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MEDIO ORIENTE - page 9

Striscia di Gaza: almeno 13 bambini hanno perso la vita dall’inizio delle proteste, 1.000 quelli rimasti feriti

MEDIO ORIENTE di

Sul piano internazionale, la storia della Striscia di Gaza imbarazza poiché tutti gli attori (Stati uniti e Unione Europea in primis) che si dicono paladini della “pace in Medio Oriente” non vogliono (i primi) e non possono (la seconda) muovere un dito per affrontare radicalmente la questione. Che viene così trascurata, attenuata ogni tanto con discorsi di “investimenti”, di “sostegno allo sviluppo”, di “interventi” che non hanno alcun impatto significativo per sedare la rabbia di chi nasce, sopravvive e muore in quel pezzo di terra recintata. Le ragioni delle proteste iniziate da più di 6 settimane nella striscia di Gaza sono diverse: l’embargo di Israele verso la Striscia di Gaza (che dura da più di dieci anni), l’assenza di prospettive e di lavoro con un tasso di disoccupazione al 44%, il risentimento verso la classe dirigente palestinese, il 30% del taglio dei salari agli abitanti di Gaza solo nell’ultimo anno o anche il fatto che periodicamente mancano acqua, cibo, medicinali, elettricità e carburante. Le proteste hanno visto 108 morti di cui 60 solo nella giornata del 14 maggio. Gli scontri hanno visto da una parte i Palestinesi che cercavano di “abbattere” il muro o di lanciare pietre (pietre che hanno assunto il simbolo del dolore della popolazione palestinese), mentre dall’altra parte del muro vi erano i tiratori scelti israeliani. Amnesty International ha dichiarato che è “aberrante l’uso sproporzionato della forza militare contro i civili disarmati” mentre l’esercito israeliano si è difeso dicendo che tra i 60 caduti vi erano 14 che cercavano di scavalcare il muro o di lanciare molotov o ordigni improvvisati e altri 24 che facevano parte delle brigate di fondamentalisti. In questi scontri non è stato risparmiato nessuno, sono almeno 13 i bambini che hanno perso la vita a Gaza dall’inizio delle proteste mentre il numero di persone rimaste ferite ha ormai superato quota 10.000di cui almeno 1.000 sono minori.  Quella del 14 maggio, sottolinea Save the Children è stata una delle giornate più sanguinose dalla guerra del 2014, con 6 bambini che hanno perso la vita e più di 220 rimasti feriti, tra cui, secondo i dati del Ministero palestinese per la Salute a Gaza, più di 150 colpiti da colpi d’arma da fuoco. Lo stesso Ministero, del resto, conferma che circa 600 bambini sono stati finora ricoverati in strutture ospedaliere, mentre secondo le informazioni diffuse da un’agenzia impegnata nella protezione dei civili almeno 600 minori hanno attualmente bisogno di supporto psicosociale. Inoltre, Anche prima dell’inizio delle proteste, gli ospedali di Gaza erano quasi al collasso con il 90% dei posti letto già occupati. L’afflusso di nuovi feriti ha significato che tante persone vengono curate nei corridoi o dimesse prima di essere adeguatamente curate. A peggiorare ulteriormente la situazione, secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, solo a pochissimi feriti viene permesso di lasciare Gaza per cercare assistenza medica, il che aumenta le probabilità di complicazioni e impedisce ai bambini di ricevere le cure di cui hanno bisogno. Nel frattempo, Germania e Regno unito pretendono un’inchiesta indipendente, richiesta che al consiglio di sicurezza è stata bloccata dagli Stati Uniti che riconoscono ad Israele “il diritto di difendere il loro confine”. A ciò si aggiunge il riaprirsi della frattura diplomatica tra Israele e Turchia. La Turchia ha espulso l’ambasciatore di Ankara mentre Netanyahu ferma l’importazione dei prodotti agricoli turchi e rimanda a casa il console a Gerusalemme. I palestinesi sono abituati da sempre a dare grande importanza al dibattito internazionale che si è creato intorno alla loro causa. La nuova amministrazione americana ha nominato un ambasciatore in Israele molto vicino al movimento dei coloni e soprattutto ha deciso di spostare la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, una città contesa da decenni fra israeliani e palestinesi. Una decisione che ha convinto molti palestinesi che la soluzione ai loro problemi sia sempre più lontana, per cui l’autorità palestinese ormai non considera più Washington come un mediatore imparziale.

Il comitato organizzatore della protesta si era impegnato a garantire una grande manifestazione non violenta in modo da favorire la partecipazione delle famiglie. In cinque luoghi diversi della Striscia, a circa un chilometro di distanza dalla recinzione, sono stati montati ampi tendoni per i manifestanti. Qui migliaia di persone hanno mangiato e bevuto insieme mentre gli altoparlanti trasmettevano musica leggera. Però qualche centinaio di metri più in là, a poca distanza dalla recinzione, l’atmosfera era molto diversa. A piccoli gruppi provano ad avvicinarsi sempre di più al confine israeliano per lanciare pietre, bruciare copertoni e danneggiare la recinzione. Alcuni di loro sono giovani manifestanti senza particolari affiliazioni politiche mentre altri hanno legami con Hamas. La giornata del 14 è particolare che passa tra il sorriso di Ivanka Trump e il massacro dei palestinesi: mentre delle persone morivano sotto i colpi dei fucili di precisione, a Gerusalemme si teneva la cerimonia in pompa magna per l’inaugurazione dell’ambasciata statunitense. Trump ha ventilato per mesi la possibilità di partecipare lui stesso alla cerimonia ma alla fine ha mandato sua figlia Ivanka e il marito Jared Kushner. Inoltre, la data è stata scelta con precisione in quanto coincide con i 70 anni dalla nascita dello stato israeliano. Ivanka Trump ha inaugurato la sede dell’ambasciata dicendo: “A nome del 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America, vi diamo ufficialmente il benvenuto per la prima volta nell’ambasciata degli Stati Uniti qui a Gerusalemme, la capitale d’Israele. Inoltre, come è stato detto: “Prevale una versione della storia della Palestina con una costante rimozione: nella terra promessa c’è un altro popolo che sente quella terra come propria per il semplice fatto che ci vive da secoli e secoli. Una contraddizione irrisolta tra il mito del focolare ebraico, dove far tornare un popolo a lungo perseguitato, e la realtà di un progetto coloniale di insediamento: Gerusalemme capitale dello stato israeliano significa anche questo”. Il 15 maggio, anniversario dei 70 anni della Nakba, era previsto come il giorno in cui le azioni di protesta sarebbero state più intense ma è stata una giornata di funerali.

