GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Il dilemma strategico della Russia

Se si esamina con attenzione una carta geografica della Russia appare evidente, anche all’occhio del neofita, che l’immensa estensione territoriale di questo paese è controbilanciata, con esito negativo, dalla pressoché assoluta mancanza di accesso diretto alle rotte commerciali oceaniche che costituiscono, da sempre, la base sulla quale si sviluppa e progredisce l’economia di un grande paese.

Analizzando più nel particolare la situazione russa si può vedere che i pochi porti di cui dispone (davvero in numero esiguo non solo in relazione alla sua grandezza territoriale) sono caratterizzati da due fattori geopolitici limitativi che ne riducono l’importanza e ne condizionano l’utilizzazione.

Il primo è che i porti di Vladivostock a Est e di San Arcangelo a Ovest insistono in un’area geografica dove il mare ghiaccia per lunghi periodi dell’anno.

Il secondo fattore, di gran lunga più determinante nel dettare la linea geostrategica della politica russa, è quello che sia Vladivostok sia i due porti principali in acque calde, San Pietroburgo e Novorossiysk, insistono in un complesso di acque chiuse i cui accessi al mare aperto (gli Oceani Atlantico e Pacifico) sono controllati da alleanze di cui la Russia non fa parte o da Paesi con i quali non esiste un rapporto stabile di fiducia o che, addirittura, possono essere considerati potenzialmente ostili.

Da qui discende direttamente l’impostazione che ha guidato la politica estera della Russia, zarista e non, durante gli ultimi trecentocinquant’anni della sua storia.

Rifiutare di riconoscere o di considerare questo imperativo geopolitico, quando si ha che fare con la Russia, non solo è un errore macroscopico di valutazione ma è estremamente pericoloso.

Cambiando la carta geografica con una carta geopolitica non è difficile vedere che sia l’accesso diretto al Pacifico che quello all’Atlantico sono condizionati da alcuni punti di passaggio di importanza strategica per il controllo delle vie di comunicazione che non sono in mano russa. Da questa analisi deriva uno degli assi portanti della politica estera russa.

Nel settore asiatico la controversia, che da circa settant’anni contraddistingue le relazioni russo-giapponesi, ha come base il possesso delle isole Kuryli che sono la naturale chiusura della rotta verso il mare aperto (e caldo) su cui insiste la direttrice di Vladivostok.

La situazione è molto più complessa e delicata nello scacchiere euroasiatico dove la rotta di San Pietroburgo, che attraverso il Mar Baltico porta al mare del Nord e poi all’Atlantico, deve passare attraverso due strozzature naturali (il Golfo di Finlandia e gli Stretti di Danimarca) dove tutti i Paesi costieri ad eccezione di Svezia e Finlandia (a tutt’oggi) appartengono alla NATO.

Ancora più intricata è la situazione del porto di Novorossiysk, sul Mar Nero la cui rotta di accesso al mare caldo è limitata da due chiuse strategiche: il Bosforo e i Dardanelli per il Mar Mediterraneo e Gibilterra per lo sbocco nell’Atlantico. Anche in questo caso il controllo degli stretti in questione appartiene a Paesi membri della NATO.

Mettendo in relazione questa situazione con la posizione privilegiata in termini geopolitici di cui godono i principali antagonisti della Russia, gli Stati Uniti, la Cina, l’India, appare evidente lo sforzo di Mosca per assicurarsi, con ogni mezzo disponibile, l’accesso sicuro alle vie commerciali marittime mondiali.

Come si evince dall’analisi della storia della Russia il cardine di ogni sua direttrice politica è sempre stato condizionato dalla necessità di rompere l’accerchiamento dei Paesi considerati ostili e avversari non solo sulle sue frontiere terrestri ma, soprattutto, quello di cercare di acquisire il possesso e il controllo degli stretti fondamentali al fine di concretizzare quel concetto di sicurezza che permea la visione russa da sempre.

Fatta questa premessa, non può quindi sorprendere la direttrice strategica della politica che negli ultimi anni ha guidato le relazioni internazionali russe.

Limitando l’analisi al solo settore euroasiatico, appare abbastanza evidente per quanto precedentemente detto, che è attraverso tale chiave di lettura che devono essere considerate le azioni che hanno portato nel 2014 all’annessione plebiscitaria e unidirezionale della Crimea e che adesso stanno condizionando gli sviluppi del conflitto con l’Ucraina. La concentrazione dello sforzo militare russo sulla costa del Mar Nero implica il conseguimento di una condizione di stabilità che consenta lo sfruttamento del porto di Sebastopoli in aggiunta a quello Novorossiysk con una striscia di retroterra che garantisca un miglior collegamento con la Crimea.

Ulteriormente legato a questo imperativo geopolitico risulta essere la volontà russa di limitare l’espansione della NATO verso i suoi confini. La percezione di assedio e di mancanza di sicurezza che costituiscono il motivo principale del contrasto con l’Occidente si basano principalmente sulla paura di poter essere soggetti a un blocco economico disastroso se le rotte commerciali venissero strozzate e chiuse mediante il blocco degli stretti.

L’approccio politico nei confronti della Turchia, tendente a staccarla dall’orbita dell’Occidente e dalla NATO, le operazioni in Ucraina, miranti strategicamente a incrementare il controllo sulla sponda europea del Mar Nero, la ricerca di riacquisire una possibile influenza sui Paesi nel Mar Baltico, sono tutti elementi che adducono allo stesso obiettivo: garantire un accesso sicuro alle rotte commerciali atlantiche!

A questo punto, senza voler in alcun modo giustificare la modalità intrapresa per sostenere questa visione strategica e, quindi, condannando senza riserve il ricorso ad azioni militari come quella in corso, non si può non considerare con maggiore attenzione gli sviluppi che stanno caratterizzando lo scenario internazionale euro atlantico.

Il casus belli utilizzato dalla Russia, come giustificazione per lo scatenare il conflitto in atto, è stato la mancata considerazione delle sue legittime preoccupazioni (reali o solo presunte fa poca differenza) per la sicurezza dei suoi confini minacciati da un’espansione ulteriore della NATO, con la presunta adesione dell’Ucraina. Conflitto durante, tale elemento giustificativo è stato ulteriormente rafforzato da altri due eventi che incidono sulla questione citata delle rotte commerciali.

Il primo riguarda sia il blocco dei porti del Mediterraneo per l’attracco alle navi russe che ha causato notevoli problemi al trasporto, sia la richiesta di chiudere gli stretti del Bosforo presentata alla Turchia che, anche se non attuato ha comunque, ulteriormente, inasprito la posizione russa.

Il secondo molto più recente, invece, è la risonanza mediatica data ad una possibile, ancorché ancora in una fase iniziale di valutazione, adesione alla NATO da parte di Svezia e Finlandia, ipotesi prevalentemente e grossolanamente sostenuta, con enfasi, dagli USA e dal Regno Unito.

Queste mosse non hanno fatto altro che inasprire una situazione già tesa e drammatica e non sembrano essere frutto di una valutazione strategica attenta e lungimirante basata su una vision consolidata e studiata.

Fermo restando la indiscutibile volontà degli Stati di perseguire quelli che ritengono i loro interessi nazionali, ciò che appare evidente è l’assoluta mancanza di una visione strategica di vasta portata che possa contraddistinguere il campo occidentale.

L’abbandono da parte della Svezia di una neutralità, di comodo e spesso interessata, ma soprattutto la decisone simile della Finlandia, sulla base di una presunta minaccia alla loro sicurezza, non rappresenta certo la scelta migliore in un momento come quello attuale.

È un inutile ed è un pericoloso azzardo che non serve a dimostrare né la volontà americana di ricoprire il ruolo del difensore della democrazia e dell’Europa (recuperando un senso di fiducia ormai logoro), né il modo per poter indebolire e far cadere Putin!

La NATO è stata, e continua a essere, una organizzazione di estremo valore fondamentale per l’equilibrio geopolitico euroasiatico, ma non può essere trasformata in uno strumento di pressione nei confronti della Russia per servire una politica miope, demagogica e priva di profondità strategica come è quella che adesso caratterizza la presidenza americana.

Il dilemma strategico della Russia che riguarda come conseguire la sicurezza dell’accesso agli Oceani esiste è reale e non è legato alla presenza di Putin.

Putin non piace al consesso internazionale occidentale può anche essere; è sicuramente colpevole di aver iniziato un conflitto devastante che ha riportato la lancetta della storia indietro di mezzo secolo, è vero; ma non è negando la geopolitica e la geostrategia della Russia che l’Europa e gli USA possono cercare di eliminare un avversario scomodo e pericoloso, e nello stesso tempo sostenere e diffondere la visione occidentale che ricerca l’equilibrio di un sistema di relazioni internazionali basato sul rispetto della democrazia, del diritto e dei valori individuali e umani.

Macron 2.0 :più Francia e meno Europa

Domenica prossima la Francia andrà al voto di ballottaggio per eleggere il Presidente della Repubblica.

