GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Difesa - page 16

Frontex: “Triton estesa a 138 miglia a sud della Sicilia”

Difesa/EUROPA di

Il raggio di azione di Frontex sarà esteso a partire da quest’estate. In aggiunta, 3 aeroplani, 6 navi d’altura, 12 pattugliatori e 2 elicotteri saranno a disposizione di Triton.

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“Abbiamo deciso di incrementare il numero dei mezzi nel Mediterraneo centrale per supportare al meglio le autorità italiane, impegnate nelle operazioni di controllo delle coste e di salvataggio delle vite umane, troppe delle quali hanno già tragicamente perso la loro vita quest’anno” – afferma Fabrice Leggeri, Direttore di Frontex -. “Il ruolo degli ufficiali militari risulta fondamentale perché mettono assieme i loro lavori d’intelligence svolti nei confronti dei criminali che operano in Libia e in altri paesi di passaggio”, aggiunge.

E ancora: “In questo modo, Frontex sta assistendo al meglio le autorità italiane e l’Europol nelle loro indagini e nei loro sforzi per smantellare le reti di trafficanti che lucrano sulle persone disperate”, conclude.

Dopo la decisione di aumentare i fondi nell’ultimo Consiglio Europeo, Triton in Italia e Poseidon Sea in Grecia saranno rispettivamente incrementati a 38 e 18 milioni di euro di finanziamenti da parte della Commissione Europea. La stessa che innalzerà a 45 milioni di euro i fondi con cui Frontex finanzierà entrambe le missioni.

26 Paesi europei, infine, contribuiranno, con i loro esperti e i loro mezzi tecnici, all’operazione Triton: Austria, Belgio, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, France, Germania, Grecia, Islanda, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito.
Giacomo Pratali

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Libia: governo Tobruk colpisce petroliera a largo di Sirte

L’esecutivo riconosciuto a livello internazionale si è reso protagonista di una azione militare simile a quella contro il mercantile turco l’11 maggio scorso. I servizi segreti britannici, intanto, rivelano che la Francia e l’Italia sono diventate le corsie preferenziali dei foreign fighters che si arruolano tra le fila dell’Isis in Libia. Sullo sfondo, a sorpresa, si prospetta un intervento di ispezione e sequestro per i barconi partenti dalle coste libiche, sotto l’egida delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea.

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Ancora un bombardamento, stavolta contro una petroliera vicino a Sirte. Dopo l’attacco contro un mercantile turco l’11 maggio scorso, alcuni caccia del governo di Tobruk hanno colpito la nave che, secondo l’esecutivo riconosciuto a livello internazionale, stava trasportando il greggio per un centrale elettrica in mano ad un gruppo terrorista vicino al governo di Tripoli. In più, c’era il sospetto che l’imbarcazione trasportasse con sé armamenti per i ribelli. Due componenti dell’equipaggio sono rimasti feriti.

Intanto, i foreign fighters, secondo il rapporto pubblicato dall’intelligence britannica, hanno sviluppato una nuova strategia per arruolarsi nello Stato Islamico in Libia. Per evitare i rigidi controlli aeroportuali, questi aspiranti jihadisti giungono in Francia via mare e, una volta in Italia, partono alla volta di Tunisi via traghetto. Da qui, poi, raggiungono Sirte e Derna, le città controllate dall’Isis.

Oltre alla partita dei combattenti di origine occidentale reclutati dal Califfato, l’altro fronte caldo è quello relativo all’immigrazione. Mercoledì 20 maggio, il governo di Tobruk ha spedito una lettera alle Nazioni Unite in cui apre ad un’azione comune assieme all’Unione Europea “al fine di sviluppare un piano d’azione per affrontare la crisi degli immigrati nel Mediterraneo”.

Una sostanziale ammissione di “incapacità della Libia di ridurre le migrazioni illegali”. Ma anche parole importanti, che vanno ad assecondare quello che la risoluzione Onu in materia dovrebbe dire: no al bombardamento e sì all’ispezione dei barconi prima che partano dalla Libia.

Una missione che, secondo fonti diplomatiche, dovrebbe avere il consenso di tutte le
parti in causa libiche e, quindi, anche del governo di Tripoli. In questo senso, la missione del mediatore Bernardino Leon di ricucire lo strappo istituzionale libico diventa cruciale.

Il futuro della Libia e la questione migratoria appaiono dunque correlati. “Il punto principale è decidere le operazioni europee in mare per smantellare le reti criminali e il traffico di esseri umani nel Mediterraneo. L’accordo tra i due governi è essenziale”, ha affermato l’alto rappresentante Ue Federica Mogherini, in missione a New York per sollecitare la comunità internazionale a prendere una decisione rapida sulla politica da attuare nel Mediterraneo.

