GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Varie - page 8

La jihad in salsa balcanica

EUROPA/Varie di

Gli ultimi arresti in Italia a seguito dell’operazione Balcan Connection portano quindi a valutare che un gruppo di albanesi e kosovari ha messo su un’organizzazione in Italia per reclutare combattenti per lo Stato Islamico. Lo rendono noto la Procura generale la quale si è concentrata su un gruppo chiamato “Spinners dei Blacani”. Reclutavano combattenti per l’Isis sulla rotta balcanica. E’ di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale l’accusa con cui sono stati arrestati Alban ed Elvis Elezi, zio e nipote albanesi, bloccati in un’operazione della polizia coordinata dalla Procura di Brescia, in cui è stato catturato anche El Madhi Halili, un ventenne cittadino italiano di origine marocchina. Per lui l’accusa è di apologia di associazione con finalità di terrorismo internazionale, per un documento pro Califfato in italiano pubblicato sul web.

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Dietro l’arresto di Alban e Elvis c’è ancora la figura del ‘foreign fighter’ Anas El Abboubi, ventiduenne marocchino, ex studente in un istituto tecnico, di Vobarno, nel Bresciano, arrestato per terrorismo internazionale nel 2013, scarcerato dal Tribunale del riesame, e andato in Siria per unirsi a gruppi jihadisti.

Questa organizzazione ha fatto nascere cellule jihadiste che lavorano sul reclutamento prevalentemente in Italia, dove sono concentrati moltissimi migranti lavoratori di provenienza dai Balcani. Fino ad ora sono quattro le cellule individuate dagli investigatori tra Roma, Milano, Lucca e Siena.

A Roma pare operino con più inisistenza nella zona di Centocelle, quartiere popolare sito a est della capitale. Tanti “attivisti” o sospettati tali sono finiti sotto inchiesta perché risultano essere potenzialmente pericolosi e appartenenti alla fascia più estremista. Circa 150 gli albanesi dell’ Albania e del Kosovo saliti alla ribalta delle indagini anti terrorismo come jihadisti e combattenti per lo pseudo Califfato islamico in territorio siriano e iracheno. Un lavoro di reclutamento continuo e pericoloso che si sviluppa anche all’interno delle carceri tra detenuti. Due figure chiave del jihadismo in salsa balcanica sono Genc Balla e Bujar Hysa, autoproclamati imam che hanno concentrato la loro attività proprio mentre erano detenuti in Italia.

Secondo la Procura di Tirana, i due venivano finanziati da altre fonti site in Kosovo, Albania e Macedonia ed erano sostenuti da un altro personaggio, tal Ebu Usejd, proveniente da un’altra città albanese, Elbasan, il quale con il suo aiuto e quello di altri finanziatori ha facilitato l’operato di Balla e Hysaj reclutando e mandando combattenti dall’Italia.

A gennaio, dopo la strage della redazione satirica francese del Charlie Hebdo e quel che ne è conseguito nei giorni a seguire, si è tenuta la riunione dei ministri degli esteri dell’UE dove si è fatto il punto su quel che rappresenta la difficoltà maggiore nella lotta al terrorismo in territorio europeo, ovvero l’identificazione dei quartieri, delle aree più contaminate dalla propaganda jihadista e il monitoraggio continuo degli stessi.

Quella dei reclutati e reclutanti di origine balcanica è un’ulteriore realtà che si aggiunge con la stessa pericolosità dei jihadisti d’origine medio-orientale. Diversi sono i motivi. Prima di tutto la posizione favorevolissima alle porte d’Europa di questi paesi e la possibilità di viaggiare senza grandi difficoltà attraverso i Balcani verso la Siria. La propaganda jihadista punta a radicalizzare l’islam storicamente moderato, soprattutto in Albania, una popolazione mai dedita alle lotte religiose. L’identità albanese non è mai stata legata alla religione e in nome della stessa non si è combattuto. L’unico momento storico in cui si è fatto appello alle cosiddette radici cristiane è stato precisamente nel sec. XV quando sotto la guida dell’eroe nazionale albanese, Scanderbeg, ha avuto luogo la resistenza albanese contro gli invasori ottomani, musulmani quindi.

In Kosovo, Bosnia, Macedonia e, più generalmente, nelle popolazioni musulmane del territorio della ex Jugoslavia questa realtà è ben più importante. Qui la religione è stata intesa ben più radicale anche come effetto della guerra in Bosnia nei primissimi anni ’90, numerosi sono i gruppi wahabbiti che operano sui territori.

Il Presidente albanese, Nishani, ha dichiarato che l’attività terroristica non conosce confini, oramai. “ Siamo consapevoli che l’attività dei gruppi terroristici è iniziata in modo strutturato dal punto di vista ideologico e pratico dall’11 settembre 2001 dopo gli attentati alle Torri Gemelle a New York. In seguito si è allargata con la nascita di numerose organizzazioni. Gli ultimi sviluppi in Siria, Iraq e in Europa dimostrano che che questa attività terroristica non conosce, appunto, confini: ogni paese, ogni democrazia, ogni società e ogni cittadino si sentono sotto minaccia. E’ d’obbligo allora che nelle nostre istituzioni venga valutato questo pericolo alla nostra libertà e sicurezza, coordinando un’azione comune nel quadro delle alleanze”.

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Yemen: Saudi Arabia bombed Shiites rebels

Varie di

Following the attempted of the capital city Aden, Houti are been attacked by Saudi Arabia and allies. Us supports this military operation. But a large-scale fight between Shiites and Sunnis could cause a global war

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Saudi Arabia bombed the Shiites Houti of Sanaa in Yemen during the night of 26th March. United States encouraged it through logistical support and intelligence. Whereas Qatar, UAE, Kuwait, Morocco, Egypt and Pakistan actively supported this military operation. Raid would have occurred following the attempted conquest of the capital city Aden by the rebels and the subsequent ouster of former President Mansour, already confined to the south of the Arab state since the beginning of 2015, and forced to take refuge in Djibouti.

