GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Arabia Saudita- Iran: Farnesina, forte preoccupazione per crescenti tensioni

Varie di

La Farnesina esprime forte preoccupazione per le crescenti tensioni politiche e diplomatiche in Medio Oriente, che rischiano di esacerbare in maniera insostenibile le divisioni all’interno del mondo islamico e di compromettere gli sforzi diplomatici in corso per la risoluzione delle gravi crisi in corso nell’area.

L’Italia incoraggia Arabia Saudita e Iran a fare tutto quanto possibile per ridurre le tensioni e non imboccare una escalation pericolosa per tutti, ricordando come la ricerca di soluzioni alle complesse crisi in Medio Oriente – in primo luogo quelle in Siria e in Yemen – non possa prescindere dalla volontà di dialogo e dalla visione strategica di tutte le parti, in particolare dei principali Paesi della regione.

Il primo passo verso la necessaria riduzione delle tensioni seguite all’esecuzione dell’Imam Nimr al-Nimr e ai successivi incidenti che hanno coinvolto sedi diplomatiche  è, per l’Italia, il riconoscimento che il nemico comune da combattere sia il terrorismo fondamentalista. La mancanza di unità da parte dei Paesi impegnati nella lotta contro il terrorismo costituisce un grave ostacolo per il raggiungimento dell’obiettivo di eliminare questa minaccia alla pace e alla civiltà.

Libia: in attesa del via libera dell’ONU

Medio oriente – Africa/Varie di

Come annunciato a seguito della Conferenza Internazionale di Roma, le diverse fazioni libiche, Tripoli e Tobruk su tutti, hanno raggiunto a Skhirat (Marocco) l’accordo per il governo di unità nazionale. Il Consiglio di Presidenza, presieduto da Sarraj Fayez, dai tre vicepremier in rappresentanza di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, più altri rappresentanti hanno il compito, entro 40 giorni, di trovare i ministri e formare il nuovo governo. C’è attesa, intanto, per la risoluzione ONU, che dovrà definire i termini dell’intervento militare per mettere in sicurezza Tripoli e addestrare le forze di sicurezza locali: l’Italia è pronta ad assumere il ruolo di guida della coalizione internazionale, mentre la Gran Bretagna invierà circa mille uomini.

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Nella giornata di giovedì 17 dicembre, con un giorno di ritardo rispetto alla tabella di marcia, i 90 rappresentanti dell’Assemblea di Tobruk e i 27 del GNC di Tripoli hanno firmato l’accordo, frutto di un’estenuante trattativa durata un anno. Il Consiglio di Presidenza neoeletto, oltre a scegliere i rappresentanti del nuovo esecutivo, dovrà convincere i presidenti dei rispettivi parlamenti ad accettare l’accordo. Tra i nodi da sciogliere, anche la modalità dell’intervento della coalizione internazionale: le diverse fazioni, infatti, caldeggiano l’addestramento delle forze di polizia libiche, piuttosto che un intervento militare straniero classico.

Se le reazioni positive da parte delle più cariche istituzionali globali si sprecano, sul campo iniziano già a vedersi i primi effetti dell’accordo sotto l’egida dell’ONU. La presenza di un esecutivo unico a Tripoli consentirà, dopo la Siria, di aprire in Libia l’altro fronte per la lotta allo Stato Islamico, radicalizzatosi a Sirte e presente in maniera forte in centri importanti come Bengasi.

Un piccolo nucleo di truppe statunitensi è già presente in loco, come riportato da molti media internazionali. Così come Francia e Gran Bretagna sarebbero già arrivati in Libia attraverso i confini meridionali.

E l’Italia? Come trapelato da ambienti vicino alla Difesa, il non interventismo in Siria, l’apporto alla missione NATO in Iraq di 450 soldati a difesa dei lavori presso la strategica diga di Mosul, mostrano chiaramente la linea di Roma: riservare il massimo sforzo, in termini umani e logistici, alla più vicina, e per questo più cruciale, Libia.

La missione militare internazionale in Libia, dunque, è già alle porte.
Giacomo Pratali

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La partita russa tra Ucraina e Turchia

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Il fronte ucraino torna ad essere caldo. Mercoledì 16 dicembre, il presidente russo Vladimir Putin ha firmato il decreto (già annunciato in precedenza) che sospende l’accordo di libero scambio tra Kiev e la CSI. La sospensione arriva a seguito dell’accordo di libero scambio tra Ucraina e Unione Europea, in vigore dal 1° gennaio. Il capo del Cremlino ha motivato la decisione spiegando che tale patto lede gli interessi economici russi.

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Di fatto, come citato da molte fonti internazionali, la guerra nell’Est europeo non è ancora finita. In primis, per la conferma, arrivata da Putin nel corso della conferenza stampa di fine anno, della presenza di truppe russe all’interno del territorio ucraino. Poi, a causa del’ostacolo continuo da parte dei separatisti al lavoro dell’OSCE nel Donbass, dove il blocco degli aiuti umanitari, denunciato da Unicef e Medici Senza Frontiere, e la violazione del cessate il fuoco stanno mettendo in pericolo la sopravvivenza degli accordi di Minsk/2.