La partita interna al Consiglio di Sicurezza sarà decisiva nei prossimi giorni. Anche se, forse, già segnata. Tra i membri permanenti, la Russia è quella che si è opposta ad un intervento militare. Ma il Cremlino, così come Usa, Gran Bretagna, Francia e Cina, hanno dato il benestare ad un’operazione di polizia internazionale la quale, con solide basi legali, dia la “possibilità di ispezionare, sequestrare e neutralizzare le barche che sono sospettate di essere utilizzate per il traffico di migranti”, come recita il capitolo 7 della Carta Onu.
Giacomo Pratali

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L’Europa apre gli occhi sul Mediterraneo

BreakingNews/Difesa/EUROPA/POLITICA di

La Commissione Europea ha stilato e approvato l’agenda europea sull’immigrazione. Nel documento vengono delineate le misure previste nell’immediato per rispondere alla situazione di crisi nel Mediterraneo e le iniziative da varare negli anni a venire per gestire meglio la migrazione in ogni suo aspetto.

Triton e Poseidon, pur mantenendo la loro missione di controllo delle frontiere via mare dell’UE, vedono le loro funzioni ampliate nelle operazioni di soccorso, con molte similitudini con Mare Nostrum. Si prospetta un sistema di emergenza di quote, per ripartire fra tutti i paesi dell’Unione i profughi che riusciranno a sbarcare sulle nostre coste. Sarà obbligatorio per tutti, eccezion fatta per Italia e Grecia, alle quali viene riconosciuto di “aver fatto già abbastanza” e considerando il fatto che i due paesi rimangono impegnati nelle fasi di soccorso e prima accoglienza.

L’Europa si trova costretta a guardare negli occhi la gravità della situazione creatasi nelle sue frontiere sud. Il primo Vicepresidente Frans Timmermans ha dichiarato: “La tragica perdita di vite umane nel Mediterraneo ha sconvolto tutti gli europei. I nostri cittadini si aspettano che gli Stati membri e le istituzioni dell’UE agiscano per impedire il ripetersi di simili tragedie. Il Consiglio europeo ha dichiarato esplicitamente che occorrono soluzioni europee, basate sulla solidarietà interna e sulla consapevolezza che abbiamo una comune responsabilità nel creare una politica migratoria efficace.” Nel presentare il documento, ha aggiunto -” Per questo la Commissione propone oggi un’agenda che rispecchia i comuni valori europei e dà una risposta ai timori che nutrono i nostri cittadini sia difronte a una sofferenza umana inaccettabile che rispetto all’applicazione inadeguata delle nostre norme comuni e condivise in materia di asilo. Le misure che proponiamo contribuiranno a gestire meglio la migrazione e a rispondere alle legittime aspettative dei nostri cittadini”.

La Commissione ha elencato le azioni immediate da intraprendere subito:

– Triplicare le capacità e i mezzi delle operazioni congiunte di Frontex, Triton e Poseidon, nel 2015 e nel 2016. È stato adottato un bilancio rettificativo per il 2015 che assicura i fondi necessari: un totale di 89 milioni di EUR, comprensivo di 57 milioni per il Fondo Asilo, migrazione e integrazione e 5 milioni per il Fondo Sicurezza interna in finanziamenti di emergenza destinati agli Stati membri in prima linea, mentre entro fine maggio sarà presentato il nuovo piano operativo Triton;

– Proporre per la prima volta l’attivazione del sistema di emergenza previsto all’articolo 78, paragrafo 3, del TFUE per aiutare gli Stati membri interessati da un afflusso improvviso di migranti. Entro la fine di maggio la Commissione proporrà un meccanismo temporaneo di distribuzione nell’UE delle persone con evidente bisogno di protezione internazionale. Entro la fine del 2015 seguirà una proposta di sistema permanente UE di ricollocazione in situazioni emergenziali di afflusso massiccio;

Proporre entro fine maggio un programma di reinsediamento UE per offrire ai rifugiati con evidente bisogno di protezione internazionale in Europa 20 000 posti distribuiti su tutti gli Stati membri, grazie a un finanziamento supplementare di 50 milioni di EUR per il 2015 e il 2016;

Varare un’operazione di politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC) nel Mediterraneo volta a smantellare le reti di trafficanti e contrastare il traffico di migranti, nel rispetto del diritto internazionale.

I quattro pilastri della nuova agenda, in linea con la politica sullìimmigrazione auspicata da J.C. Juncker, Presidente della Commissione Europea, sono i seguenti:

  • Ridurre gli incentivi alla migrazione irregolare, in particolare distaccando funzionari di collegamento europei per la migrazione presso le delegazioni dell’UE nei paesi terzi strategici; modificando la base giuridica di Frontex per potenziarne il ruolo in materia di rimpatrio; varando un nuovo piano d’azione con misure volte a trasformare il traffico di migranti in un’attività ad alto rischio e basso rendimento e affrontando le cause profonde nell’ambito della cooperazione allo sviluppo e dell’assistenza umanitaria.
  • Gestire le frontiere: salvare vite umane e rendere sicure le frontiere esterne, soprattutto rafforzando il ruolo e le capacità di Frontex; contribuendo al consolidamento delle capacità dei paesi terzi di gestire le loro frontiere; intensificando, se e quando necessario, la messa in comune di alcune funzioni di guardia costiera a livello UE.
  • Onorare il dovere morale di proteggere: una politica comune europea di asilo forte. La priorità è garantire l’attuazione piena e coerente del sistema europeo comune di asilo, promuovendo su base sistematica l’identificazione e il rilevamento delle impronte digitali, con tanto di sforzi per ridurne gli abusi rafforzando le disposizioni sul paese di origine sicuro della direttiva procedure; valutando ed eventualmente riesaminando il regolamento Dublino nel 2016.
  • Una nuova politica di migrazione legale: l’obiettivo è che l’Europa, nel suo declino demografico, resti una destinazione allettante per i migranti; bisognerà quindi rimodernare e ristrutturare il sistema Carta blu, ridefinire le priorità delle nostre politiche di integrazione, aumentare al massimo i vantaggi della politica migratoria per le persone e i paesi di origine, anche rendendo meno costosi, più rapidi e più sicuri i trasferimenti delle rimesse.

