L’altro 8 settembre. Fiume, la Carta del Carnaro e quel sogno italiano fatto di diritto, poesia e libertà.

L’8 settembre 1920 nasceva la Reggenza Italiana del Carnaro. In una piccola città dell’Adriatico, sospesa fra una guerra appena conclusa e una pace che ancora non riusciva a nascere, Gabriele D’Annunzio e Alceste De Ambris tentarono qualcosa di inaudito: trasformare un’impresa patriottica in un esperimento costituzionale e fare dello Stato non soltanto una macchina amministrativa, ma una comunità di lavoro, libertà, bellezza e spirito.
Ci sono date che la Storia sembra aver condannato ad avere un solo significato.
Date sulle quali un avvenimento successivo, più grande o più tragico, è caduto come un macigno, nascondendo tutto ciò che era accaduto prima.
Per noi italiani l’8 settembre è certamente una di queste.
È l’8 settembre del 1943. L’armistizio. Lo sbandamento. Il crollo delle strutture statuali. Il dramma delle nostre Forze Armate lasciate troppo spesso senza ordini chiari. Il principio di una guerra civile destinata a scavare nel corpo e nell’anima della Nazione ferite che, a distanza di oltre ottant’anni, non abbiamo ancora completamente rimarginato.
Eppure esiste un altro 8 settembre.
Più lontano. Più luminoso, forse. Certamente più strano.
Un 8 settembre nel quale non si consumò la dissoluzione di uno Stato, ma si tentò di costruirne uno.
Un 8 settembre nel quale il diritto incontrò la poesia, la politica si confuse con l’epica e una piccola città adriatica, contesa dalle diplomazie europee, volle immaginarsi come il centro di un mondo nuovo.
Fiume, 8 settembre 1920.
Quel giorno Gabriele D’Annunzio proclamò la Reggenza Italiana del Carnaro e diede forma pubblica a quell’ordinamento che sarebbe passato alla storia sotto il nome di Carta del Carnaro.
Era trascorso quasi un anno dalla marcia partita da Ronchi nella notte tra l’11 e il 12 settembre 1919, quando D’Annunzio, alla testa di granatieri, arditi e volontari progressivamente ingrossatisi durante il percorso, era entrato a Fiume senza che le truppe incaricate di fermarlo riuscissero — o forse intimamente volessero — impedirglielo.
Quella era stata la Santa Entrata. Il gesto. L’impresa.
L’atto di disobbedienza che si pretendeva, paradossalmente, compiuto in nome di una fedeltà ancora più alta.
L’8 settembre dell’anno successivo era qualcosa di diverso. Era il tentativo di trasformare l’impresa in istituzione.
La poesia in diritto, la ribellione in ordinamento, il sogno in Stato.
Per capire Fiume occorre, però, provare per qualche istante a dimenticare ciò che sappiamo essere accaduto dopo.
È un esercizio difficile, ma indispensabile.
Dobbiamo dimenticare il fascismo, che ancora non aveva conquistato il potere.
Dobbiamo dimenticare il Ventennio e la Seconda guerra mondiale.
Dobbiamo persino dimenticare, per un momento, lo stesso mito postumo di D’Annunzio e e dobbiamo tornare in quell’Europa inquieta del 1919 e del 1920.
Un continente che aveva appena finito di dissanguarsi.
Gli imperi degli Asburgo, degli Hohenzollern, dei Romanov e degli Ottomani erano crollati o stavano definitivamente tramontando. Intere carte geografiche venivano ridisegnate. Popoli che per secoli avevano condiviso monarchie sovranazionali improvvisamente pretendevano frontiere, bandiere, eserciti, parlamenti.
La parola d’ordine era diventata autodeterminazione.
Ma, come spesso accade nella storia delle relazioni internazionali, i princìpi sono limpidi soltanto finché non devono essere applicati sulla carta geografica.
Perché le popolazioni non vivono ordinate come colori distinti su un atlante. Si sovrappongono e si intrecciano.
Condividono città, porti, commerci, memorie, cimiteri.
E Fiume era esattamente questo: una città di frontiera e, proprio per questo, una città di molte frontiere: adriatica, mitteleuropea e mediterranea.
Italiana nella sua componente urbana e nella sua cultura civile, inserita per secoli nell’universo asburgico, circondata da un retroterra slavo e proiettata, attraverso il porto, verso il mondo.
Una città che non era periferia, era una porta.
Ed è forse per questo che la sua vicenda finì per assumere un significato enormemente superiore alle sue dimensioni territoriali.
