GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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REGIONI - page 107

Parigi, una settimana dopo

BreakingNews/EUROPA/POLITICA/Varie di

 Oggi è una settimana da quel tragico venerdì 13. Un venerdì sera che per Parigi era iniziato esattamente come gli altri, i bistrot pieni di gente che, complice una serata abbastanza mite, si godeva la sua bière o la sua cena nelle terràsse. Alle 21.30 di venerdì 13 Novembre mi trovavo ad un ristorantino in Place de la Bastille, festeggiando con un’amica la nuova esperienza di essere tornate a vivere nella città che amiamo di più dopo la nostra cara Roma.

Eravamo in “terràsse” a finire il nostro vin rosè quando ci si avvicina la proprietaria del locale e con una discrezione ed una calma apparente tale ci invita “ad entrare dentro il locale perché un terrorista ha sparato sulla folla in un ristorante abbastanza vicino”. Inizia l’incredulità, poi la paura. Ci facciamo coraggio, usciamo dal locale per andare lì fuori dove avevamo appuntamento con altre amiche italiane con le quali avremmo dovuto passare una serata in un discopub. Improvvisamente iniziano ad arrivare i messaggi dall’Italia, preso il Bataclan, terroristi in giro che sparano sulla folla.

Ci ritroviamo in Rue de Lappe, famosa per avere un locale accanto all’altro, uno dei centri del divertimento dei giovani parigini. Al nostro arrivo i locali stavano iniziando ad abbassare le serrande e chiudere dentro le persone su indicazioni della polizia. Il mio piccolo gruppo viene invitato ad entrare a casa di un conoscente che chiameremo “D. “. Lui tunisino di 29 anni vive da molti anni a Parigi, doveva andare alla “Belle Equipe” per festeggiare il compleanno di una cara amica di famiglia, ma per uno scherzo del destino non è andato, ha tentato di contattare i suoi amici e parenti lì, ma nessuno gli dava notizie.

Abbiamo passato il resto della serata in questa casa, con le notizie ed i messaggi preoccupati di amici e parenti, e senza avere un televisore, perché proprio quel giorno il nostro ospite aveva portato il decoder in riparazione. Ore di incertezza, poche notizie, telefoni scarichi e nessuna voglia di uscire di lì, il rifugio sicuro. Alle tre del mattino D. ha trovato un amico “tassista privato” che lavora con Uber, lui ci ha riaccompagnato tutte a casa, dopo molta incertezza sul da farsi se fosse sicuro o meno muoversi anche in macchina.

Arrivata a casa è subentrato il dolore, acceso il computer ho iniziato a vedere le immagini dei morti, il numero che aumentava, a chiedermi se tutte le persone che conosco qui stessero bene, vedere con i miei occhi quello che si è consumato a poche centinaia di metri dal nostro “rifugio sicuro”. Il primo pensiero è stato: “P­er un qualsiasi caso potevo essere lì anche io, sono solo fortunata a poterlo raccontare”. Poi la stanchezza delle ore di tensione ha ceduto il posto ad un sonno senza sogni. La mattina dopo eravamo tutti in stato di shock.

Abbiamo appreso, il mattino seguente, che al nostro ospite D. nella sparatoria sono morti quattordici dei suoi migliori amici e due sue cugine, vite spezzate così vicine a noi. Paura ad andare al supermercato, passare la giornata incollata al computer per vedere le notizie, per sapere se stava succedendo altro, se la follia avesse davvero avuto fine, per quel momento.

E questo è stato il clima per tutta la settimana. I parigini sono un popolo forte: dal lunedì hanno iniziato a riprendere le loro normali attività, con più silenzio, ma con la voglia di ricominciare, con il dolore ma con la volontà di non farsi vincere dalla paura. Anche con il blitz a St. Denis, gli elicotteri, i continui passaggi di vetture con sirene, alle quali ormai si fa meno caso, lentamente gli abitanti della Ville Lumière sono tornati alla loro vita.

