La scommessa di Trump: negoziare con la deterrenza

Per Donald Trump, anche la deterrenza può essere negoziata. È questo ciò che emerge dalla decisione di Washington di ridimensionare la partecipazione americana alle esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, cercando contemporaneamente di riportare Kim Jong Un al tavolo delle trattative.

La vicenda è cominciata il 17 agosto, quando USA e Corea del Sud hanno inaugurato Ulchi Freedom Shield, una delle principali esercitazioni tra gli alleati. Il programma, originariamente previsto fino al 27 agosto, avrebbe dovuto mettere alla prova la risposta congiunta a una guerra multidominio, includendo minacce come droni, attacchi cibernetici, guerra elettronica e interferenze GPS. Ma il calendario è cambiato rapidamente: su impulso statunitense, l’esercitazione è stata ridotta da undici a cinque giorni e una parte delle attività sul terreno è stata cancellata o trasformata in simulazioni. La decisione era stata annunciata ancora prima dell’avvio delle manovre. Trump aveva chiesto al Pentagono di ridurre sostanzialmente la partecipazione americana, indicando tra le ragioni il costo delle esercitazioni e il mancato coinvolgimento di Seoul nelle operazioni statunitensi contro l’Iran. Ma nella stessa motivazione era comparso un elemento destinato a pesare molto di più sul piano diplomatico: il presidente aveva richiamato il proprio, a sua detta, ottimo rapporto con Kim Jong Un.

L’esercitazione, quindi, non viene considerata come uno strumento per mantenere attiva l’alleanza: la sua dimensione, il calendario e persino la partecipazione statunitense possono essere modificati per produrre un effetto politico. Dopo il vertice del 2018, Trump aveva già definito le esercitazioni congiunte troppo costose e provocatorie, arrivando a sospenderne alcune. Oggi, però, il contesto è diverso: la Corea del Nord dispone di un programma nucleare più consolidato e ha rafforzato i rapporti con Russia e Cina. Trump vuole comunque riaprire il canale con Kim e, secondo quanto riportato da Reuters, punta a un nuovo incontro entro la fine dell’anno, con il vertice APEC di novembre in Cina tra le possibili occasioni.

È proprio qui che emerge il limite della strategia americana. Pyongyang non ha interpretato la riduzione delle esercitazioni come una svolta significativa. Kim Yo Jong ha sostenuto che diminuire durata e portata delle manovre non ne modifica la natura provocatoria. Allo stesso tempo, Pyongyang sembra voler lasciare aperto uno spazio per future trattative, ma su basi diverse da quelle del 2018: il regime punta al riconoscimento della propria condizione di potenza nucleare e chiede un cambiamento della politica statunitense, mentre Washington continua a indicare la denuclearizzazione come obiettivo. C’è poi una variabile che riguarda direttamente gli interessi americani: Seoul, che ha letto la riduzione delle manovre come un’apertura a Pyongyang. Il ministro degli Esteri Cho Hyun ha suggerito che questa scelta si leghi ai rapporti bilaterali, in particolare alle richieste di supporto contro l’Iran e ai controversi investimenti sudcoreani negli USA.

La penisola coreana diventa così il punto d’incontro di più interessi USA. Mentre Trump cerca di ridurre la tensione con Pyongyang, Washington deve preservare la credibilità dell’alleanza con Seoul e confrontarsi con una Cina che considera la sua presenza in Asia parte del problema. Non è un caso che la visita del ministro degli Esteri cinese Wang Yi a Seoul sia coincisa con questi sviluppi.

La questione, dunque, va oltre. Ciò che Washington sta sperimentando nella penisola coreana è una concezione della propria potenza nella quale la forza militare può essere modulata in funzione dell’obiettivo politico da raggiungere. È questa la scommessa di Trump: ridurre temporaneamente la pressione militare senza compromettere la credibilità statunitense, nella convinzione che una concessione possa creare le condizioni per un accordo. Ma esiste anche il rischio opposto. Se alleati e avversari comprendono che la postura degli USA può essere modificata per ottenere un vantaggio politico immediato, la domanda non sarà più soltanto quanto forte sia la deterrenza degli Stati Uniti, ma quanto sia determinante.

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