Un pericolo denunciato dallo stesso segretario generale NATO Jens Stoltenberg nel corso della conferenza stampa di giovedì 17 dicembre con il presidente ucraino Petro Poroshenko: “Ci sono stati progressi negli ultimi mesi. Tuttavia, recentemente, abbiamo registrato l’aumento delle violazione degli accordi di pace. Esiste un reale rischio di un ritorno alla violenza”.

La conferenza stampa congiunta si è tenuta il giorno dopo la firma del piano di cooperazione tra NATO e Ucraina, altro fattore che potrebbe rendere vani i progressi fatti a Minsk lo scorso febbraio e portare ad un ennesimo raffreddamento dei rapporti tra Occidente e Mosca. Il piano prevede la riconfigurazione del settore Difesa ucraino e il miglioramento del potenziale delle sue forze armate, e la partecipazione di Kiev ai progetti atlantici sulla “Difesa Intelligente”.

Con il continuare delle sanzioni europee ai danni della Russia fino a quando la situazione non andrà stabilizzandosi, come annunciato dal presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, e con la possibilità dell’ingresso della Turchia in Europa, il Sud-Est europeo si è fatto rovente in questo finale di autunno.

Sempre nel corso della conferenza stampa di fine anno, oltre a definire “atto ostile” l’abbattimento del caccia russo lo scorso 24 novembre, il capo del Cremlino ha parlato di una evidente volontà dei turchi “di mostrarsi compiacenti con gli americani”.

Pur essendo conciliante con gli Stati Uniti sul fronte siriano (“faremo il possibile per trovare il modo di superare questa crisi”) e appoggiando la linea italo-americana in Libia (appoggio del governo di unità nazionale e dell’intervento militare ONU), i rapporti tra Russia e Occidente destano ancora motivi di preoccupazione.

Soprattutto perché, oltre al tema dell’allargamento NATO e alla crisi di rapporti con Ankara, dobbiamo aggiungere la crisi economica russa “troppo dipendente – come dichiarato dallo stesso Putin – da fattori economici esterni, come il drastico calo del prezzo del petrolo” e, come denunciato nei mesi scorsi, dalle sanzioni inflitte da Stati Uniti e Unione Europea.
Giacomo Pratali

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Armi occidentali e terrorismo jihadista

Varie di

Il quesito è aperto e si propone con urgenza quando il terrore colpisce nel cuore dei nostri paesi occidentali dove produzione e vendita dovrebbero essere regolamentate da ferree regole di controllo: il traffico internazionale illegale di armi.  Chi produce, chi vende, chi ne fruisce, chi perisce?

Un articolo de 2013 del New York Times rapportava uno schema allora consolidato di vendita di armi croate in Giordania, con un passaggio successivo in Siria e con i ribelli anti Assad come utilizzatori finali. Uno schema deliberato e acconsentito dalla stessa CIA, secondo il quotidiano statunitense. Cosa sono diventati gran parte di quei ribelli, lo sappiamo bene: esercito jihadista dell’autoproclamato Califfato.

Le lobby delle armi non conoscono crisi. Lungi da complesse tesi complotiste senza fondamenta investigative, un dato semplice e recentissimo ci da un segno da non trascurare: l’indomani della dichiarazione ufficiale di guerra contro il terrorismo jihadista da parte del Presidente della Repubblica francese, Hollande, le borse viaggiavano a gonfie vele. Fiducia cieca nell’intensificazione delle operazioni militari o cosa?

L’entrata della Russia nel conflitto indirizza ancora meglio la via delle armi. Uno studio internazionale del 2014, Conflict Armament Research, patrocinato dall’UE, illustrava come gran parte degli armamenti utilizzati nei conflitti in Medio Oriente sono di produzione USA, Russia e Cina. Armi che in caso di avanzata jihadista nei territori finiscono nelle mani dei terroristi. Per ora solo la Cina esporta ufficialmente armi ai regolari governi siriano e iracheno.

D’altra parte, una situazione estremamente complessa è quella del traffico illegale internazionale d’armi leggere. Facendo riferimendo all’ultimo rapporto Illicit Small Arms and Light Weapons elaborato dall’ European Parliamentary Research Service in collaborazione con le Nazioni Unite, si stimano in 875 milioni le armi leggere circolanti a livello mondiale ed appartenenti a privati cittadini.

