Cavi in fibra ottica, condotte energetiche, collegamenti elettrici. Sui fondali dell’Artico, del Baltico e del Mare del Nord passa una parte essenziale dell’infrastruttura su cui funzionano le economie europee. L’operazione russa scoperta vicino alle Svalbard mostra come quello spazio sia ormai entrato nella competizione strategica tra Mosca e l’Alleanza Atlantica. Una guerra difficile da vedere, ancora più difficile da attribuire e potenzialmente capace di mettere alla prova l’articolo 5 della NATO.
Per capire dove potrebbe aprirsi uno dei fronti più pericolosi del confronto tra Russia e NATO bisogna guardare verso il basso. Molto più in basso.
A centinaia, talvolta migliaia di metri sotto la superficie del mare corre una rete di cavi che collega continenti, centri finanziari, basi militari, data center e infrastrutture energetiche. Sono strutture sottili, relativamente fragili e difficili da sorvegliare lungo migliaia di chilometri.
È qui che la competizione strategica tra Mosca e l’Occidente sta assumendo una dimensione nuova.
Nella primavera del 2026, nelle acque artiche vicine alle isole Svalbard, Regno Unito, Norvegia e Stati Uniti hanno individuato e contrastato un’operazione condotta dalla Main Directorate for Deep-Sea Research, conosciuta con l’acronimo russo GUGI, la struttura specializzata di Mosca nelle operazioni in profondità.
Secondo due funzionari occidentali citati da Reuters, mezzi subacquei russi stavano simulando l’impiego di una tecnologia destinata a neutralizzare cavi sottomarini rendendo difficile individuare la responsabilità dell’attacco. Le unità russe sono state seguite e affrontate dalle forze occidentali e hanno lasciato la zona senza completare l’esercitazione. Nessun cavo è stato danneggiato. Mosca non ha commentato direttamente l’episodio e il Cremlino continua a negare di preparare operazioni di sabotaggio contro Paesi NATO. (Reuters)
L’episodio, rivelato il 10 settembre, cambia però la prospettiva attraverso cui osservare la sicurezza europea.
Non si tratta semplicemente della possibilità che un’ancora trascinata sul fondale interrompa accidentalmente un collegamento. Si tratta della capacità di intervenire deliberatamente su un’infrastruttura strategica e, soprattutto, di farlo cercando di impedire che l’aggressore possa essere identificato con certezza.
È proprio questa ambiguità a rendere la guerra sottomarina particolarmente adatta alla nuova stagione della guerra ibrida.
Il punto debole dell’Europa è sul fondo del mare
La società digitale ha un’immagine quasi immateriale di se stessa. Parliamo di cloud, satelliti, reti wireless, intelligenza artificiale. In realtà, una parte enorme del sistema poggia su infrastrutture fisiche.
Secondo la Commissione europea, attraverso i cavi sottomarini passa circa il 99 per cento del traffico Internet intercontinentale. La NATO utilizza una stima leggermente diversa per il traffico internazionale, superiore al 95 per cento, e sottolinea inoltre che attraverso queste infrastrutture transitano ogni giorno transazioni finanziarie per oltre 10.000 miliardi di dollari. (Strategia Digitale Europea)
A questo sistema si aggiungono gasdotti, interconnettori elettrici e collegamenti destinati a diventare ancora più importanti con la crescita delle energie rinnovabili offshore.
Il paradosso strategico europeo nasce proprio qui.
Negli ultimi venticinque anni l’Europa ha aumentato enormemente la propria dipendenza dalle infrastrutture posate sui fondali mentre riduceva, dopo la Guerra fredda, molte delle capacità militari necessarie a sorvegliarle.
La rete è cresciuta più rapidamente della capacità di difenderla.
E un cavo presenta caratteristiche particolarmente interessanti per chi voglia condurre un’operazione ostile senza arrivare immediatamente a uno scontro militare aperto: attraversa aree enormi, spesso internazionali, può trovarsi a migliaia di metri di profondità e il danneggiamento può essere inizialmente confuso con un incidente.
Le Svalbard e quei 1.400 chilometri di fibra ottica
L’area scelta per l’esercitazione russa non è casuale.
Due cavi in fibra ottica lunghi circa 1.400 chilometri collegano le Svalbard alla Norvegia continentale. In alcuni punti raggiungono una profondità di circa 2.700 metri.
