Intelligenza artificiale, Ricci: «Il vero rischio non è la scomparsa del lavoro, ma l’indebolimento delle competenze»

Nella società artificiale di naturale è rimasto ben poco. La Raining Street di Dubai è la dimostrazione più recente della capacità della macchine di riprodurre fenomeni naturali sicuri, come in questo caso la pioggia. Quello della replicabilità è un tema che preoccupa l’uomo, dotato di emozioni e pensiero critico, pensando di poter essere sostituito.
Così, l’ibridazione della realtà rende sempre più labile e manipolabile il confine tra vero e falso e la visione del futuro diventa una minaccia, anziché una promessa.

La corsa inarrestabile delle tecnologie e il tentativo umano di inseguirle costringe a vivere col fiato corto, chiamandoci a fare i conti con novità improvvise che trasformano il metodo e il modo di vivere e di lavorare. “L’IA è la causa della perdita di migliaia di posti di lavoro”, in Europa e nel mondo: quante volte lo avete letto, su qualche giornale, o sentito in qualche podcast? Quante altre volte, invece, hanno parlato delle nuove professioni legate all’IA e della necessità di un approccio diverso al lavoro?

Tommaso Maria Ricci, esperto di IA applicata al business, nell’intervista rilasciata a European Affairs, offre una visione complessiva del fenomeno superando rappresentazioni stereotipate e interpretazioni “apocalittiche”. Le frodi sintetiche, la realizzazione di contenuti falsi, ma ritenuti veri, sono i principali rischi attuali. Questi richiedono una risposta immediata delle istituzioni, che sappia incutere coraggio, non paura! Ecco qual è la sfida da vincere nell’immediato futuro.

Quale Paese del mondo ha capito, meglio e prima degli altri, che cos’è l’IA?

La Cina ha intuito per primo che l’IA sarebbe stata una questione di Stato e non solo di mercato. Con il New Generation AI Development Plan del luglio 2017, Pechino ha definito obiettivi precisi al 2020, al 2025 e al 2030, indicando apertamente l’ambizione di diventare il principale polo mondiale dell’innovazione nell’IA entro la fine del decennio. Non una dichiarazione di intenti, ma una strategia con scadenze e responsabilità definite. Gli Stati Uniti da parte loro hanno dimostrato che la loro leadership deriva da fattori diversi: un ecosistema capace di attrarre e finanziare innovazione su scala gigantesca, il controllo delle tecnologie chiave, dalla progettazione dei chip alle infrastrutture energetiche, e la capacità di concentrare i migliori ricercatori del settore. L’Europa, invece, ha guidato un’altra competizione: quella delle regole. L’AI Act rappresenta la prima disciplina organica al mondo sull’intelligenza artificiale e l’Italia è stata il primo Paese europeo a dotarsi di una normativa nazionale complementare. Tuttavia l’Europa sta definendo il quadro regolatorio di un settore nel quale non dispone né dei principali modelli di frontiera né di una filiera industriale comparabile a quella statunitense o cinese. Cos’è l’IA lo abbiamo capito un po’ tutti. Cosa farne è il punto; Stati Uniti e Cina hanno capito prima come trasformarla in potere economico e geopolitico. L’Europa, per ora, eccelle soprattutto nel definirne le regole.

Come spiegherebbe l’IA ad un bambino e ad una persona adulta?

A un bambino direi: immagina un compagno che ha letto quasi tutti i libri, visto milioni di immagini e ascoltato miliardi di conversazioni. Quando gli fai una domanda, lui prova a rispondere ricordando tutto ciò che ha visto e sentito. È bravissimo a trovare parole che stanno bene insieme e spesso dà l’impressione di sapere tutto. Però c’è una differenza importante: non sa davvero che cosa significhino le parole che usa. Non ha esperienze, non prova emozioni e non distingue, da solo, ciò che è vero da ciò che è falso. A un adulto direi che l’intelligenza artificiale è un sistema statistico estremamente sofisticato, addestrato su enormi quantità di dati per riconoscere schemi e generare la risposta più probabile. La sua apparente intelligenza deriva dalla straordinaria capacità di utilizzare il linguaggio umano, non dalla presenza di coscienza, comprensione o intenzionalità. La lezione, per i bambini come per gli adulti, è la stessa: l’IA può essere un aiuto prezioso, ma non sostituisce il giudizio umano. È uno strumento che amplifica le capacità di chi lo utilizza: nelle mani di chi sa valutare criticamente le risposte, aumenta conoscenza e produttività; nelle mani di chi si limita a fidarsi, può amplificare gli errori con la stessa efficacia con cui produce risultati corretti.

L’IA è percepita come l’arrivo di uno straniero che ci cambierà: in che modo governare il cambiamento senza subirlo?