Yemen is not only the scene of a bloody civil war, but a large-scale clash between Shiites and Sunnis. A fourfold kamikaze attack caused more than 150 victims in Sanaa mosques no later than 20th March.

From the Washington point of view, this fight, including almost the entire Arab world, does not conducive to the rise of a strong power which controls the whole area. Conversely, there are at least two reasons that might precipitate the situation, after already exasperating ongoing conflict in Syria and Iraq and the establishment of the Caliphate in Libya and Nigeria.

Yemen could turn into a state ready to accept not only the Sunni Isis sympathizers, but also able to raise al Qaeda. which has always had a strong influence on the population here. And the Yeminis Sunnis alliance with Saudi Arabia and Qatar is worsing the context.

Another complicated situation is about Iran. Relations between the United States and this country have become increasingly friendly. Like the possibile agreement on nuclear and the logistical and military cooperation against Isis in Iraq. But everything could fade away could jump if Houti asked help to Iran, which, through the Minister of Foreign Affairs Afkham, condemned the military operation and asked to “stop the bombing against Yemen and its population.”

Giacomo Pratali

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Podemos, terza forza politica in Spagna

Varie di

Elezioni in Andalusia: Vittoria netta del PSOE e flop dei popolari.

Le grandi novità delle elezioni andaluse in Spagna sono il flop del Partito Popolare di Mariano Rajoy e la conferma di Podemos come terza forza politica del paese. D’altro canto, dopo 4 anni, si registra la vittoria netta dei socialisti del PSOE con il 35% dei voti.

Con il discreto risultato del Ciudadanos, partito centrista formatosi nel 2006, il PSOE si appresta a un’alleanza di governo con questi ultimi, date anche le affinità elettive tra le due forze, oltre che costretta dai numeri.

Circa 7 milioni di andalusi sono stati chiamati alle urne per esprimere il proprio consenso a questa tornata elettorale che doveva servire da test per il governo del premier Mariano Rajoy in vista delle elezioni politiche di ottobre prossimo. Un test al quale l’Andalusia ha bocciato clamorosamente i popolari e le loro misure anticrisi che non sono state efficaci per rilanciare l’economia spagnola, tra le più problematiche dell’UE.

Passando da 40% a 26% il risultato elettorale del partito di governo non si può non definire un flop.

Chi, invece, può ritenersi pienamente soddisfatto del risultato è, chiaramente, Podemos. Nato solo nel gennaio 2014 e affermatosi già alle ultime elezioni europee di maggio 2014, il movimento con a capo Pablo Iglesias, “El Coleta”  (il codino) e divenuto partito a ottobre scorso, irrompe nello scenario bipartitico spagnolo con il suo 15% di consensi. Conquistando città importanti dell’Andalusia, quali Cadice, a pagarne le spese è, ovviamente, il Partito Popolare. Ma anche i socialisti non dormono sogni tranquilli.

Sulla scia dell’esperienza italiana e il fenomeno politico del M5S di Beppe Grillo, con le dovute differenze, le maggiori forze politiche spagnole conoscono bene quel che per loro delinea già un “rischio”. Di certo viene messa in discussione l’alternanza politica storicizzata tra socialisti e popolari ridesignando le rispettive aree di forza. Il partito degli “indignados”, ma non solo, ha raccolto anche gran parte dei voti su cui contavano i comunisti Izquierda Unida che si è fermata a un 7% che non convince.

Qual è la carta d’identità di questo partito nato dalla protesta?

Oltre alcune similitudini con Syriza in Grecia, Podemos è organizzazione che, sebbene mantenga un visione progressista storicamente di sinistra, si pone al di la dello schema destra-sinistra considerandola una trappola. Su questo pare abbia colto l’intuizione del M5S in Italia, ma a differenza di questi, in Europa Podemos si è seduta con la Sinistra Unitaria e la Sinistra Verde Nordica.

La simbologia verticale “casta – popolo” di Podemos punta a spazzare via il disegno popolari-socialisti, ormai risalente al 1978, anno della sconfitta del franchismo.

Gli strumenti adoperati sono diversi: dal portale in rete, nel quale tutti possono registrarsi, ai circoli territoriali, alle assemblee. Il programma ha una chiara matrice antifascista e di sinistra (e qui si ravvisa una profonda differenza con il M5S di Grillo che rimane visionario e scomodo alle caratteristiche tradizionali di riferimento politico, rischiando ogni volta di includere in se anche “la qualunque”) e prevede, ad  esempio, la nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia spagnola e dei beni comuni. Podemos promuove l’utilizzo del mezzo televisivo, considerato fondamentale per parlare a tutti. Inoltre, fanno proprio il principio dell’autodeterminazione dei popoli, cercando il dialogo con le forze indipendentiste e progressiste catalane e basche, tenendo però il punto sulle questioni sociali, senza le quali rimane di fatto improbabile rilanciare il progetto indipendentista.

La Spagna dà ufficialmente l’avvio a una stagione nuova, quindi? Riuscirà Podemos a imporre il suo progetto politico in uno scenario molto più simile a quello italiano che a quello greco o, proprio come è accaduto da noi, verrà collocato a forza d’opposizione in una fase di ridefinizione del quadro politico attuale?

Le previsioni meteorologiche danno un’estate infuocata sulla penisola iberica.