Subito dopo l’esposizione delle misure previste dall’agenda sull’immigrazione, paesi come Regno Unito, Irlanda e Danimarca, noti nelle loro politiche migratorie molto rigide, si sono chiamati fuori dal quadro concreto degli aiuti e delle quote da ripartire, creando un contesto parallelo nel cuore dell’Unione. Sarà il summit dei leader europei di giugno che deciderà sulle quote e in quell’occasione verrà discussa e definita la poszione di tutti.

A richiamare alle loro responsabilità i governi dell’Unione è stata anche l’Alta rappresentante/Vicepresidente Federica Mogherini la quale ha dichiarato: “È un’agenda audace quella con cui l’Unione europea ha voluto dimostrare di essere pronta ad affrontare la situazione disperata di coloro che fuggono guerre, persecuzioni e povertà. La migrazione è responsabilità condivisa di tutti gli Stati membri e tutti gli Stati membri sono chiamati ora a raccogliere questa sfida storica. Una sfida che non è solo europea, è globale: con l’agenda confermiamo e ampliamo la cooperazione con i paesi di origine e transito per salvare vite umane, combattere le reti di trafficanti e proteggere coloro che sono nel bisogno” e ha aggiunto ” Sappiamo tutti che una risposta reale, a lungo termine sarà possibile soltanto se affrontiamo le cause profonde, che vanno dalla povertà all’instabilità dovute alle guerre, fino alla crisi in Libano e in Siria. Come Unione europea, siamo impegnati e determinati a cooperare con la comunità internazionale”.

Alla eventualità di intervenire in Libia, cuore dell’instabilità e del traffico dei migranti nel Mediterraneo, la Mogherini ha dichiarato che non ci saranno boots on the ground, ma ci si affiderà a operazioni mirate di intelligence che i governi degli stati membri dovranno condividere il più possibile.

Sabiena Stefanaj

 

Immigrazione: attesa per la riunione Onu del 18 maggio

Per l’Ue sarà decisivo il parere del Consiglio di Sicurezza sulle misure militari da adottare per arginare il fenomeno migratorio. Prodi bolla questa possibilità come “inappropriata e dannosa”. Intanto, si continuano a contare i morti nel Canale di Sicilia.

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I 1500 migranti morti dall’inizio del 2015 e i continui sbarchi sulle coste italiane e maltesi delle ultime ore hanno portato le Nazioni Unite a convocare un Consiglio di Sicurezza straordinario previsto per lunedì 18 maggio. Dopo il Consiglio Europeo del 23 aprile, in cui sono stati triplicati i fondi per “Triton”, l’Unione Europea attende questa riunione per mettere sul tavolo nuove misure militari per combattere alla radice questa ondata migratoria direttamente collegata al caos politico, istituzionale e sociale della Libia. Il vertice sarà aperto da Federica Mogherini, Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’Ue.

A confermare la necessità di una incombente discussione a livello internazionale sulla questione migratoria, ci sono i fatti. Nelle ultime 24 ore, Malta e Messina hanno accolto 98 e 300 migranti a testa dopo essere stati soccorsi dalle marine militari. Non solo. La Procura di Catania sta indagando sulla presunta strage, raccontata dai sopravvissuti e denunciata da Save The Children, di circa 40 persone annegate a largo delle coste siciliane nella notte tra il 4 e il 5 maggio, poco tempo prima che le autorità italiane prestassero i soccorsi.

A rigettare, però, la soluzione militare nei confronti della Libia per arginare il flusso migratorio previsto per i prossimi mesi, è l’ex presidente del Consiglio e della Commissione Europea Romano Prodi: “L’azione bellica – ha affermato nel corso dell’audizione presso la Commissione Esteri del Senato nella giornata di martedì – è inappropriata e dannosa, oltre che irrealistica. Adesso, la vera priorità è ripristinare la statualità in Libia”.

Intanto, l’Italia si sta muovendo in primis per cercare di arginare la situazione. Nell’incontro tra Antonello Cracolici, Presidente della Commissione Affari Istituzionali, ed Ezzedine al Awani, Ambasciatore libico in rappresentanza del governo di Tobruk, è stata prospettata una collaborazione tra il Paese nordafricano e la Sicilia in materia di sviluppo economico, immigrazione e protezione delle marinerie.