La metafora dello straniero mi pare fuorviante, perché suggerisce che vi sia ancora la possibilità di decidere se accogliere o meno il cambiamento. L’intelligenza artificiale, invece, è già parte integrante della nostra quotidianità: nei telefoni che utilizziamo, nei motori di ricerca, nei sistemi di valutazione del credito, nei processi di selezione del personale e persino nell’organizzazione dei servizi sanitari. La questione non è più se adottarla, ma come governarla. Governare significa, anzitutto, definire con chiarezza gli ambiti nei quali la decisione umana deve rimanere obbligatoria e non delegabile. Significa, inoltre, investire nelle competenze delle istituzioni, perché nessuna amministrazione può esercitare un’effettiva funzione di controllo su tecnologie che non è in grado di comprendere e valutare. In questo quadro emerge una significativa contraddizione europea. Dal 2 agosto 2026 sono divenuti applicabili gli obblighi di trasparenza previsti dall’AI Act: informare gli utenti dell’interazione con sistemi artificiali, rendere identificabili i contenuti generati dall’IA, etichettare i deepfake. Sono misure importanti, ma riguardano soprattutto l’informazione dell’utente. Al tempo stesso, le regole sui sistemi ad alto rischio, cioè quelli utilizzati in ambiti come il lavoro, il credito, la sanità o l’accesso ai servizi pubblici, sono state rinviate a dicembre 2027. In altre parole, abbiamo dato priorità all’obbligo di dichiarare l’esistenza dell’intelligenza artificiale, ma abbiamo posticipato le garanzie per le applicazioni che possono incidere concretamente sui diritti e sulle opportunità delle persone. Per questo parlare di pieno governo del cambiamento mi sembra prematuro.

IA: quali sono i rischi reali e quali quelli immaginari a cui andiamo incontro?

I rischi più rilevanti non appartengono a scenari futuri e ipotetici. Sono concreti, misurabili e già in atto. Il più immediato è la frode sintetica. Negli Stati Uniti le perdite riconducibili a truffe basate su deepfake hanno raggiunto 1,1 miliardi di dollari nel 2025, dopo i 360 milioni registrati l’anno precedente, a conferma di una crescita che non può più essere considerata marginale. Emblematico è il caso di Arup a Hong Kong, dove un dipendente ha autorizzato trasferimenti per 25,6 milioni di dollari al termine di una videoconferenza nella quale tutti gli interlocutori, ad eccezione della vittima, erano stati generati artificialmente. Vi è poi il rischio dell’automazione acritica, forse il meno visibile e per questo il più insidioso. Sistemi che sbagliano raramente finiscono per essere percepiti come infallibili e vengono progressivamente sottratti a qualsiasi verifica sostanziale. Quando un algoritmo attribuisce un punteggio di affidabilità creditizia, seleziona candidati per una posizione lavorativa o supporta decisioni amministrative, il problema non è soltanto l’errore, ma la tendenza a considerarlo neutrale e incontestabile. Molta attenzione continua invece a essere riservata agli scenari più spettacolari: la macchina che acquisisce coscienza, la super-intelligenza fuori controllo, prospettive apocalittiche. Non perché tali rischi siano necessariamente impossibili, ma perché consentono di rinviare il confronto con una questione ben più urgente: chi risponde oggi quando un sistema automatizzato discrimina, esclude o sbaglia? È sulla responsabilità delle decisioni presenti, più che sulle paure del futuro remoto, che si misura la capacità delle istituzioni di governare l’innovazione tecnologica.

IA e il tema della manipolazione e della verità, completamente sfuggiti di mano, forse viviamo il tempo della società artificiale, se prova a guardarsi intorno di vero è rimasto poco, finanche l’estetica femminile è artificiale: è d’accordo? 

Non credo che l’intelligenza artificiale abbia inaugurato una “società artificiale”. La manipolazione della realtà esiste da molto prima dell’IA. La vera novità è che oggi può essere prodotta su scala industriale e a costi quasi nulli. Il cambiamento più profondo è economico: generare contenuti falsi ma credibili è diventato semplice ed economico, mentre verificarli continua a richiedere tempo, competenze e risorse. Quando il costo della menzogna crolla e quello della verifica resta elevato, la fiducia si indebolisce. Il rischio non è che le persone credano a tutto, ma che smettano di credere a qualsiasi cosa. La risposta non può essere né tecnologica né nostalgica. Servono regole sulla tracciabilità dei contenuti, obblighi di trasparenza e una nuova alfabetizzazione digitale. Per anni abbiamo insegnato a trovare informazioni; oggi dobbiamo insegnare a verificarle.

