Per decenni il Canada ha costruito la propria prosperità sulla stretta integrazione con gli Stati Uniti. Un rapporto economico senza eguali, fondato sulla complementarità delle economie e su una frontiera che, per lungo tempo, sembrava aver perso gran parte della propria rilevanza strategica. Oggi, però, quella certezza è venuta meno. Il 22 agosto il primo ministro canadese Mark Carney ha annunciato la sospensione dei negoziati commerciali con Washington, dopo aver giudicato come “ingiuste” le ultime proposte americane. Pochi giorni prima erano entrati in vigore dazi statunitensi del 50% su circa 20 miliardi di dollari di prodotti canadesi. Ottawa ha quindi annunciato una risposta equivalente, destinata a colpire diversi settori dell’economia statunitense a partire dall’8 settembre.
La rottura non rappresenta però, nelle prospettive canadesi, la fine del rapporto con Washington. Carney ha ribadito che il Canada rimane interessato a un accordo commerciale equo con gli Stati Uniti. Il problema, per il governo, è però un altro: non poter più considerare il mercato statunitense come una certezza sulla quale costruire il futuro del Paese. Secondo Carney, l’epoca di una progressiva integrazione economica tra i due Paesi è ormai terminata e l’interdipendenza può essere utilizzata da Washington come strumento di pressione. La risposta canadese non è dunque il distacco dagli Stati Uniti, economicamente irrealistico, ma la costruzione di alternative. Diversificare, nelle parole del primo ministro, non è un piano B, ma è stato il piano A fin dall’inizio.
La scelta di Ottawa si è concretizzata anche sul fronte interno. Il governo canadese ha annunciato nuove misure di sostegno alle imprese e ai lavoratori colpiti dalla guerra commerciale, mentre Carney ha cercato di coinvolgere le forze politiche e i governi provinciali nella costruzione di una risposta comune. L’obiettivo è rafforzare la capacità del Paese di assorbire lo shock senza trasformare la contrapposizione con Washington in una crisi economica di lungo periodo. La diversificazione, del resto, non comincia con l’attuale scontro. Già nel 2025, la quota delle esportazioni canadesi dirette verso mercati differenti da quello statunitense ha raggiunto il livello più alto da oltre quarant’anni. Il Canada sta quindi cercando di accelerare una tendenza già iniziata, puntando anche sulle proprie risorse energetiche, sulle materie prime critiche e sulle industrie della difesa e dell’alta tecnologia.
Il principale interlocutore di questa nuova strategia potrebbe essere l’Unione Europea. Ottawa e Bruxelles dispongono già del CETA e negli ultimi anni hanno progressivamente ampliato la cooperazione commerciale e strategica. In autunno, ha annunciato Carney, inizieranno discussioni per costruire una partnership economica e di sicurezza molto più forte e profonda. Il primo ministro canadese sarà inoltre a Strasburgo a settembre, dove interverrà al Parlamento europeo. Il rapporto con Bruxelles non si limita però al commercio: sono stati rafforzati i rapporti con l’Europa anche sul piano della sicurezza ed è diventato il primo Paese non europeo a partecipare a SAFE, l’iniziativa dell’UE destinata a rafforzare la capacità industriale della difesa europea. Energia, materie prime, tecnologia e sicurezza diventano così altrettanti terreni sui quali poter costruire una rete di partnership alternativa a quella statunitense.
È proprio questo il punto centrale della strategia di Carney. Il Canada non sta scegliendo tra Stati Uniti ed Europa e non può realisticamente sostituire il mercato americano in tempi brevi. Circa il 70% delle sue esportazioni continua infatti a essere destinato agli USA. L’obiettivo è piuttosto ridurre una dipendenza che, nel nuovo contesto internazionale, sta portando non pochi grattacapi allo stato canadese.
La sfida sarà trasformare questa nuova consapevolezza in una strategia duratura: rendere il Canada abbastanza forte e diversificato da poter dire no a Washington, senza potersi permettere di rinunciarvi. Sarà una trasformazione lunga e costosa, e il suo esito tutt’altro che scontato. Potrà permettersi di ricercare una nuova forma di autonomia slegata dal gigante regionale?