Una delle vie più gettonate al traffico d’armi leggere è la rotta dei Balcani. Il dissolvimento delle ex Repubbliche jugoslave, la guerra in Bosnia, la crisi albanese del 1997, la guerra in Kosovo nel 1999, hanno facilitato il procuramento illecito da parte di privati o di bande criminali territoriali, dalle riserve degli eserciti governativi . Armi vendute in massa e di continuo alle grandi organizzazioni criminali e oggi anche ai jihadisti radicalizzati negli stessi paesi. V’è una produzione di alta qualità di armi nei Balcani, necessità degli anni della Guerra fredda. Calcolare oggi il numero esatto di armi in circolazione nel Sud Est europeo è difficilissimo. Nel 2012 si stimavano circa 4milioni di armi leggere illegalmente in mano ai privati, 80% delle quali provenienti dai conflitti degli anni ’90. Tuttavia, la continua produzione di armi prevista nei programmi di questi paesi non sono destinati al rafforzamento delle proprie forze armate, cosa che andrebbe a preoccupare seriamente l’UE viste le recenti adesioni di Croazia e Slovenia e delle prospettive future di stabilità nell’area, ma sono ufficialmente destinate all’export internazionale. Pertanto, aldilà di ogni proposito aconfittuale dei suddetti paesi, tali armi spesso finiscono in mani pericolose, com’è naturale che sia, potremmo ben dire. Nel 2013 armi provenienti dalla guerra bosniaca finirono nelle mani di Al-Qaeda vendute da scocietà serbe e montenegrine.

Quanto all’Italia, secondo ultimi rapporti stilati anche dalla Rete per il Disarmo, si stima che circa 28% delle armi italiane sono destinate in Nord Africa e in Medio Oriente a cavallo dell’exploit della crisi siriana. La L. 185/1990, che detta il Divieto di esportazione di armamenti verso quei Paesi in stato di conflitto armato, disciplina il traffico di armi definite “militari”: le armi staccate in pezzi, le munizioni e le armi in dotazione alle forze dell’ordine, che eludono qualsiasi controllo. Fuori da questa norma rimangono le armi leggere, che possono essere smontate e vendute al pezzo. Traffico che può essere effettuato trasportando armi smontabili con semplice bolla di accompagnamento.

Questo scenario sommerso e cruento continua a complicarsi e ad espandersi in più direzioni, anche prevedibili. Poche ore fa è stato bloccato un carico di 800 fucili al porto di Trieste proveniente dalla Turchia e destinato in Germania e forse, Belgio e Olanda.

Armi occidentali in mano ai jihadisti e poi Parigi. Colpita al petto per la seconda volta in 10 mesi, checché se ne dica, la ciptale francese scatena la nostra empatia europea e occidentale, naturale, immediata, senza filtri. Parigi forse ci chiede etica e coscienza; con ciclicità la Ville Lumiere, ogni tanto, ci chiede di illuminarci.
Lungi da ogni moralismo stagnante e retorica impoverita, un richiamo ai fatti: per “liberare” i paesi arabi dai loro carnefici, ne abbiamo sollecitato le primavere, lo abbiamo fatto con armi e denaro.

Voilà, cosa diavolo c’entrano armie denaro con la Primavera?!

CYBER SECURITY. PRESENTE E FUTURO

Varie di

baldoni-roberto-ansa-258

Dopo gli attentati di Parigi anche in Italia si sono accese le luci della ribalta per la Cyber Security, indicata più volte come la migliore soluzione per combattere i nemici che minacciano il nostro mondo. A prescindere dalle iperboli dei politici nostrani, e’ indubbio che si tratti di un tema che figura sull’agenda di tutti i decision maker, pubblici e privati, del mondo.  L’Italia, una volta tanto, potrebbe essere fra i paesi leader del settore, nonostante l’indifferenza della politica e dell’opinione pubblica. E questo grazie al lavoro portato avanti negli ultimi anni dal settore della ricerca che, nel Novembre 2015, ha presentato al paese il white paper “Il Futuro della Cyber Security in Italia” edito dal Laboratorio Nazionale di Cyber Security CINI – Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica. Frutto di un lavoro multidisciplinare, il documento affronta in modo approfondito tutti gli aspetti legati al mondo cyber, da quelli tecnologici a quelli sociali, senza dimenticare politica ed economia.

European Affairs ha incontrato il Prof. Roberto Baldoni, direttore del Laboratorio Nazionale di Cyber Security e docente universitario, che ha curato, insieme al Prof. Rocco de Nicola, la redazione del libro bianco.

Prof. Baldoni, cos’e’ la Cyber Security?

La Cyber Security consiste nella protezione degli asset tangibili e intangibili (dati e informazioni) appartenenti ad un’organizzazione, una nazione, o un singolo cittadino.

Di fronte alle minacce che arrivano dalla rete sono necessarie soluzioni sistemiche in grado, tramite una catena difensiva ben congegnata, di garantire uno standard di sicurezza accettabile.

E qui il campo si allarga: non solo sicurezza informatica, ma anche coinvolgimento di altri strumenti quali la psicologia, l’implementazione di politiche condivise, il contributo delle aziende e del governo sono necessari a garantire risposte dinamiche e flessibili contro modalità di aggressione che si evolvono di continuo.

Quali sono gli attori di questo rapporto complesso?

Principalmente tre: Governo, Privati e Accademia.