Sabiena Stefanaj

Il governo del Kurdistan regionale e la guerra al’ISIS

Varie di

Di Suveyda Mahmud – Sulaimaniyah
​Nonostante gli attacchi di ISIS in alcune parti del Kurdistan abbiano perso di intensità, in luoghi come Kerkuk i combattimenti proseguono aspri, così come nelle vicinanze di Kobane, con attacchi a Til Temir, Serêkanî e Al-Hasakah e nuovi orribili massacri fra cui quello di trecento cristiani, e si prevede che continuerà cosi ancora per un certo periodo. Ma non sono rimaste tracce dell’atmosfera che l’avanzata lampo di ISIS aveva creato all’inizio, e questo anche grazie alla sconfitta subita contro la resistenza di Kobane.

Le forze di liberazione curde hanno dimostrato di poter sconfiggere i terroristi su ogni fronte. Ma tranquillizzarsi e sottovalutarli sarebbe un errore. Contro ISIS la prima cosa da fare è un’unione internazionale e un piano strategico di difesa comune. Non è pensabile continuare a far combattere i guerriglieri al fronte come se fossero propri soldati senza attivare una difesa congiunta, per poi, attraverso giochi politici e diplomatici, provare a creare le condizioni per farli ritirare una volta riconquistate le posizioni in mano a ISIS. Nella pratica questo significa che non si offre collaborazione piena, non si condividono informazioni e notizie, né si riesce a pianificare le azioni sulla base di una comune strategia, ostacolando e rallentando la liberazione dei territori ancora sotto il controllo di ISIS.

Fino ad oggi, le armi inviate da diversi paesi per sostenere la resistenza contro ISIS non sono andate ai guerriglieri, che vengono considerati dal Kurdistan regionale come una forza straniera. Alcuni sostengono che non si può costruire una forza di difesa comune con il PKK[1], che figura nella lista delle organizzazioni considerate terroristiche dall’Unione Europa e dagli Usa. Questa mentalità arretrata privilegia l’interesse particolare sul bene comune, sulla scelta chiara dell’autonomia democratica rappresentata dalle amministrazioni cantonali del Rojava, che è invece il desiderio delle popolazioni della regione. Si registra dunque uno scollamento fra le autorità del Kurdistan regionale, ma anche fra gli interessi della Turchia, e la volontà dei popoli.

Ad esempio, al fronte, guerriglieri e peshmerga combattono fianco a fianco, e questi ultimi affermano che senza le forze della guerriglia non potrebbero combattere. Tra la popolazione del Kurdistan del sud, le forze di liberazione curde stanno acquisendo prestigio e simpatia. Queste popolazioni sono a conoscenza – per averlo visto con i propri occhi – che nella resistenza contro ISIS la difesa più efficace sul campo è stata quella dispiegata dai guerriglieri, considerati la vera forza di difesa dalla popolazione.

Da qui i rinnovati tentativi da parte del PDK[2] di gettare discredito sul PKK, per continuare ad accreditarsi come unica forza curda a livello internazionale. Perfino molti responsabili di ISIS sostengono al contrario che le uniche forze ad averli messi in difficoltà sono quelle della guerriglia. Ecco perchè l’idea di difendere il sud Kurdistan senza i guerriglieri non è pensabile.

Ci ricordiamo tutti cosa è successo il 3 agosto 2014, quando ISIS ha attaccato la popolazione ezida di Şengal, facendo strage di circa 5 mila ezidi, rapendo migliaia di donne per farne delle schiave. Mentre le forze regolari del Kurdistan regionale si ritiravano, le forze delle YPG e delle YPJ il 5 agosto aprivano un corridoio sicuro tra Şengal e il Rojava, riuscendo a portare più di 200 mila ezidi in luoghi sicuri. 10 mila persone si sono rifugiate sul monte Şengal. In seguito le forze di difesa hanno messo in sicurezza anche le zone di Mexmur e Kerkuk. Dopo questi eventi, le forze della guerriglia hanno acquisito un grande ruolo, e senza approfittarne, hanno spinto perchè la popolazione ezida stessa si autorganizzasse per la propria difesa, costituendo proprie unità (le YBS) e un proprio consiglio. Quando gli ezidi hanno istituito questa loro assemblea, il KRG ha chiesto alle forze di difesa delle HPG e a quelle femminili delle Yekitiya Star di lasciare il territorio, spaventato dalla popolarità che stavano guadagnando.

La popolazione del Kurdistan del Sud non si è ancora ripresa dallo shock di vedere la caduta di Mosul senza neanche un combattimento, quasi una resa organizzata: si è sentita tradita dal governo del Kurdistan regionale. Se le forze di difesa delle guerriglia (HPG) non fossero intervenute, sarebbero potuti arrivare a Hewler (Erbil) che è la capitale del Kurdistan regionale! Il sostegno della Turchia nei confronti di ISIS ha inoltre reso espliciti i veri interessi del partito al governo, l’AKP: servirsi dei terroristi per aumentare la propria influenza su tutta la zona. I curdi sono sempre stati un ostacolo a questo, e da qui si spiega tutta la reticenza a combattere ISIS, anche di fronte alla comunità internazionale. Non è credibile pensare che il governo del sud Kurdistan non ne sapesse niente, o non ne fosse coinvolto.