Lo Status di Gerusalemme

Lo scorso 6 dicembre Donald Trump ha riconosciuto ufficialmente Gerusalemme come capitale di Israele. Gli Stati Uniti non hanno sempre sostenuto il movimento sionista (movimento politico internazionale il cui fine è l’affermazione del diritto alla autodeterminazione del popolo ebraico mediante l’istituzione di uno Stato ebraico). Per esempio, Roosevelt aveva capito il rischio nel supportare uno stato Israeliano in un momento in cui il mondo arabo mostrava affinità con il socialismo sovietico e possedeva la maggior quantità di petrolio. Truman invece era un simpatizzante sionista e doveva, in parte, la sua elezione alla comunità ebraica americana quindi, una volta diventato presidente, spinse molto per lo Stato di Israele, per questo gli Stati Uniti furono il primo paese a riconoscere il neonato stato ebraico. Nel 1947 l’Assemblea delle Nazioni Unite (che allora contava 52 Paesi membri), dopo sei mesi di lavoro da parte dell’UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine) approvò la Risoluzione dell’Assemblea Generale n. 181 che prevedeva la creazione di uno Stato ebraico (sul 56,4% del territorio e con una popolazione di 500 000 ebrei e 400 000 arabi) e di uno Stato arabo (sul 42,8% del territorio e con una popolazione di 800 000 arabi e 10 000 ebrei). La città di Gerusalemme e i suoi dintorni (il rimanente 0,8% del territorio), con i luoghi santi alle tre religioni monoteiste, sarebbero dovuti diventare una zona separata sotto l’amministrazione dell’ONU. Nella sua relazione l’UNSCOP giunse alla conclusione che era “manifestamente impossibile” accontentare entrambe le fazioni ma che era “indifendibile” accettare di appoggiare solo una delle due posizioni. Nel decidere su come suddividere il territorio considerò la necessità di radunare tutte le zone dove i coloni ebrei erano presenti in numero significativo (seppur spesso in minoranza) nel futuro territorio ebraico. Le reazioni alla risoluzione dell’ONU furono diversificate. La maggior parte degli ebrei accettarono pur lamentando la non continuità territoriale mentre i gruppi più estremisti erano contrari alla presenza di uno Stato arabo in quella che consideravano “la Grande Israele”, nonché al controllo internazionale di Gerusalemme. Tra la popolazione araba la proposta fu rifiutata, con diverse motivazioni: alcuni negavano totalmente la possibilità della creazione di uno Stato ebraico; altri criticavano la spartizione del territorio che ritenevano avrebbe chiuso i territori assegnati alla popolazione araba (oltre al fatto che lo Stato arabo non avrebbe avuto sbocchi sul Mar Rosso né sulla principale risorsa idrica della zona, il Mar di Galilea); altri ancora erano contrari perché agli ebrei, che allora costituivano una minoranza (un terzo della popolazione totale che possedeva solo il 7% del territorio), fosse assegnata la maggioranza (56%, ma con molte zone desertiche) del territorio (anche se la commissione dell’ONU aveva preso quella decisione anche in virtù della prevedibile immigrazione di massa dall’Europa dei reduci delle persecuzioni della Germania nazista); gli stati arabi infine proposero la creazione di uno Stato unico federato, con due governi. Tra il dicembre del 1947 e la prima metà di maggio del 1948 vi furono cruente azioni di guerra civile da ambo le parti. Venne messo a punto Il piano che aveva come scopo la difesa e il controllo del territorio del quasi neonato Stato israeliano, e degli insediamenti ebraici a rischio posti di là dal confine di questo. Questo prevedeva, tra le altre cose, la possibilità di occupare “basi nemiche” poste oltre il confine (per evitare che venissero impiegate per organizzare infiltrazioni all’interno del territorio), e prevedeva la distruzione dei villaggi palestinesi espellendone gli abitanti oltre confine, ove la popolazione fosse stata “difficile da controllare“. Il 14 maggio del 1948 venne dichiarata unilateralmente la nascita dello Stato di Israele, un giorno prima che l’ONU stessa, come previsto, ne sancisse la creazione. Il giorno successivo (15 maggio 1948) gli eserciti di Egitto, Siria, Libano, Iraq e Transgiordania, attaccarono l’appena nato Stato di Israele ma l’offensiva venne bloccata dall’esercito israeliano. Nel corso della guerra, Israele distrusse centinaia di villaggi palestinesi e fu la concausa dell’esodo degli abitanti. La guerra terminò con la sconfitta araba nel maggio del 1949, e produsse 711 000 profughi arabo-palestinesi. Dall’amministrazione Truman in poi abbiamo assistito a differenti linee guida con i democratici e i repubblicani. L’unica caratteristica che è rimasta stabile nelle differenti politiche è la soluzione a due stati, di fatto nessun presidente ha mai apertamente sostenuto la possibilità che Israele possa annettere automaticamente la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Nella presidenza Reagan invece vi è stato il momento più forte di supporto a Israele, sotto la sua amministrazione Tel Aviv ha guadagnato il titolo di “major non-NATO ally” e che si è tradotto in grandi quantità di denaro e di armi in arrivo da Washington. Con la fine della Guerra fredda il supporto a Israele è diventato più una posizione di politica interna. Inizialmente, dopo la caduta del muro di Berlino, gli Stati uniti hanno cercato di avvicinarsi al tema dei diritti dei palestinesi per cercare alleanze con il mondo arabo che non godeva più del supporto dell’unione sovietica. Ma con gli attacchi alle Torri Gemelle del 2001 e la retorica del terrorismo, l’appoggio per la causa palestinese ha assunto sfumature diverse.  Le due amministrazioni Bush e, in parte, quelle di Obama hanno mostrato una forte vicinanza a Israele ma hanno usato il tema dei diritti dei palestinesi e della difesa dei loro territori come uno strumento per farsi vedere vicini ai temi arabi.

Dal 1947 la questione cruciale dello scontro è lo status di Gerusalemme. Le nazioni unite hanno ripetuto a più riprese la soluzione che comprendeva l’esistenza di due stati e l’amministrazione sotto l’ONU della città di Gerusalemme. Ciò non riuscì ad evitare la divisione effettiva della città tra due gruppi opposti. Sono stati svariati i tentativi di stabilire giuridicamente il possesso della città. Uno dei casi più eclatanti è in seguito alla vittoria da parte di Israele della guerra dei sei giorni e la successiva annessione dei territori del Sinai, della West Bank e delle Alture del Golan. Infatti, immediatamente dopo l’occupazione, il ministro della difesa israeliana Dayan ha proclamato Gerusalemme capitale dello Stato di Israele. La comunità internazionale non ha riconosciuto l’annessione della città e si è continuato a sottolineare la necessità del regime internazionale sull’area. Ci furono ripetuti tentativi dell’ONU e diverse investigazioni sulla violazione dei diritti umani. Sullo status di Gerusalemme, per esempio, ha dichiarato inammissibile l’acquisizione di un territorio attraverso l’uso della forza, secondo quanto stabilito dalla carta Onu, e ha richiesto il ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati, nel riconoscimento dell’inviolabilità delle frontiere e del principio di sovranità. Nel 1980, però, lo stato israeliano ha emanato la Jerusalem Law, con cui si dichiarava Gerusalemme capitale. La dichiarazione venne immediatamente rifiutata dalle Nazioni Unite e dalle altre organizzazioni internazionali. Furono adottate due risoluzioni in quell’anno, la 465 e la 478, in cui Israele veniva accusata di violazione dei diritti umani e si invitava tutti i membri dell’ONU ad interrompere le missioni diplomatiche nella città. Nel corso degli anni le risoluzioni hanno sempre confermato lo status di Israele come forza occupante e il riconoscimento di violazioni dei diritti umani. Anche nella risoluzione del 2016 (Res 2334) è stato riaffermato l’obbligo di Israele di rispettare scrupolosamente i suoi obblighi e responsabilità legali ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra relativa alla protezione delle persone civili in tempo di guerra. Inoltre, sono state condannate tutte le misure volte a modificare la composizione demografica, il carattere e lo status del Territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme Est, compresa, tra l’altro, la costruzione e l’espansione degli insediamenti, il trasferimento di coloni israeliani, la confisca di terreni, la demolizione di case e dislocamento di civili palestinesi, in violazione del diritto internazionale umanitario e relative risoluzioni. In relazione a Gerusalemme è stato ribadito che l’istituzione da parte di Israele di insediamenti nel territorio palestinese occupati dal 1967, inclusa Gerusalemme Est, non ha validità legale e costituisce una flagrante violazione ai sensi del diritto internazionale e un ostacolo principale al raggiungimento della soluzione dei due Stati e un giusto pace duratura e completa. In sintesi, le Nazioni Unite continuano a sottolineare il regime internazionale di Gerusalemme e ad accusare Israele di occupazione illecita del territorio, soprattutto di Gerusalemme est (essendo quella ovest ormai considerata de facto israeliana). Come possiamo notare la soluzione di Trump ha dimostrato di avere pesanti conseguenze e porre una rottura sia con la politica estera americana che con le decisioni internazionali. In molti hanno cercato lo scopo della mossa del presidente degli Stati uniti. C’è chi ha trovato la motivazione nell’avvicinarsi delle elezioni di Mid Term. Trump, poiché sta perdendo consensi tra i moderati, avrebbe deciso di assolutizzare ancora di più il suo messaggio politico per poter raccogliere i voti nei poli più estremi del panorama politico. Inoltre, è stata vista come mossa per tenersi più stretti i cristiani evangelisti all’interno del partito repubblicano e che simpatizzano per la questione ebraica, per evitare che vadano su posizioni più vicine ai nemici interni al partito. Va anche detto che Trump sta cercando di mantenere le sue promesse elettorali non appena gli è permesso dalla situazione. Altre ipotesi che sono state analizzate sono quelle relative agli stessi consiglieri di Trump e anche all’ansia della Casa Bianca di distogliere l’attenzione mediatica dal cosiddetto Russiagate. Ciò che rimane sicuro è che le conseguenze per l’area sono gravi e profonde anche per gli stessi alleati del presidente, come l’Arabia Saudita e l’Egitto. Questi giorni risultano essere un successo non per Israele bensì per il primo ministro Benjamin Netanyahu, per la destra e per i nazionalisti. Questi sono giorni di vittoria per il loro percorso, quello della forza, e della loro fede, quella negli eletti che possono fare tutto ciò che vogliono.

La situazione dei bambini

Jennifer Moorehead, direttrice di Save the Children nei Territori palestinesi occupati ha detto: “L’uccisione dei bambini non può essere giustificata. Chiediamo con urgenza a tutte le parti di adottare misure concrete per garantire l’incolumità e la protezione dei bambini, nel rispetto delle convenzioni di Ginevra, del diritto umanitario internazionale e delle leggi internazionali sui diritti umani. Chiediamo inoltre a tutte le parti di impegnarsi affinché tutte le proteste rimangano pacifiche, di affrontare le cause alla radice del conflitto e di promuovere dignità e sicurezza sia per gli israeliani che per i palestinesi. Le famiglie che incontriamo ci dicono che stanno letteralmente lottando per sopravvivere, mentre cercano di prendersi cura dei propri cari che sono rimasti feriti. Spesso non possono permettersi cure e medicinali e ci raccontano di essere estremamente preoccupate per il futuro dei loro bambini, già devastati da più di 10 anni di blocco israeliano e dal sempre minore interesse da parte dei donatori. Le continue interruzioni di corrente e il congelamento degli stipendi dovuto alle continue divisioni tra l’Autorità Palestinese che governa la West Bank e l’autorità de facto di Gaza, inoltre, significa aggravare ulteriormente le condizioni di vita di famiglie già disperate”. Nella striscia di Gaza, le ostilità hanno esposto i bambini a livelli di violenza e distruzione senza precedenti. La povertà, le condizioni in cui cresce il bambino, la mancanza di istruzione, o il fatto di non avere cibo e acqua sono solo alcune delle problematiche in cui cresce un bambino nelle zone di guerra, queste problematiche hanno effetti sulla salute fisica e mentale del bambino. In questi contesti la personalità e l’intersoggettività del bambino viene distrutta e occorrono importanti cure mediche e piscologiche che spesso solo le ONG possono portare ma trovano ostacoli nel loro operato o perdono fondi per il disinteresse internazionale.  Il “rapporto 2017 – 2018 sulla situazione dei diritti umani nel mondo” di Amnesty International riporta che Il blocco degli spazi aerei, marittimi e di terra imposto illegalmente da Israele sulla Striscia di Gaza mantiene in vigore le consolidate restrizioni al transito di persone e merci da e verso l’area e sottoponendo a punizione collettiva l’intera popolazione di Gaza. Insieme alla chiusura quasi totale del valico di Rafah da parte dell’Egitto e alle misure punitive imposte dalle autorità della Cisgiordania, il blocco di Gaza da parte d’Israele ha determinato una crisi umanitaria caratterizzata da interruzioni dell’erogazione dell’energia elettrica, passata da una media di otto ore al giorno a un massimo di due o quattro ore giornaliere, da una ridotta fornitura di acqua potabile con implicazioni igienico-sanitarie e da crescenti difficoltà d’accesso all’assistenza medica, rendendo Gaza progressivamente “invivibile”, secondo una definizione delle Nazioni Unite.