Il copione non presenta nessuna novità di rilievo, è lo stesso ormai da circa 20 anni. Due candidati che rappresentano le due anime di una nazione, da una parte il difensore dello stato di diritto e delle libertà individuali (Macron) e dall’altra il bieco nazionalista, nemico della repubblica, paladino delle forze conservatrici più oscure e convinto liberticida (la famiglia Le Pen).

Il risultato è scontato, come sempre; fronte comune contro la destra ed elezione del candidato opposto, anche se magari non sia proprio il modello ideale di leader che si vorrebbe avere.

Tutto a posto quindi, la Francia è un paese sovrano, democratico e libero che sceglie il proprio Presidente come desidera e su questo non si discute!

Quello che, invece, merita maggiore attenzione è il sensibile cambio di indirizzo che il programma politico annunciato da Macron, in caso (scontato) di rielezione, prevede di attuare.

La visione europeista che aveva caratterizzato il mandato dell’attuale Presidente volta a costruire sotto l’egida di Parigi un’Europa più unita, più forte, dotata degli strumenti necessari a sostenere una politica comunitaria più incisiva sulla scena mondiale, come un sistema di difesa comune (staccando la spina a una NATO in fase terminale), un’Europa green e inclusiva con a capo una Francia in grado di guidarla verso il conseguimento di questi obiettivi, è scomparsa lasciando il posto a un’altra visione più nazionalistica e più “francocentrica” si potrebbe dire.

Infatti, leggendo il programma politico per il nuovo mandato, si possono scorgere importanti cambiamenti di indirizzo volti a ripensare una Francia più attenta alle esigenze interne, con un approccio più nazionalista in termini di politica estera, meno disponibile ad affidare il proprio destino a organismi sovranazionali, meno convinta che un esercito europeo (ancorché guidato da Parigi) possa garantire la sicurezza dei propri interessi e soprattutto una Francia meno green e molto meno accogliente e inclusiva di quanto lo fosse stata prima.

L’intenzione di rafforzare il proprio strumento militare, non solo con l’incremento di risorse finanziarie, ma aumentando anche la percentuale di riservisti, sottolinea la volontà di Parigi di poter contare su uno dispositivo di ampliate capacità per poter effettuare scelte politiche più autonome bypassando i limiti imposti da alleanze scomode (NATO ad esempio) e quelli che nuove organizzazione potrebbero costituire (esercito europeo). Il tutto in linea con un rinnovato proposito di poter ricoprire quel ruolo da protagonista sulla scena mondiale che la Francia ritiene le spetti di diritto, ma che non viene condiviso né riconosciuto a livello internazionale. Prova di questo la mancanza di qualsiasi risultato che gli interventi del Presidente Macron hanno avuto su Putin all’inizio e nello svolgimento della crisi ucraina, a conferma che il ruolo riconosciuto alla Francia nell’arena geopolitica internazionale è di irrilevante valore.

È prevista, anche, una revisione in chiave restrittiva delle politiche di accettazione nei confronti del flusso di migranti che vede nell’Europa e nella Francia il luogo dove poter ricevere accoglienza, sicurezza e garanzia di diritti. Una considerazione più attenta delle necessità nazionali richiede la messa in atto, secondo il programma politico, di una maggiore severità nelle norme che regolano l’immigrazione consentendo “procedure di espulsione più rapide”, con il rifiuto della domanda d’asilo che “varrà come obbligo di abbandonare il territorio” francese, e di condizionare la concessione di permessi di soggiorno di lunga durata “a un vero processo di integrazione professionale di 4 anni o più”.

Quindi il tramonto di una società multiculturale aperta, inclusiva e progressista e la rinascita di una identità nazionale forte, precisa e caratterizzata da una necessaria integrazione come premessa fondamentale per poterne essere accettati.

Anche il settore dell’autonomia energetica è destinato ad essere stravolto dal nuovo programma, che prevede sì l’indipendenza dal gas e dal petrolio come obiettivo nell’immediato futuro (prima nazione ad attuarlo!!!!!), ma non con risorse green o rinnovabili ma con la costruzione di nuove centrali nucleari.

Altro calcio dato al concetto di un’Europa unita e comune viene dalle politiche agricole dove l’interesse è quello di rivedere il concetto di produzione in netto contrasto con la visione europea del Farm to Fork (F2F – è il piano decennale messo a punto dalla Commissione europea per guidare la transizione verso un sistema alimentare equo, sano e rispettoso dell’ambiente) dove la autonomia alimentare viene messa al primo posto rispetto ad altri parametri, perché sono prevedibili delle “crisi alimentari profonde soprattutto fuori dal nostro continente e l’Europa non può permettersi di diminuire la produzione”.

Ovviamente il programma prevede anche aumenti alla ricerca indirizzata verso l’innovazione tecnologica puntando ai settori “del futuro”: aerospazio, semiconduttori, biomedicina, cloud sempre in un’ottica di rendere la Francia sempre meno dipendente da fattori esterni.

Il programma considera poi la necessità di adottare delle riforme interne di carattere sociale che ribaltano le scelte proposte nel precedente mandato affondate dalla rivolta dei gilet gialli.

Essendo una Paese sovrano, come detto, tutto questo è sacrosanto e rappresenta la visione politica di una élite che sta ai cittadini, attraverso l’espressione del loro diritto di voto, approvare o rigettare.

Tuttavia, questo programma offre una chiave di lettura abbastanza significativa sulle conseguenze che il conflitto russo ucraino ha scatenato e sul cambiamento di paradigma che tali conseguenze hanno imposto all’attenzione di un’Europa che, bruscamente, è stata risvegliata dal suo torpore fatto di eccessiva sicurezza e permeato da una visione intrisa di buone intenzioni e di pie illusioni.

La crisi conseguente allo svilupparsi del conflitto ucraino ha investito l’Europa facendo traballare le certezze che si consideravano acquisite e immutabili, conseguenza di un nuovo ordine mondiale che la fine della guerra fredda credevamo avesse creato.

Lo sviluppo di un’Unione Europea, effimera politicamente ma rilevante nel campo economico finanziario, alla quale devolvere sia la nostra sicurezza sia il nostro benessere sociale, la convinzione che un sistema basato sulla condivisione di un diritto internazionale e sul rispetto assoluto dei diritti della persona a scapito di quelli dello Stato, la capacità di poter offrire asilo e ospitalità a chiunque lo chiedesse senza porre alcun vincolo o nessuna regola, la spinta verso una società multiculturale dove rinunciare alle caratteristiche proprie della nostra cultura per non offendere le altre era ritenuto un dovere irrinunciabile, sono tutti concetti che la crisi ucraina ha spazzato via in un momento, riportandoci ad una realtà dura e difficile da comprendere che ha stimolato i fantasmi peggiori di un passato che consideravamo ormai dimenticato.

La risposta a questo è il programma politico che la Francia si appresta a validare e approvare, dove unità europea, condivisione, futuro green e inclusione sono concetti che cedono il passo a una visione più nazionale, dove l’interesse dei cittadini francesi e delle aspirazioni nazionali francesi hanno la preminenza su tutto il resto.

Nella nostra Unione Europea una visione politica di questo tipo, dove l’interesse nazionale viene anteposto a chiare lettere agli aspetti comunitari, non è una novità di adesso, basti pensare ai recenti contrasti politici che hanno animato i rapporti con Paesi come l’Ungheria e la Polonia.

Tuttavia, vedere che la Francia sta ripensando il suo futuro con una svolta di questo tipo (e la Germania sta tentennando verso l’adozione di simili strategie politiche) deve fare pensare se davvero siamo alla fine di un’ideale, quello dell’Unione Europea come entità politico economica in grado di avere un ruolo fondamentale nel contesto internazionale, oppure se questo passo non sia solamente la risposta ad una sensazione di paura e di disorientamento che il manifestarsi della crisi ucraina ha indotto nella nostra aspirazione di universalità, prodotto dalla nostra cultura e dalla nostra storia, dove l’Europa unita possa svolgere un ruolo determinate verso la costruzione di un mondo libero, democratico e aperto.

 

Difesa Europea? No grazie!

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L’attuale crisi ucraina, in virtù dello sconvolgimento geopolitico che ha provocato, ha dato l’avvio a una molteplicità di riflessioni, di idee e di propositi da parte del mondo occidentale, e dell’Europa in particolare, volte a individuare nuove soluzioni per evitare il ripetersi di eventi simili e per continuare a garantire un futuro di sicurezza e stabilità all’Occidente stesso e al mondo intero.

Tra i tanti argomenti, oggetto di analisi e di discussione, è tornata alla ribalta l’idea di una Difesa Comune Europea (che indicheremo per comodità con la sigla DCE) sostenuta da più parti come una necessità ormai impellente e una soluzione taumaturgica per i nostri problemi di dipendenza dagli USA non più derogabile.