Per noi Italiani è diverso: le continue chiamate degli amici e parenti preoccupati, una strana sensazione che, da una parte ti dice di tornare a casa, ma che dall’altra è fortemente ferma nel voler restare qui, lo status confusionale da stress post traumatico è destinato a restare dentro di noi ancora a lungo, ma i francesi sono diversi. I francesi sono un popolo coraggioso, che “si piega ma non si spezza”, unito, compatto nel dolore e nel rispetto di chi invece prova molta paura. In questi giorni ho riflettuto molto sull’essenza dParigi: la cronologia del blitz; infograficai questo popolo che ritenevo “scostante” e “superbo”, ma ho iniziato ad aver voglia di essere “un po’ più francese”. Per il coraggio che dimostrano nel ricominciare a vivere la vita. Nelle università e nelle scuole se ne parla; dovunque c’è qualcuno che ha perso un amico o un conoscente, si cerca di capire le cause di tutto ciò di spiegare come la violenza abbia preso il sopravvento sulla libertà, ma non si arriva mai all’odio indiscriminato.

Hanno perso la vita anche molti musulmani e questo i francesi lo sanno bene, sono da anni compagni di questa difficile convivenza in terra d’oltralpe. La metrò si ripopola, così come lentamente anche i bistrot, ma in un silenzio surreale. Il silenzio a Parigi, una settimana dopo, è il protagonista di una ferita talmente grande da togliere le parole, ma non la forza per ricominciare giorno dopo giorno, a guardare avanti.

Romania: citizens against Government

EUROPA/Europe/Politics/Report @en di

Corruption is the plague and there is not much time left for citizens to allow it anymore. Romania’s president nominated former EU Commissioner Dacian Ciolos as the nation’s new prime minister Tuesday, after protests over a nightclub fire that killed at least 48 people brought down the government.

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“Victor Ponta is giving up his mandate. Someone needs to assume responsibility for what has happened. This a serious matter and we promise a quick resolution of the situation,” party head Liviu Dragnea told journalists in parliament, Reuters reported. “You probably noticed thousands of people last evening and what they demanded,” he added.

President Klaus Iohannis said Romania needs “a clean person, a person not involved in scandals, a person of integrity.”

Protests broke out late on Nov. 3 in the Romanian capital of Bucharest, and demonstrators demanded Cabinet resignations over allegations of corrupt permitting that led to a nightclub fire and 32 deaths, Reuters reported.
The demonstrators specifically demanded the resignation of Romanian Prime Minister Victor Ponta, Deputy Prime Minister Gabriel Oprea and the mayor of the district where the nightclub is located.

Stratfor sources indicate that as many as 20,000 people gathered in Bucharest, and youth and student organizations called for more participants on social media. Similar demonstrations have broken out simultaneously in Brasov and Ploiesti. The government passed legislation on Nov. 3 that would grant the power to emergency authorities to immediately close venues that do not have permits or defy safety regulations. The three nightclub owners have declined to comment.

On Wednesday evening, thousands massed in Bucharest’s University Square and in at least three other cities, calling for early elections and better governance.

Donors queued at blood centres and volunteers took food and drinks to Bucharest hospitals for medical staff and victims’ families.

The protesters also criticized the powerful Romanian Orthodox Church, accusing it of failing to address an outpouring of national grief.
“We want hospitals, not cathedrals!” they chanted.

The ensuing political fallout has alread, claimed Ponta who is awaiting trial on charges of corruption made in June.
District mayor Cristian Popescu Piedone said he would build a monument outside Colectiv. He said that “as far as the local authority was concerned, the club had all the necessary paperwork”.

On the other hand, romanian citizens claim that bribes were paid to mantain the clubs open, while not even a fire estinguisher was found in the inside. That is clearly the point.

 

Sabiena Stefanaj

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NATO opens Trident Juncture exercise to international observers

EUROPA di

Observers from member nations of the Organization for Security and Co-operation in Europe (OSCE) and from other countries around the world have been invited to witness NATO’s biggest military exercise in over a decade, Trident Juncture 2015, which is currently taking place in Italy, Spain and Portugal.

“Trident Juncture shows the Alliance’s commitment to transparency and predictability on military activities,” said General Hans-Lothar Domröse, Commander of NATO’s Joint Force Command Brunssum, and of the exercise. “I welcome that several countries chose to send observers to Trident Juncture. This exercise is defensive in nature, the scenario and adversary are fictional. We hope that by inviting observers we can help to build trust and confidence.”

Trident Juncture 15, involving 36,000 troops from more than 30 nations, will certify next year’s NATO Response Force headquarters and the functions of the new very-high readiness Spearhead Force. Under the OSCE Vienna Document 2011, exercises must be notified to OSCE member states 42 days in advance if exceeding 9,000 troops, and observation is required starting at 13,000 troops. Allies respect these conditions.