Iraq, Premier iracheno visita la diga di Mosul

MEDIO ORIENTE di

Nella giornata del 25 aprile 2018, il Primo Ministro Iracheno Haydar al-‘Abadi ha visitato la diga di Mosul. Il Primo Ministro, atterrato presso la base di Mosul Dam, è stato accolto dal Comandante della Task Force “PRAESIDIUM”, Colonnello Maurizio Settesoldi, dal Comandante delle Counter Terrorism Service (CTS) operanti nell’area di Mosul Dam e da personale del Ministero delle Risorse Idriche iracheno.

A seguire, l’alta Autorità ha effettuato una visita presso i cantieri della diga, vigilata dai militari italiani, durante la quale ha dialogato con i dirigenti del Ministero delle Risorse Idriche iracheno, della ditta TREVI e dello United States Army Corps of Engineers (USACE) e ha avuto modo di prendere visione dello stato di avanzamento dei lavori di risanamento in corso. Successivamente, il Primo Ministro al-‘Abadi si è recato presso gli uffici del Ministero delle Risorse Idriche iracheno dove è stato accolto da una scolaresca di bambini e adolescenti delle scuole primaria e secondaria che insistono nel villaggio di Mosul Dam.

I Dimonios del 151° Reggimento Fanteria “Sassari” della Task Force “PRAESIDIUM” in missione in Iraq – in stretta coordinazione con le Counter Terrorism Service ed il National Security Service iracheni – hanno garantito il dispositivo di sicurezza durante tutto il corso della visita che si è conclusa con il decollo del Primo Ministro al-‘Abadi dalla base di Mosul Dam nel pomeriggio stesso.

Nella missione in Iraq, la Task Force “Praesidium” – su base 151° Reggimento Fanteria “Sassari”, nell’ambito dell’Operazione “Inherent Resolve” – è la Task Force preposta alla protezione della diga di Mosul in coordinamento con le forze di sicurezza locali, quali Counter Terrorism Service, National Security Service ed Iraqi Police. Oltre ad assicurare la difesa della diga, sito di interesse strategico per l’Iraq, i militari italiani garantiscono la sicurezza del personale militare e civile di USACE e delle maestranze della ditta TREVI impegnate nei lavori di risanamento dell’infrastruttura per scongiurare il rischio di una catastrofe ambientale.

Il personale della Task Force “Praesidium”, in missione in Iraq, garantisce la cornice di sicurezza durante la visita del Primo Ministro Iracheno Haydar al-‘Abadi alla diga di Mosul

29° summit della Lega Araba – Leader uniti su Palestina e Iran

 

 

Si è concluso domenica scorsa il summit della Lega Araba, giunto alla sue 29esima edizione. L’incontro, tenutosi a Dharan (Arabia Saudita) ha visto riunirsi i 21 membri attivi della lega e personalità di spicco dello scenario internazionale, come l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini, il presidente della Commissione dell’Unione Africana Moussa Faki e il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. Unico membro assente la Siria, sospesa dalla Lega nel novembre del 2011, quando iniziarono le rivolte nel paese ed in seguito alle azioni repressive condotte dal regime di Assad a danno della popolazione civile.

I vari paesi membri erano rappresentati dai capi di stato e di governo, ad eccezione del Qatar che, invece, ha inviato il proprio rappresentate presso la Lega Araba. Un gesto, questo, accolto non molto positivamente dal resto della comunità araba. Ricordiamo, infatti, che da parecchi mesi i rapporti della monarchia con i paesi arabi e mediorientali si sono fortemente incrinati, determinando una crisi diplomatica proprio tra vicini di casa. In particolare, lo scorso 5 giugno, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto hanno annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con il Qatar, accusando quest’ultimo di fornire supporto a gruppi estremisti e terroristi. L’invito del Qatar a partecipare al summit era arrivato insieme all’annuncio che la crisi diplomatica non sarebbe stata posta nell’agenda dell’evento. L’assenza dell’emiro del Qatar, è stata, dunque, percepita come un segno di arroganza, che ha gettato ulteriore benzina su un fuoco ancora molto ardente.

Il vertice si è concentrato maggiormente sui temi in agenda, mostrando come vi sia una notevole unità di pensiero tra i leader su temi d’importanza cruciale per il contesto arabo e mediorientale e gli equilibri tra la regione e gli attori esterni.

Tre i grandi temi trattati: la questione israelo-palestinese, la guerra in Yemen e la pericolosa influenza dell’Iran. Non sono, invece, stati messi in agenda, come accennato, né la crisi diplomatica con il Qatar né la guerra in Siria. Tuttavia, un comunicato stampa pubblicato dalla Lega Araba al termine del summit invoca la conduzione di “independent International investigation to guarantee the application of International law against anyone proven to have used chimical weapons”. Da notare, infatti, che il summit ha avuto inizio 24 ore dopo l’attacco di USA, Gran Bretagna e Francia sui alcuni siti militari siriani. Tale azione nasce in risposta ad un presunto attacco chimico condotto dal regime contro alcuni ribelli, attacco per altro negato dal presidente Bashar e l’alleato russo.

 

PALESTINA E ISRAELE

Riflettori puntati su Palestina ed Israele, tema che ha portato alla luce una posizione peculiare dei paesi arabi. Da un lato, la ferma opposizione alla decisione del presidente statunitense Donald Trump di spostare la sede dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo quest’ultima come capitale della nazione israeliana. Per un paese come gli Stati Uniti, che ha sempre giocato un ruolo di mediazione nel conflitto arabo-israeliano, un gesto simile viene visto dai leader mediorientali come uno spostare la propria posizione di neutralità verso quella di terza parte in causa, un passo decisamente significativo (e se vogliamo, pericoloso) in un contesto delicato come quello del Medio Oriente. Come sottolineato dal re Salman -che ha rinominato il vertice “Jerusalem summit” proprio per sottolineare la solidarietà verso il popolo palestinese- i leader arabi riconoscono il diritto del popolo palestinese di stabilire un proprio stato indipendente, con Gerusalemme come capitale. La stessa Gerusalemme Est appartiene, a loro opinione, ai territori palestinesi. In aggiunta, il re Salman ha annunciato la donazione di 150 milioni di dollari all’amministrazione religiosa che gestisce i siti religiosi musulmani a Gerusalemme, come la moschea Al-Aqsa e di altri 50 milioni per i programmi condotti dalle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente.

Dall’altro lato, invece, i leader arabi –ad eccezione del presidente Abbas- si sono espressi a favore del piano di pace proposto da Trump per il conflitto tra i due popoli. I dettagli di questo piano, tuttavia, non sono ancora stati resi noti, ma potrebbe prevedere una soluzione a due stati.

 

GUERRA IN YEMEN

Altro tema caldo è stato la guerra civile che da circa tre anni logora lo Yemen, e vede coinvolti (sul campo e a livello di interessi in gioco) diversi attori mediorientali accanto a potenze straniere come Russia e Stati Uniti. Il paese è teatro di scontri tra le forze fedeli al governo di Hadi, che di fatto ha perso il controllo di numerose porzioni del territorio nazionale, e i ribelli Houthi, alleati con l’ex presidente Saleh e supportati militarmente e finanziariamente dall’Iran. In campo, inoltre, una coalizione militare a guida saudita, che vede impegnati paesi occidentali (USA; Francia, GB) e alleati mediorientali, come gli Emirati Arabi.  Ancora una volta i leader arabi hanno riaffermato il loro supporto alla nazione e l’obiettivo di ripristinare l’unità, l’integrità, la sicurezza, la sovranità e l’indipendenza della nazione yemenita. La totale responsabilità attribuita ai ribelli Houthi, rimanda ad un altro tema centrale del summit: l’Iran e la politica aggressiva sul piano internazionale.