Il 30 ottobre 1918 il Consiglio nazionale italiano di Fiume aveva proclamato la volontà della città di unirsi all’Italia; la stessa Carta del Carnaro avrebbe successivamente posto quella dichiarazione all’origine della legittimazione politica della Reggenza.
Qui si colloca una distinzione fondamentale: D’Annunzio non inventò la questione fiumana. La esasperò, la trasformò, la teatralizzò, la rese internazionale, certamente. Ma non la inventò.
Quando il Poeta partì verso Fiume, la città aveva già espresso attraverso le proprie istituzioni rappresentative una forte volontà annessionista.
È un dato essenziale, perché permette di sottrarre la vicenda a una lettura tanto comoda quanto semplicistica: quella di Fiume come mero capriccio territoriale di un poeta in uniforme.
La realtà fu enormemente più complessa. E poi arrivò lui.  Gabriele D’Annunzio.
Poeta, romanziere, drammaturgo, esteta. Ma anche soldato. Aviatore, decorato, combattente.
Un uomo che aveva trasformato la propria stessa esistenza in un’opera d’arte e che, dopo aver attraversato la Grande Guerra come protagonista, sembrava incapace di ritornare alla banalità ordinaria della pace.
D’Annunzio comprese qualcosa che molti politici del suo tempo non avevano ancora compreso: nel Novecento la politica avrebbe avuto bisogno non soltanto di programmi, ma di simboli.
Non soltanto di amministrazione, ma di liturgie; non soltanto di ragione, ma di emozione.
A Fiume ogni gesto diventava rito. Ogni parola motto. Ogni cerimonia rappresentazione. Ogni balcone palcoscenico. Ogni uniforme segno d’appartenenza.
Fu un’intuizione enorme, e anche pericolosa.
Altri, pochi anni dopo, avrebbero imparato molto bene, troppo bene, quella lezione.
Ed è proprio qui che occorre sgombrare il terreno da uno degli equivoci più persistenti della storiografia divulgativa: Fiume non può essere semplicemente identificata con il fascismo.
Vi furono elementi che il fascismo avrebbe ripreso, assimilato e trasformato: la liturgia delle adunate, il culto dell’azione, alcuni linguaggi dell’arditismo, i motti, la teatralità della politica e il rapporto carismatico fra capo e folla.
Negarlo sarebbe sciocco.
Ma altrettanto sciocco sarebbe compiere l’operazione inversa e leggere ogni fenomeno fiumano alla luce di ciò che sarebbe accaduto dopo.
A Fiume si incontrarono nazionalisti e sindacalisti rivoluzionari, monarchici e repubblicani, reduci, futuristi, avventurieri, idealisti, socialisti interventisti, irredentisti, militari e uomini che difficilmente avrebbero trovato posto dentro una sola delle future categorie politiche. Un caleidoscopio.
A tratti sublime. A tratti caotico. Talvolta violento. Ma straordinariamente vitale.
La stessa figura di Alceste De Ambris, principale artefice dell’originario progetto costituzionale, impedisce di ridurre la Carta a un documento protofascista. Sindacalista rivoluzionario, De Ambris sarebbe infatti divenuto avversario del fascismo e avrebbe trascorso in Francia gli anni della dittatura.
Ed è precisamente nell’incontro fra De Ambris e D’Annunzio che accadde qualcosa di difficilmente ripetibile.
Il primo fornì l’architettura. Il secondo vi fece entrare la luce.
Uno costruì l’edificio giuridico. L’altro volle che quell’edificio avesse anche musica, colore, marmo, voce e anima.
Leggere oggi la Carta del Carnaro produce un effetto singolare.
Alcune disposizioni ci appaiono irrimediabilmente legate all’inquieto laboratorio politico del primo dopoguerra.
Altre risultano utopistiche, altre ancora discutibili.
Ma ve ne sono alcune che costringono il lettore contemporaneo a fermarsi. Perché siamo nel 1920.
In Italia le donne non votavano ancora alle elezioni politiche. Lo Stato sociale moderno era lontanissimo dall’essere compiuto.
Le Costituzioni europee stavano appena iniziando ad affrontare sistematicamente la questione dei diritti sociali.
Eppure, nella piccola Fiume, si parlava di uomini e donne come cittadini, di lavoro, di istruzione, di assistenza in caso di infermità e disoccupazione, di pensione per la vecchiaia, di garanzie contro gli abusi del potere, di libertà civili e di funzione sociale della proprietà.