Under the Vienna Document 2011, three separate Russian inspection teams arrived this week – one each in Italy, Portugal, and Spain. In each country, the teams were provided with briefings about Trident Juncture 15, and have inspected military activities being carried out as part of this exercise. The inspection in Italy took place between 26 and 28 October, and the inspections in Spain and Portugal are on-going between 27 and 29 October.

Also under Vienna Document 2011 rules, observers from Germany, Russia, Sweden, Switzerland, and the United States will visit Spain between 1 and 4 November, as this is where the largest concentrations of troops will be during the exercise. This observer programme of military activities was coordinated with Spain and NATO’s Conventional Arms Control Coordination Cell.

In the interest of promoting transparency, NATO has also decided to invite observers from eleven other nations to Trident Juncture 15: Algeria, Belarus, Brazil, Colombia, El Salvador, Mauritania, Mexico, Morocco, Serbia, Tunisia and the United Arab Emirates.

NATO Tridet Juncture, the biggest excercise

EUROPA di

Nineteen NATO nations are contributing navy and marine forces to Trident Juncture 2015, the Alliance’s biggest and most ambitious exercise in more than a decade. More than 70 ships and submarines, maritime patrol aircraft and 3,000 marines are taking part in the maritime portion of the exercise taking place off the coast of Portugal, Spain and Italy and at NATO’s Maritime Command in the United Kingdom.

“I am glad to be in this challenging NATO exercise with my units and look forward to train with these highly motivated crews from different nations. Multi-nationality is inspiring; common procedures and tactics are the key to shaping a coherent and capable NATO force at sea,” said Read Admiral Jorg Klein, the Commander of Standing NATO Maritime Group 2. Three weeks of intensive training was launched on 19 October during an opening ceremony at the Trapani air force base in Italy.

A wide group of Allies were already involved in training manoeuvres and techniques during the first days of the exercise. Dutch and British maritime forces conducted an amphibious operation at Sierra del Retin, Spain. In Sardinia, Italy US Marines and British Royal Marines trained together to enhance their interoperability which is crucial to ensure they can work seamlessly together in crisis situations. Canadian, Portuguese, Spanish and Danish naval ships conducted operations in the Atlantic Ocean south of Portugal.

Meanwhile two Portuguese F16 fighter jets with four F18 fighter jets from partner nation Finland supported the maritime training from the air. “This was a valuable anti-air warfare training opportunity that allowed us to observe the impressive aerial capabilities of our NATO allies,” said Commander Pascal Belhumeur, Commanding Officer of the Canadian Frigate HMCS Winnipeg.

The maritime part of Trident Juncture tests multiple warfare disciplines at sea including: amphibious landings in four locations, special operations forces activities, maritime patrol aircraft sorties, submarine warfare and coastal training events. Trident Juncture will continue until 6 November across Italy, Spain and Portugal. The exercise, involving 36,000 troops from more than 30 nations, will certify next year’s NATO Response Force headquarters and the functions of the new very-high readiness Spearhead Force.

Migrants and borders: Slovenia and Croatia face Hungary’s fence effects

EUROPA di

The endless floyd of desperate migrants keeps the Balcan countries in permanent emergency state. Slovenia and Croatia are facing problematics while Orban’s Hungary had it’s border blocked up by that fence.

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More than 12,000 migrants have crossed into Slovenia in the past 24 hours and thousands more are expected, prompting authorities to ask the rest of the European Union for help dealing with the flood of people.
EU officials said Austria, Germany, Italy, Hungary, the Czech Republic, Slovakia and Poland offered to send police reinforcements.

“We are standing by Slovenia in these difficult moments, Slovenia is not alone,” European migration commissioner Dimitris Avramopoulos said after meeting Gyorkos Znidar. The EU executive later said Slovenia had formally requested tents, blankets and other supplies under the bloc’s disaster relief programmed.
Croatia also decided on Thursday to seek international help, the news agency Hina reported. The government in Zagreb said it would ask for blankets, winter tents, beds and containers. Since mid-September, 217,000 refugees have entered Croatia

Slovenia’s Interior Ministry said Croat police were dumping thousands of undocumented people on its border “without control” and were ignoring telephoned Slovene requests to contain the surge.
On Tuesday morning, a train carrying more than 1,000 people from the Croatian town of Tovarnik and some 20 buses of full of refugees from the Opatovac refugee camp were headed toward the Slovenian border.