 

L’AGGRESSIVITÀ’ DELL’IRAN

Non sono mancate nel corso della giornata condanne alle politiche condotte all’estero dall’Iran, dettate da atteggiamenti aggressivi e perpetuate violazioni dei principi del diritto internazionale. Diretto riferimento al supporto ai ribelli Houthi in Yemen, ma anche al regime di Bashar al Assad in Siria. Chiaro il tentativo del re Salman di sfruttare il summit per allineare i paesi arabi contro lo storico rivale Iran. L’Iran, ad oggi, è visto come la principale causa di instabilità nella regione, “colpevole” di destinare le proprie risorse finanziarie e militari per alimentare guerre per procura in paesi dilaniati da anni di guerra civile, come appunto Siria e Yemen. In Siria, come detto, le milizie shiite iraniane supportano le forze governative di Assad, regime anche questo shiita. Similmente in Yemen, l’esperienza militare e le armi iraniane sostengono i ribelli Houthi, che hanno nel corso del conflitto conquistato diverse porzioni del territorio nazionale, compresa la capitale Sana’a. Non è mancata la risposta iraniana: il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Bahram Qasemi ha, infatti, dichiarato che le accuse sollevate in occasione del summit sono solo il risultato della pressione esercitata dal suo più grande nemico, l’Arabia Saudita, paese ospite del summit.

 

Vediamo, quindi, come le acque nel Medio Oriente continuino ad essere piuttosto agitate. Sebbene si possa intravedere un’unità d’intenti in alcuni ambiti, i temi caldi sono ancora molti ma soprattutto manca allo stato attuale un vero e proprio “corse of action” per raggiungere gli obiettivi raggiunti. È auspicabile, dunque, che questo messaggio di allineamento dei paesi arabi si trasformi ora in un’azione pratica, che possa portare, step by step, a garantire una maggiore sicurezza e stabilità nella regione.

 

Paola Fratantoni

Le condannate Irachene: il rapporto di Amnesty International denuncia lo sfruttamento sessuale di donne e bambine

Diritti umani/MEDIO ORIENTE di

Fin dall’apparizione dello “Stato Islamico”, Amnesty International ha documentato i crimini di guerra e contro l’umanità del gruppo armato e rilevato le violazioni del diritto umanitario internazionale da parte della coalizione che lotta contro lo “Stato Islamico”. Amnesty International ha diffuso un rapporto intitolato “Le condannate: donne e bambine isolate, intrappolate e sfruttate in Iraq” che rivela la discriminazione praticata dalle forze di sicurezza, dal personale dei campi rifugiati e dalle autorità locali nei confronti delle donne e delle bambine sospettate di essere affiliate allo “Stato islamico”. Il rapporto è il risultato di interviste a 92 donne presenti in otto campi rifugiati delle provincie di Ninive e Salah al-Din. Gli operatori hanno rilevato lo sfruttamento sessuale in tutti i campi visitati.

Le donne intervistate sono alla disperata ricerca di qualsiasi informazione su mariti e figli che sono stati arrestati mentre fuggivano dalle forze irachene e curde e dalle aree controllate dallo stato islamico. La maggior parte delle donne ha riferito che agenti statali hanno negato di tenere i loro parenti o si sono rifiutati di fornire informazioni sulla loro ubicazione. In tali casi, gli uomini e i ragazzi interessati sono stati sottoposti alla cosiddetta “sparizione forzata” ovvero quando una persona viene arrestata, detenuta o rapita da uno stato o da agenti dello stato, che negano che la persona sia trattenuta o che nascondano la loro ubicazione, ponendoli al di fuori della protezione della legge. La sparizione forzata è di per sé un crimine ai sensi del diritto internazionale e pone gli individui a grave rischio di esecuzione extragiudiziale, tortura e altre gravi violazioni dei diritti umani. Di conseguenza sono donne costrette a badare a sé stesse, e spesso ai loro figli, dopo che i loro parenti maschi sono stati uccisi, sottoposti ad arresti arbitrari o fatti sparire durante la fuga dalle zone controllate dallo “stato islamico” a Mosul e nei dintorni. Nella maggior parte dei casi il “reato” sarebbe stato quello di fuggire dalle roccaforti dello “Stato islamico”, di avere un nome simile a quelli presenti nelle discutibili liste dei ricercati o di aver lavorato come cuoco o autista per conto dello “stato islamico”.  Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International ha dichiarato: “La guerra contro lo ‘Stato islamico’ sarà pure finita ma la sofferenza dei civili iracheni no. Donne e bambine sospettate di avere legami con lo ‘Stato islamico’ vengono punite per reati che non hanno commesso. Cacciate dalle loro comunità, queste persone non sanno dove andare e a chi rivolgersi. Sono intrappolate nei campi, ostracizzate e private di cibo, acqua e altri aiuti essenziali. Questa umiliante punizione collettiva rischia di gettare le basi per ulteriore violenza e non aiuta in alcun modo a costruire quella pace giusta e duratura che gli iracheni desiderano disperatamente”.

Tra disperazione e isolamento queste donne corrono elevati rischi di essere sfruttate sessualmente da parte delle forze di sicurezza, del personale armato dei campi e da miliziani presenti all’interno e all’esterno di quelle strutture. In ciascuno degli otto campi visitati, Amnesty International ha incontrato donne costrette o spinte ad avere rapporti sessuali in cambio di denaro, aiuti e protezione. Sono donne rischiano di essere stuprate e la testimonianza di quattro di loro rivela che le donne hanno assistito a stupri o che hanno sentito le urla di una donna, in una tenda vicina, stuprata a turno. Le testimoni hanno poi descritto l’esistenza di un complesso sistema di sfruttamento che variava da campo a campo. In alcuni campi le donne venivano messe in un’area speciale in cui gli uomini sarebbero venuti a cercare donne single e per sfruttarle sessualmente. Altre donne hanno raccontato di relazioni sessuali organizzate da attori armati, membri dell’amministrazione del campo o altri che fungevano da “protettori”. Questi protettori, uomini o donne, costringevano con la tortura le donne ad avere rapporti sessuali con gli uomini. Poiché lo sfruttamento sessuale è così diffuso nei campi, gli operatori umanitari sono ora preoccupati che le infezioni trasmesse sessualmente, le gravidanze indesiderate e gli aborti non sicuri emergeranno come le prossime sfide nei campi rifugiati.

In questa situazione vivono ragazze come “Dana” (20 anni), ragazze che hanno subito numerosi tentativi di stupro o che hanno ricevuto pressioni per rapporti sessuali dagli uomini della sicurezza. Sono ragazze che vengono considerate alla stregua di un combattente dello “Stato islamico”, che verranno stuprate e rimandate nella propria tenda. Sono ragazze umiliate. Sono storie che portano “Dana” a dire: “Vogliono far vedere a tutti quello che possono farmi, privarmi dell’onore. Non mi sento al sicuro nella tenda. Vorrei una porta da poter chiudere e delle pareti intorno a me. Ogni notte dico a me stessa che è la notte in cui morirò”. E cosi ancora anche il racconto di “Maha”: “A volte mi chiedo: perché non sono morta in un attacco aereo? Ho cercato di suicidarmi, mi sono versata addosso del cherosene ma prima di darmi fuoco ho pensato a mio figlio. Sono come in una prigione, completamente sola, senza mio marito, senza mio padre, senza più nessuno”. Maha ha poi aggiunto di sentirsi come se si fosse appena svegliata da un brutto sogno, ma ciò che la circonda ora è anche peggio. “A causa della loro presunta affiliazione allo ‘Stato islamico’ queste donne stanno subendo trattamenti discriminatori e disumanizzanti da parte di personale armato che opera nei campi. In altre parole, coloro che dovrebbero proteggerle diventano predatori”, ha commentato Maalouf. Inoltre, questi gruppi familiari non ottengono i documenti necessari per lavorare o muoversi liberamente, rendendo il campo un centro di detenzione. Il problema è aggravato dal fatto che, in diverse parti dell’Iraq, le autorità locali e tribali hanno vietato il ritorno delle donne e dei propri figli per un sospetto legame allo “Stato islamico”. Coloro che sono riuscite a tornare a casa rischiano sgomberi forzati, sfollamenti, saccheggi, intimidazioni, molestie e minacce sessuali e, in alcuni casi, le loro abitazioni sono state marchiate con la scritta “Daeshi” (il nome arabo dello “Stato islamico”). In seguito, sono state distrutte o non hanno più ricevuto elettricità, acqua e ulteriori forniture.

La situazione rischia persino di peggiorare dato che i finanziamenti internazionali per la crisi umanitaria in Iraq si stanno riducendo notevolmente e con l’approssimarsi delle elezioni parlamentari di maggio, le persone presenti nei campi profughi sono sollecitate ad andarsene per l’intenzione del governo iracheno di chiuderli e ristrutturarli. Maalouf ha sottolineato che il governo iracheno deve fare sul serio quando parla di porre fine alle violenze contro le donne nei campi rifugiati e che deve processare i responsabili. Le autorità devono assicurare che le famiglie sospettate di legami con lo “Stato islamico” abbiano uguale accesso agli aiuti umanitari, alle cure mediche, ai documenti d’identità e che possano ritornare alle proprie abitazioni senza il rischio di persecuzioni. Ha concluso dicendo: “Per porre fine al velenoso ciclo di emarginazione e violenza che piaga l’Iraq da decenni, il governo iracheno e la comunità internazionale devono impegnarsi a rispettare i diritti di tutti gli iracheni e di tutte le irachene senza discriminare. Altrimenti, non potranno esserci le condizioni per la riconciliazione nazionale e per una pace duratura”. L’Iraq è stato parte di molti dei principali trattati internazionali sui diritti umani, tra cui il Patto internazionale sui diritti civili e politici, la Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti, la Convenzione sui diritti dell’infanzia, la Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone contro le sparizioni forzate e la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne. L’Iraq ha il dovere di rispettare, proteggere e rispettare i diritti alla vita, alla libertà dalla tortura e altri maltrattamenti, alla libertà e alla sicurezza della persona e ad un giusto processo. Non riuscendo a prevenire e rimediare esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie e torture da parte delle forze irachene e altre milizie allineate al governo, l’Iraq sta violando i suoi obblighi legali e può essere ritenuta responsabile di queste gravi violazioni dei diritti umani.