Il Presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea all’inizio del conflitto si è infatti espresso in tal senso, supportando la causa della creazione di un definitivo strumento di difesa comunitario, cioè delle Forze Armate della Unione Europea.

Sin qui nulla di strano in quanto il Presidente di tale organismo – sul cui valore concettuale si potrebbero esprimere seri dubbi – è logico che si faccia portavoce di una svolta in questo senso, affermando che sia necessaria e ineluttabile.

Quest’idea di uno strumento militare europeo non è certo una novità; sino dagli albori del concetto di Europa si è accarezzato il sogno di una difesa comune (immediatamente affossato dall’orgoglio francese) e nel tempo si sono fatti timidi tentativi di pervenire a questo risultato, per la verità coronati da scarso successo.

L’istituzione dell’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri e la Politica di Difesa quale preludio per la costruzione di un modello di difesa, allo stato dei fatti non può essere considerato un successo in quanto le varie personalità che hanno ricoperto tale incarico (tralasciando ogni commento sulla Mogherini per amor di patria!) non hanno certamente avuto un ruolo preminente nel contesto geopolitico internazionale, venendo by-passate regolarmente o nella migliore delle ipotesi ignorate come se fossero trasparenti. Prova ne è l’assoluta inconsistenza che Josep Barroso, attuale Alto Rappresentante, ha svolto nel contesto della crisi ucraina.

Il progetto di DCE rimane, comunque, un argomento che ogni tanto viene rispolverato e che serve a qualche politico nostrano o europeo per proporsi sulla scena, ovviamente supportato dal vertice militare di turno che mai e poi mai si azzarderebbe a suggerire che l’idea, così come la propongono, è irrealizzabile. Infatti, il progetto concettualmente è valido, ma è la sua realizzazione che presenta una serie di problematiche da risolvere che impongono delle scelte politiche allo stato attuale assolutamente utopistiche.

Analizzando il concetto di DCE ci si trova di fronte immediatamente a un dilemma di importanza critica: un sistema di difesa comune che garantisce l’Europa già esiste ed è la NATO, quindi se vogliamo crearne un altro come si rapporterebbero i due sistemi tra loro?

Esaminando il rapporto che si verrebbe a creare tra i due sistemi si possono individuare le seguenti principali ipotesi di soluzione.

Prima ipotesi: la DCE deve prendere il posto della NATO.

Seconda ipotesi: la NATO e la DCE sono entrambe necessarie e quindi devono coesistere.

Terza ipotesi: la DCE diviene l’unica organizzazione militare di appartenenza per tutti i Paesi dell’Unione Europea, trasformandosi in una istituzione comunitaria a tutti gli effetti.

Indubbiamente non si tratta di quesiti di facile soluzione anche perché le tre ipotesi indicano concettualmente strade diverse per pervenire a strutture diverse.

Nel primo caso, la DCE deve essere considerata come l’organizzazione che l’Europa adotta per sostituire la NATO. Benissimo, giusto, ottima soluzione, siamo di nuovo padroni del nostro destino! Ma in questo caso dovremmo dare soluzione ad alcuni aspetti: la NATO si scioglie e la DCE viene costituita. In questo caso i Paesi europei membri della NATO ma non dell’Unione Europea che fine fanno? Li arruoliamo oppure no? Ma, se la DCE deve diventare una alleanza come la NATO, che vantaggio ne traiamo come Europa a sostituire uno strumento organizzato, rodato e ben strutturato come la NATO con qualche cosa da costruire ex novo? Inoltre, chi dei Paesi EU prenderà il posto degli USA, non solo come leadership politica (dove Francia e Germania già ipotizzano di fare la parte del leone) ma, soprattutto, come grande finanziatore? Infine, la struttura di Comando e Controllo che la NATO ha costruito e che, nel nostro piccolo, abbiamo contribuito a finanziare, dove finisce?

Quindi se si deve avere una copia carbone sbiadita e sgualcita della NATO, addirittura in forma ridotta, allora tanto vale che l’Europa si tenga la NATO e abbandoni l’utopia DCE.

Nel secondo caso, dove DCE e NATO sono entrambe necessarie si aprono una serie di problematiche.

Primo, la DCE sarà una struttura basata su quali forze e quali risorse? Rifuggirei dalla soluzione piuttosto naïve di usare le stesse forze e risorse per ogni occasione facendogli cambiare cappello e scudetto. La sua organizzazione di Comando, Controllo, Comunicazioni Computer e Intelligence (C4I) sarà un duplicato di quella NATO? La DCE sarà un’alleanza o un’istituzione autonoma? Quali saranno i compiti dell’una e quelli dell’altra?

A fattore comune con la precedente ipotesi rimane la questione della leadership finanziaria e politica, al momento senza soluzioni plausibili e credibili.

Tuttavia, nonostante questa ipotesi, alla luce olistica e assolutamente Politically Correct del rispetto dei concetti di pluralità e di inclusività, appaia senza dubbio affascinante, da un punto di vista meramente pratico si concretizza come una soluzione con aree di sovrapposizione e di possibile contrasto, tra l’altro considerato che molti Paesi appartengono sia all’una sia all’altra delle organizzazioni, ma alcuni solo ad una o solo all’altra e che tutti hanno interessi e obiettivi nazionali differenti, e spesso in contrasto, tra loro.

Infine come contribuente sarei costretto a pagare per tre volte le spese militari (Difesa nazionale, NATO e DCE!) per far sì che tre organismi teoricamente differenti, ma che a turno impiegano le stesse risorse, si occupino della mia sicurezza!

L’ultima ipotesi è quella più affascinante ma anche la più utopistica, al momento almeno.

La realizzazione del progetto di DCE quale istituzione permanente dell’UE, infatti, dovrebbe risolvere alcuni fondamentali problemi.

Innanzitutto l’UE è, solamente, un’unione economica tra più stati, priva quindi di quelle caratteristiche che invece sono necessarie per essere riconosciuti a livello internazionale come Stato o come Federazione di Stati.

Di conseguenza manca di quegli organi che sono fondamentali per identificare una qualsiasi forma di governo, non esistono, infatti, il potere legislativo, quello esecutivo e quello giuridico; non esistono un Presidente o un Primo Ministro che siano responsabili della formulazione di programma politico; non ci sono né un Ministro degli Esteri né uno della Difesa e, quindi, non esistono una politica estera comune né tantomeno una politica di difesa comune.

E in questo contesto, piuttosto lacunoso, vorremmo costituire una Difesa Comune Europea?

Se si parla di DCE non significa solamente assemblare delle unità militari e pretendere che il gioco sia fatto. Se si vuole parlare di Difesa in termini realistici e seri e non come boutade politica si deve considerare tutto ciò che significa costruire un sistema di Difesa.

Innanzitutto, come detto, ci vuole una struttura statuale, che provveda a dare gli indirizzi strategico – politici, poi ci vuole un dicastero, quindi una struttura militare vera e propria con gli Stati Maggiori affiancata da una struttura tecnico logistico amministrativa. Alla fine, ma proprio alla fine si può pensare allo strumento militare vero e proprio!

Ora di tutto questo non esiste nulla, e tantomeno esiste un progetto anche lontano o visionario per creare tali condizioni.

Supponendo, comunque, di trovare risorse e mezzi e di voler creare la struttura di questa DCE, nella presente situazione di un’Unione Europea così come adesso è strutturata, quali soluzioni dovrebbero essere adottate in merito ai seguenti punti (tanto per citare quelli più evidenti):

  • da chi dipenderebbe la DCE? Dal Presidente della Commissione Europea o all’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri e la Politica di Difesa, oppure da un Ministro della Difesa a turno semestrale tra i Paesi membri?
  • chi avrebbe il compito di sancire l’impiego delle risorse della DCE? Il Parlamento Europeo?
  • potrebbero le risorse della DCE essere usate contro un Paese Membro? E, se sì, sulla base di quale autorità?
  • da quali entrate sarebbe garantito il bilancio destinato alla Difesa?
  • chi comanderebbe la struttura militare?

E andando un po’ più nel tecnico ci sarebbero da considerare problematiche quali la dottrina, la logistica, il contesto giuridico normativo di riferimento (a chi si presta il giuramento di fedeltà?), i regolamenti, la composizione della struttura organica, la struttura di comando, le acquisizioni logistiche ecc. ecc. ecc..

Per concludere, il progetto di una DCE è sicuramente un’idea affascinante dai risvolti potenzialmente validi, ma non è applicabile a quest’Europa che attualmente non è altro se non una grande unione di carattere puramente economico commerciale.

Lo sviluppo di progetti comuni che intensifichino e incrementino la collaborazione e la cooperazione tra i Paesi membri dell’Unione nel settore della Difesa è corretto e giusto e rappresenta una modalità per evitare duplicazioni e sprechi, per creare economie e sinergie, ma allo stato attuale rimane la sola opzione reale e credibile di difesa europea.

Pretendere di dover costituire adesso una vera DCE significa, nella migliore delle ipotesi, essere realmente dei radical-chic privi di qualsiasi considerazione della realtà.