Giacomo Pratali

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Migranti: vertice Renzi-Ban Ki Moon

Difesa/EUROPA/POLITICA di

Il premier italiano in pressing sul Segretario Generale Onu per un’operazione di polizia internazionale contro i barconi provenienti dalla Libia.

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“Fermare i trafficanti di esseri umani per evitare una catastrofe umanitaria è un’assoluta priorità su cui contiamo di avere il sostegno delle Nazioni Unite”. Si è espresso così il premier italiano Matteo Renzi nel vertice a tre con il segretario Onu Ban Ki Moon e l’alto rappresentante dell’Ue Federica Mogherini, insignita del mandato esplorativo per constatare se ci siano le condizioni o meno per un intervento militare contro i barconi. L’incontro, avvenuto a bordo della nave S. Giusto nel Canale di Sicilia, si è svolto dopo il Consiglio Europeo straordinario di giovedì 23 aprile.

La strage di migranti e i molti sbarchi previsti nei prossimi mesi (già 25mila persone sono arrivate in Italia dall’inizio del 2015) hanno reso questo incontro necessario. Soprattutto, dopo l’aumento dei fondi destinati all’operazione Triton, Renzi ha cercato di spingere, con il sostegno di partner come Francia, Gran Bretagna e Spagna, sulla questione dei respingimenti, in una sorta di “operazione di polizia internazionale” che vada a distruggere i barconi e catturi gli scafisti.

Sul luogo dell’incontro, scelto dal Primo Ministro italiano per fare “vedere fisicamente e plasticamente a Ban Ki Moon che cosa sta facendo l’Italia”, il Segretario Generale ha affermato che “la concentrazione di tutti sia su salvare le vite, inclusa l’area libica delle operazioni di ricerca e soccorso”, ma “la sfida” è “anche assicurare il diritto all’asilo del crescente numero di persone che in tutto il mondo scappano dalla guerra e cercano rifugio”.

Mentre sulla Libia, ha ribadito che”non ci sono alternative al dialogo. Il mio Rappresentante speciale, Bernardino Leon, e la sua squadra continuano a lavorare in maniera instancabile con le parti libiche coinvolte, per aiutarle ad arrivare insieme ad uno spirito di compromesso”, conclude Ban Ki Moon.

Giacomo Pratali

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Ue, immigrazione: più fondi ma è spaccatura su rifugiati

Difesa/EUROPA/POLITICA di

Triplicate le risorse destinate alle operazioni Triton e Poseidon. Rimane la divisione sull’accoglienza dei richiedenti asilo.

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120 milioni di euro stanziati a Frontex per l’operazione Triton (quasi quanto quelli destinati a Mare Nostrum), aumento dell’area operativa e supporto logistico-navale all’Italia da parte dei Paesi del Nord Europa per agevolare il respingimento dei barconi provenienti dalla Libia. Nessun aiuto ad Italia, Grecia e Malta in materia di accoglienza dei rifugiati politici. No temporaneo ad un’azione militare diretta contro il porto di Tripoli. Questi i punti più rilevanti messi nero su bianco dal Consiglio Europeo straordinario, seguito prima da un vertice a quattro i leader di Italia, Gran Bretagna, Germania e Francia, andato in scena giovedì 23 aprile a Bruxelles.

Le premesse di una vera politica unitaria a livello continentale in materia di contrasto all’immigrazione e al terrorismo erano state anticipate nei giorni scorsi prima dal meeting dei ministri degli Interni e degli Esteri dell’Ue, poi dall’annuncio della riunione del Consiglio Europeo dato dal presidente Donald Tusk a seguito della strage di domenica scorsa in cui sono deceduti almeno 800 naufraghi.

Ma la realtà è ben diversa. Gli interessi e i punti di vista diversi hanno fatto sì che tra l’Italia e Paesi come Gran Bretagna e Svezia non si arrivasse ad una vera politica unica. Proprio David Cameron, offertosi di inviare la nave Hms Bulwark nell’abito delle operazioni di pattugliamento nel Mediterraneo, ha precisato di non volere accogliere nessun migrante. Mentre la cancelliera Angela Merkel ha aperto alle richieste di Roma, precisando tuttavia che «Svezia, Germania e Francia da sole accolgono il 75% dei rifugiati nell’Ue».

Insomma, l’accoglienza delle migliaia di migranti, che potrebbero attestarsi oltre le 20000 unità entro la fine del 2015, rimane su base volontaria. Renzi ha espresso soddisfazione per la volontà di collaborazione dei partner europei. Mentre, al momento, sembra essere rientrata la questione di un’azione militare contro il porto di Tripoli e con l’ausilio di droni: Merkel e lo stesso Primo Ministro italiano hanno ritenuto necessario, infatti, un pronunciamento delle Nazioni Unite su questa questione.