Si dice che la precarizzazione del mondo del lavoro sia causata dall’IA, secondo me è vero solo in parte: che ne pensa?

Attribuire all’intelligenza artificiale la responsabilità della precarizzazione del lavoro rischia di essere una semplificazione. Nella maggior parte dei casi, l’IA non crea criticità organizzative: le rende evidenti. Ciò non significa che il suo impatto sia irrilevante. Le attività maggiormente esposte all’automazione coincidono spesso con quelle attraverso cui si acquisiscono esperienza, competenze e capacità di giudizio. Se tali attività vengono automatizzate senza una revisione dei percorsi di formazione e crescita professionale, il rischio non è la riduzione dell’occupazione complessiva, ma il progressivo indebolimento del capitale umano. Uno studio dello Stanford Digital Economy Lab, Canaries in the Coal Mine, rileva una riduzione dell’occupazione di circa il 13% tra i lavoratori di età compresa fra i 22 e i 25 anni nelle professioni maggiormente esposte all’IA, mentre nella stessa fascia anagrafica le professioni meno esposte registrano una crescita. Il lavoro, nel suo complesso, non sta scomparendo. Si stanno progressivamente riducendo le attività che tradizionalmente rappresentavano il punto di accesso alle professioni. Ed è qui che si concentra il vero rischio: una società può automatizzare un compito, ma non può automatizzare la formazione dell’esperienza. Se vengono meno i passaggi attraverso cui si acquisiscono competenze, il problema non sarà la mancanza di lavoro, ma la mancanza di professionalità qualificate.

Scuola, PA… : quali sono i settori dove gli effetti saranno più rilevanti e in quali altri devastanti?

Non credo che gli effetti dell’intelligenza artificiale si concentreranno in un solo settore. Nella pubblica amministrazione esiste certamente un potenziale significativo, a condizione che l’automazione sia preceduta dalla digitalizzazione dei processi. Istruttorie, protocollo, ricerca normativa, controllo documentale e servizi al cittadino sono attività nelle quali l’IA può ridurre tempi e carichi amministrativi, lasciando alla persona la responsabilità della decisione finale. Effetti rilevanti si prospettano anche nella sanità, in particolare a supporto della diagnostica, e nell’industria, attraverso la manutenzione predittiva e l’analisi dei dati. Gli impatti più critici, tuttavia, non riguarderanno un settore specifico, ma una fascia trasversale del lavoro cognitivo di ingresso: assistenza clienti di primo livello, traduzioni standard, ricerca documentale, contenuti seriali e programmazione junior. È qui che emerge la questione più delicata. Le attività maggiormente esposte all’automazione coincidono spesso con quelle attraverso cui si acquisiscono esperienza, competenze e capacità di giudizio. Il rischio non è tanto la scomparsa del lavoro, quanto l’indebolimento dei percorsi che consentono di formare le professionalità del futuro. La scuola, da questo punto di vista, rappresenta il passaggio decisivo. Il problema non è che l’intelligenza artificiale svolga i compiti al posto degli studenti, ma che riduca lo sforzo cognitivo attraverso cui si sviluppano metodo, autonomia e pensiero critico. Vietarla sarebbe illusorio; insegnarne un uso consapevole, dopo aver consolidato le competenze fondamentali, è probabilmente la sfida educativa più importante dei prossimi anni. Da questa scelta dipenderà una parte significativa della qualità della futura classe dirigente.

L’urgenza di una nuova alfabetizzazione digitale è l’unica strada che può conciliare tradizione e innovazione, e ridurre il divario esistente tra i professionisti di oggi e di domani. La cosiddetta generation what, ma anche gli adulti, segnati da uno stato quotidiano di connessione continua e dalla costante percezione di precarietà, potrebbero, acquisendo competenze digitali, ridurre il gap esistente coi più preparati e sviluppare un’educazione critica all’uso inevitabile delle tecnologie e dell’IA, evitando di delegare la propria creatività. La consapevolezza che nessuno venga escluso dalla “transizione artificiale” in corso è l’unica luce che può illuminare il sentiero buio davanti a noi. L’idea di offrire spazi di partecipazione condivisa contribuirebbe a preservare quel protagonismo professionale che genera valore e che ci contraddistingue dalle macchine. Se è vero che la società tecnologica corre più veloce dell’uomo, e che nessuno può fermarla, è altrettanto vero che spetta all’uomo decidere che tipo di società costruire con l’innovazione, guidando la transizione anziché subirla.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Previous Story

Le micro-serie cinesi conquistano il pubblico globale: produzioni in quattro giorni e ricavi in forte crescita

Next Story

APEC, a Guangzhou la riunione ministeriale sulle piccole e medie imprese

GoUp