La diversificazione canadese: tra Stati Uniti ed Unione Europea

Per decenni il Canada ha costruito sicurezza e prosperità attorno alla relazione privilegiata con gli USA. Oggi quella centralità è messa in discussione da una strategia di diversificazione che lo porta a guardare sempre più verso l’UE: la proposta di Ursula von der Leyen di aprire al Canada la strada per diventare il primo associate member è il segnale più visibile, atto a rivedere i rapporti commerciali, tecnologici e militari con i suoi alleati. Nel discorso sullo Stato dell’Unione, von der Leyen ha proposto di andare oltre il CETA e costruire con Ottawa una Alliance for the Future. Il giorno dopo, a Strasburgo, Carney ha accolto l’apertura e ne ha definito i possibili contenuti: minerali critici, difesa, intelligenza artificiale, energia, spazio, pagamenti e commercio digitale, precisando che Ottawa non cerca l’adesione piena all’Unione, ma una relazione più stretta senza diventare il ventottesimo Stato membro. L’associate membership non è una categoria prevista dai trattati europei, e il modello andrebbe definito con un nuovo negoziato: attualmente, il valore politico dell’annuncio resta superiore alla sua traduzione istituzionale, anche se il Cananda invita a concentrarsi sulla sostanza dell’accordo, più che sul suo nome.

Già nel 2026, il Canada è diventato il primo Paese non europeo a partecipare alla Security Action for Europe, mentre il 16 settembre ha chiesto di entrare nella Joint Expeditionary Force guidata dal Regno Unito. A luglio, inoltre, aveva scelto la tedesca Thyssenkrupp Marine Systems come fornitore preferenziale per dodici nuovi sottomarini, in cooperazione con Germania e Norvegia. Sono segnali che non equivalgono a un abbandono dell’alleanza con Washington: resta profondamente integrato con gli Stati Uniti sul piano commerciale, militare e industriale… Ma è proprio questa dipendenza la chiave con cui comprendere il nuovo approccio canadese, che non punta a separarsi dagli USA, ma a ridurre la propria fragilità diversificando mercati, fornitori e capacità strategiche: l’Europa diventa così parte di un percorso ben più ampio, atto ad evitare che un singolo rapporto diventi una crepa politica. La crisi commerciale con Washington, dopo il fallimento dei negoziati, è stata la miccia che ha spinto all’attivazione di questo processo.

Carney ha detto di aver valutato anche il rischio, ovviamente remoto ma da non ignorare, di un’eventuale azione militare statunitense contro il Canada (un extreme tail risk): tale è il segnale del livello a cui il Canada ragiona sulla propria vulnerabilità. Ha parlato anche di voler ridurre la dipendenza da Starlink e riesaminare l’acquisto degli F-35, secondo un principio di resilienza: creare alternative che rendano il Paese meno vulnerabile a un singolo partner. I dati mostrano però i confini dell’ambizione: l’UE è il suo secondo partner commerciale, con circa 178 miliardi di dollari canadesi di scambi nel 2025, e Ottawa sembra puntare a un sistema con cui stratificare questa diversificazione, coinvolgendo anche la Cina.

La traiettoria riguarda ovviamente anche l’Artico: il Canada occupa una posizione centrale rispetto alle rotte settentrionali e nella competizione per risorse e infrastrutture. Una maggiore cooperazione europea può significare nuovi scambi ma anche interoperabilità militare e industriale nello spazio nordatlantico, come mostrano la scelta tedesca per i sottomarini e la richiesta di ingresso nella JEF.

Prontamente, Trump ha definito la proposta europea per il Canada come un possibile atto ostile e ha prospettato nuovi dazi contro l’UE, senza però averli ancora tradotti in una misura specifica.

Il prossimo passaggio sarà il vertice tra Canada e UE del 29 e 30 ottobre a Montréal, che dovrà chiarire programmi, impegni finanziari e forme di cooperazione in difesa, energia, tecnologia e materie prime. Per ora l’associate membership resta un progetto senza una forma legislativa chiara, ma la direzione canadese è più precisa: cercare abbastanza relazioni favorevoli per non dipendere da una sola sponda non facilmente prevedibile: fino a dove questa diversificazione potrà spingersi, senza mettere in discussione la struttura nordamericana su cui la potenza canadese continua a poggiare?

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