Una DCE costituita come una alleanza priva di una leadership forte e riconosciuta al livello internazionale (ruolo che né la Francia e neppure la Germania posso sperare di avere) senza un importante paese finanziatore, sarebbe nient’altro che una copia scialba e sbiadita della NATO e non avrebbe alcun senso.

Affiancare alla NATO una DCE traballante e fatta con le stesse risorse (cambio di cappello e di distintivo) è una soluzione semplicemente ridicola e fatta in cattiva fede!

Costituire una struttura indipendente ex novo abbandonando la NATO nella situazione attuale è politicamente ed economicamente non possibile.

Alla fine, la soluzione che i Paesi dell’UE possono realisticamente adottare è quella di investire, seriamente, le proprie risorse e le proprie energie nel mantenere e alimentare la NATO, ovvero l’organizzazione che nel bene e nel male ci ha garantito settant’anni di pace e di stabilità.

 

Il Primeiro Comando da Capital: Dalle prigioni brasiliane alla conquista del narcotraffico internazionale

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Questa organizzazione nacque all’interno del carcere brasiliano di Taubaté (San Paolo) nel 1993, a fondare questa organizzazione furono José Márcio Felicio e Dionísio César Leite; l’evento che portò alla nascita di questo gruppo fu un massacro compiuto nei confronti di alcuni detenuti, avvenuto nel 1992 nel penitenziario di Carandiru.
Per finanziare le loro attività criminali, l’organizzazione si serviva inizialmente delle rapine in banca o assaltando furgoni portavalori. Tra le principali rapine messe a segno dal gruppo vi sarebbe un colpo che portò nelle casse dell’organizzazione 32 milioni di reais brasiliani. In seguito a ciò le forze dell’ordine riuscirono a catturare uno dei membri principali da poco evaso di prigione ovvero Marcos Willians Herbas Camacho; forte di una buona reputazione criminale Camacho riuscì in tempi molto brevi ad accrescere la sua posizione all’interno del gruppo, fino a diventarne il leader.
La scalata ai vertici di Marcos tuttavia non avvenne con un grande spargimento di sangue, secondo alcune fonti di fatto Camacho avrebbe fornito alle autorità brasiliane delle informazioni che avrebbero portato al trasferimento di José Márcio Felício e Dionísio César Leite in una struttura penitenziaria di massima sicurezza, in uno stato di totale isolamento. Sotto la guida di Camacho, il quale continua a dirigere le operazioni dal carcere, il PCC cominciò ad interessarsi ad uno dei business più fiorenti all’interno del mondo criminale ovvero il traffico di sostanze stupefacenti e di armi da fuoco.
Per quanto riguarda la struttura interna, il PCC presenta una struttura di tipo orizzontale, la quale si basa molto sulla parità all’interno dell’organizzazione, ai cui membri è comunque garantita una certa autonomia, sempre nei limiti stabiliti dall’organizzazione, al cui interno sono vietate molte attività criminali, tra le quali le estorsioni.
Coloro che sviluppano delle attività illegali devono comunque rendere conto alla Sintonia do Progreso, sullo stesso livello vi sono anche la Sintonia da Cebola (specializzata nella raccolta delle quote dei membri dell’organizzazione non detenuti), la Sintonia da Rifa (la cui funzione consiste nella distribuzione di premi ai membri dell’organizzazione) ed infine la Sintonia do Cigarro (attiva nella gestione delle attività di contrabbando); queste devono rendere conto alla Sintonia Financeira; su questo stesso livello operano anche: Sintonia dos Gravatas (alla quale è affidato il compito di gestire e contrattare con gli avvocati dei membri detenuti), Sintonia da Ajiuda (che si occupa di distribuire i beni e i servizi messi a disposizione dal PCC), Sintonia do Cadastro (che gestisce l’ingresso dei nuovi membri, e l’eventuale espulsione,allontanamento o punizione di membri che non rispettano le regole del PCC). Tutte queste sintonie elencate devono infine rendere conto alla Sintonia Geral final (principale organo di comando del PCC).
Per diventare un membro del PCC, i potenziali affiliati devono essere in possesso di determinate qualità e caratteristiche, tra le quali: capacità di persuasione, abilità oratorie ed infine avere una buona posizione all’interno del mondo criminale. Il potenziale nuovo affiliato durante il “battezzo” viene presentato da due “padrini” (persone che garantiscono per lui), una volta prestato il giuramento, l’affiliato cede anima e corpo al PCC, al quale dovrà corrispondere una quota mensile (Caxinha); il nuovo affiliato assumerà lo status di irmão (fratello).
il PCC ha un proprio codice (O Estatuto), il quale si basa su 18 articoli, inoltre al proprio interno avrebbe istituito un proprio “organo giudiziario” col quale regolare le controversie interne e far rispettare il codice di comportamento; questo sistema è stato messo su dai vertici dell’organizzazione con l’obbiettivo di evitare di attirare troppo l’attenzione delle forze dell’ordine. La violazione di queste regole viene punita in diversi modi; nei casi meno gravi con un’ammonizione oppure un’ammenda da parte del vertice, se il caso si ripete per più di una volta il membro può essere punito con l’esilio; nel caso in cui un membro abbia compiuto una violazione pesante, come per esempio un omicidio senza autorizzazione, violenza sessuale oppure abusi sui minori, è punibile con la morte.
Per quanto riguarda le loro aree di influenza all’interno del Brasile, è stata accertata una forte presenza del Primeiro Comando da Capital negli Stati di São Paulo, Mato Grosso do Sul e Paraná. Le principali aree nelle quale il PCC opererebbe sono all’interno delle periferie e degli Istituti penitenziari. È importante evidenziare, che questo gruppo nelle aree sottoposte al proprio dominio tende ad operare nella massima segretezza e anonimato, senza alcun riferimento che metta in evidenza il dominio del PCC, il quale a differenza di altri gruppi criminali brasiliani predilige l’uso della corruzione piuttosto che la violenza.
Nonostante ciò nel corso degli anni non sono mancati atti di violenza e di terrorismo contro lo stato brasiliano da parte del PCC, in particolare tra il 2006 e il 2012 l’organizzazione ha messo su vari attentati che hanno letteralmente paralizzato il paese, colpendo obbiettivi connessi al potere economico-finanziario, le autorità di pubblica sicurezza e anche la popolazione civile. Anche all’interno delle prigioni il Primeiro Comando da Capital si sarebbe reso autore di veri e propri atti di guerriglia e di violenza, soprattutto nei confronti di gang rivali.
Il PCC all’interno della criminalità brasiliana avrebbe stretto alleanze con il gruppo criminale dei Guardiões do Estado e gli Amigo dos Amigos, mentre dal 2016 sarebbe in conflitto con un altro importante gruppo criminale della malavita brasiliana ossia Comando Vermelho, attivo principalmente nella città di Rio de Janeiro e la Familia do Norte.
Negli ultimi anni il PCC ha iniziato ad espandersi anche in altri paesi del Sud America come Urugauay, Paraguay e Bolivia. Oltre all’America latina il PCC avrebbe esteso la propria rete criminale anche in molti altri continenti; in Europa sarebbe stata riscontrata la presenza del PCC in Spagna, Olanda, Portogallo e Regno Unito, in Nord – America principalmente negli Stati Uniti d’America, ed infine in Africa nell’ex colonia portoghese del Mozambico.
Con questa espansione a livello internazionale, il Primeiro Comando da Capital ha stretto rapporti con molte organizzazioni criminali. Sono certi i legami dell’organizzazione con la ‘Ndrangheta calabrese, in particolare coi narcotrafficanti calabresi Rocco Morabito, Nicola e Patrick Assisi. Inoltre nel 2020 dopo l’arresto in Mozambico di uno dei membri di punta del Primeiro Comando da Capital Gilberto Aparecido dos Santos, è stato possibile accertare il legame del PCC con membri della criminalità organizzata africana (molto probabilmente legati alla mafia nigeriana), i quali secondo quanto emerso dalle indagini avrebbero garantito al PCC supporto logistico per il transito della droga in alcuni paesi africani, dai quali sarebbe poi partita con destinazione l’Europa.