Siria, Amnesty International, revocare subito il blocco all’inchiesta su attacco Gas

MEDIO ORIENTE di
Con riferimento alle notizie secondo le quali gli ispettori dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw) non hanno ancora ottenuto l’accesso da parte dalle autorità siriane al sito di Douma, dove 75 persone sono rimaste uccise la scorsa settimana a seguito di un presunto attacco con armi chimiche da parte delle forze governative, Sherine Tadros, direttrice dell’ufficio di Amnesty International presso le Nazioni Unite a New York, ha dichiarato:
“Il team dell’Opcw deve avere accesso completo e senza restrizioni al sito di Douma senza ulteriori ritardi. La loro indagine è cruciale nello scoprire le circostanze esatte delle immagini terrificanti che hanno unito il mondo nell’orrore questo mese. Ogni giorno che passa senza accesso rende più difficile per loro raccogliere e analizzare prove fondamentali.”
 
“L’uso di armi chimiche contro i civili è proibito dal diritto internazionale e dalla Convenzione sulle armi chimiche, di cui la Siria è parte. Prendere deliberatamente di mira i civili con queste armi illegali è un crimine di guerra.”
 
“Mentre il lavoro dell’Opcw è fondamentale per stabilire se un attacco chimico ha avuto luogo a Douma, non è sufficiente per garantire l’accertamento delle responsabilità per le vittime ed evitare che tali crimini si ripetano. A tal fine, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres deve istituire un meccanismo indipendente per attribuire la responsabilità degli attacchi chimici in Siria, come recentemente richiesto da più di 40 ong internazionali e siriane”.

Save the Children, fame e insicurezza per i bambini nella città di Douma

MEDIO ORIENTE di

Sono molti i bambini malnutriti a causa di una grave carenza di cibo e materiale medico nella città di Douma – Ghouta orientale –  dove, mentre proseguono le negoziazioni per un accordo di riconciliazione, decine di migliaia di civili restano nell’area sotto al controllo dell’opposizione. A denunciarlo Save the Children, l’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro.

Le organizzazioni locali sul campo continuano, intanto, a fornire aiuti porta a porta nei rifugi dove si trovano molti civili in cerca di sicurezza: nell’ultima settimana i partner di Save the Children a Douma hanno raggiunto oltre 1.000 persone al giorno con pasti caldi e hanno fornito cibo ai bambini malnutriti.

Molti operatori umanitari e medici, inoltre, sono già fuggiti insieme alle loro famiglie e, secondo le segnalazioni, nella città resterebbero ora solo due medici pienamente qualificati.

Save the Children esprime profonda preoccupazione per la sicurezza degli operatori umanitari e degli altri civili, sia per coloro che restano nell’area del Ghouta orientale, sia per coloro vengono evacuati verso altre zone.

È essenziale che gli attori coinvolti nel conflitto lavorino con le Nazioni Unite e con il Comitato Internazionale della Croce Rossa per assicurare che tutti coloro che scelgono di rimanere siano protetti da violenza, arresti arbitrari e rappresaglie, così come è cruciale che ai civili che lo desiderano sia consentito di abbandonare le aree in mano all’opposizione. La sicurezza dei civili, inoltre, deve essere garantita anche nelle aree verso le quali fuggono: a Idlib, dove migliaia di famiglie sono state evacuate nel corso delle ultime settimane, un significativo incremento di attacchi aerei mortali ha condotto alla morte di bambini e operatori umanitari.

A febbraio il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite ha approvato la risoluzione 2401 – con cui chiede la cessazione delle ostilità per 30 giorni, a livello nazionale –, la quale deve essere attuata immediatamente per garantire che gli aiuti raggiungano le persone più vulnerabili.

Appello del Governo Regionale del Kurdistan, basta violenza sui cristiani in Iraq

MEDIO ORIENTE di

Ancora violenza contro la comunità cristiana in Iraq, a denunciarle questa volta l’alto rappresentante del governo autonomo del Kurdistan in Italia Rezan Kader in una nota per la stampa.

È di pochi giorni fa la notizia del massacro di una famiglia cristiana a colpi di coltello nella loro abitazione nel quartiere di Mashtal a est di Baghdad. Uccisi e derubati in casa propria da un gruppo di persone armate, un copione tristemente noto nella regione  che ha lo scopo di realizzare una vera è propria pulizia religiosa.

“Quindici anni fa i cristiani in Iraq erano circa un milione e mezzo, localizzati per lo più nella piana di Ninive, oggi sono 300mila per i 2/3 rifugiati nel Kurdistan Iracheno” ha dichiarato il portavoce Kader “ L’Isis è stato il colpo finale ma l’esodo è cominciato molto prima.”

Il problema della persecuzione dei cristiani è un tema poco dibattuto in occidente e purtroppo anche in Italia ma i numeri sono in continuo aumento e rischiano di creare una spaccatura di carattere religioso in varie zone del medio oriente, in Asia e in Africa .

“ Il governo Regionale del Kurdistan ha sempre lottato per la convivenza etnico-religiosa “ continua il rappresentante Kader “ considerando la comunità crsitiana come un tassello fondamentale del mosaico Kurdo. Oggi, alla luce della crisi umanitaria e delle continue violenze verso i nostri fratelli cristiani, chiediamo  a tutta la comunità internazionale di supportarci affinché  si interrompano le violazioni dei diritti umani e si restituisca una vita normale a chi l’ha tragicamente persa” , questo l’appello alla comunità internazionale del portavoce Rezan Kader che speriamo possa trovare ascolto.

Siria: Save the Children, il cessate il fuoco nel Ghouta orientale in fumo già il primo giorno

MEDIO ORIENTE di

A causa dei bombardamenti intensi, l’Organizzazione è stata costretta a sospendere le distribuzioni di aiuti umanitari previste in mattinata 

Il cessate il fuoco di cinque ore al giorno proposto dal presidente russo nell’enclave assediata del Ghouta orientale è andato in fumo già il primo giorno, con colpi di artiglieria e attacchi aerei che sono stati riportati tra le 9 e le 14 odierne in molte zone, tra cui Harasta e Douma, e che hanno causato numerose vittime tra i civili. A causa dei bombardamenti intensi – con 32 attacchi aerei registrati tra le 12 e le 14 – abbiamo dovuto sospendere la distribuzione di aiuti umanitari programmate per questa mattina, denuncia Save the Children, l’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro.

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Siria, il Ghouta trappola mortale per 350.000 civili

MEDIO ORIENTE di

Save the Children chiede il cessate il fuoco.

I bombardamenti governativi contro le forze di opposizione al gverno di Assad stanno provocando un numero altissimo di vittime,  si contano 1.285 feriti e 237 morti in due giorni e mezzo, tra il 18 febbraio e la mattina del 21 febbraio ma nel complesso sono 350.000 i civili che restano intrappolati.

Colpiti anche gli ospedali, come ha denunciato Save The Children, e nei rifugi i bambini sono senza acqua e cibo con il rischio di esporsi a malattie e infezioni.

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Dopo la battaglia nessuno ricorda la questione curda

MEDIO ORIENTE di

Un vecchio detto di quel popolo recita: “I Curdi hanno come amici solo le loro montagne”. Sembra che la saggezza popolare colga ancora nel segno meglio di ogni analisi politica o di ogni promessa pur dispensata a piene mani. Anche se, dopo aver letto dei loro sacrifici, le opinioni pubbliche occidentali hanno imparato a conoscere ed apprezzare qualcosa della storia dei curdi i diffusi sentimenti di simpatia non sembrano essere bastato a spingere i Governi occidentali a un minimo di riconoscenza. I curdi di Siria e di Iraq sono stati la forza di combattimento piu’ efficace per fermare l’avanzata dei seguaci del “Califfo” che sembrava irresistibile e sono stati altrettanto utili per la riconquista dei territori occupati dai fanatici islamisti. Ciò che però li ha fatti amare da europei e americani non è stato soltanto il coraggio dimostrato sui campi di battaglia, ma anche il fatto che, pur essendo di religione islamica, vivano la loro fede senza alcuna intolleranza verso altre religioni e sembrino condividere i valori che ci appartengono. Molti di loro han vissuto o studiato all’estero e parlano piu’ lingue e, quasi ovunque, le donne nelle loro società non sono discriminate né sottomesse.

Tuttavia, la realpolitik non considera la riconoscenza né la simpatia e, come nel passato, le promesse ricevute e le aspettative che ne derivavano sono state tradite. È successo prima in Iraq e ora in Siria.