Agendo in materia isolata, nessuno può affrontare contrastare efficacemente le minacce: non i Governi, che non guidano lo sviluppo tecnologico. Non i Privati, che hanno i capitali, ma mancano sia degli strumenti coercitivi che della teoria. Non l’Accademia, che nonostante abbia il know how, manca sia di capitali che di poteri normativi.

Collaborazione e condivisione sono le parole chiave.

Come mettere in atto una strategia efficace?

I pilastri di una strategia cyber efficace sono:

  1. Un sistema di Early Warning, in grado di individuare per tempo le potenziali minacce e allertare gli altri anelli della catena protettiva:
  2. I Gruppi di Intelligence organizzati in un sistema di meeting fra esperti del settore che analizzino preventivamente le minacce future in base allo stato dell’arte della tecnologia al momento disponibile;
  3. L’implementazione di un Framework Nazionale, che mediante la collaborazione fra soggetti diversi, permetta di ampliare nel tempo le difese in un modo economicamente sostenibile;
  4. Information Sharing.

A proposito di condivisione dei dati. Negli Stati Uniti sta suscitando forti resistenze un disegno di legge, lo Sharing Information Act, che “obbligherà” le grandi corporation a condividere le informazioni di cui sono in possesso con gli Enti Federali.Le organizzazioni per i diritti umani hanno lanciato l’allarme Privacy.

La Privacy dei cittadini non e’ necessariamente in pericolo, anzi. Presso i nostri laboratori de “La Sapienza”, tanto per fare un esempio, stiamo conducendo studi avanzati su modalità di trasmissione di dati e informazioni in totale rispetto della riservatezza.

Qualora su di esse gravi un alto livello di privacy, sara’ possibile passare solo la parte di informazione che interessa senza andare ad intaccare la libertà del singolo utente.

Rimaniamo negli Stati Uniti, come valuta la scelta di affidare un ruolo centrale al Dipartimento della Difesa? Assisteremo ad una militarizzazione di Internet?

La rete può diventare un campo di battaglia, come la terra, l’acqua l’aria o lo spazio. Teniamo pero’ presente che una prospettiva di questo genere porterebbe ad un aumento esponenziale dei costi, pertanto, al momento, sembra improbabile.

Dopo gli attentati di Parigi, tutto il mondo avanzato, Italia compresa, evoca la Cyber Security come la panacea per la lotta al terrorismo. E’ davvero così’?

La minaccia Cyber può assumere forme diverse.

Quella di attacchi massicci e strutturati di grandi organizzazioni verso altre, vedi la vicenda Sony. In questo caso la minaccia ha un maggiore grado di prevedibilità e un’adeguata politica di partenariato partenariato privato –  pubblico – accademica e’ in grado di predisporre misure adeguate. Si tratta di uno scenario in cui contano molto le risorse economiche e organizzative.

La seconda forma che può assumere e’ quella del lupo solitario. Un attacco imprevedibile, condotto magari da un ragazzo particolarmente abile, ma senza grandi mezzi, in grado di provocare danni ingenti a privati o aziende.

In questo caso ciò che più conta e’ il grado di sicurezza complessiva del sistema: più e’ avanzato, minori saranno le possibilità’ di successo dell’attaccante.

E’ per questi motivi che abbiamo lanciato l’iniziativa del Framework Nazionale.

Di cosa si tratta?

Si tratta, per dirla con una metafora sportiva, di un campo da gioco dove andremo a fissare, in maniera aperta e condivisa, le regole che un’organizzazione dovrebbe seguire per valutare il grado di sicurezza delle proprie informazioni.

Non si tratta, e’ bene specificarlo, di standard di sicurezza di carattere tecnico. Quelli esistono già. Si tratta piuttosto di 98 regole chiare (denominate framework core), che permettono, ove seguite, di verificare il grado di sicurezza delle policies adottate.

Si tratta di uno strumento importante soprattutto per un paese come il nostro, dove la struttura portante dell’economia sono le PMI, che dispongono di minori risorse rispetto alle grandi corporation.

L’adozione di un Framework aperto e condiviso consentirà ai vertici di avere un pannello di controllo chiaro e diretto per verificare il grado di sicurezza della propria organizzazione e di inserire quindi la cyber security nella catena di creazione del valore aziendale.

Quando diventerà’ operativo?

Il Framework nazionale e’ attualmente disponibile su Internet e lo sara’ fino al 10 gennaio. Si tratta di una fase aperta, in cui tutti possono fornire commenti, suggerimenti, proposte di miglioramento. Al termine di questo periodo il CINI – Cyber Security National Lab rielaborerà il materiale pervenuto e la versione definitiva verra’ presentata il 4 Febbraio 2016.

Armi occidentali e terrorismo jihadista

Varie di

Il quesito è aperto e si propone con urgenza quando il terrore colpisce nel cuore dei nostri paesi occidentali dove produzione e vendita dovrebbero essere regolamentate da ferree regole di controllo: il traffico internazionale illegale di armi.  Chi produce, chi vende, chi ne fruisce, chi perisce?