Non trasportano soltanto il normale traffico digitale.
Alle Svalbard si trova SvalSat, una delle maggiori stazioni satellitari terrestri del mondo e parte del Near Space Network della NASA. La posizione geografica dell’arcipelago, vicina al Polo Nord, rende la stazione particolarmente preziosa per ricevere dati dai satelliti che percorrono orbite polari.
I collegamenti sottomarini permettono quindi di trasferire verso il continente enormi quantità di dati provenienti dallo spazio. (Reuters)
Interrompere quei collegamenti, soprattutto durante una crisi militare, potrebbe avere conseguenze molto diverse da quelle provocate dal semplice blackout Internet di una città.
Significherebbe interferire con una delle infrastrutture che collegano il dominio spaziale a quello terrestre.
Ma la geografia delle Svalbard racconta qualcosa di ancora più importante.
A sud dell’arcipelago si apre il cosiddetto Bear Gap, lo spazio marittimo tra le Svalbard e la Norvegia continentale. È una delle porte attraverso cui i sottomarini nucleari russi basati nella penisola di Kola possono raggiungere l’Atlantico settentrionale.
Controllare questo spazio significa quindi osservare contemporaneamente i movimenti della flotta russa, le infrastrutture sottomarine occidentali e le rotte che collegano l’Artico al Nord Atlantico.
Il fondale diventa parte della geografia militare.
GUGI, la struttura russa che opera nelle profondità
Al centro di questa competizione compare una sigla relativamente poco conosciuta fuori dagli ambienti della difesa: GUGI.
Formalmente è la Direzione principale per la ricerca in acque profonde del ministero della Difesa russo. Nella valutazione occidentale rappresenta invece uno degli strumenti più sofisticati a disposizione di Mosca per le operazioni sui fondali.
La struttura dispone di unità specializzate, sottomarini e navi in grado di lavorare in profondità.
Tra queste compare frequentemente la Yantar, nave che i governi occidentali seguono con particolare attenzione quando si muove vicino alle infrastrutture sottomarine.
Già nell’aprile 2026 Regno Unito e Norvegia avevano reso pubblica un’operazione durata più di un mese per seguire un sottomarino russo classe Akula e due unità specializzate riconducibili al GUGI nell’Atlantico settentrionale. Londra impiegò una nave della Royal Navy e velivoli da pattugliamento marittimo P-8, lavorando insieme agli alleati per mantenere sotto osservazione le unità russe. (Norgesportalen)
Il messaggio politico era deliberatamente esplicito: sappiamo dove siete.
È una forma di deterrenza particolare.
Nella guerra convenzionale la deterrenza consiste soprattutto nel mostrare all’avversario la capacità di reagire. Nella guerra ibrida occorre prima sottrargli la possibilità di nascondersi.
Dal Baltico all’Artico
Le preoccupazioni occidentali non nascono con l’episodio delle Svalbard.
Il vero spartiacque è arrivato nel settembre 2022 con le esplosioni che hanno distrutto tre delle quattro condotte dei gasdotti Nord Stream nel Baltico.
Le indagini successive hanno seguito una pista diversa da quella inizialmente attribuita da alcuni osservatori alla Russia. La procura tedesca ha incriminato un cittadino ucraino, all’epoca appartenente alle forze speciali, mentre Kyiv nega qualsiasi responsabilità. (Reuters)
Il caso Nord Stream ha però prodotto una conseguenza strategica indipendente dall’identità degli autori: ha dimostrato che una delle infrastrutture energetiche più importanti d’Europa poteva essere distrutta sotto il mare.
Da allora il Baltico ha registrato una sequenza di incidenti che hanno coinvolto cavi elettrici e di telecomunicazione.
Secondo i dati della società di analisi marittima Windward citati da Reuters, almeno undici cavi sottomarini sono stati danneggiati o interrotti nel Baltico tra ottobre 2023 e la fine del 2025. (Reuters)
Non ogni cavo rotto è necessariamente il risultato di un sabotaggio.
Questo punto è fondamentale.
Pesca, ancore, guasti tecnici, movimenti del fondale e incidenti navali provocano regolarmente danni alle infrastrutture sottomarine. Trasformare automaticamente ogni incidente in un’operazione ostile porterebbe a conclusioni sbagliate e aumenterebbe il rischio di escalation.
Il problema nasce quando gli incidenti vengono osservati insieme ai comportamenti delle navi.