In realtà è il PKK a uscire “bene” da questa guerra: ha chiaramente mostrato come l’etichetta di “terrorista” sia inapplicabile, per una forza di difesa che si sta spendendo per tutta l’umanità. E tutto questo ha avuto l’effetto di rimescolare le carte nella regione, aprendo la storia a nuove possibilità. I vecchi apparati statuali in Medio Oriente crollano, e con loro crolla la mentalità di dominio che li ha caratterizzati: forze come il KDP, o come l’AKP in Turchia, se non coglieranno l’opportunità di cambiamento, non avranno futuro fra la popolazione. Il sistema politico e sociale del Sud Kurdistan è particolare e quasi unico: c’è il sistema tribale sulla base del quale si struttura il sistema politico, c’è un parlamento e una forma che non si può definire presidenziale ma non è neanche semi-presidenziale, non è una dittatura ma il potere è nelle mani di poche famiglie. Se questi vecchi apparati non si adopereranno per creare una lotta comune a tutte le forze, non riconoscendo la chiara scelta per l’autonomia democratica da parte delle popolazioni che ogni giorno di più si organizzano dal basso, saranno destinati a scomparire: le persone vogliono vivere insieme in pace con i propri sistemi di autogoverno. Insomma, pur nella tragica situazione del conflitto in Medio Oriente, le forze curde hanno mostrato che “un altro mondo è possibile”…

 

[1] PKK – Partîya Karkerên Kurdistan, Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Nasce da un gruppo di studenti curdi e turchi che dal 1973 che si organizzano attorno ad Abdullah Öcalan e affrontano questioni legate al socialismo ed alla liberazione del Kurdistan. Viene fondato 1978 per la costruzione di un Kurdistan indipendente, unito e socialista. È stato inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche stilata da USA ed Europa. Dagli anni Novanta, in particolare grazie all’elaborazione teorica del suo presidente Abdullah Öcalan (tuttora detenuto nell’isola-prigione di Imrali in Turchia), il PKK ha superato l’originaria ideologia nazionalista e marxista-leninista attraverso una radicale critica degli stessi concetti di Stato, Nazione, Partito, e abbandonando l’obiettivo della costruzione di uno Stato curdo indipendente. La sua proposta politica, denominata Confederalismo democratico, auspica la costruzione di una federazione di comunità autogovernantisi al di là dei confini nazionali, religiosi, etnici cui principi di base sono la partecipazione dal basso, la parità di genere e il rispetto della natura.

 

[2] PDK (KDP) – Partîya Demokrat ya Kurdistanê, Partito Democratico del Kurdistan, fondato nel 1946 da rappresentanti dell’aristocrazia curda e della piccola borghesia urbana, organizzato su base tribale. È il partito di Masud Barzani, che governa il Kurdistan meridionale, divenuto regione autonoma (KRG) in seguito all’invasione americana del 2003 e alla caduta del regime di Saddam Hussein.

 

 

Ucraina, rapporto di Msf: è emergenza umanitaria

Varie di

L’Ucraina è uno delle questioni calde del dibattito internazionale. Oltre 15mila pazienti feriti, 1600 donne incinte seguite da apposite strutture sanitarie, circa 4000 persone malate croniche. Questi i dati riportati da Gabriele Eminente, Direttore Generale di Msf Italia, intervistato da European Affairs.

Dove operate in Ucraina? Quali attività portate avanti nelle regioni dell’est?

“La tipologia di conflitto sviluppatasi nell’ultimo anno in Ucraina ha imposto a Medici senza Frontiere di programmare il proprio intervento umanitario in maniera differente. Normalmente, all’indomani di un’emergenza, interveniamo con le nostre strutture e i nostri campi. In questo caso, invece, abbiamo adottato una strategia operativa basata su cinque squadre che con maggiore sensibilità e mobilità possano muoversi sul territorio. Quando parlo di territorio, intendo la linea del fronte e la fascia, da entrambe le parti, immediatamente a ridosso. Alcuni dei nostri gruppi sono dislocati a Donetsk e Lugansk, ma siamo mobili sul territorio per due ragioni. La prima, prendendo ad esempio il bombardamento su Kramatorsk che è molto più ad occidente della linea del fronte, è perché supportiamo ospedali e strutture sanitarie locali: purtroppo, sin dall’inizio, questa guerra ha tutelato davvero poco gli obiettivi civili e spesso i bombardamenti hanno interessato gli ospedali stessi. Questo ha comportato il grave danneggiamento di tali strutture e molte delle vittime sono stati gli operatori sanitari. La seconda, parlando appunto della regione del Donbass, riguarda la carenza di acqua, cibo, forniture elettriche e, soprattutto, farmaci, che noi forniamo laddove mancano: tra grandi e piccoli centri urbani, noi supportiamo un centinaio di strutture sanitarie. E, sempre a proposito di mobilità, la nostra missione è quella di cercare di raggiungere quei centri che risultano isolati.

Un altro ambito nel quale ci muoviamo è quello dell’assistenza psicologica ad una popolazione stremata da questo conflitto. Abbiamo avviato già un centinaio di consultazioni con singole persone e circa duemila di gruppo.

Un ultimo capitolo dell’attività di Msf ha a che fare con la ragione per cui noi eravamo già presenti in Ucraina, in particolare nell’est: in quella zona esiste un’alta percentuale di persone affette da Hiv e da Tubercolosi multiresistente, ovvero quella malcurata che ha sviluppato una resistenza ai farmaci tradizionali.

Ospedali e presidi sanitari sono costantemente sotto attacco dall’inizio dell’anno: esiste la prospettiva di un corridoio umanitario, previsto nel secondo accordo di Minsk?