Un articolo de 2013 del New York Times rapportava uno schema allora consolidato di vendita di armi croate in Giordania, con un passaggio successivo in Siria e con i ribelli anti Assad come utilizzatori finali. Uno schema deliberato e acconsentito dalla stessa CIA, secondo il quotidiano statunitense. Cosa sono diventati gran parte di quei ribelli, lo sappiamo bene: esercito jihadista dell’autoproclamato Califfato.

Le lobby delle armi non conoscono crisi. Lungi da complesse tesi complotiste senza fondamenta investigative, un dato semplice e recentissimo ci da un segno da non trascurare: l’indomani della dichiarazione ufficiale di guerra contro il terrorismo jihadista da parte del Presidente della Repubblica francese, Hollande, le borse viaggiavano a gonfie vele. Fiducia cieca nell’intensificazione delle operazioni militari o cosa?

L’entrata della Russia nel conflitto indirizza ancora meglio la via delle armi. Uno studio internazionale del 2014, Conflict Armament Research, patrocinato dall’UE, illustrava come gran parte degli armamenti utilizzati nei conflitti in Medio Oriente sono di produzione USA, Russia e Cina. Armi che in caso di avanzata jihadista nei territori finiscono nelle mani dei terroristi. Per ora solo la Cina esporta ufficialmente armi ai regolari governi siriano e iracheno.

D’altra parte, una situazione estremamente complessa è quella del traffico illegale internazionale d’armi leggere. Facendo riferimendo all’ultimo rapporto Illicit Small Arms and Light Weapons elaborato dall’ European Parliamentary Research Service in collaborazione con le Nazioni Unite, si stimano in 875 milioni le armi leggere circolanti a livello mondiale ed appartenenti a privati cittadini.

Una delle vie più gettonate al traffico d’armi leggere è la rotta dei Balcani. Il dissolvimento delle ex Repubbliche jugoslave, la guerra in Bosnia, la crisi albanese del 1997, la guerra in Kosovo nel 1999, hanno facilitato il procuramento illecito da parte di privati o di bande criminali territoriali, dalle riserve degli eserciti governativi . Armi vendute in massa e di continuo alle grandi organizzazioni criminali e oggi anche ai jihadisti radicalizzati negli stessi paesi. V’è una produzione di alta qualità di armi nei Balcani, necessità degli anni della Guerra fredda. Calcolare oggi il numero esatto di armi in circolazione nel Sud Est europeo è difficilissimo. Nel 2012 si stimavano circa 4milioni di armi leggere illegalmente in mano ai privati, 80% delle quali provenienti dai conflitti degli anni ’90. Tuttavia, la continua produzione di armi prevista nei programmi di questi paesi non sono destinati al rafforzamento delle proprie forze armate, cosa che andrebbe a preoccupare seriamente l’UE viste le recenti adesioni di Croazia e Slovenia e delle prospettive future di stabilità nell’area, ma sono ufficialmente destinate all’export internazionale. Pertanto, aldilà di ogni proposito aconfittuale dei suddetti paesi, tali armi spesso finiscono in mani pericolose, com’è naturale che sia, potremmo ben dire. Nel 2013 armi provenienti dalla guerra bosniaca finirono nelle mani di Al-Qaeda vendute da scocietà serbe e montenegrine.

Quanto all’Italia, secondo ultimi rapporti stilati anche dalla Rete per il Disarmo, si stima che circa 28% delle armi italiane sono destinate in Nord Africa e in Medio Oriente a cavallo dell’exploit della crisi siriana. La L. 185/1990, che detta il Divieto di esportazione di armamenti verso quei Paesi in stato di conflitto armato, disciplina il traffico di armi definite “militari”: le armi staccate in pezzi, le munizioni e le armi in dotazione alle forze dell’ordine, che eludono qualsiasi controllo. Fuori da questa norma rimangono le armi leggere, che possono essere smontate e vendute al pezzo. Traffico che può essere effettuato trasportando armi smontabili con semplice bolla di accompagnamento.

Questo scenario sommerso e cruento continua a complicarsi e ad espandersi in più direzioni, anche prevedibili. Poche ore fa è stato bloccato un carico di 800 fucili al porto di Trieste proveniente dalla Turchia e destinato in Germania e forse, Belgio e Olanda.

Armi occidentali in mano ai jihadisti e poi Parigi. Colpita al petto per la seconda volta in 10 mesi, checché se ne dica, la ciptale francese scatena la nostra empatia europea e occidentale, naturale, immediata, senza filtri. Parigi forse ci chiede etica e coscienza; con ciclicità la Ville Lumiere, ogni tanto, ci chiede di illuminarci.
Lungi da ogni moralismo stagnante e retorica impoverita, un richiamo ai fatti: per “liberare” i paesi arabi dai loro carnefici, ne abbiamo sollecitato le primavere, lo abbiamo fatto con armi e denaro.

Voilà, cosa diavolo c’entrano questi con la Primavera?!