Non dobbiamo commettere l’errore, molto contemporaneo, di cercare nel 1920 una Costituzione del 2026. Sarebbe ridicolo.
Ma dobbiamo compiere l’operazione opposta: leggere quelle norme con gli occhi di un uomo del 1920.
Ed allora la loro audacia appare evidente.
La proprietà privata, ad esempio, non viene concepita quale diritto assoluto e impermeabile alla comunità. La Carta la lega alla sua funzione sociale.
È un’espressione che il giurista italiano contemporaneo conosce molto bene, perché concetti analoghi avrebbero trovato spazio, quasi trent’anni più tardi, nella Costituzione repubblicana.
Ciò non significa — sarebbe storicamente grossolano sostenerlo — che la nostra Costituzione discenda dalla Carta del Carnaro.
Significa però che quest’ultima apparteneva a quella grande stagione europea nella quale il costituzionalismo stava cominciando a interrogarsi sul superamento dello Stato liberale ottocentesco e sulla necessità di coniugare libertà formale e giustizia sociale.
Ed ancora il lavoro. Non una materia residuale. Non soltanto un rapporto economico: il lavoro diviene elemento fondativo della comunità politica.
Questa attenzione non nasce certamente dal nulla. Porta l’impronta chiarissima del sindacalismo rivoluzionario di De Ambris e dell’enorme questione sociale che attraversava l’Europa appena uscita dalla guerra.
Ma D’Annunzio la trasfigura.
L’economia, nella Carta, non è sufficiente a spiegare l’uomo. L’uomo produce, certamente, ma deve anche elevarsi.
Ed ecco allora apparire una delle caratteristiche più straordinarie del testo: la bellezza.
Provate per un istante a pensare alle Costituzioni che conoscete.
Sono testi solenni, talvolta magnifici, ma sono – giustamente – testi normativi.
Stabiliscono competenze, distribuiscono poteri, fissano limiti e definiscono diritti.
La Carta del Carnaro fa anche questo, per quanto attraverso un ordinamento istituzionale figlio della sua epoca e delle peculiari idee dei suoi autori.
Ma poi pretende qualcosa di più.
Pretende che lo Stato si occupi della formazione estetica della propria comunità.
Dell’architettura. dell’educazione, della cultura. E, soprattutto, della musica.
La parte finale della Carta proclama la musica istituzione insieme sociale e religiosa.
Non un passatempo, dunque, non un lusso destinato alle classi agiate, non il gradevole sottofondo di una società ben amministrata, ma un elemento costitutivo della comunità.
Qui il giurista si ferma e comincia il poeta.
Perché quale altro testo costituzionale avrebbe potuto concepire lo Stato come un luogo nel quale il cittadino non debba soltanto essere libero, istruito, tutelato e produttivo, ma debba anche essere educato all’armonia?
È un’idea probabilmente impraticabile, forse persino ingenua. Ma è bellissima.
Ed è proprio qui che Fiume diventa qualcosa di più di una controversia diplomatica: diventa un’idea dell’uomo.
La politica moderna ci ha abituati a concepire la società come un insieme di interessi da contemperare, bisogni da soddisfare, conflitti da amministrare.
D’Annunzio pretendeva di più. Pretendeva entusiasmo, partecipazione, rito, bellezza.
Naturalmente il rischio di una simile concezione è enorme, perché quando la politica vuole impossessarsi completamente dell’anima dell’uomo può facilmente trasformarsi da poesia in oppressione.
La storia del Novecento ce lo avrebbe insegnato nel modo più sanguinoso possibile.
E tuttavia la domanda che Fiume ci consegna rimane.
Può una comunità politica vivere soltanto di procedure?
Può uno Stato sopravvivere se non possiede anche una propria narrazione condivisa, una propria memoria, alcuni simboli, un senso della propria continuità storica?
Io penso di no.
E forse è proprio questa la parte più attuale dell’esperienza fiumana.
Fiume, del resto, non voleva vivere soltanto per se stessa.
Tra le mille stranezze, intuizioni e contraddizioni dell’esperienza dannunziana vi fu anche l’idea di trasformare la città in un punto di riferimento per nazionalità e popoli che si ritenevano oppressi dai grandi assetti internazionali usciti dalla guerra.
Era un internazionalismo paradossale, nazionalista – certo – ma non necessariamente imperialista.
Fondato sull’idea che le Nazioni — intese come comunità di storia, cultura, lingua e destino — avessero diritto a esprimersi anche quando non coincidevano ancora con uno Stato.
