Il caso dei droni esplosivi di Lipsia riapre il dossier della guerra ibrida attribuita a Mosca.
Sabotaggi, cyberattacchi e operazioni clandestine stanno spostando il confronto con la Russia in una zona grigia nella quale diventa sempre più difficile distinguere la pace dalla guerra.
Per anni abbiamo immaginato la guerra ibrida come qualcosa di relativamente astratto. Hacker che penetrano nelle reti informatiche. Campagne di disinformazione. Operazioni di intelligence. Interferenze politiche difficili da dimostrare e ancora più difficili da attribuire. Poi arriva un drone con dell’esplosivo in un aeroporto europeo.
Il caso di Lipsia cambia immediatamente la prospettiva. Non perché sia già possibile stabilire tutte le responsabilità — le accuse delle autorità tedesche devono essere distinte dagli accertamenti giudiziari definitivi — ma perché porta il confronto tra Russia ed Europa dentro uno spazio nuovo. Un aeroporto civile.
Berlino ritiene che dietro il tentato attacco allo scalo tedesco ci sia Mosca e inserisce l’episodio in una sequenza più ampia di operazioni ostili. La stampa tedesca e quella italiana hanno utilizzato negli ultimi giorni parole che fino a qualche tempo fa sarebbero sembrate eccessive: sabotaggio, attacco ibrido, guerra.
Wolfgang Ischinger, già presidente della Conferenza sulla sicurezza di Monaco e una delle figure più autorevoli della diplomazia tedesca, è andato ancora oltre: ha definito quanto accaduto a Lipsia un “atto di guerra”, parlando di un salto di qualità nelle minacce provenienti dal Cremlino.
È probabilmente questo il punto dal quale partire per capire cosa sta accadendo.
Una guerra senza dichiarazione di guerra
La guerra ibrida funziona perché confonde le categorie. Non richiede carri armati che attraversano una frontiera né missili lanciati contro una capitale. Può essere combattuta attraverso sabotaggi, cyberattacchi, campagne di disinformazione, operazioni clandestine e attività di intelligence.
Sulla stampa italiana di questi giorni, si parla di un’ondata di “sabotaggi e incursioni cyber” che avrebbe contribuito a cambiare profondamente la percezione tedesca della Russia.
Il vantaggio per chi conduce queste operazioni è evidente: provocare danni, aumentare l’insicurezza e costringere l’avversario a spendere risorse senza assumersi apertamente la responsabilità di un’aggressione. La zona grigia è parte dell’arma.
Se un missile russo colpisse deliberatamente un aeroporto tedesco, il quadro politico sarebbe immediatamente comprensibile. Se nello stesso aeroporto viene trovato un drone esplosivo e l’operazione è stata eventualmente organizzata attraverso intermediari, cellule clandestine o persone reclutate per singole missioni, l’attribuzione diventa infinitamente più complicata.
Ed è proprio questa ambiguità a rendere difficile la risposta europea.
Perché Lipsia è diversa
L’indagine tedesca ha individuato due sospettati, descritti dalla stampa come un cittadino russo e uno bielorusso. Uno avrebbe avuto un visto italiano.
È un particolare apparentemente secondario che mostra invece quanto sia europea la questione.
Una persona può entrare nello spazio Schengen attraverso un Paese, attraversarne altri e operare in Germania. Le reti clandestine non rispettano i confini amministrativi dei servizi di sicurezza nazionali.
Lipsia introduce soprattutto un secondo elemento. L’obiettivo è un’infrastruttura civile.
Aeroporti, porti, ferrovie, reti energetiche e telecomunicazioni sono il sistema nervoso delle società europee. Colpirli significa ottenere conseguenze molto superiori al danno materiale provocato da un singolo sabotaggio.
Un aeroporto bloccato produce ritardi, interrompe le catene logistiche, genera costi economici e soprattutto diffonde insicurezza.
La popolazione deve iniziare a chiedersi se prendere un aereo sia sicuro. Le aziende devono interrogarsi sull’affidabilità dei collegamenti. I governi sono costretti a moltiplicare controlli e investimenti.
È il principio fondamentale della guerra ibrida: ottenere un effetto strategico attraverso un’azione tattica relativamente limitata.
La Germania ha cambiato idea sulla Russia
La trasformazione più interessante riguarda però Berlino. Per decenni la Germania è stata il Paese europeo che più di altri aveva investito nella possibilità di costruire con Mosca un rapporto fondato sull’interdipendenza economica.
L’energia era una componente fondamentale di quel sistema, ma dietro esisteva una convinzione politica più profonda: commercio, cooperazione e interessi comuni avrebbero progressivamente ridotto il rischio di confronto.
Quella stagione sembra definitivamente terminata.
La Russia non viene più osservata soltanto attraverso il prisma della guerra in Ucraina. Sta diventando un problema di sicurezza interna europea. È un cambiamento molto più importante di quanto possa sembrare.