Libano, impegno UNIFIL nonostante gli attentati

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Peggiora la situazione in Libano, dove nelle scorse settimane sono stati ben tre gli agguati alle forze militari italiane presenti in loco, a partire dall’11 settembre scorso. L’ultimo, ai danni di una pattuglia di caschi blu italiani della missione Unifil, è avvenuto nel sud del paese, ai confini con Israele, vicino alla base Onu di Naqoura. Durante un pattugliamento di routine due vetture hanno bloccato un blindato Lince ed esploso diverse raffiche di kalashinikov. I miliziani hanno poi saccheggiato il mezzo e sono fuggiti dopo aver sottratto una mitragliatrice e alcuni giubotti antiproiettile.

Lo Stato Maggiore della Difesa smentisce probabili responsabilità dell’IS nell’accaduto, che ha invece rivendicato l’attentato di Beirut in cui sono rimaste vittime 41 persone pochi giorni prima della strage di Parigi.  Sono tutt’ora in corso le indagini avviate dalle autorità libanesi per chiarire la dinamica dei fatti, tenuto conto della presenza di sciiti di Hezbollah sul territorio in questione, la qual cosa ostacola eventuali infiltrazioni di terroristi sunniti dell’Is o di Al Qaida. Andrea Tenenti, portavoce della forza ONU, ha affermato che «Sull’agguato al mezzo italiano è in corso un’inchiesta, e le autorità libanesi si uniscono al generale Luciano Portolano, Comandante dell’Unifil, nel condannare l’accaduto».

Il Consiglio di Sicurezza Onu ha ribadito l’appoggio a Unifil, appellandosi a tutte le parti coinvolte per il rispetto degli obblighi a tutela della sicurezza dei caschi blu e del resto del personale dell’Onu. Frattanto proseguono le attività del contingente italiano in loco per contribuire alla stabilità del paese e in favore delle popolazioni locali. Durante il primo mese di operazione, gli alpini della Brigata “Taurinense”  hanno assicurato il rispetto della risoluzione  ONU 1701 attraverso il controllo continuativo del territorio, impegnando giornalmente i propri assetti sia in attività congiunte  con le Forze Armate Libanesi (LAF), sia con pattugliamenti indipendenti. Oltre alle iniziative finalizzate al mantenimento dell’equilibrio generale, il contingente italiano ha promosso due nuove iniziative presso le scuole superiori e intermedie della municipalità di Al Qulaylah. La Task Force Italbatt ha condotto la prima lezione del corso di lingua italiana, inserito nel programma dell’anno scolastico 2015/16, mentre il personale sanitario ha tenuto, su proposta del Direttore della scuola Mr Abdel Karim Hassan, una lezione di  igiene dentale agli studenti.

Viviana Passalacqua

Papa Francesco: i rischi del viaggio in Africa

Massima allerta per la visita del Papa in Africa, in programma dal 25 al 30 novembre. Si inizia domani con il Kenya, per proseguire poi con l’Uganda e terminare con la Repubblica Centrafricana, dove il rischio attentati è alto, come ribadito, da almeno due mesi, dai servizi francesi presenti nel Paese.

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Nonostante i 148 morti di aprile nel campus universitario in Kenya, è la Repubblica Centrafricana a destare le maggiori preoccupazioni sia presso la Santa Sede sia presso l’esercito francese, capofila della missione delle Nazioni Unite. Il picco di massima allerta sarà raggiunto il 29 novembre, in occasione dell’apertura del Giubileo per l’Africa da parte del Pontefice.

Se il rischio per Francesco I è già evidente da molte settimane, i fatti di Parigi e, in special modo, gli attentati all’Hotel Radisson in Mali alzano ulteriormente il livello della tensione.

Tensione palpabile nelle parole pronunciate dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato del Vaticano: “Il Papa vuole fortemente fare il viaggio in Africa, anche nella sua tappa più critica, la Repubblica Centrafricana, dove sono ripresi gli scontri”, ma “se ci dovessero essere scontri in atto, sarebbe difficile pensare di andare per la sicurezza del Pontefice, ma anche della popolazione”.

Tensione, tuttavia, che non scoraggia il Pontefice, “pronto – come dichiarato ieri – a sostenere il dialogo interreligioso per incoraggiare la convivenza pacifica nel vostro Paese”.

La Repubblica Centrafricana, come altri Stati africani, convive un conflitto interno a causa della guerra civile scoppiata due anni e mezzo fa. Inizialmente, non era un conflitto di tipo religioso, ma di stampo politico tra le milizie presenti nel Paese. Dopo la deposizione dell’ex presidente Bozizè, la guerra civile è divenuta uno scontro confessionale.

Facendo un breve excursus, analizzando la geografia della Repubblica Centrafricana, il Centro-Sud è più sviluppato e abitato in prevalenza da cristiani, i quali rappresentano l’80% della popolazione totale. Il Nord, invece, è meno sviluppato e a maggioranza musulmana. La mancanza di attenzione e di politiche verso quest’area da parte della capitale Bangui, hanno favorito il riversarsi di milizie non regolari dall’estero attraverso la parte settentrionale del Paese.