Navi che rallentano sopra i cavi
Gli analisti utilizzano un indicatore particolarmente interessante: il drifting.
Si verifica quando una nave rallenta, modifica ripetutamente la propria rotta oppure rimane per un periodo anomalo nelle vicinanze di un’infrastruttura sottomarina.
In sé non costituisce un’attività illegale.
Ma permette di raccogliere informazioni estremamente precise sulla posizione dei cavi e delle condotte.
Nel Mare del Nord, secondo Windward, questo tipo di attività è aumentato del 52 per cento nel 2025, raggiungendo 13.079 casi. Nel Mar Cinese Meridionale l’aumento è stato ancora superiore: 88 per cento, con 18.401 casi. (Reuters)
Il dato introduce un’altra dimensione del problema.
La competizione sui fondali non riguarda soltanto Russia ed Europa. Stati Uniti e alleati osservano con attenzione anche le capacità cinesi.
Il seabed, il fondo marino, sta diventando un nuovo dominio strategico globale.
La guerra perfetta nella zona grigia
Immaginiamo uno scenario.
Nel pieno di una crisi tra Russia e NATO vengono interrotti contemporaneamente alcuni collegamenti in fibra ottica nel Baltico e nel Mare del Nord.
Non sappiamo immediatamente perché.
Un incidente?
Un’ancora?
Un guasto?
Un sabotaggio?
Occorrono ore o giorni per inviare una nave specializzata, raggiungere il punto della rottura, analizzare il cavo e ricostruire i movimenti delle imbarcazioni presenti nella zona.
Nel frattempo la crisi politica è già iniziata.
È questa la vera forza della guerra ibrida: creare un intervallo tra l’attacco e la certezza sull’identità dell’attaccante.
Durante quell’intervallo governi e alleanze devono decidere come reagire.
E qui emerge la domanda più difficile.
Un cavo tagliato può attivare l’articolo 5?
L’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico stabilisce che un attacco armato contro uno o più membri viene considerato un attacco contro tutti.
Ma cosa accade se l’obiettivo non è una città, una base militare o una nave da guerra?
Cosa accade se vengono neutralizzati cinque cavi?
O una condotta?
O una rete elettrica offshore?
E soprattutto: cosa accade se non è possibile dimostrare immediatamente chi ha compiuto l’attacco?
Secondo Reuters, alcuni analisti dell’intelligence statunitense temono che Mosca possa cercare, in futuro, di mettere alla prova proprio il meccanismo di difesa collettiva della NATO. In uno scenario di questo tipo, le infrastrutture sottomarine potrebbero rappresentare uno degli strumenti disponibili. (Reuters)
Non perché un singolo cavo interrotto provocherebbe automaticamente una guerra.
Al contrario.
Proprio perché consentirebbe di esplorare la soglia della risposta occidentale.
La domanda strategica diventerebbe: quanto danno può essere provocato restando sotto la soglia che costringerebbe la NATO a reagire militarmente?
È il principio della zona grigia applicato al fondo del mare.
La risposta NATO: Baltic Sentry
L’Alleanza ha iniziato a cambiare postura.
Nel gennaio 2025 la NATO ha lanciato Baltic Sentry, un’attività militare dedicata alla protezione delle infrastrutture critiche del Baltico.
L’operazione integra fregate, velivoli da pattugliamento marittimo, sottomarini, sistemi senza equipaggio e capacità nazionali di sorveglianza. L’obiettivo non è fisicamente presidiare ogni chilometro di cavo, compito sostanzialmente impossibile, ma costruire una conoscenza molto più precisa di ciò che accade sopra e sotto la superficie. (NATO)
La NATO sta inoltre introducendo strumenti basati sull’intelligenza artificiale.
Il sistema Mainsail, sviluppato da ricercatori dell’Alleanza, analizza i movimenti di migliaia di imbarcazioni e cerca comportamenti anomali nelle vicinanze delle infrastrutture critiche.
È un cambiamento importante.
La protezione del cavo non comincia quando il cavo viene tagliato.
Comincia giorni prima, individuando una nave che rallenta dove non dovrebbe, una rotta insolita, una permanenza sospetta oppure la presenza di un mezzo specializzato. (NATO)
Sorveglianza satellitare, sonar, pattugliamento marittimo, intelligence e algoritmi vengono quindi integrati in un unico sistema.