Innanzitutto, voglio rimarcare quelle che sono le due richieste avanzate da Medici senza Frontiere alle due parti in conflitto: la prima è l’immediata cessazione di attacchi ad obiettivi civili, in particolar modo a strutture sanitarie; la seconda è avere la possibilità di fare uscire la popolazione civile da quelle zone che rischiano di diventare delle enclave da cui sarebbe difficile fuggire a causa dei bombardamenti. Venendo al tema del corridoio umanitario, Debaltseve è uno dei contesti più critici perché è più o meno a metà tra Donetsk e Lugansk e un centro d’intersezione di nodi stradali e ferroviari: pertanto, è un importante obiettivo militare per le parti in conflitto. Ad inizio febbraio era stata annunciata l’apertura di un corridoio per favorire la fuoriuscita dei civili rimasti in loco, ma nella pratica è stato molto difficile farla rispettare. Quello che in queste situazioni fa la differenza è verificare che le parti militari coinvolte recepiranno le direttive a livello politico e diplomatico. Purtroppo il precedente dell’estate scorsa non è incoraggiante.

Come si è evoluto il conflitto nell’ultimo anno?

Ci sono state molte tappe. L’estate scorsa è stata particolarmente cruenta: vedi la tragedia dell’aereo malese. Tutto questo aveva portato al cessate il fuoco di settembre, il quale, però, non ha portato ai risultati sperati per tutta una serie di ragioni politiche in essere tra Russia ed Ucraina. Inoltre, tra fine 2014 e inizio 2015, abbiamo registrato il riacutizzarsi di una fase molto violenta. Le differenze tra queste fasi sono due. La prima è che siamo in pieno inverno in una regione in cui esso ha forti ripercussioni sulla popolazione. La seconda è che la lunga durata di queste tensioni hanno accentuato gli effetti secondari: ricordiamoci che il governo ucraino ha interrotto il pagamento degli stipendi e, più in generale, i flussi finanziari verso i dipendenti statali che vivono nelle regioni orientali. Questo di fatto ha portato una mancanza di liquidità e, al tempo stesso, ad una mancanza di generi alimentari e farmaci. Noi abbiamo ad esempio raccolto la testimonianza di civili, in particolar modo donne e bambini, che sono stati costretti a rifugiarsi in un centro che era stato pensato ancora prima della guerra come rifugio per i senzatetto e che non era stato ancora completato. I nostri psicologi, che operano in questa struttura, parlano di un profondo stress a cui è sottoposta questa gente.

Visti i numerosi traumi che colpiscono la popolazione, in special modo i bambini, quanto sono profonde le ferite, a livello sociale, tra ucraini e russofoni? Quanto questo fattore inciderà nel processo di pace in futuro?

Nel medio-lungo termine, come in altri contesti simili, ci sono ferite psicologiche profonde che vanno curate. Chiaramente, il nostro attuale lavoro di assistenza psicologica di concentra più sull’immediato: quindi, è un supporto di base verso i traumi subiti dalla popolazione. Popolazione divisa in due parti con lingue e culture differenti: ecco, questo sarà poi un intervento incisivo da fare. Prima di questo, c’è bisogno di porre fine al conflitto e mettere al riparo i cittadini.

Le Nazioni Unite parlano di oltre 5000 vittime dall’inizio della crisi ucraina.

Credo che questo numero ormai sia stato superato. Lo stiamo osservando noi stessi in Ucraina. L’intervento che stiamo portando nelle regioni di Donetsk e Lugansk ha cifre molto chiare: oltre 15mila pazienti feriti, 1600 donne incinte seguite dai nostri ospedali, circa 4000 malati cronici gravi. Sono dati importanti che parlano di una guerra vera, a due passi da casa nostra. Forse Europa ed Italia non hanno ancora la piena percezione di quanto sia acuto questo problema.

L’Occidente e l’Europa hanno quindi sottovalutato questo conflitto? Manca la percezione che in Ucraina sia in corso una guerra civile in tutto e per tutto?

In relazione all’opinione pubblica italiana, mi sento di confermare questo. Questa crisi non ha ancora raggiunto quel livello di attenzione dimostrato verso altri conflitti. In questi ultimi giorni, i media hanno coperto il tema della ricerca di una soluzione diplomatica alla guerra. Ma probabilmente questo è dovuto al fatto che questa guerra ha subito un’evoluzione con alti e bassi dal punto di vista della virulenza. Tuttavia, parliamo di un conflitto in Europa ed è difficile capire come non ci possa essere un’attenzione costante verso di esso.

ISIS verso Sirte, la Libia paese a rischio

Varie di

Avanzano le milizie di fondamentalisti legate ai terroristi dopo il misero fallimento dei colloqui di pace di Ginevra ai quali il parlamento parallelo di Tripoli non ha voluto partecipare.

Le  milizie filo-islamiche di Fajr Libya hanno preso il sopravvento, le bandiere nere si vedono sempre più frequenti, mentre le milizie che non si alleano al Daesh si preparano a difendere le proprie città.

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A rischio anche l’arsenale dell’esercito di Gheddafi che fino ad oggi è stato parcellizzato tra le varie fazioni in lotta tra loro ma la probabilità che i rinforzi dell’ISIS che stanno affluendo nel paese possano portare anche tecnici in grado di utilizzare armi strategiche a medio raggio già in possesso di Gheddafi.

Intanto vengono fatti evacuare gli italiani presenti nel paese compresi gli addetti dell’Ambasciata che per il momento resta chiusa per l’aggravarsi delle condizioni di sicurezza

«Qualsiasi decisione sulla delicatissima situazione in Libia deve necessariamente essere presa coinvolgendo il Parlamento. Non andranno però escluse tutte le azioni diplomatiche e politiche per scongiurare un intervento militare che, a causa della complessa situazione presente in Libia, potrebbe portare a tragiche conseguenze come già accaduto in Somalia, ma stavolta a pochi chilometri dall’Italia». Lo ha dichiarato il vicepresidente del Copasir, Giuseppe Esposito, senatore di Area Popolare (Ncd-Udc).