Ma la verità è che le differenze rimangono. Differenze che riguardano il giudizio degli Stati nordeuropei sull’operazione “Mare Nostrum” condotta dalla Marina Militare italiana e bollata come controproducente nella lotta all’immigrazione. E che influisce in maniera negativa sulla credibilità delle attuali Triton e Poseidon. Ma anche differenze per il futuro. Migranti, richiedenti asilo politico e terroristi provenienti non solo dalla Libia, ma dal resto dell’Africa e da parte dell’Asia sono di fatto le patate bollenti lasciate nelle mani della politica italiana.

Giacomo Pratali

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Marina Militare recupera peschereccio siciliano sequestrato da miliziani libici

BreakingNews/Difesa/EUROPA di

Nella notte tra giovedì 16 e venerdì 17 aprile, la Marina Militare è riuscita a recuperare il peschereccio Airone, proveniente da Mazara del Vallo e sequestrato, tramite un rimorchiatore libico, da alcuni miliziani. Il fatto è avvenuto a circa 90 chilometri da Misurata. L’allarme è stato dato da un’altra imbarcazione italiana che si trovava a breve distanza. I sette componenti dell’equipaggio sono tutti salvi.

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Dopo aver verificat
o le condizioni di sicurezza con l’Autorità, l’azione di abbordaggio dell’imbarcazione è stata favorita dal fatto che gli stessi componenti dell’equipaggio del peschereccio italiano, tre italiani e quattro tunisini, siano riusciti a resistere ai miliziani, a loro volta bloccati all’interno della stiva. La Marina Militare ha così affiancato il mezzo italiano, facendogli invertire la rotta verso e dirigendolo verso Lampedusa.

Nessun componente della Marina è stato ferito, mentre un membro dell’equipaggio, nel tentativo di aiutare gli ufficiali italiani, si è ferito al piede dopo avere fatto partire, in modo fortuito, una raffica di colpi dall’arma in suo possesso. L’operazione è stata svolta in collaborazione con il dispositivo navale “Mare Sicuro”.

Se l’operazione di salvataggio del peschereccio e dell’equipaggio sono andati a buon fine, rimangono invece dubbi sull’origine dei sequestratori: “La nostra preoccupazione deriva dal fatto che non sappiamo se essi fossero pirati oppure militari libici”, ha affermato Giovanni Tumbiolo, Presidente del Distretto della pesca Cosvap di Mazara del Vallo.

Giacomo Pratali

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Criminalità transnazionale, governance e fattispecie di reato

Difesa/EUROPA di

Il fenomeno della criminalità transnazionale è esploso alla fine del secolo scorso, facendo proprie le dinamiche tipiche della globalizzazione: sfruttando flussi economici, instabilità finanziarie, conflitti e situazioni di degrado ha evoluto i propri schemi impadronendosi di nuove realtà, accogliendo nuovi gruppi e divenendo sempre di più l’ombra grigia di qualsiasi attività.

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La criminalità organizzata transnazionale, come tutti i fenomeni sociali, va analizzata all’interno del contesto in cui è inserita. La sua evoluzione è parte del fenomeno di trasformazione inaugurato dalla terza era di globalizzazione, quella iniziata dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989. Come tale, la criminalità transnazionale (in un certo senso un’evoluzione del crimine comunemente inteso) è caratterizzata non solo dall’emergere di nuovi gruppi criminali ma dalla nascita di nuovi fenomeni, nuove fattispecie di reati. La classificazione di un reato come transnazionale deriva dal carattere proprio dell’attività, che si può racchiudere nella definizione di cross border criminal activity. Non siamo di fronte, quindi, ad un semplice reato, ma ad un reato considerato tale in quanto fa proprio l’elemento territoriale, che si sostanzia nell’attraversamento di un confine.

La caduta del muro di Berlino, non si inserisce a caso nella storia evolutiva del crimine transnazionale: simbolo di un conflitto ideologico e politico che era riuscito a mantenere stabili e sotto un relativo controllo i sistemi criminali (anch’essi in qualche modo limitati dalle barriere economiche e sociali che erano frapposte tra i due blocchi) ha avuto ripercussioni su larga scala non solo in riferimento alla geografia dei commerci, ma anche all’espansione della criminalità. I vecchi e nuovi gruppi criminali hanno potuto contare su una serie di facilitazioni, a partire dalla diminuita importanza dei confini tra gli Stati, usufruendo poi dell’aumento senza precedenti dei traffici commerciali e della loro liberalizzazione, della disponibilità di nuove tecnologie e della volatilità dei flussi di denaro.

Le organizzazioni criminali transnazionali, adottando un modus operandi tipico delle imprese (massimizzando i guadagni e cercando di ridurre al massimo i costi) agiscono da un lato prediligendo l’occupazione di quelle zone grigie non controllate dalle autorità (dovendosi intendere per zone grigie non solamente le aree delimitate territorialmente ma allargando tale definizione fino ad includere flussi nascosti di beni o di denaro) attraverso la commissione di illeciti non sempre perseguibili poiché non sempre riconosciuti come tali, dall’altro affiancandosi all’economia legale ed inserendovisi. Se guardiamo al contrasto alla criminalità organizzata come ad una parte del più ampio processo di governance possiamo sostenere che, diversamente da quanto accadeva in passato, quando gli interessi degli stessi Stati erano più squisitamente nazionali e le organizzazioni criminali avevano nel territorio di nascita i loro interessi ed il loro nucleo operativo, oggigiorno esse hanno esteso e ramificato i loro interessi nei più disparati settori svelando quanto il sistema globale sia permeabile rispetto alle minacce del crimine organizzato. Per dirla con le parole di Albanese: “In a today’s world, a single criminal operation may involve the collusion of corporations, career criminals, and corrupt government actors from different countries and cultures” (Ross Madeline B. K., Criminal Activity in a Globalizing World).