Significa che il dossier russo passa progressivamente dai ministeri degli Esteri agli apparati di sicurezza, ai servizi di intelligence, alle strutture di cyberdifesa e agli organismi incaricati di proteggere aeroporti, reti energetiche e telecomunicazioni.
La distinzione tra politica estera e sicurezza nazionale si assottiglia.
Il problema delle prove
C’è però un ostacolo che accompagnerà inevitabilmente l’Europa nei prossimi anni: l’attribuzione.
I media su questo caso riportano con grande evidenza l’accusa tedesca contro Mosca. In Italia Repubblica titola «La guerra di Putin all’Europa» e riassume la posizione di Berlino con una frase altrettanto netta: “Siamo sotto attacco ibrido”.
Un’accusa politica, tuttavia, non equivale automaticamente a una responsabilità giudiziariamente accertata.
Ed è esattamente qui che la guerra ibrida trova uno dei suoi principali spazi operativi.
Gli Stati democratici devono produrre prove, individuare responsabilità, ricostruire catene di comando. Devono convincere alleati e opinione pubblica.
Chi organizza un’operazione clandestina ha invece interesse a spezzare quella catena.
L’esecutore materiale non deve necessariamente conoscere il mandante finale. Possono esistere intermediari. Le comunicazioni possono essere occultate. Il finanziamento può seguire percorsi difficili da ricostruire.
Nasce così un’asimmetria pericolosa: l’attacco può essere rapido, la risposta inevitabilmente lenta.
Quanto può tollerare l’Europa?
È questa la domanda politica destinata a diventare centrale. Perché la risposta non può essere semplicemente militare.
Se ogni cyberattacco, sabotaggio o operazione clandestina producesse automaticamente una reazione armata, l’Europa entrerebbe in una spirale di escalation estremamente pericolosa con una potenza nucleare.
Ma esiste anche il problema opposto.
Una risposta sistematicamente debole potrebbe convincere l’avversario che esiste uno spazio praticamente illimitato nel quale operare senza conseguenze significative. Il confine tra prudenza e deterrenza diventa sottilissimo.
La guerra ibrida viene definita come una “coperta” estendibile senza confini. Dentro quella coperta possono finire attività molto diverse tra loro. Ed è proprio questa elasticità che rischia di trasformarsi nel problema strategico europeo dei prossimi anni.
La questione che nessuno vuole affrontare: l’Articolo 5
Prima o poi arriverà anche questa domanda. Quando un’operazione ibrida diventa un’aggressione?
Non esiste una risposta automatica. Un sabotaggio isolato non determina necessariamente una risposta militare della NATO. Ma immaginiamo uno scenario diverso: un attentato contro un aeroporto provoca decine di vittime. Oppure un cyberattacco paralizza per giorni la rete elettrica di un Paese europeo. O ancora viene colpita un’infrastruttura strategica fondamentale. A quel punto stabilire dove termini il sabotaggio e dove inizi l’aggressione diventerebbe molto più difficile. È probabilmente questa la vera partita della deterrenza. L’obiettivo europeo deve essere impedire che l’ambiguità venga interpretata come impunità.
L’Europa dovrà imparare a difendersi diversamente
La risposta passa innanzitutto dalla cooperazione. Il dettaglio del visto italiano attribuito a uno dei sospettati di Lipsia dimostra quanto sia difficile affrontare il problema attraverso strutture esclusivamente nazionali.
Servono intelligence condivisa, maggiore capacità di controspionaggio e sistemi più rapidi per identificare persone, finanziamenti e reti operative.
Poi c’è la protezione delle infrastrutture. Per decenni abbiamo costruito aeroporti, reti energetiche, telecomunicazioni e sistemi digitali pensando soprattutto all’efficienza. La sicurezza dovrà pesare molto di più. Questo avrà un costo.
Più controlli negli aeroporti. Maggiori investimenti nella cyberdifesa. Protezione fisica delle infrastrutture. Sistemi ridondanti nelle telecomunicazioni. Rafforzamento degli apparati di intelligence.
La guerra ibrida impone una sorta di tassa invisibile alle società che ne diventano bersaglio.
Il vero obiettivo potrebbe essere la nostra percezione
C’è infine un elemento che rischiamo di sottovalutare. Un’operazione ibrida non deve necessariamente distruggere qualcosa per avere successo.
Può bastare convincere milioni di europei che le loro infrastrutture siano vulnerabili, che i governi non riescano a proteggerle e che il confronto con la Russia comporti costi crescenti.
La paura diventa così parte dell’operazione. Per questo la risposta europea dovrà evitare due errori opposti: minimizzare gli episodi oppure amplificarli fino a produrre involontariamente l’effetto psicologico ricercato dall’attaccante.
Servono informazioni credibili, attribuzioni fondate e una comunicazione istituzionale capace di distinguere ciò che sappiamo da ciò che sospettiamo.