«Ogni iniziativa dovrà essere portata avanti – ha aggiunto Esposito – coinvolgendo l’Onu e la comunità internazionale, senza intraprendere soluzioni avventate che potrebbero causare danni maggiori al nostro Paese. Le minacce dell’Isis non possono essere sottovalutate e la sicurezza del nostro Paese deve essere garantita – ha concluso – con determinazione e trasparenza».

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Gli italiani evacuati con una nave affittata dal governo italiano a Malta sono scortati da una nave della Marina Militare e da un predator dell’Aeronautica Militare verso il  porto de la Valletta a Malta per poi proseguire verso la Sicilia.

Negoziare per salvare la vita umana

Varie di

Uffici e supermercati assaltati, sparatorie nelle vie delle capitali europee con armi da guerra, ostaggi e rapimenti questa la tattica di guerra del fondamentalismo islamico. La lotta si sposta dai deserti sabbiosi della Siria e dell’Iraq per arrivare tra le vie di Parigi, Copenaghen, Londra con azioni sempre più efferate e imprevedibili.

In questo quadro di massima allerta emerge la necessità di porre in campo personale sempre più specializzato che sappia affrontare situazioni sempre più difficili come la negoziazione di ostaggi.

Questo tema è stato sviluppato soprattutto negli stati uniti e sempre più in tutte le forze di polizia che nel tempo hanno dovuto affrontare crisi di questo tipo, in passato principalmente in casi di delinquenza ordinaria ma negli ultimi decenni sempre più spesso nel contesto di contrasto al terrorismo.

Proprio in Italia è stato recentemente fondato un polo di formazione specifico di carattere internazionale, l’École Universitaire Internationale  diretta dalla dottoressa Sabrina Magris che abbiamo incontrato e intervistato a Roma durante uno dei seminari dedicati alla formazione degli operatori specializzati

Dottoressa Magris, di cosa si occupa la EUI?

École Universitaire Internationale è Istituto di Alta Specializzazione sui temi di pace e sicurezza. È un istituto di ricerca ed è tra i 52 Istituti al mondo ai quali il Peace Operations Training Institute, che ha mandato per il percorso di formazione UN-COTIPSO, ha affidato la formazione frontale. In particolare è punto di riferimento mondiale nei temi della negoziazione degli ostaggi, dell’antiterrorismo e psyops, e per le metodologie non convenzionali legate alla negoziazione di ostaggi.

Negoziazione ostaggi, qual’e lo stato dell’arte in Italia ?

Non esiste in questo momento in Italia un team specifico di negoziazione ostaggi così prettamente strutturato come all’estero. Vi sono all’interno delle Forze Armate dei gruppi tattici che si occupano anche di negoziazione, ma non nel modo in cui Nazioni Unite e NATO intendono la negoziazione degli ostaggi nelle recenti direttive.

Quanto è importante la formazione in questo contesto?

La formazione è basilare perché le innovazioni sono costanti e bisogna essere almeno uno o due passi avanti a chi compie questo tipo di atti, per gestirli e anche per riuscire a prevenirlo soprattutto in ambito terroristico. Ecco perché all’interno di École Universitaire Internationale vi proprio un centro di ricerca di analisi biologico-comportamentale C.R.A.Bi.C.. Oltre che in fase di attivazione, una ricerca in ambito dei metodi non convenzionali applicati alla negoziazione degli ostaggi.

A chi sono indirizzati i corsi?

Le attività di École Universitaire Internationale sono indirizzate a forze dell’Ordine e Forze Armate, a personale operativo, a personale di ONG e Organismi internazionali, personale medico che si trova ad operare in zone di conflitto, studenti universitari e futuri professionisti.

I recenti eventi evidenziano l necessita di impiegare personale specializzato cosa ne pensa?

I recenti eventi evidenziano la necessità di personale addestrato non solo dal punto di vista tattico ma anche preparato nella gestione di scenari in continua evoluzione e non già pre-classificati. La sfida sta nella rapidità di decisione e azione, poiché il terrorismo attuale è lì che si insinua.

Nei rapimenti in zone di guerra pagare e l’unica soluzione? Perché si decide di pagare ?

Di base un cittadino del proprio Stato dovrebbe essere sempre portato a casa, questo è un principio fondamentale. Poi bisogna sottolineare che il riscatto, che è una prassi usata in tutto il mondo e recentemente anche da Obama, può far parte di una strategia e può servire per una mappatura dei terroristi e del flusso di denaro. Il riscatto può dunque essere uno strumento per catturare i terroristi e recuperare anche il denaro ma questo avviene in un secondo momento e dunque se ne parla meno.

Una sala piena quella del seminario in corso a Roma mentre parliamo con la direttrice, uomini e donne in pari misura, giovani operatori ma anche personale con più esperienza in aula acquisisce nozioni e informazioni per imparare a negoziare, settore che evolve e coinvolge drammaticamente il vissuto quotidiano di milioni di persone.

 

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La caduta del Califfato a Kobane, la città liberata dai curdi

Ben 4 mesi di combattimenti senza tregua e i peshmerga siriani sono riusciti a liberare Kobane da terroristi dell’ISIS. Era dal 16 settembre  scorso che la città resisteva all’assedio dei jihadisti sunniti. Lo ha riferito il 27 gennaio scorso l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, il quale ha precisato che i resistenti curdi ormai hanno liberato quasi l’intera area della città curda di Kobane ai confini con la Turchia.

Proprio nel Kurdistan turco numerose sono state le  manifestazioni di festa alla diffusione della notizia. In migliaia hanno riempito le piazze con canti e balli, in uno spirito di grande appartenenza alla causa della lotta allo Stato Islamico e alla resistenza eroica dei combattenti peshmerga.