BREVE STORIA RECENTE: IRAQ

Forte dei meriti conquistati sui campi di battaglia e convinti che si dovesse in qualche modo obbligare Baghdad a venire a patti piu’ favorevoli, il Governo regionale del Kurdistan iracheno (KRG) aveva indetto lo scorso 29 settembre un referendum consultivo tra la propria popolazione chiedendo se si voleva l’indipendenza. Come ampiamente previsto, il 93 percento dei votanti rispose affermativamente e il Presidente Regionale, Massoud Barzani, pensò che o si sarebbe realizzato il sogno che i curdi coltivavano da almeno un secolo o, nel peggiore dei casi, avrebbe potuto negoziare con il Governo iracheno da una posizione di maggior forza. Naturalmente sapeva che Iran, Turchia e Baghdad stessa erano state contrarie fin dall’inizio a quella consultazione e lo avevano diffidato dal tenerla, minacciando ritorsioni. Anche Washington lo aveva invitato a posporre il voto, giudicandolo inopportuno in quel momento. Ugualmente si erano espressi i Governi europei. Israele, al contrario ma sottovoce, si era pronunciata a favore, così come fecero qualche ex diplomatico e politici stranieri. Barzani si era convinto che, in caso di un voto plebiscitario, anche le potenze riluttanti avrebbero dovuto accettare lo stato di fatto e i rappresentanti curdi residenti nei vari paesi lo confortavano in quella convinzione. La realtà fu ben diversa e immediatamente dopo il voto Iran e Turchia annunciarono di chiudere tutti valichi di frontiera con il Kurdistan e di impedire il sorvolo di qualunque aereo diretto agli aeroporti della Regione. Contemporaneamente, il Primo Ministro iracheno Al Abadi inviò proprie truppe affiancate da milizie sciite contro le città e le aree strappate dai Peshmerga all’ISIS e le riconquistò quasi senza colpo ferire. L’obiettivo principale della manovra irachena fu Kirkuk, il centro petrolifero per eccellenza, che dalla conquista da parte curda era diventato la maggior fonte di introiti per il Governo di Erbil. La vendita era fatta direttamente attraverso un nuovo oleodotto che arrivava in Turchia rimanendo interamente sul territorio controllato dal KRG. Kirkuk era stata una città abitata prevalentemente da curdi ma arabizzata durante gli anni di Saddam Hussein. Nonostante Erbil la reclamasse, dopo la liberazione dalla dittatura non fu inserita nella Regione Autonoma e, ancora prima dell’inizio del conflitto con lo Stato Islamico, rimase uno dei contenziosi sempre aperti tra la capitale nazionale e quella regionale. Un altro forte motivo del contendere è una diversa interpretazione della Costituzione irachena (approvata con voto popolare) in merito al possesso e allo sfruttamento dei nuovi pozzi petroliferi. I curdi sostengono che solo quelli in territorio arabo debbano essere gestiti a livello statale, mentre quelli nuovi aperti e sfruttati nel Kurdistan devono essere gestiti, anche per la vendita, direttamente dalla Regione. Naturalmente, Baghdad sostiene che tutto quanto si trovi all’interno dello Stato Iracheno costituisca una proprietà statale indivisibile e che la commercializzazione del petrolio debba tutta passare dall’Ente statale SOMO. Anche i diritti doganali sono un oggetto del contendere perché’ Erbil rivendica a sé tutto quanto derivi dalle merci in transito sul proprio territorio. Perfino nelle modalità di accesso c’erano differenze: se un Europeo atterrava a Baghdad, per entrare nel Paese doveva essere munito di visto; se, invece, si fosse diretto solo in Kurdistan nessun visto gli era richiesto.

A seguito di quel contenzioso e nonostante numerosi tentativi di negoziazione, dal febbraio 2014 Baghdad ha sospeso il pagamento del 17% del budget pubblico statale che, secondo Costituzione, dovrebbe essere versato al KRG. Nel frattempo, nel 2013, cominciarono gli scontri con le truppe del “Califfo” e l’eliminazione delle entrate previste fece sì che la situazione economica della Regione iniziasse a diventare rischiosa. Fino a quel momento il Kurdistan era andato sviluppandosi velocemente grazie a investimenti locali e stranieri e alle nuove entrate petrolifere. Purtroppo la fine dei versamenti in arrivo da Baghdad, i prezzi in calo del petrolio (tra l’altro venduto necessariamente a prezzi piu’ bassi del valore di mercato, causa le diffide lanciate dal Governo iracheno a chi avesse comprato direttamente dai curdi), il costo della guerra in corso e il dover provvedere alla gestione di quasi due milioni di rifugiati (la popolazione autoctona della regione curda non arriva ai sei milioni) misero le finanze del Governo locale in ginocchio. Una grande fetta degli abitanti lavora nell’apparato pubblico o dipende da esso e, per la carenza di denaro, molti stipendi dovettero essere tagliati anche del 75%. Baghdad aveva interrotto anche l’aiuto umanitario destinato ai rifugiati ed elaborato un piano finanziario per il 2018 che prevedeva forti tagli delle somme destinate alla regione curda. Fu anche per cercare di tacitare il calo dei consensi popolari e obbligare gli altri partiti a ricompattarsi attorno al Governo che il Presidente Barzani decise il referendum. Non tutti erano convinti che fosse la soluzione giusta ma opporvisi pubblicamente sarebbe suonato come il tradimento di una secolare ambizione comune.

L’intervento dell’esercito iracheno e delle milizie sciite iraniane di Al Shaabi su Kirkuk sembra sia stato preceduto da un colloquio del Generale iraniano delle Guardie Rivoluzionarie Qassem Suleimani con alcuni esponenti del partito (PDK) del defunto leader Jalal Talabani e tutti oggi pensano che ciò spieghi perché’ i Peshmerga filo-PDK dispiegati alla difesa della città si allontanarono senza combattere appena le truppe nemiche si avvicinarono. La reazione del partito di Barzani fu immediatamente di gridare al tradimento e forti critiche furono lanciate verso gli USA che, implicitamente, avevano consentito l’operazione senza battere ciglio. Furono notati sul campo carri armati e armi a suo tempo forniti dagli americani agli iracheni per essere usate contro lo Stato Islamico e questo confermò i curdi nella convinzione che anche gli “amici” americani avevano tradito chi era stato fino a quel momento il loro maggiore alleato nella zona.

BREVE STORIA RECENTE: SIRIA

Anche in Siria, le forze di combattimento curde sono state indispensabili per la sconfitta dell’ISIS. Dopo la strenua difesa di Kobane ampiamente coperta dai media occidentali, i curdi avevano dato vita ad un esercito che, oltre ai locali Peshmerga, comprendeva gruppi arabi uniti a loro nella lotta contro i terroristi. Nella Siria degli Assad i curdi non erano considerati cittadini come gli altri e non godevano della cittadinanza o degli stessi diritti degli altri cittadini. Piu’ volte erano stati aperti contatti con il Governo di Damasco per ottenere un riconoscimento o una qualche autonomia gestionale, ma sempre con scarso successo. Allo scoppio del fenomeno ISIS e non parteggiando per Assad, le comunità curde avevano approfittato della situazione per creare una loro “zona franca” e impedire allo Stato Islamico e a chiunque altro di entrare nei loro territori. Ciò aveva consentito all’esercito siriano di concentrare le proprie forze su altri campi di battaglia, lasciando che fossero i curdi stessi a contrastare il comune nemico in quelle aree. Chi non si disinteressò, invece, di ciò che succedeva in quei luoghi fu la Turchia che denunciò il locale partito PYD di essere legato al PKK (considerato internazionalmente un gruppo terrorista curdo-turco). I Peshmerga siriani, la forza armata del partito denominata YPG, fu accusata immediatamente di ricevere armi e ordini dal PKK. La cosa è verosimile, anche se sia il PYD si l’YPG hanno sempre smentito ogni collegamento. Per questi motivi, durante l’assedio di Kobane, Ankara impedì che curdi di Turchia potessero unirsi ai difensori della città e, solo dopo le pressioni internazionali, consentì che vi arrivassero Peshmerga del partito iracheno PDK, considerati più vicini ai propri interessi. Va però aggiunto che, almeno in un primo tempo e non ufficialmente, armi turche erano a disposizione dello Stato Islamico per essere usate sia contro Saddam sia contro i curdi di Siria. La preoccupazione della Turchia era, fin dall’inizio, che una possibile caduta del regime di Damasco consentisse la nascita di una nuova enclave curda vicino al proprio confine. Se fosse nata una regione amministrata da curdi o addirittura se fosse nato uno Stato curdo in Siria, ciò avrebbe galvanizzato i seguaci del PKK incoraggiandoli nella loro lotta e rendendo piu’ difficile bloccare il desiderio di autonomia curda all’interno della Turchia. Anche quando Ankara, dopo l’accordo con i russi, virò decisamente a favore della lotta contro gli Islamisti, la preoccupazione che nessuna enclave curda potesse nascere in Siria continuò a essere presente nei suoi incubi.