Alcuni dei fattori associati all’espansione del crimine organizzato transnazionale sono: conflitti militari, mancato rispetto dei diritti umani, errata pianificazione dello sviluppo nelle aree povere del mondo, sensibilità alla corruzione sia da parte delle imprese che dei cittadini, dei governi e dei settori della finanza, disomogeneità legislative che rendono difficile stabilire prima e perseguire poi determinati reati, presenza di mercati oscuri di cui è impossibile fornire dati precisi, difficoltà pratiche nel contrasto sul territorio. Tra le difficoltà che incontrano le autorità vi è poi quella tipica dell’individuazione dei vari aspetti che sono associati al crimine e ne permettono l’individuazione, le differenti modalità con cui i vari Paesi combattono questa minaccia e le diverse definizioni di crimine organizzato che dipendono molto spesso dal carattere tipicamente autoctono dei gruppi criminali. Vi sono quindi micro e macro elementi che caratterizzano il processo di contrasto al crimine a seconda dell’autorità, del Paese, della normativa, del territorio in questione delle sue caratteristiche sociali, economiche, culturali ecc). Non è possibile quindi dare una definizione esatta riguardo al modello delle organizzazioni criminali transnazionali, che dipendono da vari fattori come la presenza i barriere economiche, legali, le diverse strategie interne alle organizzazioni stesse, la competizione territoriale.

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I reati transnazionali propriamente detti si configurano, offrendo una definizione comprensiva delle varie linee di interpretazione, come quell’insieme di fatti illeciti commessi in violazione delle norme di più Stati da gruppi organizzati (associazioni di persone) allo scopo di ottenere vantaggi anche di tipo economico attraverso la corruzione, lo sfruttamento di persone, crimini informatici, la condotta di traffici illeciti, riciclaggio di denaro. La Convenzione di Palermo, all’art. 2, definisce il gruppo criminale organizzato come “un gruppo strutturato, esistente per un periodo di  tempo, composto da tre o più persone che agiscono di concerto al fine di commettere uno o  più reati gravi o reati stabiliti dalla presente Convenzione, al fine di ottenere, direttamente o indirettamente, un vantaggio finanziario o un altro vantaggio materiale”, ma la dottrina ne ha poi ampliato la definizione fino ad includervi le cosiddette organizzazioni criminali disorganizzate. Possiamo certamente affermare che un’organizzazione criminale è caratterizzata da un sistema di gestione di flussi criminosi attraverso il concorso o la partecipazione di una pluralità di soggetti per il raggiungimento di un obbiettivo attraverso la conclusione di accordi interi o esterni alla struttura stessa.

Sulla base di quanto sin ora esposto e di quanto riporta il Nono Congresso delle Nazioni Unite sulla Prevenzione del Crimine e il Trattamento dei Trasgressori possono essere compresi tra detti reati: il reato di terrorismo, traffico di armi, riciclaggio di denaro, furto di opere d’arte e culturali, furto di proprietà intellettuale, dirottamento aereo e terrestre, pirateria marittima, tratta di esseri umani, commercio di organi, traffico di stupefacenti, bancarotta fraudolenta, crimini ambientali, infiltrazione nel commercio legale, corruzione di pubblico ufficiale e rappresentante politico, frode assicurativa, crimini informatici. In genere, sono ascrivibili ai crimini transnazionali tutti quei crimini che siano commessi nel rispetto del dettato dell’articolo 2 della Convenzione di Palermo e che siano caratterizzati dalla gravità.

Un problema molto pratico nell’individuazione dei crimini transnazionali è dato dalla scarsità delle informazioni, dall’impossibilità di avere dati attendibili che rispecchino i trends globali partendo da dati locali. Ciò che rende difficile distinguere tali crimini è innanzitutto la loro crescente interdipendenza, la differenza nella struttura delle organizzazioni criminali che varia nella dimensione, nella gerarchia, nel tipo di commercio, di modo in cue essi sono inseriti all’interno di una catena che collega strutture interne e mercati. Il crimine come fatto giuridico è dunque collegato alla natura dell’organizzazione e all’attività che essa esercita. In questo senso, si evidenziano due vie di interpretazione. La prima descrive l’importanza di un’analisi dello sviluppo in senso orizzontale e verticale delle organizzazioni criminali. E’ stato teorizzato che lo sviluppo delle organizzazioni criminali le rende sempre più interdipendenti e ciò è vero anche per quanto riguarda le loro attività. Lo sviluppo di tipo orizzontale è tipico delle organizzazioni opportunistiche, esso cioè tende a connettere più attività inizialmente indipendenti attraverso accordi tra gruppi criminali e spiega come una sola organizzazione tenda a gestire più traffici o attività. Lo sviluppo di tipo verticale è associato alla pericolosità del gruppo criminale e si rivela nella serie di meccanismi e di reati messi in pratica per condurre un’operazione. La seconda invece collega l’esistenza dei crimini transnazionali alla presenza di gruppi terroristici: questo vincolo si sviluppa come diminuzione dell’appoggio degli Stati a questi gruppi in seguito alla fine della Guerra Fredda, che li ha costretti a cercare ulteriori forme di finanziamento spesso collegate a traffici transnazionali.