In questo senso l’esperienza fiumana conteneva simultaneamente due pulsioni apparentemente opposte: un fortissimo sentimento italiano e una curiosità quasi universale verso le lotte nazionali altrui.
Un’altra contraddizione.
Ma Fiume vive di contraddizioni. È questa, forse, la sua cifra più autentica.
Era militare e libertaria, patriottica e rivoluzionaria, gerarchica e partecipativa, nazionale e internazionalista, romana e modernissima.
Impregnata di culto del passato e ossessionata dal futuro, austera nel sacrificio e sfrenata nella festa.
Una città nella quale si poteva marciare in uniforme al mattino e discutere di rivoluzione sociale la sera; parlare di Roma e contemporaneamente immaginare istituzioni che Roma liberale non avrebbe saputo concepire.
Era sostenibile? Probabilmente no.
Ma non tutti i grandi esperimenti della storia esistono per durare. Alcuni infatti esistono per lasciare domande.
La Reggenza avrebbe avuto vita brevissima.
Il Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920, concluso tra Italia e Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, previde la costituzione dello Stato libero di Fiume.
D’Annunzio rifiutò quella soluzione e lo scontro con il Governo italiano divenne inevitabile.
L’esperienza della Reggenza si concluse nel dicembre 1920, con il tragico Natale di sangue e l’intervento delle truppe regolari italiane; l’assetto fiumano sarebbe rimasto instabile sino alla definitiva soluzione diplomatica del 1924.
Anche questa conclusione merita di essere contemplata senza retorica.
Perché è terribile: italiani contro italiani.
Uomini che avevano combattuto nella stessa guerra, indossato uniformi simili, salutato lo stesso Tricolore e pronunciato la stessa parola — Patria — finirono per guardarsi attraverso le canne dei fucili.
Da una parte lo Stato. Dall’altra chi sosteneva di averlo disobbedito proprio per servirne più compiutamente la missione nazionale.
È uno dei grandi paradossi dell’intera vicenda.
E forse anche uno dei più dolorosi.
Alla fine prevalse lo Stato. Come probabilmente non avrebbe potuto essere altrimenti.
Perché nessuna comunità nazionale può sopravvivere a lungo se gruppi armati, per quanto animati da ideali elevati, possono autonomamente sostituire la propria concezione dell’interesse nazionale a quella delle istituzioni legittime.
Questo deve essere detto. Senza esitazioni.
Ma può essere detto senza per questo cancellare la grandezza umana, ideale e persino romantica di coloro che parteciparono all’impresa. La Storia non è un tribunale nel quale dobbiamo necessariamente assolvere o condannare i morti.
È un luogo nel quale dobbiamo cercare di comprenderli. E allora torniamo a questo 8 settembre, torniamo a Fiume.
Immaginiamola per un momento come doveva apparire allora: il mare del Carnaro, le montagne alle spalle, il porto, le navi, le uniformi, le bandiere, le insegne, i legionari arrivati da ogni parte d’Italia.
Gli abitanti della città che continuavano, nonostante tutto, a lavorare, commerciare, innamorarsi, litigare e crescere figli dentro un esperimento politico che il resto d’Europa osservava con inquietudine.
E sopra tutto questo, la parola. La parola dannunziana, ridondante, magnificente, talvolta persino estenuante, ma capace di trasformare una piazza in un teatro e una disposizione amministrativa in una proclamazione.
A più di un secolo di distanza possiamo sorridere di quella retorica. Noi, uomini del XXI secolo, siamo diventati prudenti, disincantati, ironici.
Abbiamo quasi paura delle parole troppo grandi. Patria. Onore. Bellezza. Sacrificio. Destino. Comunità.
Le pronunciamo con cautela, come se potessero improvvisamente esploderci fra le mani, e  forse abbiamo qualche buona ragione per farlo.
Il Novecento ci ha insegnato quanto possano essere pericolose le parole quando diventano strumenti di fanatismo. Ma vi è anche il rischio opposto.
Quello di costruire una società incapace di pronunciare qualsiasi parola che superi l’individuo. Una società amministrata perfettamente, eppure spiritualmente muta.
La Carta del Carnaro, con tutte le sue ingenuità, i suoi eccessi, le sue contraddizioni e le sue disposizioni irrimediabilmente consegnate al proprio tempo, ci ricorda invece che vi fu un momento nel quale qualcuno osò immaginare che una Costituzione potesse parlare contemporaneamente di istituzioni e musica, di lavoro e bellezza, di diritti e architettura.
È difficile non esserne affascinati.