Fonti
https://www.ilpost.it/2018/12/26/rio-de-janeiro-milizie-brasile/
https://www.bbc.com/portuguese/brasil-51178478
https://www.bbc.com/portuguese/brasil-47229984
https://www.bbc.com/portuguese/brasil-44857777
https://insightcrime.org/brazil-organized-crime-news/marcos-willians-herbas-camacho-marcola/
https://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2016/03/03/news/il_nuovo_mondo_dei_narcos-132704241/#box
https://noticias.uol.com.br/ultimas-noticias/agencia-estado/2017/01/08/estatuto-do-pcc-tem-18-artigos-e-codigo-de-etica.htm
http://www.linterferenza.info/attpol/la-violenza-carceraria-brasile-primeiro-comando-capital/#_ftn1
https://brasil.elpais.com/brasil/2021-02-25/apos-anos-de-massacres-hegemonia-das-faccoes-zera-homicidios-em-prisoes-do-amazonas-e-roraima.html
https://brasil.elpais.com/brasil/2020-06-12/pcc-a-irmandade-dos-criminosos.html?rel=listapoyo#
https://www.repubblica.it/esteri/2020/06/23/news/brasile_la_confraternita_dei_criminali-301068697/
https://irpimedia.irpi.eu/tag/gilberto-aparecido-dos-santos/
https://www.repubblica.it/cronaca/2021/05/24/news/ndrangheta_arrestato_in_brasile_rocco_morabito_era_il_numero_2_dei_latitanti_dopo_messina_denaro-302626463/
https://www.lastampa.it/torino/2019/07/15/news/le-immagini-dell-arresto-in-brasile-di-nicola-e-patrick-assisi-1.37033654
https://insightcrime.org/brazil-organized-crime-news/red-command-profile/
https://insightcrime.org/brazil-organized-crime-news/first-capital-command-pcc-profile/
https://www.lastampa.it/esteri/2012/11/14/news/san-paolo-in-guerra-i-narcos-terrorizzano-la-capitale-finanziaria-1.36359936
https://tg24.sky.it/mondo/2017/01/20/brasile-rivolta-26-morti-alcacuz-a-natal-carceri-decapitazioni-v.html%2520#03

Emergenza mafiosa nel foggiano: La provincia di Foggia nella morsa della grande criminalità organizzata

Difesa di

Da qualche anno l’area del foggiano è stata teatro di numerosi omicidi e reati intimidatori, messi in atto da organizzazioni criminali di tipo mafioso. Quando si parla di Puglia, ci viene subito da pensare che dietro la scia di sangue e di violenza vi sia la mano di quella che viene considerata come la mafia dominante all’interno del territorio pugliese, ovvero la “Sacra Corona Unita”. La realtà dei fatti ha messo in evidenza però che dietro a tutto ciò non vi è la mano della “Sacra Corona Unita”, bensì un’altra organizzazione criminale, del tutto estranea ed indipendente rispetto a quest’ultima ovvero: la Società Foggiana, organizzazione criminale attiva nella città di Foggia e nelle sua provincia .

La “Società Foggiana” venne fondata durante gli anni’80, a volere la creazione di un organizzazione criminale nel territorio foggiano fu il boss camorrista Raffaele Cutolo . Questa nuova formazione mafiosa prese il nome di “Nuova Camorra Pugliese”, tuttavia dopo il nuovo arresto di Cutolo questo nuovo sodalizio mafioso cominciò a naufragare, con conseguente nascita di nuovi gruppi criminali, tra i quali appunto la “Società Foggiana”.
Questa nuova organizzazione dimostrò fin da subito la sua intenzione nel non sottomettersi a nessun’altra organizzazione criminale, come per esempio la “Sacra Corona Unita” e i clan della “Nuova Camorra Pugliese”. A guidare questo nuovo sodalizio criminale furono: Gerardo Agnelli, Giosuè Rizzi, Rocco Moretti e Roberto Sinesi . Questi giovani emergenti durante la metà degli anni’80 dichiararono guerra al clan foggiano dei Laviano, legato prima a Cutolo e successivamente al boss brindisino della Sacra Corona Unita Pino Rogoli .

Nel corso degli anni nella città di Foggia e nei suoi dintorni si sono formate tre batterie criminali che costituiscono appunto la “Società”, i Moretti – Pellegrino – Lanza, i Sinesi – Francavilla e i Trisciuoglio – Prencipe – Tolonese. La composizione di questi clan è basata sulla formazione di batterie criminali basate su vincoli familiari sul modello delle ‘ndrine calabresi, con la sola differenza che la Società foggiana non prevede alcun rituale di affiliazione, ciò che contraddistingue in maniera particolare questi gruppi criminali sono i metodi violenti e intimidatori tipici della “Nuova Camorra Organizzata” .

Le tre batterie, fin dalla loro nascita si sono sempre dimostrate in contrasto tra di loro, contrasto che ha causato molti omicidi nella città di Foggia e nella sua provincia ; nonostante i numerosi arresti i clan continuano a far sentire in maniera soffocante la loro presenza, imponendo il pizzo alle attività commerciali e punendo in maniera severa chiunque osi ribellarsi alle richieste dei clan. Inoltre negli ultimi anni si è assistito ad un sempre crescente legame della Società foggiana con la cosiddetta “zona grigia”, composta da politici e imprenditori vicini agli ambienti mafiosi.

Secondo l’ultima relazione della Direzione Investigativa Antimafia, il clan più potente all’interno del Comune di Foggia sarebbe quello dei Moretti – Pellegrino – Lanza, attivi principalmente nel settore delle estorsioni e del traffico di sostanze stupefacenti. Questo clan negli ultimi anni starebbe estendendo la propria influenza anche al di fuori dei confini pugliesi, come per esempio in Molise e in Abruzzo .

Un’altra realtà de che negli ultimi anni sta preoccupando molto gli inquirenti e la magistratura è il Gargano (geograficamente situato nella parte nord – orientale della provincia). Da molti anni, l’area garganica è finita al centro di una faida di mafia meglio conosciuta come la “faida del Gargano”. A dominare principalmente quest’area vi è la famiglia mafiosa di Monte Sant’Angelo dei Li Bergolis. Come le batterie foggiane, questo clan è basato su una struttura di tipo familiare, il cui potere viene tramandato di padre in figlio. Conosciuti anche come il “clan dei Montanari”, i Li Bergolis inizialmente erano un clan mafioso dedito ad affari criminali legati alla terra, tuttavia un tratto che ha sempre contraddistinto questo clan è la sua ferocia, che ad oggi sembrerebbe non essere seconda a nessun altro sodalizio criminale presente sulla penisola italiana.

Sebbene le sue origini e i suoi comportamenti siano principalmente ispirati alle vecchie mafie arcaiche, i Li Bergolis sono stati capaci di evolversi ben oltre la vecchia mafia. Il clan ad oggi infatti risulterebbe coinvolto anche in traffici criminali del tutto atipici per quelle che possiamo definire come “mafie arcaiche”, come per esempio: il traffico di sostanze stupefacenti e il riciclaggio di denaro sporco.

Inoltre i clan avrebbero formato numerose alleanze con altre organizzazioni criminali nazionali ed internazionali. All’interno della regione Puglia i Montanari risultano essere alleati con la batteria foggiana dei Sinesi – Francavilla; per quanto riguarda altre organizzazioni criminali italiane, il clan dei Montanari risulta avere contatti con cosche mafiose riconducibili alla ‘Ndrangheta calabrese e alla Camorra . Dal punto di vista nazionale i clan risultano avere rapporti d’affari con trafficanti di droga riconducibili: alla mafia albanese e ai cartelli della droga sud americani .

Sovranità nell’Artico: perché è importante e le sfide per il Canada

Difesa di

Il Canada è posto oggi davanti a una sfida inedita: far convivere il quadro delle minacce e della competizione globale con la multidimensionalità del principio di sovranità artica, che include elementi come la protezione ambientale e lo sviluppo socio-economico del Nord, i diritti, la sicurezza e la partecipazione dei popoli artici alla gestione delle relazioni internazionali, anche con il “vicino” Stati Uniti e con l’altro gigante geografico artico, la Russia.

Laura Borzi, analista del Centro Studi Italia-Canada ed esperta di Artico e politica estera canadese si addentra in un articolo pubblicato sul sito web ufficiale del Centro Studi, nella complessità del significato di sovranità nel contesto dell’Artico canadese.

Rimasta al di sotto del radar della geopolitica per tutto l’ultimo decennio del secolo scorso, la regione artica è tornata oggetto di attenzione generale a partire dagli anni 2006-2007 a causa dell’accelerazione del riscaldamento climatico.

Attraverso il grimaldello della ricerca scientifica, della protezione ambientale e dello sviluppo sostenibile, molti attori, statali e non, hanno cercato di ottenere quella sorta di passaporto diplomatico rappresentato dallo status di membro osservatore del Consiglio Artico, il forum intergovernativo che dal 1996 costituisce il pilastro della governance al Nord.

Non è tanto (o soltanto) l’attrattiva degli idrocarburi a sensibilizzare gli interessi economici – che peraltro restano incentrati su attività industriali già avviate, come l’estrazione mineraria, la pesca e il turismo.

Al momento il nuovo protagonismo della regione è piuttosto di carattere politico- militare: la possibilità che le tensioni globali, in particolare la degradazione ininterrotta dei rapporti tra NATO e Russia e la competizione sino-americana si traducano in pericoli di conflittualità in Artico.

Il ritorno della politica di potenza a livello sistemico, connesso allo scioglimento dei ghiacci che si traduce in un’apertura di spazi precedentemente inaccessibili, ha avuto significativi effetti sulla percezione della sicurezza per gli Stati rivieraschi.

