare la misura del cambiamento non sono i cinque supermiliardari di differenza, quanto il “tasso di crescita” cinese. Nell’ultimo anno il club esclusivo dei miliardari di Pechino ha aperto le porte a 32 nuovi membri, a fronte di un aumento di soli 4 elementi dell’élite economico-finanziaria della Grande Mela. Al terzo posto, la Mosca dei nuovi e vecchi ricchi, con 66 miliardari registrati all’anagrafe del lusso.

La crisi dei mercati asiatici che nelle ultime settimane ha bruciato migliaia di miliardi non sembra dunque arrestare il processo di concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, come avviene in ogni paese capitalista che si rispetti. “Nonostante il rallentamento dell’economia e la crisi dei mercati – afferma Rupert Hoogewerf, capo ricercatore nonché Presidente  di Hurun Report – Pechino ha coniato più miliardari di qualunque altra città, nell’ultimo anno, soprattutto nella parte bassa della lista”.

Benché la sfida tra Pechino e New York appaia particolarmente simbolica, la Cina aveva già ottenuto il primato a livello nazionale lo scorso ottobre, come attestato  dalla stessa Hurun. Secondo i nuovi dati, appena pubblicati, il Dragone asiatico offre oggi alloggio e riparo a 568 miliardari, 90 in più dell’anno precedente. Per farsi un’idea, basta sapere che la ricchezza combinata di questi 568 Paperoni ammonta a 1400 miliardi di Dollari, pari al prodotto interno lordo dell’intera Australia. Di questi, il 40% ha meno di quarant’anni, un vantaggio anagrafico che peserà certamente sulle classifiche dei prossimi anni. Gli Stati Uniti, anche qui, hanno ormai ceduto il passo, con 535 miliardari a stelle e strisce, due in meno dell’anno precedente. Ed anche questo è un dato che fa riflettere.

A livello di ricchezza individuale però, gli alfieri cinesi non occupano ancora le prime file. Il più ricco, in Cina, è il magnate Wiang Jianlin, sostanzialmente sconosciuto fuori di confini nazionali. Wang è il presidente della Dalian Wanda Group, la maggiore impresa immobiliare cinese, e possiede la AMC Entertainment Holdings, il più grande gestore di sale cinematografiche al mondo. Il suo patrimonio personale ammonta a 26 miliardi, secondo Hurun Report, e nella classifica degli uomini più facoltosi del pianeta occupa la ventunesima posizione. Non abbastanza per surclassare personaggi come Bill Gates, Mark Zuckerberg e il finanziere Warren Buffet.

Anche in questo caso, immaginiamo, è solo questione di tempo prima che Jianglin e il manipolo di suoi connazionali superino le celebritties americane della ricchezza. Nel gruppo di testa figurano Jack Ma, fondatore del mega-portale di e-commerce Alibaba e i capi di giganti tecnologici come Tencent, Baidu e Xiaomi, che si prepara ad invadere i mercati occidentali con i suoi smartphone economici e tecnologicamente avanzati. Good Morning China.

 

Luca Marchesini

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Cina: missili su un’isola contesa

Asia/BreakingNews di

 

Il 14 febbraio scorso le immagini catturate da un satellite hanno mostrato la presenza di nuove installazioni di tipo militare su una piccola isola dell’arcipelago delle Paracels, nel Mar Cinese Meridionale, occupata dalla Cina e rivendicata dai suoi vicini, in particolare Taiwan e Vietnam. L’isola, un tempo denominata Woody sulle carte nautiche, venne annessa da Pechino nel 1956 con il nome di Yongxing.

Si tratta probabilmente di udue batterie HQ-9, capaci di armare otto missili terra aria-ciascuna, con un raggio di lancio che gli esperti stimano in circa 200 chilometri, in grado di colpire velivoli, missili da crociera e balistici. Il loro dispiegamento aggrava ulteriormente la tensione lungo le acque già agitate del Mar Cinese Meridionale, teatro da alcuni anni di una disputa territoriale su larga scala, con importanti risvolti politici, strategici ed economici, alla quale partecipano tutte le potenze della regione, Giappone compreso, e gli Stati Uniti, intenzionati a difendere  la propria libertà di navigazione militare e commerciale nell’area e a limitare le velleità espansionistiche di Pechino.

La rivelazione, diffusa ieri delle autorità di Taiwan, ha indispettito i cinesi che, in un primo momento, hanno tuonato contro le menzogne della propaganda filo-occidentale e, successivamente, hanno ribadito il proprio diritto ad installare armamenti di “auto-difesa” sulle isole abitate da personale civile e militare cinese, “secondo la legge internazionale”.