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Alcune conseguenze sono già tangibili in seguito alla liberazione di Kobane. In primo luogo, la grande attenzione mediatica che giustamente si è guadagnato l’intero popolo curdo tramite i suoi combattenti nelle fila della Resistenza. Un umore gelido soffia da Ankara e gli eventi  non smuovono affatto il suo leader. Erdogan lo ha dichiarato senza mandarle a dire, “non c’è nulla da festeggiare!”.

La prospettiva del Grande Kurdistan, il tanto agognato stato curdo che s’andrebbe a estendere tra Turchia, Siria, Irak e Iran rimane improponibile per Erdogan. “chi costruirà adesso le città distrutte?” ha domandato sarcastico riferendosi ai bombardamenti delle truppe americane che hanno aiutato i combattenti curdi sul territorio. Kobane è una città che conta circa 45mila abitanti.Eppure, gli strike americani hanno colpito più duro qui che a Raqqa, dove si ritiene che abbia passato molto tempo anche lo stesso capo di IS, Abu Bakr Al Baghdadi.In molte giornate di bombardamenti, Kobane è stato addirittura l’unico bersaglio degli aerei della coalizione.

D’altronde, il contributo turco alla lotta è stato unicamente quello di far passare i peshmerga curdi lasciando il confine aperto a seguito delle pressioni inderogabili della comunità internazionale. Erdogan sogna la caduta di Bashar Al Assad in Siria per espandere la sua influenza con un governo filoislamico che bloccherebbe ogni possibilità ai curdi di costituirsi a Stato. Fa pensare la notizia confermata dall’intelligence turca che parla di numerose cellule jihadiste “dormienti” in Turchia. Fanno pensare anche i movimenti quasi indisturbati di profughi siriani che dai confini turchi, attraversano il paese senza quasi venire intercettati giungendo numerosi nei Balcani.

Eppure, forse la considerazione più pregnante da portare sul tavolo della strategia nella lotta al Califfato sta in quella locuzione inglese del “boots on the ground” perché è esattamente quello che hanno fatto i peshmerga siriani del YPG (Foze di Difesa del Popolo): combattere per una porta, un vicolo, una piazza, una città. La resistenza dei curdi, non finisce a Kobane.

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L’Occidente e i sui confini sensibili

Ottobre 2014, i notiziari albanesi danno risalto a una notizia in particolare: 76 cittadini siriani sono stati fermati in territorio albanese, al confine con la Grecia. Provati dalla traversata notturna dei monti che separano i due paesi, chiariscono di provenire “dalla guerra in Siria” e chiedono asilo politico allo Stato albanese. Erano stati avvistati mentre camminavano in colonna e, una volta fermati, hanno chiarito la loro provenienza senza indugi. Stessa sorte, ma con delle zone d’ombra fitte abbastanza da far sollevare un groviglio di ipotesi è stata riservata a 24 cittadini siriani, fermati mentre attraversavano il paese a bordo di mezzi a pagamento. Erano diretti in Montenegro e da lì, non è dato sapere.

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Del primo gruppo, intervistato dalla tv albanese Top Channel, ne parla Ahmed, un profugo palestinese, che dal campo profughi in Siria è dovuto scappare di nuovo con moglie e figli. “ Abbiamo camminato per circa un mese. Dalla Turchia, alla Grecia e infine qui in Albania”, spiega, “ camminavamo perché non avevamo scelta. Non abbiamo denaro e non possiamo pagare nessuno che ci aiuti”. Non hanno progetti o paesi di riferimento che vorrebbero raggiungere, vorrebbero soltanto mettersi in sicurezza e assicurare le famiglie da guerra e miseria.

A dicembre 2014, i media albanesi parlano di cittadini siriani, richiedenti asilo, scappati dai centri di permanenza. Voci non ufficiali parlano di condizioni difficili a cui erano costretti, ma le autorità negano ogni noncuranza o mancanza di adeguate condizioni di vita all’interno dei centri.

Alla stregua delle stragi di Parigi che stanno costringendo l’intelligence dei paesi europei a dichiarare allerta n.10 in Francia, in Italia n.7, i quesiti si moltiplicano.

Ormai è abbastanza chiaro che gran parte degli autori e ideatori degli attacchi terroristici in Occidente hanno potuto viaggiare in modalità A/R per prendere contatti, indottrinarsi, addestrasi alla guerra e fare rientro in Europa per portare a termine le stragi ideate. E’ notizia di oggi che è stato scovato in Grecia un esponente dell’ISIS che coordinava il reclutamento di aspiranti terroristi in Europa, pronti a replicare il terrore dei primi giorni sanguinosi di questo mese di inizio anno. Tal Abdelamid Abaoud, o meglio conosciuto come Abu Soussi, cittadino belga (!), originario del quartiere Molenbeek a Bruxelles.

Dunque, la mappa pare consolidata. V’è una rete di confini sensibili che rendono friabile l’entrata nei grandi paesi europei. Dalla Siria, in Turchia, in Grecia, Albania, Montenegro o Kossovo, via mare verso l’Italia (anche se dimostrato fin troppo bene dai fatti che l’allerta profughi nelle coste siciliane è molto inferiore ai movimenti migratori via terra) o altrimenti verso Germania, Francia o Belgio.

Oltre a un mero fattore geografico favorevole agli scambi e per questo conteso nei secoli, le ragioni della traversata “agevolata” dei profughi, uomini, donne e bambini, ma con la alta probabilità di militanti di Isis o Al Qaeda al loro interno, vanno ricondotte anche alla  malagestione dei paesi di confine da parte delle grandi potenze.

