La nuova frontiera del petrolio

Mentre la guerra con l’Iran mette sotto pressione uno dei principali corridoi energetici mondiali, Washington guarda verso il Paese che possiede le maggiori riserve petrolifere del pianeta: il Venezuela. Lo stato sudamericano dispone oltre 300 miliardi di barili di riserve provate, e l’accordo appena raggiunto con gli USA ne mette al centro oltre 65 miliardi, quasi un quinto del totale. Una quantità superiore alle circa 46 miliardi di riserve provate di greggio degli stessi Stati Uniti. Trump ha definito l’intesa come il più grande accordo petrolifero nella storia mondiale, promettendo di aumentare le riserve statunitensi e abbassare il prezzo della benzina. Ma dietro la tipica retorica presidenziale c’è una struttura molto più complessa. I 65 miliardi di barili corrispondono a 17 giacimenti che Caracas ha concesso per un periodo di 100 anni a North American Blue Energy Partners, NABEP, la società privata guidata dall’imprenditore venezuelano Alejandro Betancourt, che rappresenta uno dei personaggi più controversi della nuova stagione post-Maduro: il suo passato nell’industria venezuelana e i rapporti con il potere chavista hanno attirato negli anni l’attenzione di autorità statunitensi ed europee. Non è mai stato formalmente incriminato e respinge le accuse di illeciti, ma la sua centralità nell’accordo alimenta interrogativi sulla scelta di affidare a un imprenditore privato un ruolo tanto rilevante nella nuova architettura energetica del Paese.

Washington non si limiterebbe infatti a favorire l’ingresso di compagnie statunitensi nel settore venezuelano, ma ne diventa direttamente investitore. Il Dipartimento della Difesa avrà il diritto a una partecipazione del 35% in NABEP, mentre il Dipartimento di Stato potrà acquistare a prezzo di costo il 20% della produzione e avrà un diritto di prelazione sul resto. Il consiglio di amministrazione sarà inoltre a maggioranza statunitense e Washington potrà esercitare un veto sulle nomine. Alcuni dei giacimenti interessati erano precedentemente gestiti da società cinesi e russe, tra cui China Concord Resources, Sinopec e CNPC. La nuova intesa sottrae dunque spazio agli operatori di Pechino e Mosca e inserisce una parte significativa dell’industria venezuelana dentro una struttura legata direttamente agli interessi statunitensi. Il petrolio diventa così anche una leva nella competizione per l’influenza sull’emisfero occidentale.

L’industria venezuelana arriva a questo fondamentale appuntamento dopo anni di investimenti manchevoli, manutenzione insufficiente e deterioramento delle infrastrutture. Riattivare pozzi, oleodotti, terminali e impianti di lavorazione richiederà tempo e capitali. Anche l’obiettivo di aumentare rapidamente la produzione appare quindi difficile. Ma è proprio qui che entra in gioco la crisi internazionale: attraverso lo Stretto di Hormuz transitava circa un quinto dei consumi petroliferi mondiali, mentre le scorte della Strategic Petroleum Reserve americana sono scese a livelli che non si vedevano dagli anni Ottanta. In questo contesto, assicurarsi una fonte energetica stabile nell’emisfero occidentale assume per Washington un valore che va ben oltre la semplice convenienza economica: il Venezuela può quindi diventare contemporaneamente una riserva di emergenza, una fonte di greggio per il mercato USA e uno strumento per ridurre la presenza di potenze rivali nel continente. Ma la promessa di benzina più economica dovrà fare i conti con tempi di produzione lunghi, infrastrutture da ricostruire e un accordo i cui dettagli sono ancora fumosi.

Ma quante di queste risorse frutteranno effettivamente al Venezuela? Delcy Rodríguez parla di un accordo della durata di 25 anni e di oltre 100 miliardi di dollari di investimenti, mentre la Casa Bianca descrive concessioni secolari su 17 giacimenti. Le versioni non coincidono perfettamente ed è una discrepanza tutt’altro che secondaria. Sarà fondamentale capire chi controllerà le infrastrutture, chi deciderà dove finirà il petrolio e chi incasserà la ricchezza prodotta, perché il Venezuela, con le sue immense riserve, rischia di non poter usufruire di queste potenzialità economiche, avvantaggiando gli USA.

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