Chi, al contrario, vide nell’YPG una forza utile per i combattimenti sul campo furono i russi e gli americani. La Russia nel periodo di forte crisi con Ankara aveva consentito a Mosca l’apertura di un ufficio di rappresentanza del PYD e si suppone che abbia anche contribuito agli armamenti dell’YPG. Gli Usa, con la filosofia di “No boots on the ground” videro nei Peshmerga siriani le truppe di terra che non volevano mandare direttamente e organizzarono addestramenti, informazioni tattiche e fornitura di armi letali. L’accordo tra americani e curdi siriani si dimostrò molto efficace sul campo di battaglia e i miliziani dell’YPG cominciarono a dilagare anche fuori dalle aree abitate prevalentemente da curdi. Nella conquista della “capitale” dell’ISIS, Raqqa, il loro contributo fu determinante, così come lo fu nella conquista di molti altri villaggi. Preoccupati che russi, turchi e iraniani si fossero messi d’accordo per spartirsi il futuro della Siria, con o senza Assad, gli americani individuarono nei curdi una loro possibile roccaforte nell’area e, all’inizio di gennaio, annunciarono l’intenzione di continuare a presidiare l’area assieme ai curdi, anche finita la guerra, con almeno 30.000 soldati. Evidentemente, perché’ questa ipotesi potesse realizzarsi, occorreva che gli americani dessero per scontato che una qualche entità istituzionale curda potesse nascere in loco. Fu questa ipotesi a convincere definitivamente Ankara ad intervenire direttamente, prima che fosse troppo tardi.

LA SITUAZIONE OGGI IN IRAQ

Come abbiamo visto, la situazione economica della Regione Autonoma Curda si trova oggi in gravi difficoltà, perfino piu’ pesante dopo la perdita di Kirkuk e la rinuncia del Presidente Barzani ad accettare una proroga del suo mandato. Il Governo di Al Abadi è uscito finora vincente dal confronto e sta cercando di capitalizzare quanto ottenuto imponendo ai curdi condizioni inaccettabili che costituiscono un passo indietro perfino rispetto all’autonomia prevista dalla Costituzione e alle libertà di cui già godevano. I posti di frontiera con l’Iran sono stati rimessi in funzione e dal 16 gennaio sembrerebbe che anche un accordo per la riapertura degli aeroporti possa essere raggiunto. Tuttavia, tra le condizioni poste ( ben tredici) per iniziare nuove negoziazioni ci sono: a)la dichiarazione scritta che il referendum sia considerato totalmente nullo, b)la rinuncia ad ogni futura richiesta di indipendenza, c)negli aeroporti curdi di Erbil e Suleimaniya devono essere presenti rappresentanti permanenti dell’Autorità dell’Aviazione Civile Irachena, d)tutti i valichi frontiera, compresi quelli con la Turchia, devono non essere piu’ controllati da forze curde ma solo da quelle irachene, e)tutti i pubblici ufficiali curdi che vogliono recarsi all’estero per qualunque motivo devono ottenere l’autorizzazione da Baghdad, f)tutti i futuri proventi doganali o derivanti dalla vendita di petrolio devono essere lasciati alle autorità Federali e la vendita degli idrocarburi deve essere effettuata solo attraverso la SOMO (l’Ente petrolifero nazionale), g)il controllo delle dighe su territorio curdo dovrà passare sotto il controllo dello Stato centrale, ecc.

È evidente che queste richieste, se mai saranno accolte, significano la fine non solo della (im)possibile indipendenza ma anche di gran parte dell’autonomia usufruita in precedenza. Il controllo iracheno di aeroporti e frontiere implica che gas, petrolio e traffici di merce varia saranno strettamente controllati da Baghdad e non sarà piu’ possibile per il KRG condurre qualunque tipo di affare con società straniere senza il permesso del Governo centrale. Perfino l’impossibilità di recarsi all’estero senza autorizzazioni per i pubblici ufficiali significa che i rapporti internazionali, tessuti accuratamente dai curdi in questi anni, dovranno anch’essi sottostare al placet iracheno.

La rinuncia di Massoud Barzani alla posizione di Presidente (nonostante resti il capo carismatico del partito di maggioranza PDK) si era resa indispensabile per cercare di rendere possibile il dialogo con le Autorità centrali senza una presenza diventata troppo ingombrante per il suo ruolo nell’indizione del referendum. Tocca ora al cugino, il Primo Ministro Nechirvan Barzani, giocare il ruolo del “moderato” e in questa veste, per cercare supporto, si è recato a Parigi, a Davos e ha chiesto di incontrare Erdogan. Nella località svizzera ha potuto incontrare molti capi di Stato e anche il Segretario di Stato americano Tillerson. Sia quest’ultimo che Macron, così come hanno fatto altri esponenti politici di altri Paesi (pure l’UE) sono intervenuti su Al Abadi, invitandolo ad aprire i negoziati senza irrigidirsi. Almeno in apparenza tutte queste azioni diplomatiche hanno ottenuto un qualche successo, tant’è che Baghdad ha preannunciato l’istituzione di una commissione parlamentare composta da curdi e da arabi iracheni che avrà il compito di affrontare tutti i motivi della discordia. Sarà composta da sette persone, di cui però cinque arabe e solo due curde. La strada di un possibile accordo è però complicata dal fatto che a maggio si terranno le elezioni nazionali e locali in tutto l’Iraq e ciò obbliga i politici delle due parti ad essere prudenti nelle rispettive concessioni. Che la situazione resti molto complicata lo si può vedere dal seguito dell’incontro avvenuto a Davos tra Al Abadi e Nechirvan Barzani. Dopo il loro colloquio avvenuto in forma riservata, il Primo Ministro iracheno ha detto ai giornalisti (e ripetuto nel suo intervento ufficiale) che un accordo era stato raggiunto in merito alla diatriba petrolifera e che i curdi avevano accettato di lasciare tutto nelle mani della SOMO. Appena informato della cosa, il Barzani si è precipitato a smentire quanto affermato dalla controparte dicendo che si trattava di una menzogna e che il loro (breve) incontro aveva solo accennato ai vari problemi senza nemmeno toccare la questione petrolifera. Il ministro curdo ha aggiunto che l’unico accordo raggiunto era che ci sarebbe stato un altro incontro nella settimana seguente.

Mentre la contrapposizione con Baghdad quindi continua, anche in casa curda i problemi non mancano. Il partito dell’Unione Islamica del Kurdistan, il maggior partito islamico della regione, ha annunciato di voler uscire dalla maggioranza di Governo per unirsi agli altri due partiti di opposizione, Goran e il Gruppo Islamico Curdo che già si erano ritirati in precedenza dopo esservi entrati nel 2013. Il Governo resta stabile poiché’ su 111 parlamentari 38 appartengono al PDK, 18 al PUK e altri voti utili sono quelli del piccolo Partito Cristiano e quello dei Turkmeni, consentendo così di arrivare a 72 voti. Anche il maggior alleato del PDK, il PUK, dopo la morte del suo capo carismatico Talabani attraversa un periodo di grande incertezza. Da piu’ di due anni non riesce a tenere il previsto congresso ed è sostanzialmente diviso in almeno tre spezzoni. La voce piu’ importante al suo interno resta quella della signora Hero Talabani, moglie del defunto leader, che ha potuto imporre uno dei figli, Qubad, al posto di Vice Primo Ministro. Tuttavia le contestazioni contro di lei sono in costante crescita e viene da molti ritenuta la vera causa della crisi interna. Hero Talabani è donna di fortissimo carattere e fu una combattente tra i Peshmerga nelle guerre contro Saddam, rimanendo pure ferita in combattimento. La persona che sembrava potesse far contenti tutti, almeno in attesa del congresso annunciato ora per il 5 marzo prossimo, sarebbe stato il Vice Presidente del Kurdistan Kosrat Rasul, già capo dei Peshmerga di Suleimaniya. Costui era appena rientrato dalla Germania ove si era recato per ricevere importanti cure mediche e qualcuno aveva pensato di affidare a lui l’incarico ad interim per guidare il partito fino al congresso. Lui stesso aveva annunciata l’intenzione di creare un nuovo esecutivo provvisorio con l’intento di includervi rappresentanti di tutte le fazioni. Il tentativo è però fallito per l’opposizione di alcuni membri dell’Ufficio Politico in carica che hanno rifiutato di dimettersi. Non manca di qualche peso anche il sospetto che una parte del partito abbia “negoziato” il ritiro da Kirkuk con gli iraniani. Ai due Barzani e al PDK non conviene enfatizzare troppo tale questione per non dover subire ricadute nella maggioranza che sostiene il Governo ma è certo che la cosa prima o poi tornerà a galla.

LA SITUAZIONE IN SIRIA

Il 20 gennaio scorso, con un’operazione chiamata (ironicamente?) Ramo d’Ulivo, l’artiglieria e gli aerei turchi hanno iniziato il bombardamento della zona di Afrin, città vicina al confine e una delle roccaforti dei curdi siriani dell’YPG. Dopo aver dichiarato che lo scopo era quello di “pulire” il terreno dalla presenza dei “terroristi”, le truppe turche sono entrate in territorio siriano e sono arrivate in prossimità della prima città obiettivo. Accompagnate da miliziani dell’Esercito Libero Siriano composto da 25.000 uomini hanno occupato il Monte Bursaya che sovrasta Afrin e conquistato il villaggio di Qestel Cindo che sta ai piedi del monte. Ufficialmente, l’azione turca si era resa indispensabile come risposta ad attacchi di missili curdi contro le cittadine turche di confine Kilis e Hatay ma è certo che il lancio di missili in territorio turco avvenne soltanto dopo i primi bombardamenti subiti dai curdi.