La guerra dei fondali diventa una guerra dei dati.
Anche Bruxelles si prepara
La dimensione militare non è sufficiente.
La Commissione europea ha avviato un Action Plan on Cable Security con l’obiettivo di aumentare prevenzione, rilevamento, risposta e capacità di riparazione.
Nel 2026 Bruxelles ha previsto 347 milioni di euro per progetti strategici relativi ai cavi sottomarini e ha sviluppato un Cable Security Toolbox. Successivamente sono stati finanziati i primi due Regional Cable Hubs, uno nel Baltico e uno nel Mediterraneo, e aperto un bando da 40 milioni di euro destinato a rafforzare la capacità europea di riparazione dei cavi. (Strategia Digitale Europea)
Quest’ultimo elemento è spesso trascurato.
La resilienza non significa soltanto impedire un attacco.
Significa poter ripristinare rapidamente il servizio dopo che l’attacco è avvenuto.
Se un avversario sa che un cavo può essere sostituito o riparato rapidamente e che il traffico può essere deviato su altre connessioni, il valore strategico del sabotaggio diminuisce.
Ridondanza e capacità di riparazione diventano quindi strumenti di deterrenza.
Il Mediterraneo non è lontano
Guardare alle Svalbard come a un problema esclusivamente nordico sarebbe un errore.
La Commissione europea ha scelto proprio Baltico e Mediterraneo come sedi dei primi Regional Cable Hubs.
Il Mediterraneo è uno dei grandi crocevia delle comunicazioni digitali tra Europa, Africa, Medio Oriente e Asia.
Per l’Italia la questione assume quindi una dimensione strategica diretta.
La sicurezza nazionale non riguarda più soltanto lo spazio terrestre, aereo e marittimo tradizionale. Comprende ciò che passa sul fondo del mare: telecomunicazioni, energia, dati e collegamenti tra continenti.
La crescente digitalizzazione delle economie e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale aumenteranno ulteriormente questa dipendenza.
Più dati significa più infrastrutture.
Più infrastrutture significa più bersagli potenziali.
La nuova geografia della guerra
Per gran parte del Novecento la geografia militare europea era relativamente facile da rappresentare su una carta.
Frontiere, basi, aeroporti, porti, divisioni corazzate.
La nuova geografia strategica è diversa.
Una parte delle infrastrutture decisive non si vede.
Corre per migliaia di chilometri sul fondo degli oceani, attraversa giurisdizioni differenti e spesso appartiene a società private. Un singolo cavo può collegare diversi Stati e trasportare contemporaneamente traffico commerciale, comunicazioni governative e informazioni strategiche.
Questo modifica anche il concetto stesso di difesa.
Proteggere l’Europa significa sorvegliare una nave mercantile che rallenta nel Baltico, seguire un sottomarino nell’Artico, analizzare con l’intelligenza artificiale migliaia di rotte navali e disporre di navi capaci di riparare rapidamente una fibra ottica a duemila metri di profondità.
È una guerra fatta di sensori, sommergibili, algoritmi e intelligence.
E soprattutto è una guerra nella quale l’ambiguità può essere un’arma potente quanto un missile.
L’episodio delle Svalbard assume per questo un significato che va oltre l’operazione russa.
Le forze britanniche, norvegesi e statunitensi non hanno semplicemente impedito il completamento di un’esercitazione. Hanno cercato di togliere a Mosca uno dei principali vantaggi della guerra nella zona grigia: la possibilità di agire senza essere vista.
Il messaggio occidentale è stato semplice: sappiamo che siete lì.
Ma il confronto sui fondali è appena cominciato.
Perché mentre Europa e NATO ricostruiscono capacità di sorveglianza perdute dopo la Guerra fredda, la quantità di infrastrutture sottomarine continua a crescere. E con essa aumenta la superficie da proteggere.
La prossima grande crisi europea potrebbe quindi non iniziare con carri armati che attraversano una frontiera o con missili diretti contro una capitale.
Potrebbe cominciare con qualcosa di molto meno spettacolare.
Una connessione che improvvisamente smette di funzionare.
Una nave che qualche giorno prima aveva rallentato in un punto preciso del mare.
Un cavo trovato spezzato a duemila metri di profondità.
E una domanda alla quale i governi europei dovranno rispondere rapidamente:
è stato un incidente o è appena iniziato un attacco?