Questa circostanza assume una particolare valenza per i due giganti geografici, Russia e Canada la cui enorme dimensione territoriale artica (50% e 25% del Nord) influisce fortemente sulle rispettive culture e identità politiche.

In questo ambito vogliamo prestare attenzione alle dinamiche che il cambiamento climatico ha innescato sulla percezione di sicurezza di Russia e Canada occupandoci prevalentemente della dimensione della sovranità che, al Nord del pianeta, costituisce comunque per motivazioni geografiche una questione più complessa che altrove.

La sovranità di uno Stato, che in termini basilari significa che questi non riconosce un’autorità superiore sopra di sé, ai sensi del diritto internazionale si articola su 3 componenti:

  • un territorio,
  • una popolazione residente su questo territorio,
  • un sistema di governo.

Naturalmente l’importanza degli Stati nel difendere la loro sovranità nazionale ha a che fare con la sicurezza. Gli Stati difendono la loro sovranità prima di tutto per salvaguardare i loro interessi e i loro valori.

Se in passato, nel periodo che va dall’era moderna a pochi decenni fa, nel mondo delle frontiere uscito dalla pace di Wetsphalia, questa protezione avveniva essenzialmente tramite lo strumento militare, allo scopo di difendere il territorio dalle invasioni di altri Stati oppure contrastare rivolte interne, oggi la sicurezza (security e safety) deve essere considerata anche nell’aspetto della Human Security ad esempio a protezione del benessere della popolazione o la preservazione dell’ambiente.

Una questione alla quale anche la Russia sembra cominciare a prestare maggiore attenzione poiché la gestione delle sfide ambientali e umane mette alla prova la coerenza territoriale del Paese e dunque il rilancio dello sviluppo economico del Nord nel suo complesso.

La sovranità in Artico è un topic ricorrente nel discorso politico canadese. L’attenzione si concentra spesso sulla quantità di risorse da allocare proprio per la protezione della sovranità e alla sicurezza del Nord.

Se gli studiosi canadesi di relazioni internazionali sono particolarmente attenti all’aspetto della sovranità in Artico, gli osservatori esterni sono perplessi in merito ad una certa apprensione sul tema che caratterizza questo approccio del Canada rispetto agli altri Stati artici.

Tutti gli Arctic Five (i cinque stati del litorale artico: Canada, Danimarca, Norvegia, Russia e Stati Uniti d’America) sono, come il Canada, interessati alla risoluzione delle rimanenti e non numerose dispute territoriali all’insegna del diritto interazionale. Tuttavia, altrove, il tema predominante è la complessità delle minacce, in particolare quelle provenienti da altri Stati (Russia e Cina per l’Occidente) o gruppi di Stati (come l’Alleanza Atlantica per la Russia).

Le minacce attuali sono ormai evidenti anche per il Canada nel quale sembra cominciare a farsi strada la necessità di un non più procrastinabile aggiornamento del concetto di sovranità artica che si inserisca nel quadro della competizione globale in cui è rilevante l’analisi della minaccia al Paese nel suo complesso, non tanto in Artico ma attraverso l’Artico.

Il Canada, nazione di grande peso geografico nordico, ma di impronta ben più modesta nella politica mondiale, dovrà sostituire il concetto di sovranità artica con quello di difesa dell’intero territorio dalle minacce presenti e future, nella consapevolezza che il contesto internazionale che incide sull’Artico canadese è molto più problematico e incerto che in passato.

“Nome in codice Gladio”. Presto un secondo volume sull’epopea della Stay behind italiana.

BOOKREPORTER/Difesa/FUORI DAL CORO di

Un po’ di tempo fa sono stati necessari due articoli (qui  e qui) su European Affairs Magazine per spiegare meglio ai lettori cosa fosse Gladio, vista da un’altra prospettiva, in parte non conforme a quanto negli anni era stato detto, scritto e raccontato da molti.

Per farlo, abbiamo approfittato dell’opera di Mirko Crocoli, “Nome in codice Gladio” uscita circa un anno e mezzo fa per i tipi di A.Car. Edizioni, e già ristampata due volte, ed abbiamo intervistato sia l’autore che il Generale Inzerilli, capo dell’organizzazione Gladio.

Grazie a quelle interviste ed alla lettura del libro, ci siamo fatti l’idea di come Gladio fosse un’organizzazione che nulla aveva a che vedere con l’aura di complottismo di cui, nel tempo, la storiografia ed il giornalismo di massa l’avevano ammantata.

All’epoca cercammo di fornire una versione per quanto più possibile tecnica – sotto il profilo militare e delle teorie sull’intelligence – volutamente

La copertina del primo volume, “Nome in codice Gladio”.

apolitica e, possibilmente anche costruttivamente critica.

Di sicuro gli appartenenti civili e militari di Gladio erano spinti da un sincero amor di Patria, perché sacrificarono tempo, energie, lavoro, denaro e – purtroppo – anche la reputazione per servire un’organizzazione, di cui la storiografia ufficiale ha poi disconosciuto l’impegno, il valore, il senso di appartenenza e la spinta idealistica.

Ma questo articolo non vuole essere una ripetizione di quanto già scritto. Invito i lettori e cliccare sui link che ho riportato, e potranno agevolmente farsi un’idea o rinfrescarsela.

Quello che mi preme qui sottoporre all’attenzione dei lettori e dei cultori di queste materie, è che l’autore Crocoli ci ha comunicato di avere in animo di dare alle stampe un nuovo volume sull’epopea della Stay behind italiana, scritto a quattro mani con il già citato Ufficiale. Il Generale conserva infatti ancora storie, foto, informazioni e dati inediti, che potranno confluire in questo sequel al primo libro scritto con Crocoli.

Mentre infatti il primo volume, che abbiamo recensito con i nostri articoli-intervista, si è occupato – anche sotto un profilo strettamente tecnico – della sorte della componente militare di Gladio, il secondo volume dovrebbe concentrarsi sulla gogna mediatica e sui numerosi problemi causati dallo scandalo del 1990 in danno della componente civile di Gladio, composta dai famosi 622 “Gladiatori”.

Secondo quanto ci è stato dichiarato, “Crocoli ha raccolto con fatica nell’ultimo anno solare decine di testimonianze di “reduci” della Stay-Behind sparsi in tutta Italia. Quelli ancora in vita e altri che hanno lasciato ai posteri confessioni segrete, intime e personali.” Il tutto per confezionare “un plico straordinario che mette insieme emozioni e dati storici inequivocabili. Gioie, ricordi, passione, lacrime e dolore“.

Inoltre, non è escluso che nelle pagine del libro in uscita vengano esperiti degli approfondimenti anche su altre organizzazioni, più di qualche volta erroneamente definite simili a Gladio, ma ontologicamente molto diverse anche soltanto per il fatto di essere fortemente ideologizzate e politicamente colorate. Diverse, probabilmente, anche e soprattutto perché se n’è parlato sempre poco ed in maniera sommessa.

Il lavoro, corposo, dovrebbe culminare con la pubblicazione del nuovo volume all’inizio del 2020, con la speranza che esso possa davvero “raccontare la verità, talvolta negata o mistificata”.

Proprio perché la ricerca della verità comporta un impegno certosino e meticoloso, e richiede talvolta di compiere scelte difficili, esponendosi a responsabilità ed a critiche, auguriamo di cuore buon lavoro agli autori del prossimo volume in uscita. E non vediamo l’ora di leggerlo.

4 novembre 2019: Giorno dell’Unita’ Nazionale e Giornata delle Forze Armate a Napoli

Difesa di

Le alte cariche dello Stato e più di 500 militari hanno preso parte alla cerimonia commemorativa del 4 novembre sotto un cielo inquieto di Napoli, tra il fischio del vento impetuoso e il fragore delle onde sul Lungomare Caracciolo. Un pathos d’autunno che con la sua atmosfera ha avvalorato il ricordo delle gesta che continuano a vivere nella memoria

Anche il capoluogo campano ha celebrato il 4 novembre, giorno dell’Unità Nazionale e giornata delle Forze Armate. Dopo la deposizione della corona d’alloro all’Altare della Patria e l’esibizione delle Frecce Tricolori che hanno sorvolato il cielo della Capitale, il Capo dello Stato Sergio Mattarella con il responsabile della Difesa Lorenzo Guerini e il Capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Enzo Vecciarelli hanno raggiunto Napoli per partecipare alla celebrazione in ricordo della fine della “Grande Guerra”. Ad attenderli il sindaco Luca De Magistris che ha dichiarato: “Grazie per la grande attenzione alla nostra città”.