La preoccupazione maggiore, per gli americani ed i loro alleati nell’area, è che Pechino porti avanti un progetto unilaterale di militarizzazione nella regione, fortificando, ufficialmente a scopo difensivo, un numero sempre maggiore di isole e neo-isole artificiali, realizzate ex-novo dagli ingegneri cinesi attraverso massicce opere di drenaggio dei fondali sabbiosi, lì dove un tempo esistevano solo tratti semi-sommersi di barriera corallina.

L’isolotto di Yongxing in effetti già disponeva di una pista aerea e, nel novembre del 2015, i satelliti avevano catturato l’immagine di un jet militare cinese atterrato sull’avamposto. I missili terra area, secondo gli esperti interpellati dalla BBC, potrebbero essere un avvertimento rivolto al Vietnam, che continua a avanzare le proprie rivendicazioni sull’arcipelago, e agli Stati Uniti, dopo che, nel gennaio scorso, un incrociatore a stelle e strisce si era avvicinato alle coste dell’isola.

Per ora Pechino ha evitato di dispiegare installazioni militari sulle isole contese dell’arcipelago delle Spratly, molto lontano dalle acque territoriali cinesi  e incastonato tra Vietnam, Malesia e Filippine, che ne rivendicano a loro volta il possesso. Se l’escalation dovesse spingersi così a sud, quella cinese sarebbe percepita non più come una semplice provocazione ma come un atto ostile esplicito, con conseguenze difficili da prevedere.

La disputa relativa al Mar Cinese Meridionale è stata affrontata anche durante il vertice, appena conclusosi in California, tra gli Stati Uniti ed i paesi dell’ASEAN, l’organizzazione che riunisce gli stati del sud-est asiatico. Solo ieri il Presidente Obama, alla conclusione del meeting, aveva ribadito l’appello americano ad interrompere ogni ulteriore “ rivendicazione, nuova costruzione e militarizzazione”, riferendosi indirettamente alle attività cinesi nell’area. Obama ha anche affermato che gli USA continueranno “a volare, navigare ed operare ovunque sia consentito dalle leggi internazionali”, aggiungendo che gli Stati Uniti forniranno il loro supporto agli alleati nella regione perché possano fare altrettanto. Un supporto che è stato invocato esplicitamente, in modo abbastanza sorprendente, dal Primo Ministro Vietnamita durante il vertice. Il premier Nguyen Tan Dung si è rivolto direttamente a Obama per chiedere che gli USA abbiano “una voce più forte e mettano in campo azioni maggiormente funzionali ed efficaci”per ottenere l’interruzione di tutte le iniziative volte a cambiare lo status quo, riferendosi chiaramente ala Cina ed alle sue attività costruttive nell’arcipelago Spratly.

Lo scopo del vertice era quello di trovare nove soluzioni comuni per contrastare l’espansionismo di Pechino nel Mar Cinese Meridionale e preservare il diritto alla libera navigazione, interesse geopolitico prioritario per gli Stati Uniti in quella fetta di mondo. La scelta cinese di dispiegare di una batteria missilistica sull’isola di Yongxing in concomitanza con il vertice USA-ASEAN non è ovviamente casuale e tende a ribadire l’intenzione di Pechino di disporre come meglio crede dei territori sotto il suo controllo.

Per gli americani ed i suoi alleati l’escalation militare, anche se su scala ridotta, ha il sapore della provocazione. Un ufficiale americano ha dichiarato ai microfoni della CNN che il dispiegamento dei missili, avvenuto  a vertice in corso, è stato “un’ulteriore dimostrazione del tentativo unilaterale della Cina di cambiare lo status quo” nel Mar Cinese Meridionale. Sulla stessa linea il Giappone, che per bocca del Segretario Capo di Gabinetto Yoshihide Suga ha bollato come inaccettabile l’iniziativa di Pechino.

La disputa sembra destinata ad inasprirsi, soprattutto se la Cina deciderà di procedere nella creazione di infrastrutture militari sulle isole sotto il suo controllo, spingendosi ancora più a sud. Un’altra variabile in gioco riguarda le risorse energetiche e minerarie che potrebbero nascondersi sotto i fondali corallini. Le indagini geologiche e le trivellazioni non sono ancora iniziate, almeno ufficialmente, ma la scoperta di giacimenti di petrolio o gas naturali potrebbe compromettere ulteriormente i rapporti tra le potenze che si affacciano su quella fetta di oceano.