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Pacchetto antiterrorismo, ecco cosa cambia

Difesa/POLITICA di

Max Weber sosteneva la pericolosità di un ordinamento giuridico che non accompagni l’evoluzione della società, nella costruzione di un dettato giurisprudenziale che la protegga e funga da binario per la sua crescita. Non si può dire che questo oggi sia la prassi, soprattutto con una minaccia come quella del terrorismo, ma si prefigura un percorso in cui sarà la minaccia stessa a determinare la normativa che si andrà sviluppando. Così come avvenuto in seguito all’attentato alle Twin Towers nel 2001, siamo ancora una volta a rincorrere le intimidazioni attraverso provvedimenti urgenti e probabilmente questa diverrà la fisionomia del diritto nel contrasto al terrorismo.

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Il pacchetto contenuto nel Decreto Legge del 15 febbraio scorso recante “Misure urgenti per il contrasto del terrorismo, anche di matrice internazionale nonchè proroga delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia, iniziative di cooperazione allo sviluppo” fa seguito alle affermazioni del Ministro Alfano sulla necessità di <rafforzare la strumentazione normativa>. Provvedimento sicuramente necessario, si spera integrabile con le normative degli altri Paesi, il Decreto accenna brevemente al tema scottante del finanziamento delle operazioni terroristiche (reato questo introdotto ex novo riguardo ai foreign fighters). Il reato, significativamente, viene menzionato proprio nelle prime righe, data l’inevitabilità del collegamento tra i nuovi reati e quelle fattispecie tipiche quali corruzione, riciclaggio di denaro, precedenti indispensabili per il verificarsi delle condotte criminose disposte dalla normativa. Tanto più che, secondo quanto dichiarato dallo stesso ministro Alfano il provvedimento si inserirà in un progetto teso ad aumentare la sicurezza dei cittadini e la lotta al contrabbando ed alla contraffazione. Al momento risulta quantomeno prematuro avventurarsi in previsioni di questo genere, data la situazione critica in cui versano forze armate e di polizia a causa dei tagli al bilancio, alle assunzioni, scarsa operatività e disagi.

La decisione di limitare a pochi casi l’elenco dei reati presenti nel pacchetto è da ricondursi oltre che al carattere di urgenza del provvedimento anche alla necessità di una interpretazione sistematica in armonia con i provvedimenti precedenti che costituiscono la normativa antiterrorismo. La giurisprudenza italiana in materia infatti può essere fatta risalire alla Legge n. 431/01 in cui vi sono disposizioni tese a sanzionare chi non rispetta il divieto di effettuare transazioni che abbiano per oggetto beni, attività finanziarie o servizi riconducibili ad attività terroristiche, alla Legge n. 415/01 che riguarda transazioni anche di tecnologie dual use. La situazione italiana risulta infatti peculiare all’interno del sistema internazionale. La normativa nostrana, storicamente incentrata sul terrorismo e le organizzazioni criminali interne, ha sviluppato un dettato giurisprudenziale tra i più evoluti in termini di salvaguardia delle parti, controllo del patrimonio (si pensi infatti all’importantissimo istituto della confisca), giustizia del processo, misure di prevenzione ecc. Ha quindi dovuto riadattare la normativa interna alla dimensione internazionale, risultando a volte lenta anche a causa della mancata integrazione e del mancato coordinamento con gli altri Paesi. A questo mirava la Legge n. 438/01.

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Il pacchetto antiterrorismo nato dagli uffici di Interno e Giustizia prevede pene specifiche per nuove tipologie di reati in linea con le condotte dei nuovi agenti del terrore. La lettura che daremo del documento non segue il dettato così come pronunciato dal legislatore ma prosegue attraverso una suddivisione in sezioni in modo che la comprensione possa risultare più semplice e che possa fornire un quadro delle misure introdotte riguardo ai soggetti, agli strumenti, ai metodi.

Possiamo suddividere il Decreto, nella parte dedicata a combattere il terrorismo, in tre aree. Nella prima vengono aggiunte alcune fattispecie per punire l’insorgere di nuovi reati legati alla transnazionalità della minaccia. Nella seconda si provvede ad arricchire il dettato riguardo agli strumenti di prevenzione, di punibilità, di limitazione della libertà personale e nella terza vi sono aggiornamenti importanti su alcuni contorni tecnico-operativi in grado di incidere significativamente sul pacchetto in toto.