Migrants began streaming into Slovenia last Friday, when Hungary closed its border with Croatia. Before then, they were heading for Hungary – a member of Europe’s Schengen zone of visa-free travel – and then north and west to Austria and Germany. Sealing the border diverted them to Slovenia, which is also a member of the Schengen zone.
The daily cost of handling migrants was costing the former Yugoslav republic €770,000 Gyorkos Znidar said.

The European Commission President Jean-Claude Juncker called an extraordinary meeting of several European leaders for Sunday, 25th. Juncker has invited the leaders of Austria, Bulgaria, Croatia, the former Yugoslav Republic of Macedonia, Germany, Greece, Hungary, Romania, Serbia and Slovenia.

Not a single migrant has entered Hungary from Croatia since the border was closed with a fence protected by razor wire, soldiers and police patrols.

Orban said “Hungary’s border fence had been meant to turn migrants back from Europe, not divert them along a different path to Germany, and that he had asked Hungary’s Balkan neighbors to help send the migrants back”.
“The right thing to do is not to ensure their passage into Europe but to take them back to the refugee camps they started out from,” he said. “The further they come from their troubled countries, the more difficult it will be for them to return. Therefore these people must remain and humane conditions must be created for them in those places”.

While EU’s efforts seem to be not-sufficiently able to take control of the situation created during Balcan borders, Orban spaces his far-right way of thinking not considering the fact that what’s happening with millennial migrants is much more than a “migrant crisis”: it’s an anthropological change, a continuum circle of people that keeps on walking countries, borders while trying to make their lifes better and safer.

A price of late globalization, maybe; a war and destabilization of the Middle East’s bill to be payed also by occidental countries, indeed.

 

Sabiena Stefanaj

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Libano, “Nizza Cavalleria” alla guida di ITALBATT

BreakingNews/Difesa/EUROPA di

Avvicendamento alla guida di ITALBATT in Libano. Stamane ad Al Mansouri il passaggio di consegne tra le task force italiane impegnate nelle attività di supporto alla popolazione locale in aderenza alla Risoluzione 1701 delle Nazioni Unite e alle Forze Armate Libanesi (LAF).

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Al Comandante del Reggimento “Genova Cavalleria”, Colonnello Giovanni Biondi, subentra il Comandante del Reggimento “Nizza Cavalleria”, Colonnello Massimiliano Quarto. A partire dallo scorso 21 aprile 2015, molteplici le attività portate avanti dalla task force cedente: circa 8.000 i pattugliamenti per garantire la sicurezza del paese, 400 le operazioni condotte in sinergia con le forze armate libanesi (LAF) per affiancarle nel raggiungimento della piena capacità operativa a sud del fiume Litani.

Numerosi anche i progetti realizzati in favore dei civili nelle 22 municipalità comprese nell’area di ingerenza ITALBATT attraverso la Civil-Military Cooperation (CIMIC). Il tutto, nel quadro dei compiti assegnati dall’ONU ai contingenti in loco: il monitoraggio della cessazione delle ostilità tra il Libano ed Israele, il supporto alle Forze Armate Libanesi (LAF) ed il sostegno alle istituzioni locali, le esercitazioni di addestramento congiunto interforze, volte al confronto e alla standardizzazione delle procedure militari nell’ambito delle attività operative sul territorio libanese, oltre che al consolidamento di una necessaria coesione tra le forze armate delle 39 nazioni che attualmente compongono l’ambiente multiculturale della missione UNIFIL.

Il prossimo semestre di attività, concentrato nella zona di frontiera tra Israele e Libano, parte della cosiddetta “blue line”, e nell’area costiera a sud di Tiro, è ora affidato a personale della Brigata alpina Taurinense del Reggimento “Nizza Cavalleria”, rinforzato dal Battaglione “Alpini L’Aquila”.

 
Viviana Passalacqua

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Crimea alla Russia, Ucraina chiede maxi risarcimento

EUROPA di

Sarà la Corte internazionale a giudicare la questione dell’annessione della Crimea alla Russia. L’Ucraina ha fatto i suoi conti, e presto presenterà al premier russo Vladimir Putin la richiesta di un maxi risarcimento per averle sottratto la penisola. La Russia è accusata di aver supportato i ribelli che si sono battuti per l’autonomia, e che, dopo averla raggiunta con il referendum dello scorso anno, sono entrati a far parte della Federazione russa.

