Le aziende italiane a caccia di hacker etici: stipendi fino a 100 mila euro

Nei prossimi cinque anni un’azienda italiana su cinque tra le piccole e medie imprese potrebbe affidarsi a un hacker etico. La domanda di professionisti capaci di scoprire le falle informatiche prima dei criminali è destinata a crescere, con compensi che potranno raggiungere i 100 mila euro. È la previsione di Argo, società specializzata nell’intelligence applicata alle imprese.

La figura dell’ethical hacker nasce da un principio semplice: per difendere una rete occorre saperla attaccare. Il professionista opera su autorizzazione dell’azienda, simula intrusioni e verifica la tenuta di server, applicazioni web, sistemi di autenticazione e infrastrutture digitali. L’obiettivo è individuare una vulnerabilità prima che venga sfruttata per sottrarre informazioni, bloccare la produzione o chiedere un riscatto.

I test di penetrazione rappresentano una delle attività principali. L’hacker etico cerca configurazioni errate, software non aggiornati, credenziali vulnerabili e accessi non adeguatamente protetti. Al termine delle verifiche consegna all’impresa un rapporto con i rischi rilevati, il loro grado di gravità e le misure necessarie per correggerli. Non basta segnalare la falla: occorre indicare come chiuderla e controllare che l’intervento abbia funzionato.

Il valore di queste competenze cresce insieme alla dipendenza delle imprese dalla tecnologia. Una violazione può interrompere le attività per giorni, compromettere dati riservati, esporre l’azienda a richieste di risarcimento e danneggiarne la reputazione. Per una Pmi, spesso priva di una struttura interna dedicata alla sicurezza, le conseguenze possono risultare difficili da assorbire.

«Ci sarà una fortissima richiesta di persone specializzate perché il ruolo della tecnologia subirà un deciso incremento nelle imprese e non si può improvvisare un’attività così delicata», sostiene Matteo Adjimi, amministratore delegato di Argo. La questione, secondo il manager, riguarda soprattutto la prevenzione: attendere l’intervento della giustizia dopo un attacco non consente di recuperare immediatamente dati, clienti e continuità operativa.

La ricerca di hacker etici si inserisce in un mercato del lavoro segnato dalla scarsità di competenze informatiche avanzate. Le aziende dovranno contendersi professionisti con conoscenze tecniche trasversali: programmazione, gestione delle reti, analisi delle vulnerabilità, sicurezza delle applicazioni e comprensione delle tecniche utilizzate dagli aggressori. Servono inoltre familiarità con le norme sulla protezione dei dati e capacità di comunicare i rischi ai vertici aziendali.

Il termine “hacker” conserva nell’uso comune un significato negativo, ma la differenza è definita dall’autorizzazione e dallo scopo. Il criminale informatico entra in un sistema per sottrarre dati, estorcere denaro o provocare danni. L’hacker etico utilizza strumenti simili entro un perimetro concordato, documenta ogni attività e lavora per rafforzare le difese del committente.

La crescita della domanda pone anche un problema formativo. Adjimi richiama le università italiane, ritenendo ancora insufficiente, salvo alcune eccezioni, l’offerta di percorsi adeguati. La preparazione di questi professionisti non può essere affidata soltanto all’esperienza individuale o a corsi brevi: richiede laboratori, simulazioni di attacco e rapporti più stretti tra atenei e imprese.

Per le Pmi la sfida sarà trasformare la cybersicurezza da costo occasionale a funzione stabile. Assumere direttamente un ethical hacker resterà fuori dalla portata di molte realtà, ma crescerà il ricorso a consulenti, società specializzate e servizi condivisi. La previsione di Argo indica la direzione: le imprese saranno disposte a investire cifre elevate per una competenza ancora rara. Il vero limite potrebbe non essere il budget, ma il numero di professionisti disponibili.

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