Il 4 novembre 1918 è una data che ha segnato la storia: dopo quasi tre anni e mezzo di combattimenti accaniti, le truppe italiane entrarono vittoriose a Trento e a Trieste. I ricordi che si perpetuano nel tempo si trasformano in una ricchezza inestimabile, significati che non si esauriscono con il passare degli anni ma restano indelebili. La memoria è una proprietà privata su cui il potere non ha accesso, e quando è condivisa si esprime in una grande forza evocativa, monito per un futuro più consapevole. Come dichiarato dal Ministro Guerini: “La storia ci insegna che occorre rimanere vigili. Oggi tutti gli italiani festeggiano l’unità nazionale e si uniscono alle  Forze Armate, facendo memoria del passato per vivere il presente e costruire il futuro”.

Le celebrazioni del Giorno dell’Unità nazionale e della Giornata delle Forze Armate sono un momento di coesione e condivisione per tutti i militari e i civili nell’orgoglio dell’identità nazionale. Un appuntamento annuale per tutte le Forze Armate, in questa occasione hanno sfilato alcuni Reparti dell’Esercito italiano, della Marina Militare, dell’Aeronautica Militare, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Una celebrazione intenta a ricordare il passato e valorizzare il presente: oggi come allora i reparti operativi sono artefici e garanti dell’Unità nazionale. Assicurano la sicurezza sui nostri territori e cooperano nell’ambito di coalizioni promosse dalle principali organizzazioni internazionali di riferimento: l’ONU, la NATO e l’UE.

Il Presidente Mattarella nel messaggio inviato in occasione del Giorno dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate ha dichiarato: “In un mondo attraversato da molteplici tensioni e scosso da diffusa conflittualità, lo Stato italiano oggi schiera oltre 6000 persone in 22 Paesi, a salvaguardia dei più deboli ed oppressi. A tutte loro va un particolare pensiero. Si tratta di un impegno gravoso che risponde alle responsabilità assunte dalla Repubblica a tutela della pace nel contesto internazionale, in particolare dell’alleanza alla quale abbiamo liberamente scelto di contribuire, il Trattato dell’Atlantico del Nord, e nell’Unione Europea

Alla parata che si è svolta in via Francesco Caracciolo hanno preso parte 500 militari tra uomini e donne di Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri e Guardia di Finanza. Hanno partecipato anche i gonfaloni delle amministrazioni locali, i medaglieri e i Labari delle associazioni combattentistiche e d’arma. A sfilare anche una rappresentanza dei decorati con medaglia d’oro al valor militare, dei richiamati nel ruolo d’onore e degli atleti del gruppo sportivo paraolimpico della Difesa.

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Enzo Vecciarelli ha dichiarato rivolgendosi a tutti i militari: “Grazie alla città di Napoli che ci ospita. E grazie a tutti gli uomini delle forze armate per il vostro impegno quotidiano“. Ha inoltre ricordato l’impegno di circa seimila militari impegnati all’estero in 27 Paesi.

A terminare la prima parte della sfilata e come grande conclusione della manifestazione, due impeccabili esibizioni della Frecce Tricolori che hanno sorvolato la città di Napoli e il suo mare colorando il cielo grigio con le sfumature della bandiera italiana, mentre dalle navi in rada davanti al lungomare Caracciolo sono state esplose 21 salve di artiglieria. Il sindaco  De Magistris ha affermato: “Ringrazio molto il presidente della Repubblica perché ha scelto Napoli per la giornata nazionale dell’Unità nazionale e delle Forze Armate. È ancora una volta un segno di grande attenzione per la nostra città. Dobbiamo riconoscere alle Forze Armate un grande ruolo, ognuna nelle sue competenze, di protezione dei cittadini ma anche di vicinanza al popolo in maniera concreta in alcune circostanze come le calamità naturali. È una bella giornata e che questo avvenga a Napoli, città dell’umanità, è un segnale importante di unità“.

La cerimonia di quest’anno dell’Unità Nazionale e giornata delle Forze Armate cade anche nel ventennale della legge 380 del 20 ottobre 1999, che permise l’accesso delle donne nelle Forze Armate. In occasione della ricorrenza, nel pomeriggio è stato presentato il “Calendario dello Stato Maggiore della Difesa 2020: 20 anni con le donne nelle Forze Armate” presso il Palazzo del circolo Ufficiali della Marina Militare di Napoli. La presentazione svolta alla presenza del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Enzo Vecciarelli, è stata ricca di significato, quello delle circa 16 mila le donne impiegate nelle Forze Armate e nei Carabinieri che operano con dedizione avvalorando il mondo della Difesa.

 

 

 

Photo credits: Elena Bittante

NATO Smart Energy Capable Logistician 2019: l’Aeronautica Militare in prima linea per la ricerca e lo sviluppo di energie alternative

Difesa/Energia di

Si è svolta in Polonia presso la Drawsko Pomorskie Training Area (DPTA) la Capable Logistician 2019, un’esercitazione campale sviluppata in 12 unità logistiche interforze e multinazionali, “Multinational Integrated Logistic Units” (MILUs), focalizzate sulla logistica del comando e sull’ottimizzazione delle risorse energetiche. Una complessa attività multidisciplinare sviluppata nell’ottica di sinergia multinazionale conforme agli standard NATO. In questo contesto di interoperabilità si è svolta la terza edizione NATO Smart Energy Capable Logistician 2019, dove l’Aeronautica Militare si è distinta con progetti innovativi mirati ad una strategia sostenibile che ottimizza le risorse e incrementa l’efficienza dell’energia alternativa, la Smart Energy.

Drawsko Pomorskie Training Area (DPTA)

NATO Smart Energy Capable Logistician 2019

Un’evoluzione delle logiche per l’efficienza energetica che punta all’innovazione sostenibile. Dopo le passate edizioni della NATO Smart Energy Capable Logistician 2013 in Slovacchia e del 2015 in Ungheria, si consolida sempre di più la consapevolezza verde in ambito militare. La NATO Smart Energy Capable Logistician 2019 che si è svolta dal 3 al 13 giugno 2019 a Drawsko Pomorskie, a 100 km da Stettino, ha consentito di implementare la sinergia tra i diversi assetti conformi agli standard dell’Alleanza Atlantica nell’ottica di cooperare all’individuazione di strategie alternative per l’efficientamento energetico. Uno scenario condiviso da circa 40 esperti civili e militari dal Canada, Francia, Lituania, Italia e US per dimostrare le potenzialità delle Smart Energy attraverso prototipi innovativi ed esperimenti mirati in grado di ridurre il consumo e lo spreco del carburante dell’80% e il fabbisogno idrico pur mantenendo gli standard qualitativi e di comfort per l’efficienza operativa. Soluzioni ottimali per l’attività e il risparmio nei teatri operativi, soprattutto in contesti dalle condizioni ambientali critiche.

Unità dell’Aeronautica Militare nella Training Area di Drawsko Pomorskie

Susanne Michaelis, funzionaria della componente Environment e Smart Energy della NATO, ha dichiarato: “L’unità NATO Smart Energy è focalizzata sulla riduzione del consumo del carburante fossile da parte delle forze militari. Nell’ambito si lavora principalmente con i generatori diesel ma le alternative smart sono numerose e considerevoli. Prendiamo ad esempio le tende ad isolamento termico e le luci LED fotovoltaiche che riducono il consumo diesel. Riducendo il consumo di combustibile fossile è possibile diminuire l’impatto sull’ambiente e facilitare le operazioni logistiche. Le tecnologie innovative che sono già consolidate nel mondo civile stanno diventando realtà anche nei contesti militari. I risultati raggiunti sono significativi, devono solo essere maggiormente incentivati e diventare ancora più flessibili e modulari perché parliamo delle alleanze NATO, assetti multinazionali che devono acquisire ma al contempo condividere. Mi auguro che i progetti Smart Energy prendano sempre più piede nei prossimi uno o due anni e che riescano a cambiare la mentalità migliorando ulteriormente le capacità militari; mi auguro inoltre che le scelte politiche e diplomatiche intuiscano quali siano i reali bisogni e incentivino i cambiamenti nel mondo militare.”

Susanne Michaelis, funzionaria della componente Environment e Smart Energy NATO

L’edizione Smart Energy CL19, si è focalizzata su alcuni aspetti carenti individuati nella precedente esercitazione, come gli strumenti di armonizzazione dati dalle fonti energetiche, progettati per un ottimale soddisfacimento dei bisogni di rifornimento. Come sottolineato dalla Dott.ssa Michaelis: “ Dopo il termine della seconda edizione della NATO Smart Energy 2015, i problemi di interoperabilità vennero subito a galla diventando chiari a tutti gli schieramenti. Nel 2015 abbiamo appreso che non c’era un valido metro di misura per stabilire i risultati raggiunti dall’efficienza energetica perché non era stato individuato un chiaro riferimento.”