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Come reso noto dal ministro degli Esteri ucraino Pavlo Klimkin, la compensazione economica richiesta comprenderà anche i danni subiti a causa dell’occupazione dei territori del Donbas e del caso Yukos, colosso petrolifero fallito. Risale al 2014 la sentenza di condanna emessa dalla Corte arbitrale dell’Aia a carico della Russia, condannata a risarcire con 50 miliardi di dollari gli ex azionisti dell’azienda fondata da Mikhail Khodorkovsky.

Il risarcimento miliardario stimato dall’Ucraina sarà “ una cifra a nove zeri”, ha dichiarato pubblicamente Klimkin, spiegando come la quota ricomprenda anche le risorse naturali di cui la Russia si è appropriata annettendo quelle aree. Secondo le autorità ucraine la sentenza dei tribunali internazionali si farà attendere per lungo tempo, minimo 4 anni, che con tutta probabilità diventeranno 6. Frattanto l’interesse suscitato dalla Crimea aumenta sempre più: businessman provenienti dalla Svizzera e dall’Italia hanno annunciato sopralluoghi e viaggi d’affari nel Mar Nero, attratti dal comparto turistico, in special modo dai resort, e dal settore delle costruzioni.

Come dichiarato da Zaur Smirnov, capo del Comitato per le relazioni internazionali della Crimea, si tratta di accordi siglati in occasione della visita della delegazione della Crimea in Daghestan, per un volume di investimenti superiore ai 10 miliardi di euro.

 

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Viviana Passalacqua

Italia: pronta azione militare in Iraq?

Difesa/EUROPA di

“In merito a indiscrezioni di stampa su operazioni militari aeree italiane in Iraq, il Ministero della Difesa precisa che sono solo ipotesi da valutare assieme agli alleati e non decisioni prese che, in ogni caso, dovranno passare dal Parlamento”. Questa la nota pubblicata dal Ministero della Difesa italiano a seguito dell’indiscrezione, rilanciata da Il Corriere della Sera il 5 ottobre, in merito ad un presunto intervento dei propri Tornado a fianco della coalizione occidentale contro lo Stato Islamico.

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Se da un anno a questa parte, infatti, gli aerei italiani sono stati configurati per le ricognizioni sul territorio iracheno e in appoggio ai Peshmerga, adesso le regole d’ingaggio con il governo iracheno cambierebbero, così come avvenuto tra quello siriano e la Russia. Mentre sullo sfondo Nato, Francia e Gran Bretagna (in attesa del via libera da parte del Parlamento) operano militarmente in Siria.

Tornando al caso italiano, se da una parte il Ministero della Difesa ha smentito le indiscrezioni della stampa, dall’altra parte l’incontro tra il ministro Roberta Pinotti e il Segretario di Stato alla Difesa Ashton Baldwiin Carter, in programma a Roma il 7 ottobre, potrebbe essere un chiaro indizio sulla volontà italiana di partecipare ai bombardamenti contro le postazioni dell’Isis. E forse il prologo di una missione militare in Libia con l’Italia a capo di una coalizione internazionale.
Giacomo Pratali

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Norvegia, rifugiati: accoglienza e battaglia sui numeri

EUROPA di

Mentre milioni di siriani di spingono verso il nord Europa (destinazione ideale, la cui immagine di meta da raggiungere è stata creata nel tempo da reportage e trasmissioni media che ne hanno lodato il welfare e le politiche di accoglienza) con i mezzi più vari, spesso a piedi, varcando i confini delle nazioni centro-europee, la popolazione norvegese sembra voler confermare la sua reputazione alle urne delle ultime elezioni amministrative.

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Il voto ha portato, infatti, il partito anti-immigrazione, membro dell’attuale coalizione di governo, al peggior risultato elettorale a livello locale degli ultimi ventidue anni. Il suo maggiore oppositore, il partito laburista (Arbeidsparti), il quale ha preso una chiara e esplicita posizione a favore dell’accoglienza dei rifugiati siriani, è il grande vincitore delle elezioni amministrative del 13 settembre scorso.