Dal 2003 al 2013 il protagonista della scena politica centroafricana è stato l’ex presidente Bozizè, eletto per due volte e per due volte protetto dall’esercito francese (nel 2003 e nel 2006) nel corso delle due guerre civili.

La prima, nel 2003-2007 in cui aveva come rivale il politico e militare Michel Djotodia. La seconda, malgrado gli accordi di pace, nel 2012, quando le guardie presidenziali lo abbandonano. Dopo la crisi umanitaria che deriva da questi anni di guerra civile, Bozizè scappa in Camerun. A cacciarlo è il gruppo ribelle “Seleka” (coalizione), composto da centrafricani, ma anche da ciadiani e sudanesi. Prima di andarsene dal Paese, l’ormai ex presidente aveva richiesto l’intervento della Francia a sua protezione, ma Hollande ha rifiutato.

L’altro fattore che ha contribuito alla deposizione di Bozizè è stato il mancato appoggio del presidente del Ciad Deby, il quale, dal 2010, gli aveva tolto l’appoggio esterno e aveva favorito la creazione di un gruppo ribelle di matrice islamica che si dirigesse contro la capitale Bangui.

Nel 2013, i ribelli diventano esercito regolare. Tuttavia, questa nuova situazione non fa altro che esasperare gli animi e le violenze all’interno del Paese. Violenze che sfociano nella terza guerra civile dal 2003. Nel dicembre dello stesso anno, però, l’Onu vota una risoluzione per un intervento militare nella Repubblica Centrafricana a guida francese.

Nel gennaio 2014 viene eletta presidente Catherine Samba-Panza, prima donna a ricoprire quella carica, cristiana ma neutrale. Le violenze tra musulmani e cristiani però continuano fino ad oggi. Le Nazioni Unite, l’UNICEF e altre ONG denunciano una escalation di scontri che vedono coinvolti i bambini sia nelle vesti di soldato sia nelle vesti di vittime.

 

Giacomo Pratali

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USA-Cina: ancora scontro su Mar Cinese Meridionale

Varie di

Durante l’Asia-Pacific Cooperation Summit di Manila, conclusosi la settimana scorsa, il presidente Barak Obama ha ribadito la posizione americana, chiedendo alla Cina di interrompere la costruzione di isole artificiali e di nuove infrastrutture nella zona di mare contesa.

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La risposta non si è fatta attendere. In occasione del vertice dei paesi dell’ASEAN di Kuala Lumpur, in Malesia, Pechino, attraverso il vice ministro degli esteri cinese Liu Zhenmin, ha accusato Washington di volere una escalation ed ha difeso le attività di costruzione in mare, avviate nel 2013 e ancora oggi in corso.

Era stato Obama, in apertura del summit APEC di Manila, mercoledì scorso, a spingere la questione del Mar Cinese Meridionale al centro dell’agenda politica dei 21 leader riuniti. Dopo aver incontrato il presidente delle Filippine, Benigno S. Aquino III, Obama si era rivolto alla stampa sollecitando Pechino ad interrompere ogni attività militare in quel tratto di mare e ad accettare un arbitrato internazionale per ricomporre le divergenze con i vicini del sud-est asiatico.

“C’è bisogno di intraprendere passi coraggiosi per abbassare la tensione – aveva detto Obama – impegnandosi ad interrompere ulteriori rivendicazioni, ogni nuova costruzione e la militarizzazione delle aree contese del Mar Cinese Meridionale”

Pur senza prendere posizione sul fronte delle rivendicazioni territoriali avanzate dai paesi coinvolti, gli Stati uniti considerano vitale la libera navigazione sulle acque dell’area contesa. In tal senso hanno confermato il proprio impegno a fianco dei governi dell’Asia meridionale che si oppongono all’espansionismo cinese, ed hanno garantito agli alleati un contributo di 250 milioni di dollari per le spese militari.

La replica di Pechino è arrivata il 22 novembre, in occasione del vertice ASEAN di Kuala Lumpur. Il vice-ministro degli esteri cinese Liu Zhenmin ha affermato la legittimità e la legalità dell’operato del proprio governo, ribadendo che la Cina non ha intenzione di interrompere le attività di costruzione di nuove infrastrutture al largo delle sue coste meridionali. Zhenmin ha poi rispedito al mittente le accuse americane, negando che Pechino stia procedendo ad una progressiva militarizzazione dell’area. Sarebbe invece Washington a dover interrompere le provocazioni, dopo che, il mese scorso, una nave della Marina americana aveva attraversato un braccio di mare che i Cinesi considerano come parte delle proprie acque territoriali.

“La costruzione ed il mantenimento di infrastrutture militari sono necessari per la difesa nazionale della Cina e per la protezione di quelle isole e di quelle barriere coralline”, ha affermato il vice-ministro, aggiungendo che Pechino intende “espandere e rafforzare” le infrastrutture civili “per servire al meglio le navi commerciali e i pescatori, soccorrere i battelli in difficoltà e fornire maggiori servizi pubblici.”

