«Il rischio è che, nel tempo, diventeremo inesorabilmente meno prosperi, meno eguali, meno sicuri e, di conseguenza, meno liberi di decidere del nostro destino». Con questa diagnosi, pronunciata alla Commissione europea nel settembre 2024, Mario Draghi suonava la sveglia a un blocco continentale scivolato in un ritardo strutturale rispetto ai colossi d’oltremare. A quasi due anni da quello storico banco di prova dell’Unione Europea, la stasi istituzionale di Bruxelles ha spinto l’ex presidente della BCE a trasformare il monito in un’azione strategica sul campo: nasce così il Rhine Group.
Il progetto unisce la rigorosa analisi macroeconomica dell’ex premier italiano al dinamismo operativo di Patrick Collison, quarantenne irlandese alla guida di Stripe, colosso dei pagamenti digitali. Un laboratorio d’azione privato, indipendente e con sede a Ginevra, concepito con un obiettivo preciso: scavalcare l’inerzia normativa dei ventisette Paesi membri e dare gambe a quelle riforme della competitività rimaste finora impantanate.
I dati che sostengono l’iniziativa documentano un divario industriale oramai sistemico. Delle cinquanta società tecnologiche più capitalizzate al mondo, soltanto quattro battono bandiera europea. Negli ultimi cinquant’anni l’Unione non ha saputo originare una singola impresa partita da zero capace di superare i cento miliardi di euro di valore di mercato; nello stesso arco temporale, l’ecosistema statunitense ne ha create sei oltre quota mille miliardi. Il ritardo negli investimenti privati in ricerca e sviluppo tocca i 270 miliardi di euro l’anno rispetto agli USA, penalizzato da un tessuto industriale bloccato dagli stessi attori del comparto automobilistico di vent’anni fa.
A guidare l’operatività quotidiana del Rhine Group c’è l’economista spagnolo Luis Garicano, docente alla London School of Economics ed ex eurodeputato. Il comitato direttivo affianca ai vertici del settore tech — dai fondatori di Shopify (Tobi Lütke) e Skype (Niklas Zennström) — i direttori di testate come The Economist e Le Monde. La presenza italiana si muove lungo l’asse tra finanza, accademia e istituzioni: l’ex ministro Vittorio Colao lavora assieme agli economisti della Bocconi Francesco Giavazzi e Francesco Decarolis, alla docente Lucrezia Reichlin e ad Andrea Pignataro, alla guida del gruppo fintech ION.
Il punto chiave del piano risiede nella scelta di ribaltare il metodo di produzione normativa dell’Unione. Tradizionalmente, le raccomandazioni di un rapporto si trasformano in direttive dopo lunghi passaggi negoziali a Bruxelles, dove il principio dell’unanimità o le trattative sui veti incrociati finiscono per svuotare di efficacia i testi finali. Un’analisi dello European Policy Innovation Council citata dal Financial Times ha certificato che, a fronte di oltre 170 interventi proposti nel 2024 da Draghi, solo il 15,7% ha trovato piena attuazione da parte delle istituzioni comunitarie, mentre il resto è rimasto confinato a dichiarazioni di intenti.
Il Rhine Group scavalca la lentezza burocratica proponendo pacchetti legislativi “chiavi in mano”, già redatti sotto forma di articolati di legge definiti nei minimi dettagli tecnici. Tali testi non attendono il consenso di tutti i ventisette Stati membri, ma sono concepiti per essere adottati immediatamente attraverso la cooperazione rafforzata o accordi bilaterali tra le nazioni disposte a procedere senza indugi. Si applica così l’idea di un’integrazione a velocità differenziate, in cui un nucleo di Paesi “volenterosi” recepisce direttamente le norme nei propri ordinamenti nazionali o tramite trattati dedicati, creando un perimetro normativo omogeneo (dal regime per le start-up ad alta crescita al mercato dei capitali) senza dover attendere chi blocca il processo a Bruxelles.
La scommessa finanziaria rimane tuttavia l’ostacolo più alto da superare. Le stime elaborate nel rapporto Draghi indicano la necessità di mobilitare dai 750 agli 800 miliardi di euro all’anno di investimenti aggiuntivi per sostenere la transizione e l’innovazione del continente. Si tratta di una mobilitazione di capitale pari al doppio di quanto distribuito complessivamente dal Piano Marshall nel secondo dopoguerra. Senza la rapida creazione di un mercato unico dei capitali e senza strumenti di debito comune destinati alle tecnologie strategiche, il rischio ventilato dai fondatori del Rhine Group è che la stagnazione economica finisca per smantellare i pilastri stessi dei singoli Stati: sanità, pensioni e sicurezza.