Il risultato delle elezioni, che sono coincise con l’esplodere della crisi migratoria del popolo siriano (e non solo), non ha trovato, però, un riscontro pratico (apertura delle frontiere ai richiedenti asilo), quando l’Europa, geograficamente intesa, si è trovata a dover decidere sul numero degli immigrati da accogliere. In base alla grandezza del territorio, delle risorse disponibili a livello statale e al numero degli abitanti, la Norvegia ha aperto le frontiere a un numero estremamente ridotto di richiedenti asilo, mentre avrebbe potuto accogliere 100.000 rifugiati. Un numero stimato anche da Victor D. Norman, professore di economia sociale presso l’Alta Scuola del Commercio di Oslo, come riporta il giornale Dagens Næringsliv. Norman sottolinea le conseguenze economiche positive che l’afflusso dei migranti siriani porterebbe: “I migranti che arrivano sono preparati, innovatori e hanno voglia di lavorare, nonché di spendere”. Certo, non manca il timore della ghettizzazione anche da parte dei più favorevoli all’accoglienza, ma Norman prosegue “se i comuni e le istituzioni locali riceveranno risorse e libertà di gestione del fenomeno migratorio all’interno dei loro territori, si potrebbe ottenere il risultato di ridurre al minimo il problema della ghettizzazione”.

Il numero degli accolti in Norvegia, invece, non supera i duemila. Una cifra che appare decisamente ridotta se si pensa che il Libano, paese con una popolazione di poco inferiore alla norvegia, ha accolto al suo interno 1,5 milioni di rifugiati dalla Siria. Il primo ministro libanese Tamman Salam ha dichiarato, il 26 settembre scorso, ai microfoni dell’emittente norvegese NRK che “il Libano apprezzerà un eventuale sforzo della Norvegia ad accogliere al suo interno un maggior numero di rifugiati”.

Un esempio di diversa attitudine verso il fenomeno lo da la confinante Svezia, che con una popolazione che conta poco meno del doppio degli abitanti della Norvegia, ha accolto quest’anno 90.000 rifugiati. Anders Danielsson, a capo dell’Istituto nazionale per l’Immigrazione, dichiara al giornale svedese Aftonbladet che “la situazione dei migranti è indubbiamente una crisi, ma non per la Svezia. E’ una crisi soprattutto per coloro che scappano”. La istituzioni svedesi fanno sapere che il numero dei richiedenti asilo oggi è superiore a quello che venne accolto in occasione della guerra dei Balcani negli anni novanta, ma non maggiore delle richieste di asilo ricevute già lo scorso anno.

Il governo norvegese, rappresentato da Erna Solberg, ha dato, per il momento, la disponibilità a ospitare una conferenza internazionale sul tema, nonché l’utilizzo di mezzi navali adeguati, in accordo con i paesi che si affacciano nel mediterraneo, al fine di evitare il problema delle morti in mare.

La discussione sul numero delle accoglienze all’interno del proprio territorio nazionale rimane, però, ancora aperta.
Carla Melis

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Trattato anti proliferazione nucleare, USA e Russia per l’aggiornamento

AMERICHE/EUROPA di

La  Russia si sente sempre più vincolata dal trattato INF (Intermediate Nuclar Forces) di disarmo nucleare siglato negli anni 80, che nonostante sia firmato da entrambe le gradi potenze non ha impedito loro di modernizzare i propri arsenali nucleari e le difese missilistiche.

Il patto IFN è una parte fondamentale del trattato di disarmo nucleare bilaterale che ha fermato la proliferazione di tetsate a medio aggio in Europea negli anni 80 con un pericolo di incidenti molto alto.

Le spinte a rivedere e modificare gli accordi sono oggi molto forti sia in campo statunitense che in campo sovietico con il percolo che venga abbandonato del tutto.

Lo scorso 23 settembre la ussia ha criticato aspramente il dispiegamento del modello aggiornato delle testate B61-12 in Germania alzando ancora i toni della discussone minacciando di ritirarsi dal trattato.

. L’INF vieta la presenza di armi nucleari in deposito a terra  o missili a medio raggio convenzionali (da 500 a 5.500 chilometri, o da 300 a 3.400 miglia). Anche se la distribuzione statunitense di B61-12 armi nucleari in Germania non viola il Trattato INF, viene percepita da Mosca come una prova di forza nei suoi confronti e si sente limitata nella reazione dal trattato.

Nessuna delle due super potenze vuole ritirarsi dal trattato ma è chiaro che in questo periodo di forte instabilità geopolitica entrambe sono portate a flettere i muscoli spingendo per una rivisitazione del trattato che permetta una difesa dei propri territori.

Alessandro Conte
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