Le posizioni dei due principali contendenti restano dunque molto distanti e nulla fa presagire, al momento, un cambiamento di rotta da parte della corazzata cinese.

 

Luca Marchesini

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#OpParis: Anonymous sfida l’ISIS

EUROPA/Varie di
 Dopo gli attacchi del 13 Novembre, Anonymous, come già accaduto per Charlie Hebdo, ha dichiarato guerra ai terroristi. Dopo un paio di giorni in rete l’annuncio di aver oscurato circa 5.000 account e smascherato un reclutatore. Ma circolano dubbi sull’efficacia della campagna.
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A LA  (CYBER)GUERRE: #ExpectUS

Anonymous, il famoso collettivo di hacktivisti, dopo gli attacchi di Parigi aveva diffuso un video in cui dichiarava che sarebbe sceso in campo “per difendere i nostri valori e la nostra libertà siamo sulle tracce degli appartenenti ai gruppi terroristici responsabili degli attacchi, non ci fermeremo, non dimenticheremo, e faremo tutto il necessario per porre fine alle loro azioni”.

Iniziava #OpPARIS che in una settimana ha portato alla chiusura di migliaia di account e l’identificazione di personaggi collegati al mondo della jihad, nonché l’identificazione di potenziali obiettivi e date di prossimi attacchi in Francia e in Italia.

Inoltre Anonymous avrebbe avviato una serie di attacchi di massa contro provider con la tecnica del Denial of Service, saturando i siti e rendendoli di fatto inutilizzabili.

Accanto ad Anonymous, che non e’ un’organizzazione singola ma una rete di hacktivisti che si identificano dietro la famosa maschera di Guy Fawkes, e’ scesa in campo anche il Ghost Security Group, un gruppo nato all’interno di Anonymous e successivamente resosi indipendente, che dichiara:  “Le nostre operazioni informatiche raccolgono dati relativi a minacce effettive e potenziali, statistiche avanzate, strategie offensive e di sorveglianza e offriamo una conoscenza del contesto attraverso una vigilanza senza sosta del “territorio digitale”.

I due gruppi sembrano operare parallelamente, quindi, con Anonymous che attacca aggressivamente i siti dei terroristi per bloccarli e sottrarre informazioni e il GSG che invece si concentra sulla galassia di Twitter.

LA RISPOSTA DELLA (CYBER)JIHAD: #Idiots!

Risposta aggressiva da parte degli hacker di ISIS: “Gli hacker di Anonymous minacciano in un video di compiere attacchi massicci contro lo Stato Islamico (idioti)”.

E dopo qualche giorno rilasciavano sull’APP Telegram, utilizzata per lo scambio di messaggi criptati, una guida per difendersi dagli hacktivisti, intercettata e diffusa dal Centro per lo Studio del Radicalismo di Londra.

Cinque le regole auree del cyberjihadista:

  1. Non aprire nessun link se non sei sicuro della fonte;
  2. Usa una vpn e cambia il tuo IP costantemente per ragioni di sicurezza;
  3. Non parlare con chi non conosci su Telegram e bloccali se possono rintracciarti a causa della tua attività ;
  4. Non parlare su Twitter perché possono hackerarti;
  5. Non usare la tua #email come #username su twitter: questo errore e’ costato a molti Ansar (Combattenti della fede, NdR) il loro account e i Kuffir (Infedeli, NdR) hanno pubblicato i loro IP quindi fate attenzione;

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=oZPucyvPiwc

IL FRONTE DEGLI SCETTICI: #Wronglynamed

Mentre la battaglia a colpi di bit, tweet e account infuria, alcuni ne mettono in dubbio l’efficacia. Secondo il quotidiano britannico “The Indipendent”, in alcuni casi gli account chiusi sono di persone del tutto estranee, colpite per errore. In un intervista alla BBC, un hacktivista (che la testata inglese descriveva come probabilmente italiano) dichiarava che gli errori sono possibili anche se prima di ogni attacco si cerca di accertarne il coinvolgimento nella rete terroristica.

Più radicale l’opinione di un ex-hacker, Fabio Ghioni, che in un’intervista a Lettera 43 ha dichiarato  che gli attacchi di Anonymous sono inutili e superficiali, un’operazione di facciata che non incide sulla capacita’ dei terroristi di comunicare. Molti degli account chiusi, infatti, potrebbero essere solo delle esche diffuse dalle forze dell’ordine per “agganciare” potenziali jihadisti. Mentre, questi ultimi, continuerebbero indisturbati a navigare sul deep web.

Nel frattempo  la notizia, lanciata dall’International Business Times, secondo la quale Anonymous avvertiva della minaccia in Europa domenica 22 Novembre, veniva smentita da un tweet degli stessi hacktivisti, che non sapevano spiegarne la fonte.

Sul web, la guerra continua. E la confusione aumenta.

 

Leonardo Pizzuti

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