Nel mio precedente articolo dedicato al centenario della Carta invitavo a leggere Fiume, D’Annunzio e la sua Costituzione.
A sei anni di distanza quell’invito mi sembra, se possibile, ancora più necessario.
Perché il tempo presente ha un rapporto sempre più difficile con la complessità. Pretende etichette.
Vuole sapere immediatamente se qualcosa appartenga al bene o al male, alla destra o alla sinistra, alla democrazia o all’autoritarismo.
Fiume sfugge a tutto questo, ed è forse proprio per questo che continua ad affascinare.
Chi voglia farne semplicemente l’anticamera del fascismo troverà elementi che confermano la propria tesi e molti altri che la contraddicono.
Chi voglia trasformarla in una comune libertaria troverà altrettante conferme e altrettante smentite.
Chi la consideri soltanto una rivendicazione nazionalista dimenticherà la Carta.
Chi guardi soltanto alla Carta dimenticherà gli arditi, le armi, le occupazioni e la violenza.
Fiume non si lascia addomesticare.
Non vuole entrare nei nostri piccoli cassetti ideologici.
Rimane lì. Scomoda, magnifica, contraddittoria.
Come tutte le vicende storiche veramente vive.
Oggi Fiume si chiama Rijeka ed è parte della Repubblica di Croazia. La Croazia e l’Italia appartengono entrambe all’Unione europea.
Le frontiere che un tempo dividevano eserciti e popoli sono oggi attraversate quotidianamente da cittadini europei, ed è bene che sia così.
Ricordare Fiume italiana non significa coltivare impossibili revanscismi territoriali.
Non significa contestare l’ordine europeo contemporaneo né alimentare ostilità verso la Croazia o verso i popoli dell’Adriatico orientale.
Al contrario: soltanto chi conosce la propria storia può incontrare serenamente quella degli altri.
La memoria non è vendetta né rancore, è identità.
Ed una identità adulta non ha bisogno di cancellare quella altrui per affermare se stessa.
Fiume appartiene oggi, come detto, alla Croazia. Ma anche alla storia d’Italia.
Le due affermazioni non si escludono.
È proprio l’Europa, se vuole essere qualcosa di più di un mercato, che dovrebbe saper custodire queste stratificazioni.
Perché l’Europa autentica non è quella che cancella le identità per evitare i conflitti.
È quella che rende possibile conservarle senza tornare a combattere.
E dunque, in questo 8 settembre, mentre la memoria nazionale corre inevitabilmente verso un altro 8 settembre, quello tragico del 1943, concediamoci il diritto di ricordarne anche un altro.
Quello di Fiume, della Reggenza, della Carta del Carnaro.
Ricordiamo Alceste De Ambris, il sindacalista rivoluzionario che ne costruì l’ossatura.
Ricordiamo Gabriele D’Annunzio, il poeta-soldato che la rivestì di un linguaggio che nessun costituzionalista avrebbe osato adoperare.
Ricordiamo i legionari. Ma ricordiamo anche i fiumani.
Gli uomini e le donne di una città che, per un brevissimo momento della storia europea, si ritrovò al centro del mondo.
E soprattutto torniamo a leggere quella Carta. Non per copiarla né per per mitizzarla.
Non per trasformare un’esperienza irripetibile in un programma politico contemporaneo.
Leggiamola perché vi troveremo il documento di un’epoca nella quale, fra le macerie di una guerra terribile, alcuni uomini ebbero ancora l’audacia di credere che il futuro potesse essere costruito.
E che potesse essere costruito più bello del presente.
Forse fu un’illusione. Forse Fiume fu, in fondo, soprattutto questo: una magnifica illusione italiana affacciata sull’Adriatico.
Ma esistono illusioni che durano una stagione ed idee che sopravvivono per un secolo.
Le istituzioni della Reggenza scomparvero, i legionari partirono, le bandiere furono ammainate.
Le frontiere cambiarono ancora, e poi ancora e persino il nome della città cambiò.
Eppure qualcosa è rimasto. Il ricordo di uomini che provarono — temerariamente, contraddittoriamente, forse impossibilmente — a trasformare la politica in poesia e la poesia in legge.
E mentre il sole di settembre continua, dopo più di un secolo, a riflettersi sulle acque del Carnaro, piace immaginare che tra il rumore del porto e il vento che scende verso il mare sopravviva ancora, quasi impercettibile, l’eco di quella stagione.
Un’eco lontana, italianissima, inquieta.
Talmente inquieta che c’è ancora chi domanda: Quis contra nos?

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