Con uno sguardo al passato, nella guerra di Bosnia, 1992-1995, USA, Arabia Saudita, Turchia e Unione Europea si schierarono con i mussulmani bosniaci nel conflitto contro i serbi. In palio c’erano l’allargamento a est della Nato e il controllo di un’area geografica strategicamente utile per il passaggio degli oleodotti che portano gas e petrolio dall’Asia Centrale all’Europa, senza passare per l’Ucraina, fino a ieri legata alla Russia. Tra i mussulmani sostenuti dall’Occidente e dai suoi alleati, militavano anche migliaia mujaheddin provenienti dall’Asia e dall’Africa Settentrionale, che porteranno il radicalismo islamico nei Balcani, prima in Bosnia e in seguito  anche in Kossovo.  Il 3% della popolazione bosniaca oggi si dichiara wahabita e varie operazioni di antiterrorismo hanno portato a centinai di arresti in Bosnia e Kossovo. L’Al Qaeda spagnola (responsabile degli attentati di Madrid) era composta di mujaheddin addestrati nei campi presso Zenica.

La medesima riflessione si estende alla posizione dei paesi del Caucaso: dall’Afghanistan, dove il ritiro delle forze internazionali non ha manifestamente contribuito alla stabilità dell’area o semplicemente a limitare il numero di vittime civili di guerra, affatto limitato; alla Cecenia e i suoi trascorsi di sangue, nonché Daghestan, Ossezia Settentrionale e così via.

Solo apparentemente in secondo piano pare sia collocato il conflitto in Libia, paese in balia della totale incontrollabilità e della guerra interna tra islamisti radicali. Dall’attacco di USA, Francia e Gran Bretagna nell’estate del 2011 con conseguente morte di Gheddafi, la situazione va irrimediabilmente peggiorando. Se non ne sentiamo parlare o non ne leggiamo, non significa che non esiste.

Quando ci chiediamo chi sono, da dove vengono, chi li finanzia, domanda, in verità spesso omessa dai media mainstream, ma anche evitata con acrobazie lessicali magistrali dalla politica, chiediamoci anche perché vengono in Occidente; perché da qui partono, fanno propria quella guerra e tornano per punirci? Perché continuiamo a destabilizzare tutto intorno a noi? Le domande non sono mai indiscrete, le risposte a volte lo sono (cit.), ma non facciamoci crollare i diritti addosso, non scontiamoli a beni ereditati con beneficio d’inventario.

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Il mondo intero a Parigi per la Marche Republicaine

Varie di

La folla in Place de la Republique si è iniziata a formare sin dal mattino e già verso le 14 le metro in direzione centro erano già tutte intasate e gran parte delle persone ha iniziato a dirigersi a piedi verso il luoghi del percorso della lunga marcia di libertà e solidarietà. I numeri di questo colosso pacifico sono noti a tutti: più di un milione e trecentomila le persone che hanno partecipato, tra cui 44 diversi  capi di stato stranieri che hanno sfilato a braccetto l’un l’altro. Tra le immagini che tutti ricorderanno con più commozione sarà quella di Netanyahu  e Abu Mazen per una volta vicini e solidali, ma anche l’abbraccio del  presidente francese Hollande ai supersiti ed ai familiari delle vittime di questi giorni che vorremmo cancellare dalle pagine dei libri di storia su cui non sono ancora stati scritti.

Dalla posizione favorevole trovata al passaggio della marea umana in Place de la Bastille descrivere il panorama è quasi impossibile senza perdersi qualche dettaglio. I colori della gente, le bandiere, qualsiasi esse siano erano portare in segno d’unità. Tanti bambini, anche di pochi mesi hanno camminato tra le braccia dei loro genitori, come se questi gli volessero insegnare da subito come si costruisce un mondo migliore. Non c’era una persona che non avesse con sé un simbolo  anche piccolo per manifestare il loro diritto alla libertà d’espressione, anche solo con penne e pennelli a chiudere un acconciatura. Un placido oceano umano che davano la sensazione uditiva di una calma solenne, interrotta solo da qualche coro che inneggiava alla “fraternità” ed al libero diritto di ognuno di esprimere la propria opinione. Uno dei momenti emotivamente più alti è quando le persone arrampicate sul monumento alla Bastiglia, lì dove i loro antenati hanno combattuto per la parità dei diritti tra tutti i cittadini, intonano l’inno nazionale francese. La Marsigliese all’unisono  di un milione di persone ancora una volta ci ricorda che siamo tutti fratelli e tutti egualmente liberi. “Not afraid” dicevano molti cartelli, per inviare il messaggio diretto di pace a chi punta solo al terrore.

Dopo una marcia che continua ed espandersi fraternamente per tutte le vie d’accesso a Place de la Nation quando si giunge in questa piazza illuminata dai lampioni dalla luce aranciata e dai flash delle macchine fotografiche. Le persone sul monumento al centro della piazza continuano a cantare inni e quelle intorno continuano a sfilare in un surreale carnevale di unità solenne , ma soprattutto di speranza. La folla inizia a disperdesi verso le 18. Naturalmente, così come è arrivata prende la via di casa. “Nulla di simile dalla Liberazione” ( dal nazismo ndr), titolano tutti i telegiornali. E per chi come me era lì e ha vissuto questo evento così straordinario,  così emotivamente intenso e pregno di unione, non può far a meno, anche in modo  un po’ utopico e sdolcinato, di sperare che dopo questa dimostrazione di unità nessuno abbia più il coraggio di attentare alla nostra libertà di espressione in ogni sua forma.

Da Parigi

Laura Laportella

 

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Laura Laportella
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