A due mesi dalle elezioni di midterm, la Casa Bianca prova a riscrivere la narrazione economica statunitense usando un particolare codice. Il segretario al tesoro, Scott Bessent, si è detto stufo della definizione di K-shaped economy, la fase in cui ricchi e poveri viaggiavano in direzioni opposte. Secondo lui l’economia starebbe assumendo la forma di una C: i lavoratori a reddito più basso finalmente recuperano terreno. Scegliere una lettera, in questo contesto, significa ovviamente scegliere anche una narrazione politica.
Alcuni dati danno ragione a Bessent: Bank of America rileva che ad agosto la crescita salariale netta è stata del 4,7% per le famiglie a reddito più basso, contro il 3,5% per quelle più ricche. Il divario K-shaped, sul fronte salari, si sarebbe invertito. Anche la spesa converge tra le fasce di reddito, sebbene il 5% più ricco continui a beneficiare dei mercati finanziari. Il mercato del lavoro tiene: 162mila posti creati ad agosto contro una media di 31mila nei dodici mesi precedenti, disoccupazione ferma al 4,1%, manifattura in crescita di 58mila posti dall’inizio della ripresa, salari orari su dello 0,3% mensile.
Sarebbe però prematuro dichiarare morta l’economia a forma di K. Salario, reddito, patrimonio e capacità di spesa infatti non coincidono: la Federal Reserve descrive una spesa dei consumatori in leggera crescita, ma segnata da forte sensibilità ai prezzi, dove gli acquisti di fascia alta restano solidi, mentre carburanti costosi, credito più caro e fiducia debole frenano il resto. Il PIL rallenta, all’1,5% annualizzato nel secondo trimestre, dopo il 2,1% del primo. Il reddito disponibile cresce dello 0,5% a luglio, i consumi solo dello 0,2%, e il tasso di risparmio scende al 3%.
Alla luce di questo contesto, il primo ostacolo per Trump sono i dazi, usati come leva industriale e geopolitica ma ormai visibili nei prezzi: la Fed stima che abbiano aggiunto circa 0,4 punti all’inflazione core PCE. Il Canada ha risposto con dazi di ritorsione dal 15% al 50% su circa 20 miliardi di dollari di merci statunitensi dopo il fallimento dei negoziati con gli USA. A luglio il deficit commerciale statunitense è salito del 24,4%, a 88,6 miliardi di dollari, anche per le importazioni record di beni legate agli investimenti in intelligenza artificiale. Poi c’è il petrolio, dove la politica estera diventa economia domestica a causa del conflitto con l’Iran, che ha riportato il Brent vicino ai 100 dollari, con nuovi attacchi Houthi alle infrastrutture saudite e rallentamenti nello Stretto di Hormuz: gli USA hanno visto prezzi record della benzina nel weekend del Labor Day. Trump promette che una vittoria sull’Iran farebbe scendere il prezzo sotto i 2 dollari al gallone, ma secondo alcuni studi, la Casa Bianca cercherà di contenere il conflitto almeno fino a novembre: infatti solo il 31% degli statunitensi sta approvando la guerra.
È qui che queste lettere smettono di essere metafore economiche e diventano elettorali. Trump può mostrare occupazione solida e consumi più equilibrati, ma il consenso misura altro: quanto i cittadini si sentono meglio. Un sondaggio porta l’approvazione al 33%, minimo storico, con il 57% degli elettori che si dichiara finanziariamente peggio rispetto all’inizio della presidenza.
La K racconta ancora la distanza patrimoniale tra chi possiede capitali e chi vive di stipendio; la C fotografa il recupero reale di salari e consumi bassi; la E descrive una classe media che non crolla ma non è nemmeno sicura. Forse la lettera giusta è una W: non recessione imminente, ma oscillazione continua tra segnali opposti, come occupazione forte e fiducia debole, salari in recupero e inflazione alta, consumi convergenti e patrimoni concentrati.
È il paradosso della presidenza Trump: i dazi dovrebbero proteggere il lavoratore ma alzano i prezzi, i tagli fiscali dovrebbero aumentare il reddito ma l’inflazione lo erode, la pressione sull’Iran dovrebbe rafforzare gli USA ma una guerra lunga costa benzina. La politica estera entra nel carrello della spesa, quella commerciale nello stipendio. A novembre, nel segreto dell’urna, gli statunitensi voteranno sulla base di come sentono minato il loro inviolabile stile di vita.