Cross power (LTU) presso l’unità Konotop

Oltre allo sviluppo di ulteriori tecnologie, l’analisi e la raccolta di dati mirati dell’efficienza energetica sono stati gli obiettivi del progetto NATO 2019. Il “Campo di Efficienza Energetica” è stato lanciato nel settembre 2018 con un budget di 620.000 Euro per sviluppare sistemi in grado di mediare le criticità individuate nell’analisi dei dati e di potenziare l’efficienza energetica con strategie alternative. Nella Training Area di Drawsko Pomorskie che comprende le aree operative di Ziemsko Arifield, il lago Jelenie e Konotop, sono stati installati 15 prototipi per la produzione di energia alternativa e risparmio energetico, e per la produzione e depurazione dell’acqua tramite generatori mobili. Tutte le informazioni e le analisi prodotte dai sistemi venivano raccolte nella Power Box 10, un sistema integrato di immagazzinamento dell’energia per la sua successiva distribuzione gestito dall’Aeronautica Militare, e il MicroGrid (US) per l’analisi e il post processing delle informazioni.

Sistema di controllo Power Box 10 (ITA)

Impianto idrovoro installato presso il Lago Jelenie (FRA)

Mobile hybrid generator unit (FRA)

BIOFLY, luci led fotovoltaiche (ITA)

Il personale dell’Aeronautica Militare in collaborazione con alcune ditte italiane ha illustrato i progetti e presentato le strutture in materiali high-tech innovativi con lo scopo di incentivare l’utilizzo di prodotti ad alta performance con peso e volume ridotti, ottima abitabilità e limitato consumo energetico. Nell’unità italiana di Ziemsko Airfield sono state installate le tende isotermiche Defshell G&G Partners. Le strutture presentano una membrana Carbon Hybrid e Thermocanvas con la capacità di aumentare la coibentazione ed il confort riducendo la trasmissione del calore per irradiazione. Sopra i tetti delle tende coibentate sono stati collocati i pannelli fotovoltaici flessibili e ultra sottili Smart Energy Management PV, forniti dalla stessa ditta italiana. La loro composizione di celle in silicio policristallino consente il raggiungimento di valori di oltre 130 Watt/mq e un rapporto peso/potenza di oltre 60 Watt/Kg. I pannelli sono connessi al Power Box 10 il quale trasforma l’energia incamerata in elettricità. Il sistema, dotato di interfaccia grafica semplice ed intuitiva, consente di monitorare i consumi elettrici e di individuare le aree di spreco.

Pannelli fotovoltaici flessibili e ultra sottili Defshell G&G Partners (ITA)

BIOFLY, ideate per l’atterraggio degli elicotteri (ITA)

Durante l’attività sono state presentate anche delle soluzioni per la produzione e depurazione dell’acqua. Il sistema Veragon V12 Military è strutturato per la generazione di acqua potabile e demineralizzata dall’umidità dell’aria con minimo fabbisogno energetico. L’impianto replica il processo che avviene in natura e nelle condizioni ottimali raggiunge la produzione di 800 litri di acqua al giorno, una valida alternativa a pozzi o altri approvvigionamenti idrici, strategico anche nelle aree a bassa percentuale di umidità. L’assetto italiano ha infine presentato i prototipi BIOFLY, luci led fotovoltaiche ideate per l’atterraggio degli elicotteri, risolutive in contesti privi di approvvigionamento elettrico.

Veragon V12 Military (ITA)

La NATO Smart Energy Capable Logistician 2019 ha rivelato un contesto di interoperabilità coeso nel raggiungimento degli obiettivi, una strategia vincente per un futuro affine ad una logica sostenibile. L’Aeronautica Militare ha svolto un ruolo da protagonista in una scena multinazionale mettendo in luce la ricerca e la produzione italiana nel campo delle tecnologie innovative.

 

 

 

Efficienza e sostenibilità, obiettivi raggiunti dalla NATO Smart Energy Capable Logistician 2019

 

 

 

 

“Operare Embedded e comunicare in operazioni Dual Use dell’Esercito”. Giunge alla 6^ edizione il corso per giornalisti ed operatori civili in contesti instabili.

BreakingNews/Defence/Difesa di

 

Giornalisti alle prese con l’addestramento NBCR

In molte occasioni, su varie riviste – e ovviamente anche su questa – si è parlato varie volte delle attività che il Centro Studi Roma3000 e la sua European Safaety Academy, entrambi diretti dal giornalista Alessandro Conte, svolgono ed hanno svolto in favore dei cronisti impegnati in aree di crisi.

Negli anni, inoltre, la formazione si è estesa anche ad altre figure che, per vari motivi, sono chiamate ad operare in contesti instabili e dove una formazione tecnica, culturale e pratica sono indispensabili.

Il noto corso “Operare Embedded in aree di crisi“, giunto ormai alla sua 6a edizione, quest’anno farà infatti il focus proprio sulle attività degli operatori umanitari e, ovviamente, dei reporter. Quest’anno, però ‒ stante l’ampliamento delle competenze delle Forze Armate e dell’Esercito in particolare – anche il corso si è perfezionato, e si è in parte modificato, con le opportune integrazioni, sul nuovo modello “Dual Use”.

Ecco allora che il titolo dell’attività formativa è diventato, per l’esattezza, “Operare Embedded e comunicare in operazioni Dual Use dell’Esercito”. Scopo dell’iter formativo è dotare i partecipanti della consapevolezza e degli strumenti per prevenire le situazioni di rischio e per conoscere le modalità per operare in maniera coordinata con l’Esercito nelle operazioni Dual Use, sia in territorio nazionale che nei teatri internazionali.

L’iniziativa verrà organizzata a L’Aquila, presso il 9° Reggimento Alpini, in collaborazione con lo Stato Maggiore della Difesa e lo Stato Maggiore dell’Esercito.

Nata dall’esperienza del Centro Studi Roma 3000 e dei suoi collaboratori, la European Safety Academy è nata proprio con l’obiettivo di promuovere la sicurezza sul lavoro di chi opera in aree di crisi o instabili, come i reporter, gli operatori della comunicazione, i volontari delle ONG, i tecnici specializzati che operano su impianti in zone pericolose.

L’obiettivo dell’Academy è quello di  promuovere la cultura della sicurezza degli operatori civili che devono operare in aree instabili, sensibilizzare queste

Un esempio di Reporter embedded, all’opera in area di crisi

categorie di personale a valutare con maggiore attenzione i possibili pericoli. L’attività formativa proposta dall’European Safaety Academy si completa di norma anche con lo studio di dossier informativi sulle aree interessate, attraverso valutazioni di rischio delle attività in corso in quei luoghi, ed assicurando una formazione specifica del personale.

Il corso di cui parliamo stavoltariservato a giornalisti e operatori civili delle organizzazioni di volontariato e soccorso ‒ si sostanzia di tre giorni di esercitazioni ed erogazione di contenuti, volti ad aumentare la percezione del pericolo ed a prevenire situazioni di potenziale criticità, riconoscendole, ed acquisendo la capacità di muoversi al fianco dell’Esercito, anche nelle nuove operazioni “Dual Use”.

Caratteristica del corso, inoltre, è proprio la prevalenza degli insegnamenti pratici rispetto a quelli teorici, nella convinzione che soltanto sperimentando si possa comprendere e valutare concretamente le opportunità ed i limiti dell’operare embedded a seguito della Forza Armata.

Nel corso delle giornate di formazione, i corsisti potranno confrontarsi con l’esperienza maturata da professionisti con una rilevante esperienza operativa: gli addetti alla pubblica informazione della Difesa e gli alpini della Taurinense, già impegnati attivamente in Afghanistan e in molti altri teatri operativi nazionali e internazionali

Il cronista , in missione, deve imparare a muoversi con le Forze Armate che operano sul territorio

L’opportunità di operare al fianco delle Forze Armate impegnate nelle aree di crisi rende necessaria la conoscenza di regole e modi operativi specifici. Il corso si prefigge l’obiettivo di indicare le modalità migliori per realizzare servizi giornalistici in aree di crisi, interagire nel modo più corretto con le Forze Armate impiegate nel teatro di riferimento, confrontandosi concretamente con le difficoltà logistico-operative connaturate alle operazioni in corso: sono previsti anche insegnamenti in materia di NBCR, sul movimento dei mezzi operativi, sugli esplosivi.

Tra i docenti, oltre ad Alessandro Conte ed ai docenti militari, saranno presenti Gian Micalessin (reporter de “Il Giornale” in zone di guerra giornalista e scrittore, esperto di geopolitica e di attività in zone di crisi), Pierpaolo Cito (fotoreporter di fama internazionale da anni presente sui fronti internazionali più caldi), e Monia Savioli (giornalista professionista e ufficiale della Riserva Selezionata dell’Esercito).

Al termine del corso i partecipanti potranno aderire ad un tirocinio curriculare di 3 mesi nell’ambito di una attività di supporto umanitario internazionale, organizzata dal Centro Studi Roma 3000, che si concluderà con la consegna di beni materiali nel Libano del Sud.

Il corso è a numero chiuso e per partecipare si deve inviare la propria candidatura entro il 15 giugno 2019 all’indirizzo email formazione@roma3000.it

Maggiori informazioni su costi e modalità sono reperibili sul sito http://www.europeansafetyacademy.it/corso-operare-embedded-in-aree-di-crisi/

Domenico Martinelli
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