Sulla scorta delle ultime esperienze, tra cui indubbiamente quella dei letali foreign fighters, vengono introdotte le fattispecie nuove dell’organizzazione, del finanziamento e della propaganda di viaggi esteri con fini terroristici (la pena prevista va dai tre ai sei anni) e la punibilità del soggetto reclutato anche per fini diversi da quelli terroristici: “(…) chi organizza, finanzia e propaganda viaggi per commettere condotte terroristiche (…)”. La normativa quindi viene arricchita anche dalla previsione della punibilità per colui che si auto-addestra oltre che per chi viola gli obblighi sul controllo di sostanze di uso comune che possono essere usate per fabbricare ordigni. Sebbene nel documento venga riportato in una sezione a parte, per comodità di esposizione sembra corretto affiancare a queste nuove fattispecie anche l’aggravamento delle pene previste per apologia ed istigazione al terrorismo.

Riguardo la cornice di azione preventiva degli enti di pubblica sicurezza e della magistratura, il pacchetto inserisce una serie di operazioni a tutela della sicurezza pubblica da applicare al soggetto interessato. Viene prevista la sorveglianza speciale per i potenziali foreign fighters e, al momento della proposta di applicazione di detto strumento viene data al Questore la facoltà di ritirare il passaporto ai soggetti sospettati di terrorismo. In caso di ritiro del passaporto e successiva violazione degli obblighi derivanti dalla nuova situazione giuridica e per il soggetto e per coloro i quali devono garantire l’applicazione delle misure preposte, viene introdotto un reato apposito per contravvenzione agli obblighi suddetti. L’autorità giudiziaria a seguito dell’aggravamento delle pene per gli atti di proselitismo ed in affiancamento alle restrizioni sul web per gli stessi fini, può ordinare ai provider di internet di impedire l’accesso per i fini indicati a determinati soggetti.

Sono presenti, inoltre, la proroga per l'”Operazione strade sicure” fino alla fine di giugno 2015, la semplificazione delle condizioni cui gli operatori della sicurezza devono attenersi per il trattamento dei dati personali (nel rispetto del Codice sulla privacy) e, dulcis in fundo, un ampliamento delle garanzie previste per gli operatori appartenenti ai Servizi di informazione per la sicurezza. L’attenzione prestata al “comparto” fornisce ulteriore prova della sensibilità dell’intervento giuridico in esame che, coerentemente alla necessità di combattere una o più nuove minacce, si pone legittimi interrogativi relativamente alle modalità d’impiego sul campo. Le garanzie funzionali verranno estese ad una serie di condotte nel contrasto al terrorismo (ad esclusione dei reati di attentato o sequestro di persona) qualora essi agiranno sotto autorizzazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, per finalità istituzionali. Il personale delle Agenzie avrà inoltre la possibilità di “(…) effettuare, fino al 31 gennaio 2016, colloqui con soggetti detenuti o internati, al fine di acquisire informazioni per la prevenzione di delitti con finalità terroristica di matrice internazionale”. Infine, la Procura Nazionale Antimafia avrà compiti di coordinamento delle indagini penali e i procedimenti di prevenzione che riguardino il terrorismo.

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Nato, Cmx15: occhi puntati su Libia e Ucraina

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Il Consiglio del Nord Atlantico ha annunciato l’annuale Cmx dal 4 al 10 marzo. Il test vedrà coinvolti personale civile e militare e sarà incentrato sulla sicurezza marittima. Gli alleati e altri Stati prenderanno parte all’esercitazione.

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Il Cmx 15 si terrà dal 4 al 10 marzo 2015. A prendere la decisione è stato il Consiglio del Nord Atlantico, il quale ha immaginato un contesto di crisi tra due Stati non appartenenti alla Nato ad una distanza ravvicinata rispetto al territorio facente parte dell’Alleanza Atlantica. Il test si svolgerà in uno scenario fittizio e vedrà coinvolti “personale civile e militare nelle capitali degli Stati membri, nei quartier generali della Nato e in entrambi i casi verrà impiegato il Comando Strategico Alleato per la Trasformazione. L’esercitazione sarà focalizzata su aspetti umanitari e marittimi, con implicazione per la sicurezza degli Alleati”, riporta la nota pubblicata dalla Nato.

Gli Stati membri piuttosto che Australia, Finlandia, Giappone, Svezia e Ucraina prenderanno parte al test, mentre Georgia, Nuova Zelanda e Corea del Sud saranno osservatori esterni. Unione Europea e Onu si scambieranno le valutazioni nel corso dell’esercitazione.

Si tratta del 19° Cmx dal 1992. Il riferimento alla sicurezza marittima, dopo le rassicurazioni di Stoltenberg al premier italiano Renzi, potrebbe essere riferito alla crisi libica. Mentre l’aspetto umanitario dell’esercitazione potrebbe essere riconducibile soprattutto alla escalation di violenza di cui è protagonista l’Ucraina, dove sta prendendo campo una nuova calda “Guerra Fredda” tra Stati Uniti e Russia.

Giacomo Pratali

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Giacomo Pratali
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