Ankara aveva sempre chiesto agli alleati americani (senza mai ottenerne l’assenso) di poter creare una zona cuscinetto in territorio siriano che non vedesse la presenza di popolazioni di etnia curda e ciò sempre per la paura che avere un’entità curda vicino al confine avrebbe consentita la possibilità di passaggio di armi e gruppi armati da e per il PKK. Aveva anche chiesto che gli Stati Uniti smettessero di fornire armi all’YPG e ne avevano ottenuto una dichiarazione in linea di massima che le forniture sarebbero cessate. Dichiarazione però che diventava poco credibile dopo l’annuncio dell’intenzione americana di creare un corpo di 30.000uomini armati proprio a ridosso del confine. A quel punto Erdogan ha dato il via all’operazione militare, ribadendo che considerava l’YPG, il PYD e il PKK come un’unica organizzazione terroristica e che andasse distrutta in ogni modo. Anche il Primo Ministro Binali Ildirim non è stato da meno e ha annunciato l’intenzione di “liberare” una zona di almeno 30 chilometri a partire dalla stessa Afrin. Non è la prima volta che le truppe turche varcano il confine siriano perché’ già lo fecero con carri armati e aerei nell’agosto 2016 tramite l’operazione detta Scudo dell’Eufrate. Allora, la motivazione data fu la volontà di allontanare l’ISIS dal confine e impedire l’avanzata delle milizie curde.

In realtà Ankara, con l’attuale intervento, oltre a voler impedire la creazione di un Governo curdo locale, vuole anche diventare protagonista ineludibile negli assetti della futura Siria e un’azione militare come quella ora in corso le consentirà di negoziare il futuro da una posizione di relativa forza anche con gli alleati russo e iraniano.

La reazione internazionale all’invasione turca non è stata positiva: i francesi, memori del loro ruolo storico di colonizzatori della Siria, hanno immediatamente chiesto che si riunisse d’urgenza il Comitato di Sicurezza dell’ONU e il Ministro degli Esteri Le Drian ha telefonato al collega turco Cavusoglu chiedendo di fermare ogni ostilità. Anche gli americani avevano, già il 19 gennaio, invitato i turchi a non intraprendere nessuna azione bellica in Siria, garantendo che non avrebbero costituito nessuna forza militare al confine turco siriano. Ciò nonostante i richiami sono caduti nel vuoto, perché come dice un analista politico turco: “Il dentifricio non si può rimettere nel tubetto” e: “Erdogan ha passato il suo Rubicone”. Il vice Primo Ministro turco Bekir Bozdag è arrivato a definire le richieste americane come “vuote e prive di senso”. Non bisogna dimenticare che Erdogan sta da tempo conducendo una cruenta battaglia in patria contro l’etnia curda e che la maggior parte della popolazione lo appoggia in questa direzione. Dopo l’inizio dei bombardamenti, il partito curdo di Turchia l’HDP ha invitato a scendere in piazza per contestare la decisione del Governo ma pochi sono stati i cittadini che hanno raccolto l’invito e anche i partiti che più si oppongono in Parlamento ad Erdogan si sono dichiarati favorevoli all’intervento militare.

Gli americani hanno le mani legate: i loro rapporti con Ankara sono già molto tesi a causa dell’avvicinamento turco a Mosca e per l’arresto di funzionari e diplomatici americani a Istanbul con l’accusa di sostenere i golpisti. Non va dimenticato che, subito dopo il tentato golpe, a tutto il personale americano presente nella base aerea di Incirlik fu proibito di uscire per diversi giorni e che Washington ancora rifiuta di consegnare alla Turchia la presunta mente del colpo di stato Fetullah Gulen.

Sembrerebbe, piuttosto, che prima di lanciare le proprie truppe, Erdogan si sia consultato con Mosca per averne l’avallo, ma dal Cremlino non si fanno commenti. Tuttavia (da fonte russa che cita un giornale turco) sembra che il generale Hulusi Akar a capo dell’esercito turco, prima di effettuare azioni aeree, abbia consultato la sua controparte russa Valery Gerasimov. Di certo, nell’incontro che si è tenuto negli scorsi giorni a Sochi, organizzato da Mosca con l’obiettivo di definire il futuro asseto della Siria, nessun rappresentante curdo è stato invitato, anche per il veto posto dalla Turchia. La conferenza ha previsto la partecipazione di ben 1600 invitati da Iran, Turchia, Russia e dalla stessa Siria. Europei ed americani avevano rinunciato a parteciparvi ribadendo che il luogo e il formato del negoziato rimanevano Ginevra e l’ONU mentre l’inviato ONU, Staffan De Mistura, che già era stato presente ai precedenti incontri ad Astana, ci è andato.

CONCLUSIONI

Le opinioni pubbliche occidentali e la maggior parte dei giornalisti quando parlano dei curdi pensano ad una popolazione compatta, unita dagli stessi interessi e divisa tra vari Stati (Siria, Iraq, Iran e Turchia) solo in base alla decisione di potenze straniere, decisione presa nell’unico interesse di quest’ultime. Ciò è vero solo in parte. Nel corso dei secoli, il popolo curdo ha attraversato storie ed evoluzioni diverse e anche la lingua, di origine simile al farsi, è suddivisa in piu’ dialetti rendendo non sempre facile la comprensione reciproca. Se pur è assodato che tutti condividono formalmente il desiderio di vedersi riunificati in uno Stato/Nazione, gli attuali interessi di ciascuno sono diversi e, a volte, contrastanti. Non è un caso che Massoud Barzani, intervistato dalla BBC, nel rispondere se i Peshmerga curdi sarebbero intervenuti in aiuto dei “confratelli” siriani ad Afrin, si è limitato a dire che condannava l’intervento militare perché “non è con le armi che si risolvono i problemi e mandare i Peshmerga non avrebbe risolto la situazione”. Ha aggiunto: “La piu’ grande assistenza che noi possiamo dare è cercare di fare il nostro meglio per fermare le ostilità”.

Anche in questo caso, la realtà vera è che i curdi iracheni hanno bisogno della Turchia sia come aiuto negoziale con Baghdad sia come unico sbocco per le loro comunicazioni con l’estero. Infatti, raggiungere il Golfo Persico significherebbe dover transitare da Baghdad, la Siria è nella situazione che si sa e di andare verso l’Iran non se ne parla. La stessa Iran è un altro fattore di divisione tra gli stessi curdi iracheni: mentre il PDK di Barzani ha da tempo identificato nella Turchia un interlocutore privilegiato, messo in forse solo dalla questione referendum, il PUK della famiglia Talabani ha da molto tempo un canale di comunicazione privilegiato con Teheran. L’Iran, ha già grande influenza su ogni Governo possa esserci a Baghdad e approfitta dei suoi amichevoli rapporti con il PUK per tenere sotto controllo anche il Governo di Erbil e impedire che la regione sia egemonizzata dai turchi, attualmente alleati ma concorrenti nell’ambizione di esercitare una leadership sul Medio Oriente. Il PUK ha anche contatti “riservati” con il PKK, anche se, piu’ o meno ufficialmente, il Governo Regionale Curdo iracheno collabora attivamente con Ankara nel combattere questi terroristi.

In Siria, nonostante il PYD, attraverso l’YPG controlli il territorio, una buona parte della popolazione curda non vi si riconosce e guarda piuttosto a Barzani come leader naturale. La concorrenza tra le varie fazioni è a volte palese, a volte sotterranea e smentita a gran voce, ma anche le ambizioni personali dei vari leader hanno la loro parte non insignificante.

Di tutte queste divisioni tra i vari gruppi curdi hanno sempre approfittato le potenze straniere interessate a quelle zone e, ahimè, bisogna ammettere che si sono ammazzati piu’ curdi tra loro di quanti ne abbiano uccisi armi straniere. Un esempio eclatante del secolo scorso è la strage degli armeni. È risaputo che furono i reparti curdi arruolati nell’esercito ottomano a commettere i maggiori eccidi; eppure, dove si rifugiavano gli armeni che riuscivano a scappare dalle carneficine? Presso altre tribù curde, nemiche delle prime perché’ affiliate al regno Persiano.

Anche oggi sulla pelle dei curdi si giocano partite che non li riguardano ma cionondimeno li coinvolgono. Quanto sta succedendo in Siria è anche uno scontro incrociato e a distanza tra Iran, USA, Russia, Turchia e monarchie del Golfo. Ognuno di loro vuole avere un modo per controllare tutta l’area, ma soprattutto vuole impedire che sia l’altro a farlo. Lo stesso succede in Iraq ove, non a caso, i curdi di Barzani godono l’appoggio di Arabia Saudita ed Emirati (e Israele) in funzione anti-Iran. L’inerzia (o la complicità) americana a Kirkuk li ha fatti gridare al tradimento perché’ la Regione curda ha rappresentato, e rappresenta, il miglior caposaldo a stelle e strisce in un’area egemonizzata da Teheran.

Tutti, quindi li vogliono, da una parte e dall’altra. Ciò che però tutti gli attori stranieri condividono è che nessuna fazione curda debba poter diventare troppo forte da sola e, soprattutto che i curdi non si riunifichino mai sotto un’unica nazione.

Dario Rivolta
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