 

Luca Marchesini

 

Lo spleen di Pechino

Asia di

 

Per capire cosa sta succedendo in Cina possiamo partire da una notizia grottesca che arriva dal Nord America. L’azienda canadese Vitality Air aveva recentemente lanciato, un po’ per scherzo, un nuovo prodotto: bottigliette riempite con l’aria cristallina delle Rocky Mountains. Nel giro di pochi giorni le scorte sono andate esaurite e tutti gli ordini sono arrivati dalla Cina. Il paese sta infatti vivendo in queste settimane una vera e propria emergenza ambientale, a causa degli elevatissimi livelli di smog e polveri sottili registrati nelle principali città.

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Dopo l’allarme rosso decretato dalle autorità la scorsa settimana, che aveva paralizzato la capitale Pechino con la chiusura di scuole, cantieri ed uffici pubblici, la salute dei cittadini cinesi continua ad essere minacciata. Il problema è determinato dall’enorme consumo di carbone e di altri combustibili fossili che mantiene a regime la crescita economica del gigante asiatico. I gas di scarico delle automobili, nonostante quanto comunemente si creda, contribuiscono solo in parte alla formazione delle nubi maleodoranti che avvolgono Pechino e le altre grandi città delle regioni maggiormente industrializzate. Di fatto, il paese sta vivendo la sua rivoluzione industriale e il carbone, al pari di quanto avveniva in Europa nel XIX secolo, alimenta il motore dello sviluppo. Fatte le debite proporzioni, le ricadute su scala ambientale sono drammatiche e coinvolgono l’intero pianeta.

Dopo Pechino, anche Shanghai è stata avvolta da una spessa cappa di smog, martedì scorso. Nella capitale economica del paese l’indice di qualità dell’aria ha raggiunto il valore 300, considerato “pericoloso” per la salute dell’uomo con possibili ripercussioni a lungo termine. Non molto, in confronto ai valori registrati nella Capitale e nelle città del nord la settimana scorsa, ma comunque sufficiente per spingere le autorità locali a decretare un “allarme giallo” ed intervenire per limitare le attività edilizie e vietare agli studenti di uscire dagli edifici scolastici durante la mattinata.

Le difficoltà sul fronte ambientale che il paese affronta quotidianamente risultano ancora più eclatanti, all’indomani dell’approvazione dell’accordo sul clima della conferenza Cop21 di Parigi, conclusasi la scorsa settimana. Anche la delegazione cinese ha sposato l’accordo, sulla cui reale efficacia si sono spese molte parole in questi giorni, con giudizi spesso distanti. Per i cinesi il documento finale rappresenta un compromesso accettabile tra le esigenze di sviluppo del paese e gli impegni di riduzione dei gas serra nel medio periodo. Certamente la delegazione guidata da Xie Zhenhua ha spinto per una limitazione degli impegni legalmente vincolanti, ma la mancata adesione del paese maggiormente inquinante avrebbe decretato il fallimento del vertice.

Cosa prevede l’accordo di Parigi? In breve, i paesi firmatari si impegnano a raggiungere il picco di emissioni nel più breve tempo possibile, per poi passare ad una decisa riduzione dei gas serra nella seconda metà del secolo. L’obiettivo comune, considerato vitale dagli esperti, è di contenere l’aumento medio delle temperature globali “ben al di sotto” dei due gradi e puntando, se possibile, al limite massimo di 1,5 C. Il progresso del piano sarà monitorato con cadenza quinquennale e, da qui al 2020, si prevede un finanziamento di 100 miliardi di dollari all’anno in favore dei paesi in via di sviluppo per l’implementazione di progetti ambientali. Dopo il 2020 il finanziamento dovrebbe aumentare, in misura ancora da stabilire.

Secondo alcuni osservatori, il limite dei due gradi sarà difficilmente rispettato, ma per la prima volta la Cina e le altre grandi potenze inquinanti del mondo in via di sviluppo hanno deciso di aderire formalmente allo sforzo comune. Il cambio di rotta, secondo Naomi Klein, è determinato anche dal fatto che le condizioni di vita dei cinesi stanno peggiorando in modo sensibile, proprio per via dell’inquinamento, e che anche i figli delle élites del paese cominciano a subirne direttamente gli effetti. Forse non sarà necessario rallentare il treno dello sviluppo industriale, ma una progressiva conversione dal carbone ad altre forme di energia più sostenibili è già oggi una prospettiva ineludibile.

E lo stesso discorso potrebbe valere l’India.

 

Luca Marchesini

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Luca Marchesini
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